Un'intossicazione con Amanita pantherina e i segreti di S. Caterina da Genova

Giorgio Samorini

Bollettino S.I.S.S.C., n. 7, pp. 13-15, 1994

Nel corso dell'interminabile ricerca bibliografica, che di frequente porta a vere e proprie "scoperte", attraverso l'individuazione di lavori dimenticati dagli studiosi attuali, rimasti sepolti dall'oblio e dall'incomunicabilità interdisciplinare, mi sono recentemente imbattuto in un articolo, datato al 1956, che descrive il caso di un'intossicazione da funghi.1 Per il quadro sintomatologico manifestato, il caso fu trattato da due medici psichiatri della Clinica di Psichiatria di Roma e la relativa comunicazione fu pubblicata nella Rivista Sperimentale di Freniatria, una sede ben lontana dalla rete bibliografica referenziale delle discipline micologiche ed etnomicologiche. In effetti, questo lavoro non appare in nessuna delle bibliografie dei maggiori studi italiani riguardanti i funghi psicotropi o quelli velenosi (Arietti e Tomasi, Festi, D'Antuono e Tomasi, Samorini).

Il fungo responsabile dell'intossicazione fu identificato come Amanita pantherina, la specie più vicina, nel genere, all'A. muscaria, sia nell'aspetto (possiede anch'essa un cappello cosparso di "puntini" biancastri), che nel contenuto chimico e nelle proprietà psicoattive. Si ritiene che la pantherina sia più potente della muscaria e in alcuni stati nordamericani è attualmente diffuso un utilizzo di questa specie, preferita alla muscaria per le sue proprietà maggiormente "allucinogene". Tuttavia, l'aumento delle proprietà psicoattive sembra essere correlato a un aumento degli effetti fisici.2 L'intossicazione romana, involontaria (gli intossicati ritenevano di aver consumato funghi eduli), non ha nulla di eccezionale, rispetto alle decine di casi di intossicazioni involontarie da pantherina registrate in diverse parti del mondo; l'eccezionalità, semmai, è costituita dal fatto che si tratta di uno dei casi registrati in Italia, quello descritto con maggior dovizia di particolari.

Il motivo per cui intendo offrire questo caso all'attenzione del lettore non è di mera - sebbene per gli etnomicologi importante - curiosità bibliografica. Allo scopo di chiarire quel sottile rapporto che intercorre fra la "consapevolezza dell'atto" nel consumatore volontario di enteogeni e l'esperienza conseguente; similmente, per porre luce sulla questione se un vegetale o una sostanza possa essere considerata "enteogena" in quanto tale o se debba essere considerata "enteogena" quando utilizzata come tale, può risultare utile conoscere che cosa accade quando l'agente psicoattivo viene assunto senza che il soggetto ne sia al corrente, quale tipo di esperienza si manifesti.

L'intossicazione romana coinvolse un'intera famiglia (7 persone), e gli effetti iniziarono a manifestarsi circa un'ora dopo la cena collettiva, durante la quale erano stati consumati da tutti i componenti della famiglia dei funghi, raccolti in precedenza in un bosco. Tutti quanti furono trasportati a un centro di pronto soccorso ospedaliero; il loro comportamento appariva confuso, ilare e, per uno di essi, di forte preoccupazione; in tutti fu riscontrata midriasi e rigidità pupillare. A tutti fu praticata lavanda gastrica, accompagnata da una terapia analettica e disintossicante e il giorno seguente sei di essi si ristabilirono completamente. Solo un componente della famiglia, una donna di 35 anni, che aveva consumato più funghi degli altri, accusava ancora un forte stato confusionario e allucinatorio. Per questo motivo, fu ricoverata presso la Clinica Psichiatrica:

"Il giorno dopo il ricovero essa era in un grave stato di agitazione psicomotoria; incapace di fissare l'attenzione, essa rivolgeva continuamente lo sguardo attorno a se, afferrando a tratti qualcuno degli stimoli che le venivano offerti o dalle parole del medico o dalle attività delle infermiere. Nelle compagne di corsia individuava ora una sorella ora la figlia e, in preda ad allucinazioni acustiche, rispondeva ai loro presunti richiami. A volte gridava frasi senza apparente nesso logico, a volte invece sussurrava appena parole incomprensibili; nella sua incoordinata ideazione apparivano gli elementi di un delirio oniroide non strutturato, ma quasi istantaneamente vissuto dalla paziente in una successione caleidoscopica di allucinazioni visive, acustiche e persino olfattive. La paziente diceva di vedere la Madonna, che le diceva di averle fatto la grazia di guarirla da un cancro allo stomaco; sentiva una voce celestiale che le annunciava che non avrebbe mai più sofferto; percepiva un profumo di rose e subito lo inglobava nella visione di Santa Rosa di Viterbo.
Nei brevi periodi di quiescenza della sintomatologia psichica, la malata riconosceva di trovarsi in un ospedale, senza saperne il motivo e si mostrava disorientata nel tempo. L'esame neurologico e quello clinico generale non mettevano in rilievo nessun segno patologico, salvo modica midriasi e lieve rigidità pupillare alla luce. La pressione arteriosa era di 130/80, il polso ritmico, regolare, la temperatura normale. Venne immediatamente praticata una terapia disintossicante a base di ipodermoclisi, vitamine e glucosio.
Dopo due giorni la paziente appariva calma, tranquilla e bene orientata; dell'episodio morboso ricordava soltanto di aver sofferto di un forte mal di testa e di essersi sentita molto nervosa.
Dopo quattro giorni dal suo ricovero veniva dimessa; essa dimostrava una buona critica delle sue condizioni psichiche precedenti, accanto a qualche preoccupazione ipocondriaca; accusava ancora un lieve stato di astenia generale e formicolii alle estremità che si protrassero per circa una decina di giorni".3
Non sappiamo se la donna vittima di questa esperienza psichica fosse cattolica, e "quanto" lo fosse. D'altro canto, sappiamo che l'allucinazione di vedere la Madonna è un concetto superficiale ed esterno all'esperienza di colui che la sta esperenziando, con tutto l'impatto emotivo che accompagna una simile esperienza: si tratta più propriamente di un'apparizione.

Sono noti diversi altri casi simili a quello qui presentato. In un caso tedesco, il paziente, estasiato, diceva ripetutamente a chiunque incontrava nella corsia dell'ospedale presso cui era stato ricoverato: "E' il più bel giorno della mia vita",4 e non v'è dubbio che, nonostante la situazione sfavorevole in cui si trovava (in un ospedale), quello fosse, per il paziente, veramente il più bel giorno della sua vita; sotto questo punto di vista, l'elemento disturbante era l'ambiente in cui si trovava e non l'agente esogeno ingerito.

La maggior parte di queste intossicazioni sono accompagnate da un tono elevato dell'umore, un senso di euforia che è stato rivelato dai medici che si sono occupati di questi casi. E' stato segnalato il caso di alcuni soldati tedeschi che, intossicati da questi funghi, trattavano i loro superiori con goffa familiarità. Anche per il caso romano, i due medici riportarono che "l'elevato tono dell'umore costituiva l'elemento più appariscente nel quadro sintomatologico, tanto che l'unico fra tutti gli intossicati che si preoccupò della gravità dei sintomi fu proprio colui che aveva mangiato meno funghi".5

In quest'ultimo millennio innumerevoli uomini e, più di frequente, donne (ciarlatani a parte) hanno vissuto l'esperienza di "vedere la Madonna", di udire voci celestiali e di sentire profumo di rose, e il caso qui presentato ci chiarisce uno dei motivi, apparentemente il meno diffuso, per cui ciò può succedere: mediante l'ingestione accidentale di una specie di fungo, un'Amanita. In questo caso, l'agente psicoattivo manifesta le sue proprietà enteogeniche, nonostante non sia stato assunto come tale. Qualunque conclusione sarebbe qui forzata; lasciamo il dato così com'è, tenendolo semplicemente in considerazione per future speculazioni.

Tutto ciò fa venire alla mente un altro caso inerente il rapporto fra l'esperienza visionaria cristiana e l'Amanita, recentemente discusso da Daniele Piomelli6 e da Giorgio Spertino7: quello di Santa Caterina da Genova.

Questa santa, al secolo Caterina Fieschi-Adorno, vissuta fra il 1447 e il 1510, era soggetta a frequenti rapimenti estatici. Apparentemente, il suo comportamento non sembra discostarsi dal generale quadro del misticismo cattolico medievale. Eppure, nella biografia stesa dal suo agiografo, si legge il seguente passo:8
"Dio, che aveva assunto il controllo anche del suo corpo, voleva regolarlo e trarre via da ella tutti gli istinti umani e terreni. Poiché Egli voleva ch'essa perdesse il sapore del cibo che mangiava, fece in modo ch'ella avesse [sempre con se] aloe epatico e agarico pestato, di modo che, quando essa si accorgeva che qualche cibo le stava dando piacere, o sospettasse di ciò, essa segretamente ne metteva sopra al cibo. Dopo che Dio ebbe preparato quest'anima in una siffatta maniera, la attrasse con tentazioni spirituali".9
Nel passo riportato da Spertino, un poco differente, è specificato che l'agarico pesto è una specie di fungo amarissimo. La tentazione di vedere in questo agarico l'Amanita muscaria (o l'A. pantherina) e di responsabilizzare, quindi, questo fungo delle esperienze mistiche della santa, è assai forte.

Non sappiamo - e forse non sapremo mai - se Caterina era consapevole degli eventuali effetti del fungo con il quale condiva i suoi alimenti, o se, similmente alla donna romana intossicatasi nel 1956, non ne fosse al corrente. Resta il fatto che anche Caterina ne ha viste di Madonne: ne ha viste così tante, che l'hanno fatta santa.10


Note

1) L. Frighi e L. Covi, 1956, Disturbi psichici da avvelenamento da funghi, Riv.Sperim. Fren., 80: 679-685.

2) J. Ott, 1978, Recreational use of hallucinogenic mushrooms in the United States, in: B.H. Rumack & E. Salzman (Eds.), Mushroom Poisoning: Diagnosis and Treatment, West Palm Beach, Florida, CRC, :231-243.

3) Frighi & Covi, op. cit., p. 680.

4) Ibid., p. 683.

5) Id.

6) D. Piomelli, 1991, One route to religious ecstasy, Nature, 349: 362.

7) G. Spertino, 1993, Anoressia e misticismo, Altrove, 1: 65-76, p. 76.

8) Rip. in M. Craveri, 1980, Sante e streghe, Milano, Feltrinelli, pp. 144-161, che non mi è stato possibile consultare.

9) Rip. in Piomelli, op. cit., p. 362.

10) Nonostante l'estremo interesse di questo caso per gli etnomicologi, nutro forti dubbi sul fatto che il misticismo delle sante cattoliche possa trovare una sua generale spiegazione in termini di fattori esogeni, quale può essere un fungo psicoattivo.