Etnomicologia nell’arte rupestre sahariana (Periodo delle "Teste Rotonde")

Giorgio Samorini

Bollettino Camuno Notizie, vol. 6(2), pp. 18-22, 1989

E’ già stata in più casi riscontrata un’associazione fra arte rupestre e utilizzo di vegetali allucinogeni, associazione che si diversifica nella funzione di caso in caso, in base al tipo di contesto vissuto, dal segreto rito d’iniziazione in un ristretto rapporto maestro/adepto, agli incontri cerimoniali di collettività più o meno allargate: dall’arte rupestre degli indiani nordamericani della costa sudoccidentale, i quali facevano uso di specie vegetali dei generi Datura (Wellman, 1981) e Sophora (Campbell, 1958), all’arte rupestre dei popoli preistorici dell’estrema Siberia nord-orientale, dove l’utilizzo del fungo Amanita muscaria è testimoniato nei siti lungo il fiume Pegtymel e in Kamciatka (Dikov, 1971. pp. 20-27).

Con la presente nota intendo evidenziare ciò che interpreto come una significativa testimonianza di utilizzo di vegetali allucinogeni, in questo caso funghi, da parte di antiche popolazioni che vissero nel Sahara, in un periodo in cui questo vasto territorio era coperto di un ricco manto vegetale.

Si tratta della testimonianza etnomicologica più antica sinora individuata, appartenente all’emblematico periodo delle "Teste Rotonde", la cui cronologia assoluta è tuttora dubbia, sebbene generalmente valutata fra i 9/8.000 e i 7.500/6.500 anni fa. Il centro di massima concentrazione di questo orizzonte stilistico è il Tassili; è presente anche nel Tadrart Acacus, nell’Ennedi, e più sporadicamente nel Djebel Ouenat (Muzzolini, 1983).

Per Anati (1988, pp. 128-129) quest’arte è opera di popolazioni di Raccoglitori Arcaici del periodo compreso fra la fine del Pleistocene e l’inizio dell’Olocene, con analogie quasi contemporanee in varie zone del globo, che si sono poi trasformate in zone aride o semi-aride, a seguito del prosciugamento dei laghi o dei fiumi allora esistenti. Dalla ricca documentazione artistica lasciataci da queste popolazioni si evidenzia un tipo di economia che faceva uso della raccolta dei frutti spontanei, "popolazioni che vivevano in una specie di giardino dell’Eden facendo uso di sostanze stupefacenti". Anche per Sansoni (1980) "sorge il dubbio se (la produzione artistica delle Teste Rotonde) sia opera di un’attività cosciente ordinaria o frutto di particolari tecniche estatiche, non esclusi la danza o l’uso degli allucinogeni".

Rilievo della pittura di Tin-Tazarift. Disegno di G. Samorini
Particolare del rilievo di Tin-Tazarift. Disegno di G. Samorini

Rilievo della pittura di Tin-Tazarift


Una delle scene più significative e più complete è quella presente in un riparo di Tin Tazanft (Tassili algerino), che mostra una serie di individui mascherati, allineati e in assetto ieratico/danzante, contornati da lunghi e movimentati festoni di disegni geometrici di varia natura, molto probabilmente indicanti precisi significati a noi ignoti. Ciascun danzatore tiene nella mano destra un fungo: inoltre, fatto ancor più sorprendente, dal punto di contatto fra la mano ed il fungo si dipartono due linee parallele tratteggiate raggiungenti il punto centrale superiore della testa, dove hanno origine due "corna": una doppia linea che potrebbe significare un’associazione indiretta o un fluido immateriale passante fra l’oggetto tenuto in mano, o l’atto del tenerlo in mano, e la mente umana. Un’associazione che ben si adatta all’interpretazione micologica, se si tiene conto dell’universale valore mentale, spesso di natura mistico-spirituale, dell’esperienza indotta dai funghi psicotropi.

Tutta la scena è impregnata di un profondo significato simbolico, ed è la rappresentazione di un avvenimento cultuale realmente vissuto e periodicamente rinnovatosi nel tempo; forse siamo di fronte alla realistica rappresentazione di uno dei momenti più salienti della vita socio-religiosa ed emotiva di quelle popolazioni. La stessa costanza delle caratteristiche fisiche e di atteggiamento delle figure danzanti rivela una coordinata intesa collettiva di rappresentazione scenica in contesti collettivi. La danza qui rappresentata ha tutta l’aria di essere una danza rituale e, magari da un certo momento in poi del rito, estatica.

In una differente pittura (Takecelaout, Tassili), una figura maschile in posizione chinata e volta a ritroso è nell’atto di offrire un oggetto ad un secondo individuo. Ad un’attenta osservazione l’oggetto ha la forma di un grosso fungo. Il primo individuo, quello offerente, provvisto di un’originale maschera ed acconciatura, afferra con l’altra mano un piccolo essere, una specie di spiritello. Parrebbe come se egli fosse stato ritratto un istante dopo aver raccolto il fungo liberandolo dal suo "mana". Infatti, un tema comunemente presente nel simbolismo delle società che hanno fatto uso di allucinogeni è la credenza in spiriti animati di questi vegetali, a volte di natura minuscola, altre volte giganteschi, quasi sempre fortemente antropomorfizzati (Dobkin de Rios, 1984, p. 198).

Il culto a carattere etnomicologico che si sta evidenziando (in seguito anche a due personali visite in loco nel Tassili algerino) mostra una certa ricchezza di costanti figurative tali da far intravedere una definita struttura concettuale ad esso associato. Ne sono evidenti esempi i due singolari personaggi del Tassili meridionale (località di Aouanrhat e Matalem-Amazar), entrambi alti circa 0,8 m, portanti la maschera tipica di questa fase e con portamento affine (gambe inflesse e braccia piegate verso il basso); un’altra comune caratteristica, quella che maggiormente li distingue, consiste nella presenza di oggetti lanceiformi che si dipartono dagli avambracci e dalle cosce, mentre altri vengono impugnati fra le mani; nel personaggio di Matalem-Amazar questi oggetti cospargono interamente il contorno esterno del corpo.

Divinità dei funghi di  Matalem-Amazar. Disegno di G. Samorini
Divinità dei funghi
di Matalem-Amazar
Anche in questi casi gli elementi lanceiformi rappresentano lo stesso simbolo ritrovato in varie scene del periodo delle "Teste Rotonde" e qui interpretato come fungo. Questi elementi sono stati interpretati da più autori come punte di freccia, remi (Mori 1975), vegetali, probabilmente fiori (Lhote 1973, pp. 210 e 251), o come simboli enigmatici non meglio identificati. La forma che più corrisponde a quella dell’oggetto cultuale qui discusso è quella di un fungo, molto probabilmente psicotropo, il cui utilizzo sacrale socializzato è impresso nelle scene di sua raccolta e offerta, così come nelle espressive danze rituali, nelle geometrie fosfeniche e nelle produzioni visionarie del Tassili.

La simbologia fungina sembra essere rappresentata in due differenti modi: come realistico oggetto tenuto in mano da personaggi il più delle volte mascherati o provvisti di particolari acconciature, oppure come elementi "fuoriuscenti" dai loro corpi, sino a casi in cui il personaggio ha direttamente la testa a forma di grosso fungo.

Così, i due grandi personaggi sopracitati, caratterizzati dalla grande maschera e dalla ricca simbologia fungina che letteralmente traspare dai loro corpi, possono essere visti come immagini dello "spirito del fungo", noto in altre strutture mitologico-religiose caratterizzate dall’utilizzo di un fungo o di altri vegetali psicotropi. Ed è in queste stesse "divinità" sahariane che ritroviamo la più palese associazione fra la pianta sacra e la maschera rituale, la quale, più che nascondere l’individualità umana del soggetto che la porta, intende rappresentare il vero volto dell’entità raffigurata. Pure il fatto che la maschera si trovi in più casi isolata, non portata da un essere antropomorfo (come nelle "tre maschere negre" di Sefar), rivela una sua funzione di rappresentazione diretta di un’essenza divina: in base alle osservazioni di Lajoux (1962, p. 63), la sua origine grafica sembra provenire dalla raffigurazione del muflone, come l’evoluzione delle immagini intermedie fra questo animale e la maschera farebbe supporre.

E’ difficile formulare ipotesi sulle specie di funghi raffigurate, dalle cui caratteristiche biochimiche dipende in parte il tipo di esperienza indotta sulla mente umana, appartenendo ad una flora scomparsa o ritiratasi dal bacino sahariano oggi desertificato. Dalle pitture sembra deducibile la presenza di almeno due specie, una di piccola taglia, spesso dotata di una forma "papillata" all’estremità superiore, caratteristica della maggior parte delle Psilocybe allucinogene attualmente note, ed un’altra di grosse dimensioni (tipo Boletus o Amanita).

Le analisi polinimetriche eseguite sul Tassili hanno messo in evidenza per le località interessate dal periodo delle Teste Rotonde un tipo di vegetazione montana nella quale erano presenti popolazioni di varie conifere e di quercia (AA.VV., 1986, p. 97); è presumibile che i funghi raffigurati facessero parte di questa fascia boschiva e che, almeno quelli di grossa taglia, dipendessero strettamente da alcune di queste specie arboree (funghi simbionti).

Da notare, inoltre, che i funghi non sono gli unici vegetali rappresentati nell’arte delle Teste Rotonde; numerosi sono i casi d’individui tipicamente acconciati e in posizioni ieratiche, danzanti, che tengono fra le mani ramoscelli o foglie (in un caso radici), di cui almeno due specie si presentano con una certa costanza fra le immagini del Tassili algerino e del vicino Acacus libico. In effetti, l’interesse mostrato verso una pianta allucinogena è sempre inserito nel contesto di un più generale interesse verso il mondo vegetale, da cui originano pure le conoscenze terapeutiche e, forse ancor prima, culinarie delle piante.

Rimane ancora una questione aperta: la misteriosa fine delle "Teste Rotonde". A questa fase pittorica, durata qualche millennio, si sovrappone quasi improvvisamente la fase neolitica pastorale o bovidiana, nella quale sembra non permanere alcuna traccia delle preoccupazioni di natura botanica sviluppata dai precedenti pittori. Potrebbe darsi che le popolazioni responsabili della fase pittorica delle "Teste Rotonde" siano state annientate o siano emigrate verso altri territori del grande continente africano. Sono state anche avanzate ipotesi che vedrebbero le popolazioni delle "Teste Rotonde" trasformarsi nelle, o fondersi con, le popolazioni neolitiche pastorali. Certo è che quell’astrattismo e quella creatività così caratteristiche della fase delle "Teste Rotonde" non si presenteranno più nel corso dei rimanenti millenni di arte rupestre sahariana.


Bibliografia
AA.VV., 1986, Arte preistorica del Sahara, Roma & Milano (De Luca e Mondadori).

ANATI E., 1988, Origini dell’arte e della concettualità, Milano (Jaca Book).

CAMPBELL J., 1958, Origins of the mescal bean cult, Am. Anthrop., vol. 60, pp. 156- 160.

DIKOV N:, 1971, Rocky Enigmas ofAncient Ciukokta, Mosca (Nauka).

DOBKIN de RIOS M., 1984, Hallucinogens. Cross-cultural Perspectives, Albuquerque (University of New Mexico Press).

LAJOUX J.D., 1964, Le meraviglie del Tassili, Bergamo (Istituto d’Arti Grafiche).

LHOTE H., 1973, A la découverte des fresques du Tassili, Parigi (Arthaud).

MORI F., 1975, Contributo allo studio del pensiero magico-religioso attraverso l’esame di alcune raffigurazioni rupestri preistoriche del Sahara, Valcamonica Symposium’ 72 , pp. 344-366.

MUZZOLINI A., 1983, Extension géographique des Tètes Rondes au Sahara, Valc.S vmp.’ 79, pp. 363-384.

SANSONI U., 1980, Quando il deserto era verde. Ricerche sull’arte rupestre del Sahara, L’Umana Avventura, N. 11, pp. 65-85.

WELLMANN K.F., 1981, Rock art, shamans, phosphenes and hallucinogens in North America, Bollettino Camuno Studi Preistorici, vol. 18, pp. 89-103.