Funghi allucinogeni italiani

Giorgio Samorini

in Atti 2° Convegno Nazionale Avvelenamenti da Funghi, Rovereto 3-4 aprile 1992
Annali Museo Civico Rovereto, Suppl. vol. 8: 125-149, 1993

Immagine allegata:   Figura 1


Riassunto - Fino a non molto tempo fa i funghi allucinogeni, la cui assunzione può indurre una modificazione degli stati percettivi di coscienza, erano considerati, ad eccezione di qualche classica specie, patrimonio corografico e culturale delle lontane regioni e popolazioni americane ed asiatiche. Solo durante il ventennio scorso, 1970-1990, diversi studiosi hanno indirizzato la ricerca sulla flora micologica europea, evidenziandovi un sorprendente insieme di funghi potenzialmente allucinogeni, con una distribuzione chimio-tassonomica che si è mostrata più estesa che nelle altre zone geografiche fino ad ora studiate.
Accanto alle due note specie Amanita muscaria e A. pantherina, produttrici di alcaloidi isossazolici, 38 specie di funghi europei producono principi attivi psilocibinici (alcaloidi indolici) e fra queste, almeno una ventina ne contengono in quantità farmacologicamente significative.
Parallelamente, la ricerca della micoflora psicotropa italiana ha evidenziato la presenza nel nostro territorio di almeno 19 specie di funghi psilocibinici, appartenenti per lo più ai generi Psilocybe, Inocybe, Pluteus e Panaeolus. Alcune di queste sono considerate "psilocibinico-latenti", ovvero producono psilocibina e composii affini in maniera incostante.
Un certo numero di specie appartenenti ai generi Mycena, Cortinarius, Amanita, Gymnopilus, Polyporus, ecc., producono differenti compositi potenzialmente psicoattivi (derivati triptaminici, antrachinonici, ß-carboline, ecc.), mentre altre parrebbero indurre solo occasionalmente intossicazioni a carattere psicotropo; per tutte queste specie i dati farmacologici restano a tutt'oggi contraddittori o insufficienti ai fini di una precisa collocazione tossicologica.


Introduzione

L'utilizzo dei funghi allucinogeni per scopi religiosi e psicoterapeutici si perde nella notte dei tempi. Pratica sviluppatasi in maniera probabilmente indipendente in differenti regioni del globo, è tuttora presente presso alcune popolazioni asiatiche, indonesiane e dell'America Latina, oltre ad essersi diffusa in questi ultimi decenni fra i popoli di cultura occidentale, in particolare presso gruppi giovanili degli ambienti metropolitani.

Fra le popolazioni europee questa pratica non sembra essere un fatto nuovo, né presso quelle del bacino mediterraneo, né presso quelle nordiche; documenti archeologici ne attesterebbero la presenza sin dai tempi neolitici (SAMORINI 1992).

Proprio per questo motivo la "scoperta" dei funghi allucinogeni da parte della cultura occidentale, avvenuta negli anni '50 attraverso lo studio dei popoli non-occidentali, è più propriamente da considerare come la riscoperta di una pratica che per lunghi periodi di tempo ha accompagnato l'uomo in diverse zone geografiche, Europa compresa, con un valore culturale dalle origini ancestrali.

A partire dalle ricerche etnomicologiche di Roger Heim e R. Gordon Wasson svolte in Mesoamerica e in Asia (WASSON & WASSON 1957; HEIM & WASSON 1958), una lunga serie di studi ha successivamente confermato la folta presenza dei funghi allucinogeni nei diversi habitat dei cinque continenti.

Fino ad oggi si conoscono 150 specie di funghi che, in base a dati etnografici o a dati biochimico-farmacologici, possiamo considerare "allucinogeni" o, meglio, la cui assunzione, per lo più orale, può indurre una modificazione degli stati percettivi e di coscienza. Fra questi oltre l'80% rientra nella classe biochimica dei funghi psilocibinici, i quali producono gli alcaloidi indolici psilocibina, psilocina, beocistina; essi appartengono principalmente ai generi Psilocybe, Panaeolus, Inocybe, Gymnopilus. Un altro 6% è rappresentato da funghi appartenenti per lo più al genere Amanita, producenti, come principi attivi dominanti, gli alcaloidi isossazolici acido ibotenico e muscimolo.

Durante il ventennio scorso, 1970-1990, vari studiosi hanno indirizzato la ricerca sulla flora micologica europea, ponendo in evidenza un sorprendente gruppo di funghi potenzialmente allucinogeni, con una distribuzione chimio-tassonomica che si è rivelata più estesa che nelle altre zone geografiche fino ad oggi studiate.

Allo stato attuale delle conoscenze sono state riconosciute almeno 38 specie di funghi europei produttori dei composti psilocibinici, e di questi almeno una ventina ne contengono in quantità farmacologicamente significative. Alcune altre specie appartenenti al genere Amanita producono alcaloidi isossazolici, mentre un'ulteriore dozzina di specie (continuando a mantenere un livello d'osservazione esclusivamente europeo e limitato ai Basidiomiceti), produce altri composti (alcaloidi triptaminici, ß-carboline, antrachinoni), le cui proprietà farmacologiche non sono ancora state sufficientemente studiate.

In Europa almeno una decina di funghi allucinogeni sono attualmente utilizzati come droghe psicoattive. Gli anni '80 hanno visto il diffondersi del loro uso negli ambienti giovanili, nonostante le limitazioni legislative adottate dalle diverse nazioni; si sono pure verificati diversi casi di implicazioni ospedaliere a seguito dell'assunzione volontaria di funghi allucinogeni, causati essenzialmente da un eccesso di dosaggio e/o di inconsapevolezza, comunque non gravi e con nessun esito letale (per una rivista statistica di questi casi, cfr. SAMORINI & FESTI 1989).

Psilocybe semilanceata (Fr.) Quél., di ampia diffusione geografica, è la specie di gran lunga più utilizzata attualmente. La sua presenza e stata riscontrata nell'America del Nord (Canada e Stati Uniti), in quella del Sud (Cile), in Europa, in Australia (Tasmania), e probabilmente nella Repubblica del Sudafrica. In Europa è stata ritrovata in Austria, Belgio, Cecoslovacchia, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia, Norvegia, Olanda, Russia Occidentale, Svezia, Svizzera, e nella maggior parte di queste nazioni si è diffusa la pratica del suo impiego come droga psicoattiva. In Nord America e in Inghilterra questo fungo viene chiamato dai raccoglitori liberty cap ("cappello della libertà").

In Italia sono presenti almeno 15 specie di funghi psilocibinici, accanto ai noti funghi isossazolici Amanita muscaria e A. pantherina. Diverse specie, in particolare nel genere Panaeolus, sono considerate "psilocibinico-latenti", ovvero producono psilocibina e composti affini in maniera incostante.

La maggior parte dei funghi psilocibinici è soggetta a un fenomeno di bluificazione di parti del carpoforo (più frequentemente la zona inferiore del gambo) al tocco o con l'invecchiamento. Il motivo sembra risiedere in un processo enzimatico al quale viene sottoposta la psilocina, con sua conseguente trasformazione in un prodotto di colore blu (LEVINE 1967). Sono state tuttavia evidenziate a più riprese delle eccezioni riguardo singole specie, o anche all'interno della medesima specie, per le quali l'associazione bluificazione/presenza di alcaloidi psilocibinici non è valida, venendo meno una delle due condizioni.

Psilocibina e psilocina, composti isolati per la prima volta da Ps. mexicana Heim (HOFMANN et al. 1958), sono pressoché equivalenti in potenza e si ritiene che, nell'assunzione orale, il primo composto venga trasformato nel secondo mediante un processo di defosforilazione. Si deve quindi considerare la psilocina come il vero responsabile degli effetti sul sistema nervoso centrale umano.

La tipica dose di funghi psilocibinici, corrispondente alla quantità di 10 mg di psilocibina, è rappresentata dal peso di 1-5 gr di funghi secchi, tenendo conto che la quantità totale degli alcaloidi varia mediamente fra 0.1 e 0.6% del peso secco.

I primi effetti compaiono generalmente dopo 20-30 minuti dall'ingestione dei carpofori e la loro comparsa sembra essere più precoce e più decisa se l'ingestione avviene a stomaco vuoto. Dopo una prima breve fase caratterizzata da sensazioni di debolezza, tremore agli arti inferiori, percezioni di movimenti interni addominali e, in alcuni casi, nausea, subentra una seconda fase durante la quale si sperimentano vivide percezioni dei colori, distorsioni temporali con contrazione del tempo, sino ad ottenere vere e proprie allucinazioni, dimensioni onirico-simili ed euforiche, accompagnate da stati intuitivi, creativi ed emotivi specifici per ciascun soggetto, che possono essere considerati come i veri effetti ricercati dallo sperimentatore usuale. Questi effetti coprono solitamente una durata di alcune ore (3-6); permane una buona memoria dei fenomeni sperimentati.


Le specie italiane

Sviluppiamo di seguito la discussione relativa ai funghi allucinogeni presenti in Italia, comprese le specie dubbie, in base a un ordine tassonomico per famiglie e con un taglio essenzialmente chimio-tassonomico. In diversi casi abbiamo adottato una funzione di aggiornamento rispetto alla discussione sviluppata in un precedente lavoro (SAMORINI 1989).

La presenza in Italia di Psilocybe semilanceata (fam. Strophariaceae) fu segnalata per la prima volta da Giacomo Bresadola nel 1927 nella provincia di Trento (Icon. Myc., tav. DCCCLVIII); riscontrata in seguito nelle province di Torino (FIUSSELLO & CERUTI SCURTI 1972), Brescia, Bergamo e Sondrio (GITTI et al. 1983), la sua presenza è stata ultimamente segnalata sull'Appennino tosco-emiliano, nelle province di Modena, Bologna, Firenze e Pistoia (SAMORINI 1989). Ancora, G. Jamoni l'ha identificata nella provincia di Novara, in alcuni areali alpini e, con una presenza più occasionale, alle basse altitudini dei 200-300 m (JAMONI 1990), mentre l'autunno scorso (1991) abbiamo potuto confermare la sua presenza in diverse località della provincia di Bolzano e, in una singola esigua stazione, nella provincia di Reggio Emilia.

Questi dati tendono a confermare l'ipotesi di una continuità di diffusione del fungo a partire dalle Alpi Marittime del confinante territorio francese, in cui si ha notizia della sua presenza, seguendo l'arco alpino, sino a raggiungere le Alpi Dolomitiche quale probabile confine naturale.

Ripetute ricerche in queste ultime zone non ci hanno portato ad evidenziarne la presenza; è probabile che la natura della roccia dolomitica giochi un ruolo decisivo nella motivazione della sua assenza. Specie tipicamente settentrionale, non è tuttavia da escludere la possibilità che la sua presenza nel nostro territorio raggiunga regioni ancora più meridionali della penisola, come ad esempio il gruppo montuoso del Gran Sasso in Abruzzo.

Di piccole dimensioni, caratterizzato da una papilla nella parte superiore del cappello e da una frequente ed accentuata bluificazione del gambo (e, più raramente, dei bordi del cappello), questo fungo gregario predilige i prati e i pascoli di alta montagna (1000-2300 m), nei luoghi umidi e assolati, su terreno acido e preferibilmente smosso; lo si riscontra di frequente lungo i bordi dei sentieri (preferibilmente sul lato a valle, poiché maggiormente sottoposto ai microsmottamenti del terreno), o lungo i canaloni e le sciovie erbose e non eccessivamente pendenti, dove dà luogo a lunghe e continue fruttificazioni quasi-cespitose, spesso in mezzo a ciuffi della graminacea Deschampsia caespitosa (L.) P. B. L'associazione con questa erba, sebbene non obbligata, sembra essere particolarmente favorevole alle fruttificazioni di tipo cespitoso.

Il periodo di fruttificazione è l'autunno, dopo le prime piogge, ma sono state osservate fruttificazioni più occasionali nei mesi di maggio e di giugno.

Numerose analisi chimiche hanno dimostrato la costante presenza di un'elevata quantità degli alcaloidi psilocibìnici, con concentrazioni medie dello 0.25-0.4% del peso secco, sino a raggiungere in casi non rari concentrazioni, anche in singoli carpofori, dall'1.0-2.0% (oltre ai riferimenti citati in SAMORINI 1989, cfr. SEMERDZIEVA & NERDU 1973; CHRISTIANSEN, RASMUSSEN & HOILAND 1981; CHRISTIANSEN & RASMUSSEN 1982; JOKIRANTA et al. 1984; STIJVE & KUYPER 1985; GARTZ 1986a; OHENOJA et al. 1987; BRENNEISEN & BORNER 1988).

Da alcuni anni si hanno notizie di un utilizzo di questo fungo negli ambienti giovanili dell'Italia settentrionale (BALDRATI 1984-85; FESTI 1985), ma non sembra si siano finora verificati casi di implicazioni ospedaliere, né di natura forense.

Nel medesimo habitat è possibile incontrare con una certa frequenza Ps. callosa (Fr. ex Fr.) Quél., affine alla precedente, al punto che dai raccoglitori è normalmente confusa con questa; una tale confusione ha raggiunto in più casi le micoteche degli erbari europei (GUZMÀN 1983). Fra gli studiosi sussiste ancora un certo disaccordo riguardo la nomenclatura di questa specie, che viene riconosciuta altrimenti come Ps. semilanceata var. caerulescens (Cooke) Sacc. e fatta rientrare nel concetto di Ps. cyanescens emend. Krieglsteiner.

È il caso, ad esempio, di E. Grilli (1990) il quale, tuttavia, nel motivare la nomenclatura adottata, si basa ripetutamente sulla bluificazione del carpoforo quale carattere tassonomico distintivo, mentre è noto che nella medesima specie o varietà dotata del carattere di bluificazione, questo può essere assente con una certa frequenza. Abbiamo osservato casi di fruttificazione di Ps. semilanceata del tutto privi del carattere di bluificazione, in particolare alle basse altitudini.

Le ricerche biochimiche riguardo Ps. callosa sono tuttora scarse; Leung e coll. (1965), identificandola come Ps. strictipes Sing. & Smith, di cui è considerata un sinonimo, vi riscontrarono la presenza di psilocibina, mentre campioni di origine centroeuropea ne sarebbero risultati privi (GARTZ 1985b). Tuttavia, le sue proprietà allucinogene sono confermate dall'uso che ne viene fatto in Nord America e in Europa quale droga psicoattiva.

Ps. cyanescens Wakef. è stata recentemente rinvenuta in habitat boschivo sull'Aspromonte, in Calabria e al Passo Lanciano, in Abruzzo (GRILLI 1990); questi ritrovamenti ne confermano una presenza stabile nel territorio italiano, sebbene la sua frequenza sembri essere rara o occasionale.

Va ricordato che la posizione tassonomica di questa ed altre specie di Psilocybe nettamente bluificanti è tuttora molto discussa; diversi micologi europei applicano attualmente questo taxa secondo l'emendamento di Krieglsteiner (1984).

Analisi chimiche hanno posto in evidenza la costante e significativa presenza degli alcaloidi psilocibinici; ad esempio, una recente indagine cromatografica effettuata su campioni d'origine europea ha evidenziato la presenza di psilocibina, psilocina e beocistina nelle rispettive quantità di 0.20-0.85%, 0.04-0.36% e 0.01-0.03% in rapporto al peso secco dei carpofori (STIJVE & KUYPER 1985).

Un'altra specie di Psilocybe presente nel nostro territorio, Ps. coprophila (Bull. ex Fr.) Kumm., di habitat tipicamente stercorale (vaccino ed equino), potrebbe essere dotata di proprietà psicoattive, seppure modeste e, forse, incostanti. Leslie & Repke (comm. pers. cit. in GUZMÀN 1983) identificarono psilocibina in campioni d'origine messicana e californiana.

Non sono state fino ad ora eseguite analisi biochimiche su campioni italiani di questa specie, così come delle altre Psilocybe la cui presenza in Italia è confermata da tempo: Ps. rhombispora (Britz.) Sacc. (= Ps. phyllogena (Peck.) Peck. ss. Guzmàn), Ps. crobula (Fr.) M. Lge ex Sing., Ps. inquilina (Fr. cx Fr.) Bres., Ps. semistriata (Peck.) Guz. (= Ps. tenax (Fr.) Kùhn. & Rom.), Ps. physaloides (Bull. cx Mérat) Quél., Ps. merdaria (Fr.) Ricken, Ps. montana (Pers. ex Fr.) Kumm, Ps. muscorum (Orton) Moser.

Il genere Panaeolus (fam. Coprinaceae) è attualmente costituito da una trentina di specie diffuse nelle zone tropicali e temperate dei due emisferi. Numerose fra queste sono caratterizzate da un habitat strettamente stercorale (sterco vaccino, equino, ovino, ma anche di ippopotamo, elefante, antilope, cervo, cane, ecc.).

Alcune specie, particolarmente quelle a diffusione tropicale, sono dotate di costanti e significative quantità di psilocibina e composti affini. Diverse altre sono da considerare come funghi dotati di potenziali ma non sempre manifeste proprietà psicoattive, poiché producono i composti psilocibinici in maniera incostante, in base a fattori non ancora chiariti. G. M. OLA'H (1968) le ha denominate specie "psilocibinico-latenti".

Si è cercato di spiegare il fenomeno di questa latenza coinvolgendo il concetto di "razze" biochimiche all'interno della specie, così come le differenze fra le caratteristiche pedologiche dei luoghi di crescita; v'è da tenere conto del fatto che queste due ipotesi non si escludono a vicenda, bensì possono risultare coimplicanti.

Nel genere Panaeolus sono stati fatti confluire a più riprese altri generi vicini quali Anellaria, Panaeolina, Copelandia, mentre vari micologi continuano a considerarli separati dal primo e con questo riuniti nella tribù delle Panaeoloideae.

In Italia sono presenti due specie di Panaeolus costantemente dotate di proprietà allucinogene (costante produzione di alcaloidi psilocibinici): Pan. subalteatus (Berk. & Br.) Sacc. e Pan. cyanescens Berk. & Br.

Pan. subalteatus, diffuso su tutto il territorio italiano, si trova alle diverse altitudini in associazione con materiale stercolare o anche nell'erba dei prati e dei pascoli.

La presenza di psilocibina è stata confermata anche in campioni originari del territorio del torinese (CERUTI SCURTI et al. 1972), mentre recenti ricerche hanno mostrato nei singoli carpofori una maggiore concentrazione di psilocibina nel cappello rispetto al gambo (GARTZ 1989a). Le quantità di alcaloidi psilocibinici riscontrate con diverse analisi equivalgono mediamente allo 0.1-0.3% del peso secco, e possono raggiungere quantità dello 0.4-0.7%. Questo fungo è utilizzato attualmente come droga psicoattiva negli Stati Uniti e in Inghilterra, dove è più frequente e con un habitat allargato ai mucchi di fieno in decomposizione (OTT 1978).

Pan. cyanescens, sinonimo di Copelandia cyanescens (Berk. & Br.) Sing., è una specie stercorale diffusa nelle regioni tropicali, ma nel 1965 la sua presenza a Ménton, località della Francia meridionale, fu causa di un'intossicazione collettiva accidentale.

I raccoglitori vittime dell'intossicazione l'avevano, ritrovata su sterco di cavalli da corsa importati da zone tropicali (HEIM et al. 1966). Si pensò, dunque, ad una sua presenza occasionale in Europa; eppure, nel 1972 fu nuovamente individuata in Italia nella provincia di Torino (FIUSSELLO & CERUTI SCURTI 1972).

È possibile che la sua presenza in Europa vada oltre l'occasionalità in precedenza supposta e che il fungo abbia trovato nei pascoli equini una più stabile diffusione. I carpofori sono fortemente soggetti al fenomeno della bluificazione e hanno mostrato contenere psilocibina e psilocina in quantità comprese fra lo 0.2 e l'1.2% del peso secco.

Fra le altre specie di Panaeolus diffuse in Italia (lungo tutto il territorio e alle diverse altitudini ove vi sia presenza di pascoli vaccini o equini) sono da considerare psilocibinico-latenti le seguenti: Pan. ater (Lange) Kühn. & Rom., Pan. campanulatus (Fr.) Quél., Pan. fimicola (Fr.) Quél., Pan. foenisecii (Fr.) Kühn., Pan. retirugis Fr. e Pan. sphinctrinus (Fr.) Quél.

In base alla sistemazione chimio-tassonomica di G. M. OLA'H (1968), Pan. ater era stato incluso fra i Panaeolus costantemente produttori di psilocibina; recenti risultati negativi ottenuti da T. Stijve (1987) lo farebbero includere fra quelli psilocibinico-latenti.

Il medesimo ricercatore, a seguito di una serie di ricerche negative effettuate su sedici campioni europei di Pan. foenisecii, ha messo in dubbio il fatto che questa specie sia in grado di produrre psilocibina, chiamando in causa una ben poco probabile e ripetuta confusione tassonomica degli autori che lo hanno preceduto (STIJVE et al. 1984).

Questo fungo si differenzia dagli altri Panaeolus per avere le lamelle di colorazione marrognola invece che nerastra e all'osservazione microscopica le spore appaiono ricoperte di piccole verruche, prive in quelle delle congeneri.

Come nota di aggiornamento, va ricordata un'ennesima indagine negativa su Pan. campanulatus (GARTZ 1985a), fungo piuttosto frequente in Italia, la cui potenzialità allucinogenica sembra essere ovunque molto bassa. Si ha notizia di un suo uso come droga psicoattiva in California, mediante ingestione di 40-50 carpofori.

Sempre negli Stati Uniti, nello stato dell'Oregon, Pan. sphinctrinus, affine nell'aspetto e nell'habitat alla specie precedente, viene consumato in quantità di 250 carpofori (GUZMÀN et al. 1976). Entrambe le specie sono frequenti in Italia. Ricordiamo che quasi tutti i Panaeolus producono anche significative quantità di urea e di triptofano.

Pan. semiovatus (Fr.) Lund. & Nam. (= Anellaria semiovata (Fr. ex. Sow.) Pears. & Denn), comune fungo stercorale considerato il "gigante" fra i Panaeolus e innocuo sebbene non edule per il suo habitat, ha mostrato in un singolo caso statunitense contenere psilocibina (STAMETS 1978).

Da quanto esposto appare evidente come la demarcazione fra specie psilocibiniche, psilocibinico-latenti e non-psilocibiniche risulti un po' rigida, al punto da diventare in alcuni casi inadeguata. Si potrebbero considerare tutti i Panaeolus funghi "potenzialmente allucinogeni" e valutarli in base al loro nullo, basso o elevato potenziale allucinogeno.

Alla stessa famiglia delle Coprinaceae appartiene Psathyrella candolleana (Fr.) A. H. Smith, fungo dei boschi di latifoglie, diffuso in diverse regioni geografiche.

Campioni di origine giapponese hanno mostrato contenere psilocibina in quantità dello 0.08-0.15% del peso secco (K0IKE et a. 1981). Campioni italiani raccolti nel torinese ne sono risultati privi (FIUSSELLO & CERUTI SCURTI 1972), ma ulteriori analisi effettuate su campioni europei hanno confermato il potenziale allucinogeno di questa specie, il quale parrebbe più elevato in Giappone che in Europa (GARTZ 1986b, OHENOJA et al. 1987, STIJVE & KUYPER 1988).

Nel genere Mycena (fam. Marasmiaceae) va ricordata Mycena pura Pers. ex Fr., specie molto comune dei sottoboschi italiani di conifere e di latifoglie, di facile riconoscimento per la sua taglia relativamente grande (nel genere) e per il caratteristico odore rafanoide. Sebbene sia diffusamente considerato commestibile e utilizzato come tale, questo fungo è noto da lunga data per provocare occasionalmente delle neurointossicazioni a carattere allucinatorio.

Una di queste, indotta dall'ingestione dit 10 carpofori, è stata descritta con notevole precisione clinica dalla stessa vittima dell'intossicazione, il micologo Oliver Daillant (cit. in GIACOMONI 1984a).

I principali sintomi riportati sono stati: iperpercezione dei colori e impressione di irrealtà, disturbi del sonno, disturbi epatici, anoressia, crisi tachicardiache, variabilità emotiva. Il soggetto paragonò il suo stato mentale a quello indotto dall'LSD. La durata dell'intossicazione coprì un arco di tempo estremamente lungo, oltre 3 mesi, durante il quale sopraggiunsero complicazioni psicologiche con sintomi di angoscia e agorafobia; la risoluzione completa sopraggiunse solo a seguito di trattamenti medicinali e psicoterapeutici. Lo stesso autore riconobbe il fatto che a quel tempo si stava trovando in condizioni psicologiche sfavorevoli, con stati di preoccupazione e di stress che avrebbero determinato un "terreno" adatto per lo sviluppo dei gravi e prolungati effetti psicotici collaterali.

Gli altri casi di intossicazione da M. pura hanno più semplicemente causato "allucinazioni colorate e qualche manifestazione psicotropa" (HEIM 1963). In una recente riunione del Comitato Scientifico G. Bresadola (Trento), uno dei partecipanti riportò una sua personale esperienza: dopo aver fumato alcuni esemplari essiccati di M. pura, egli entrò in un breve stato di completa perdita della coscienza, al quale non seguirono altri sintomi particolari (rip. in FESTI 1985, p. 214).

Dal punto di vista chimico, i dati non sono ancora chiari. Le analisi per i composti psilocibinici si sono mostrate a più riprese negative, ma va ricordato che Albert Hofmann rilevò la presenza di tracce di composti indolici non meglio identificati (HEIM 1963), mentre Alain Gerault trovò composti indolici in elevate concentrazioni (rip. in GIACOMONI 1984a).

In questo fungo sono pure presenti basse concentrazioni di muscarina (STADELMANN et al. 1976) e diversi aminoacidi di tipo insolito (HATANAKA & KATAYAMA 1975; HATANAKA & TAKISHIMA 1977). Recentemente, Van Haluwy, della facoltà di farmacia di Lille, avrebbe isolato da M pura i composti responsabili della sua attività psicoattiva (risultati in corso di pubblicazione, rip. in GIACOMONI 1989, p. 45).

Sempre riguardo a M. pura, v'è da tenere conto del fatto che si riconoscono diverse forme e varietà di questo fungo, le quali si caratterizzano in particolare per il tipo di colorazione dei carpofori; è dunque possibile che queste differenze tassonomiche si rispecchino a livello biochimico nella capacità o meno di metabolizzare i principi attivi. Purtroppo, nelle analisi chimiche così come nelle intossicazioni psicotrope fino ad ora riportate, non sembra sia stata messa in evidenza una più precisa diversificazione tassonomica dei carpofori coinvolti.

Nel genere Mycena è presente un gruppo di funghi di esili dimensioni e bluificanti alla base del gambo, riuniti da Kühner (1983) nella sez. Cyanescentes, le cui eventuali proprietà allucinogene sono da accertare; Mycena amicta (Fr.) Quél. (= M. calorhiza Bres. ss. Bres., 1881), cresce nei sottoboschi di conifere alla base dei tronchi ed è caratterizzata da un lungo gambo radicante, con la radichetta basale obliqua e nettamente bluificante all'estrazione dal terreno; M cyanorhiza Quél. e M. cyanipes Godey (= M. cyanescens Vel.), meno frequenti della precedente ma presenti in Italia, bluificano entrambe alla base del gambo e a volte anche sul bordo del cappello.

Rimangono dubbie le proprietà psicoattive di Rickenella fibula (Bull. ex Fr.) Railth (= Gerronema fibula (Bull. ex Fr.) Singer), della famiglia delle Tricholomaceae, piccolo fungo dal caratteristico cappello ombelicato e di colore giallo arancio brillante, non bluificante, che cresce con una certa frequenza nel muschio e tra l'erba bassa delle aree erbose. Analisi chimiche condotte su carpofori di questa specie e della congenere nordeuropea R. swartzii (Fr) Kuyp. hanno dato risultati sia positivi (GARTZ 1986b) che negativi (STJVE & KUIPER 1988) per la presenza di psilocibina.

Dal punto di vista chimio-tassonomico, ricordiamo che nella medesima famiglia delle Tricholomaceae tre specie giapponesi del genere Tricholoma producono acido diidroibotenico, un derivato isossazolico altrimenti chiamato acido tricholomico, eccitante dei neuroni centrali e dotato di proprietà psicoattive alla pari dei composti affini isolati da A. muscaria (CHILTON 1978).

La famiglia delle Cortinariaceae si sta mostrando sempre più interessante riguardo alla ricerca di nuovi funghi ad azione psicotropa.

Inocybe aeruginascens Bados, specie centroeuropea che non sembra presente in Italia, ha mostrato produrre in maniera costante elevate quantità di psilocibina e psilocina, oltre ad una contemporanea e costante assenza di muscarina (GARTZ 1986c), comune tossina del genere. Questi dati, insieme ad alcune autosperimentazioni (GARTZ, comm. pers.), inducono con certezza ad inserire questa specie fra quelle allucinogene.

Negli ultimi anni sono stati riportati 21 casi di intossicazione accidentale con questo fungo in Germania e in Ungheria, a causa di alcune sue rassomiglianze con la specie edule Marasmius oreades (Bolt. ex Fr.) Fr. Inoltre, un nuovo alcaloide a struttura indolica, l'aeruginascina, è stato isolato da I. aeruginascens in quantità dello 0.14-0.35% del peso secco; questo nuovo composto parrebbe influire sull'azione farmacologica del fungo producendo un effetto di euforia (GARTZ 1989b).

Ulteriori specie del genere Inocybe hanno mostrato produrre i composti psilocibinici; di queste sono presenti in Italia: I. calamistrata (Fr.) Gill., caratterizzata dal cappello ricoperto di irte fibrille e da una colorazione blu-verdastra alla base del gambo, cresce in gruppi sul terreno dei boschi di conifere e misti di montagna; I. corydalina Quél., con una caratteristica colorazione verdastra sull'umbone del cappello, cresce net boschi, particolarmente di faggio e di quercia, su terreno calcareo; I. haemacta Berk. & Br., con il cappello di colore grigio-bruno la cui carne vira al rosso, cresce nei boschi di latifoglie e di conifere. In tutte e tre le specie sono state ritrovate psilocibina e beocistina.

In I. hamacta la quantità di psilocibina è risultata dello 0.17% del peso secco; con molta probabilità si tratta quindi di un fungo allucinogeno (GARTZ 1986b; STIJVE & KUYPER 1985).

Alcune specie di Gymnopilus (Cortinariaceae) nordamericane ed europee hanno mostrato produrre psilocibina (HATFIELD et al. 1978) e/o altri interessanti composti non azotati, dotati di attività psicofarmacologica, identificati come derivati dello stirilpirone.

Alcune di queste specie, bluificanti, contengono gli alcaloidi psilocibinici in quantità dello 0.12-0.33% p.s., sufficienti per poterle considerare con certezza funghi allucinogeni. Queste specie in Italia non sono presenti, ad eccezione fatta per G. fulgens (Favre & Maire) Sing. (= Nauclea cerodes (Fr.) Kummer & Lange), che cresce negli sfagni, per il quale tuttavia i risultati delle analisi per la presenza di psilocibina sono contraddittori (STIJVE & KUYPER 1988).

G. spectabilis (Fr.) Sing. (= Pholiota spectabilis (Fr.) Gill.), fungo di discreta taglia che cresce cespitoso alla base dei tronchi nei boschi di latifoglie e di conifere, è diffuso in maniera infrequente a quasi tutte le latitudini del territorio italiano.

Presente anche in Nord America e in Asia orientale, ha provocato varie intossicazioni di natura psicotropa e in alcune regioni è considerato un potente fungo allucinogeno. In Giappone è chiamato maitake ("fungo che fa danzare") o ohwaraitake ("fungo che fa ridere"), nomi che già etimologicamente dimostrano la conoscenza radicata presso le popolazioni locali delle sue proprietà psicoattive, attestate sin dall'XI secolo d.C. (SCHLEIFFER 1979). I giapponesi ritengono che se qualcuno ne mangia, scoppierà in risate senza riuscire a contenersi.

Si tratta di un fungo dalle diversificate capacità biosintetiche; in Nordamerica (USA) produce in maniera incostante psilocibina (HATFIELD et al. 1978) e bis-noriangonina (HATFIELD & BRADY 1968), un pigmento derivato dello stirilpirone. Quest'ultimo è strettamente imparentato con composti presenti nel kava, bevanda inebriante ricavata dalla pianta piperacea Piper methysticum Forst. diffusa in Indonesia e in Oceania.

Questi derivati della iangonina (yangona è il nome popolare con il quale viene denominata la pianta) possiedono proprietà psicofarmacologiche e sono stati considerati i principali responsabili degli effetti inebrianti della bevanda; alcuni sono dotati di attività analgesica (BUCKLEY et al. 1979; BRÙGGEMANN & MEYER 1963).

Esiste qualche possibilità che la bis-noriangonina ritrovata in G. spectabilis contribuisca ai suoi effetti allucinogeni. Campioni giapponesi hanno mostrato contenere principi amari della classe dei poliisoprenepolioli (AOYAGI et al. 1983; NOZOE et. al. 1983) e un decadinetriolo (HASHIMOTO et al. 1989), le cui proprietà farmacologiche non sono note.

In Europa questa specie è considerata generalmente innocua, sebbene non edule per il suo sapore amaro. Le analisi relative alla psilocibina hanno fornito risultati contraddittori, ma si è anche fatto notare che la forte attività enzimatica di questo fungo contribuisce a un rapido degrado degli alcaloidi psilocibinici (GIACOMONI 1984b) e ciò potrebbe essere vero anche per altre specie di funghi, il che spiegherebbe i risultati contraddittori di numerose analisi.

Il fatto che G. spectabilis possieda anche nel nostro territorio proprietà psicofarmacologiche, magari nascoste dal suo sapore amaro che ne ostacola l'esperienza umana, pure accidentale, resta da accertare.

Pure in Pholiota squarroso-adiposa Lge., presente in Italia nei sottoboschi di latifoglie, è stata individuata bis-noriangonina (OTT 1979).

Un altro fungo dal forte sapore amaro e appartenente alla stessa famiglia delle Cortinariaceae, Cortinarius infractus (Pers. ex Fr.) Fr., diffuso e non raro in Italia nei boschi di latifoglie e di conifere, ha mostrato contenere alcaloidi ß-carbolinici in significative quantità (0.21% p.s.), ritenuti responsabili delle proprietà amare (STEGLICH et al. 1984).

Dall'osservazione dell'affinità di questi composti (infractina, 6-idrossiinfractina e infractopicrina) con l'armalina, dotata questa di proprietà psicoattive, v'è chi ha affermato con certezza (a nostro avviso in maniera eccessivamente e pericolosamente definitiva) che si tratta di un fungo allucinogeno (AZÉMA 1987). Si deve ricordare che nel genere Cortinarius è diffusa la presenza di composti tossici affini all'orellanina (HOILAND 1983; TEBBETT et al. 1983) e nonostante questi composti siano stati ritrovati in tracce nel C. infractus, questo fungo è da considerare "potenzialmente tossico" ancor prima che "sicuramente allucinogeno".

Armalina e composti affini, dotati di attività MAO-inibitrice, sono presenti, ad esempio, nella bevanda allucinogena amazzonica ayahuasca (o yajé), assieme a triptamine allucinogene (DMT) e l'effetto MAO-inibitore, dal quale consegue la possibilità di assorbimento delle triptamine sostituite, sembra giocare un ruolo chiave sugli effetti della bevanda (MCKENNA et al. 1984).

Va detto che le proprietà allucinogene dell'armalina assunta da sola non sono state ancora definitivamente dimostrate e che le sue proprietà farmacologiche non sono automaticamente da considerare comuni agli altri composti appartenenti al folto gruppo delle ß-carboline.

Resta il fatto che la presenza di questi composti fra i Basidiomiceti è rara. Coriolus maximus (Mont.) Murrill (Polyporaceae), fungo giapponese, è risultato produttore di armano (TAKEUCHI et al. 1973, cit. in STEGLICH et al. 1984), mentre piccole quantità di un differente derivato ß-carbolino sono state ritrovate in A. muscaria (Amanitaceae) (MATSUMOTO et al. 1969, cit. in STEGLICH et al. 1984).

Alcune specie del genere Pluteus (fam. Pluteaceae) producono alcaloidi psilocibinici. Fra queste, P. salicinus (Pers. ex Fr.) Kummer è presente in Italia, dove cresce sui tronchi di caducifoglie, in particolare di salice, ontano e faggio.

Bluifica al tocco o con l'invecchiamento sia sul cappello che alla base del gambo e le lamelle mature possiedono una tinta rosea come tutte le specie del genere. Come dimostrato da diverse analisi chimiche, si tratta di un fungo certamente allucinogeno, in grado di produrre psilocibina e psilocina in quantità che possono raggiungere lo 0.3-1.1% del p.s. Nel cappello è stata ritrovata urea in significative quantità (SAUPE 1981; HOILAND et al. 1984; CHRISTIANSEN et al. 1984; STIJVE & KUYPER 1985; STIJVE & BONNARD 1986; GARTZ 1987; OHENOJA et al. 1987).

In precedenza (GITTI et al. 1983) avevamo posto l'attenzione su Pl. cyanopus (Quél.) Métr., quale possibile fungo allucinogeno psilocibinico, anch'esso bluificante al tocco e la cui presenza nel Trentino fu registrata da SACCARDO (1915).

I composti psilocibinici sono stati ritrovati in alcune specie di Agrocybe e Conocybe (fam. Bolbitiaceae), ma nessuna di queste è presente nel nostro territorio.

La grande famiglia dei funghi lignicoli cosiddetti "a mensola" (fam. Polyporaceae) potrebbe presentare delle sorprese riguardo agli effetti psicoattivi di alcune specie. Un insieme di dati, per lo più poco significativi se mantenuti isolati, di carattere sia etnografico che biochimico-farmacologico, inducono a ipotizzare la presenza di funghi a mensola dotati di un qualche effetto psicoattivo. Questi funghi crescono sui ceppi e sui rami caduti degli alberi, e anche direttamente sul tronco degli alberi vivi, a diverse altezze e possono raggiungere grandi dimensioni.

I dati tossicologici su questo folto gruppo di funghi sono scarsi e ciò è dovuto in buona parte al fatto che si tratta generalmente di funghi coriacei e dai sapori spiacevoli, ovvero non ricercati dai raccoglitori di specie eduli, con poca probabilità, quindi, che possano provocare eventuali intossicazioni.

Ricordiamo, inoltre, che Plinio (prima metà del I secolo d.C.) denominava col termine fungus esclusivamente i funghi che stanno attaccati ai tronchi, a differenza di quelli che crescono sul terreno denominati col termine generico di boletus, e che la sezione botanica della sua opera enciclopedica Historia Naturalis è costellata da numerosi riferimenti ad antidoti vegetali contro le intossicazioni causate da questo tipo di funghi (intossicazioni allora apparentemente più frequenti di oggi).

Il fungo dell'esca, Fomes fomentarius (L. ex Fr.) Lickx, utilizzato sin dai tempi antichi per alimentare il fuoco, e Phellinus igniarius (L. ex Fr.) Quél. (= E. igniarius (L. ex Fr.) Gill.) parrebbero essere utilizzati in Alaska per le loro proprietà narcotiche, spesso fumati o inalati in combinazione col tabacco (Nicotiana sp.) (OTT 1978).

I medesimi funghi erano utilizzati come polveri da fiuto presso gli Ostiachi della Siberia (THOEN 1982), una popolazione già nota dai resoconti etnografici dei secoli scorsi per l'impiego del fungo muscario come inebriante.

Presso differenti popolazioni dell'America settentrionale alcune specie di poliporacee non meglio identificate sono ridotte in cenere e questa viene consumata da sola o mescolata col tabacco da masticare, con lo scopo di renderlo più forte. Presso gli indiani Salish, i giovani di sesso maschile Thompson si strofinavano il corpo con Polyporus abietinus per aumentare la loro forza (LÉVISTRAUSS 1960).

V'è tuttavia da notare che numerosi sono i preparati vegetali che l'uomo ha adottato nelle miscele di tabacco e che non tutti sono dotati di proprietà psicofarmacologiche, così come molti sono utilizzati come "rinforzanti" dell'effetto del tabacco, privi di effetti se assunti isolatamente.

In Italia, come in altre parti del mondo, questi funghi sono considerati non commestibili. In Ph. igniarius è stata isolata ispidina, un altro derivato dello stirilpirone del gruppo della iangonina, probabilmente dotato anch'esso di una qualche azione sul SNC (cfr. CERUTI & CERUTI 1986).

Ispidina e bis-noriangonina sono contenuti in altri due Polyporus presenti in Italia: P. hispidus Bull. ex Fr. (= Inonotus hispidus (Bull. ex Fr.) Karst), che cresce con una certa frequenza sui frassini, ma anche su olmi, meli e noci, e P. schweinitzii Fr. (= Phaeolus schweinitzii (Fr.) Pat.), che cresce più occasionalmente sulle zone radicali di conifere (BULOCK et al., 1962; WEST et al. 1974).

Ciò detto, non bisogna dedurre che le specie trattate siano allucinogene e neanche potenzialmente allucinogene, bensì il fatto che nei generi Fomes, Polyporus e altre Polyporaceae parrebbero esservi dei funghi dotati di una probabile azione sul SNC, le cui posizioni tassonomiche e caratteristiche biochimico-farmacologiche non sono ancora sufficientemente focalizzate. E' stato riportato il tentativo da parte di "hippy" di fumare polveri di poliporacee per ricercarne effetti inebrianti, un fatto giustamente ritenuto pericoloso, essendo pressoché ignota la tossicologia di questa grande famiglia di funghi (GIACOMONI 1989, p. 46).

Rimangono da citare le specie allucinogene del genere Amanita (fam. Amanitaceae), in particolare A. muscaria (L. ex Fr.), l'agarico allucinogeno per eccellenza, il cui rapporto con l'uomo ha lasciato testimonianze datanti fin dalla preistoria di differenti zone del globo.

Gli studi di R. Gordon e V. Pavlovna Wasson hanno evidenziato come il "complesso dell'Agarico muscario", ovvero quel particolare sistema cognitivo e simbolico che l'uomo ha sviluppato attorno a questo fungo sia distribuito in Eurasia e nell'America del Nord e Centrale e origini dall'antica cultura dei raccoglitori di cibo (WASSON & WASSON 1957).

In effetti, quante volte sarà potuto accadere che cacciatori del paleolitico, inseguendo branchi di quadrupedi nelle immense foreste di quei tempi, si siano ritrovati affamati, alla ricerca di qualche radice, frutto o fungo per affievolire i morsi della fame... e il fungo muscario, dal bel cappello rosso cosparso di verruche bianche, è uno dei funghi più vistosi dei boschi.

L'uso religioso e sciamanico-terapeutico di questo fungo ha lasciato tracce nei reperti archeologici: nell'arte rupestre neolitica dell'estrema Siberia orientale, così come in quella dell'età del Bronzo scandinava e in quella con caratteristiche già indoeuropee di Monte Bego, nella Francia meridionale, e anche in oggetti e nei codici precolombiani Maya del Guatemala, sono rappresentate immagini di A. muscaria in contesti di indubbio carattere religioso.

In base a recenti studi, la sua immagine parrebbe essere raffigurata in documenti pertinenti alle antiche culture europee (LOWY 1972; KAPLAN 1975; SAMORINI 1990, 1992). Ricordiamo, ancora, il significativo affresco dell'Abbazia di Plaincourant (XIII secolo), località della Francia centrale, nel quale l'agarico muscario è nitidamente rappresentato fra Adamo ed Eva a simboleggiare l'albero del frutto proibito, con il serpente che vi si attorciglia attorno (WASSON 1967).

Nota è l'ipotesi avanzata dallo stesso WASSON (1967) che identifica questo fungo con il Soma vedico, al contempo bevanda inebriante dell'immortalità e potente divinità di quell'antica religione insediatasi in India nel contesto delle migrazioni delle culture indoeuropee.

Con uno sguardo più generale, la cultura proto-indoeuropea di origine nordasiatica dalla quale presero movimento le diverse ondate di popolazioni verso la Grecia, la Germania, così come l'Iran e l'India, portava già in sé la conoscenza e il culto del fungo muscario; è dunque probabile che tale conoscenza si sia conservata nelle epoche posteriori presso le civiltà che si costituirono dall'impatto fra i popoli indoeuropei e quelli autoctoni.

Il fungo muscario continua ad essere oggetto di attento studio etnomicologico, nei suoi aspetti antropologici, etnografici e folclorici (cfr. es. FERICGLA 1985; CALVETTI 1986; SAAR 1991).

L'A. muscaria cresce nei boschi di latifoglie e di aghifoglie, alberi coi quali intrattiene obbligati rapporti micorrizzici; sono riconosciute differenti varietà o forme della specie tipo. Di taglia grossa, con un evidente anello sul gambo e il cappello color rosso vivo cosparso di verruche bianche, risulta inconfondibile, o confondibile tutt'al più con A. pantherina (DC. ex Fr.) Secr., dotata di affini proprietà allucinogene.

Entrambe le specie sono state e continuano ad essere causa di intossicazioni accidentali occasionali, episodi che si verificano anche nel nostro territorio. La quasi totalità dei casi si risolve positivamente, ma in letteratura viene riferito il caso di un bambino di 5 anni (Germania, 1975) deceduto per arresto cardiaco a seguito della sua ingestione, e alcuni casi mortali sono attribuiti a A. pantherina (D'ANTUONO & TOMASI 1988).

Va notato che questi rari casi non riguardano mai le intossicazioni "volontarie", ovvero quelle non dovute ai fini culinari. E' probabile che il tipo di contesto cognitivo che avvolge l'esperienza fungina eserciti un'influenza sulla diversificazione delle "sintomatologie" prodotte.

Tuttavia, negli attuali ambienti giovanili che fanno uso di funghi allucinogeni, Italia compresa, queste Amanite sono raramente utilizzate e ciò vale ancor più per l'Italia che per l'Europa settentrionale e l'America del Nord.

Il potenziale allucinogeno dell'Agarico muscario dipende, oltre che dalle onnipresenti variabili soggettive, da variabili quali il periodo di fruttificazione, l'altitudine e la latitudine di crescita, le diverse parti del fungo assunte. In effetti, le analisi chimiche hanno dimostrato un'elevata variabilità nella concentrazione dei principi attivi fra i diversi carpofori e nelle diverse parti del singolo carpoforo.

L'essiccazione del fungo prima della sua consumazione, preferibilmente solo la porzione del cappello, parrebbe un fattore essenziale ai fini di potenziare gli effetti allucinogeni e di ridurre quelle sensazioni di nausea che accompagnano i primi momenti dell'esperienza. La quantità di agarico muscario utilizzata è variabile: nell'uso giovanile attuale vengono consumati 1-3 cappelli, mentre gli sciamani siberiani ne consumavano sino a 7-10 per effettuare i loro viaggi nell'al di là.

I primi effetti sopravvengono da un quarto d'ora ad un'ora dopo l'ingestione e sono accompagnati da vertigini, nausea e tremori, sintomi spiacevoli solitamente di lieve entità e che comunque si risolvono nel giro di 30-60 minuti, lasciando il posto agli effetti più probabilmente psichici, i quali si prolungano per alcune ore. Come conclusione subentra un sonno profondo. Permane una buona memoria dell'esperienza.

L'Agarico muscario è anche fumato per conseguire degli effetti psichici, i quali in tal modo si manifesterebbero durante il sonno, influenzando i sogni. In Nordamerica la pellicola rossa della superficie del cappello, ove è ritenuto sia concentrata la maggior parte dei principi attivi, viene fatta seccare e quindi fumata (OTT 1978).

Si hanno notizie in Italia di consumazioni di A. muscaria, sia in qualità di fungo edule che di fungo allucinogeno, che non hanno provocato alcun effetto psicoattivo. CAVARA (1897) ne riferì l'uso in alcune zone della Toscana a seguito di un lungo trattamento. GIACOM!NI (1947) riportò il suo utilizzo culinario nel bresciano previ semplici trattamenti (conservazione in salamoia dopo breve bollitura e lunga sgocciolatura). Lo stesso Autore riferisce che durante la seconda guerra mondiale i soldati italiani ne mangiavano spesso senza inconvenienti.

I principali composti attivi sono rappresentati in entrambe le Amanite dagli alcaloidi acido ibotenico e muscimolo, con struttura isossazolica. In campioni europei di A. muscaria è stato identificato anche muscazone. Il muscimolo si forma principalmente per decomposizione dell'acido ibotenico durante l'essiccazione del fungo. Questi alcaloidi sono presenti in A. muscaria in quantità dello 0.1-0.2% del p.s., e in A. pantherina dello 0.4%. Il muscazone è farmacologicamente meno attivo e presente a più basse concentrazioni.

In A. pantherina è stato rinvenuto un ulteriore alcaloide isossazolico, la pantherina, la cui struttura chimica è stata identificata solo di recente (YAEKO et al. 1985). Sempre nel fungo muscario è stato identificato un alcaloide ß-carbolino, con concentrazioni troppo basse per ipotizzarne un'influenza sull'effetto farmacologico totale, e un derivato aminoacidico, R-4-idrossi-pirrolidon-(2), il quale possederebbe un'azione narcotico-resistente (MATSUMOTO et al. 1969).

In entrambe le specie sono stati pure identificati gli acidi stizolobico e stizolobinico, aminoacidi le cui caratteristiche farmacologiche non sembra siano a tutt'oggi studiate (CHILTON et al. 1974; CHILTON & OTT 1976). Infine, va ricordato che il primo composto isolato da A. muscaria fu la muscarina e per lungo tempo fu ritenuta responsabile degli effetti del fungo, ma le bassissime concentrazioni in cui si presenta (0.00025% del peso fresco) non permettono di considerarla influente (EUGSTER 1956; STADELMANN et al. 1976).

A. pantherina, meno frequente dell'A. muscaria e che cresce nei boschi di latifoglie e più saltuariamente di conifere, preferibilmente su terreno calcareo, possiede maggiori effetti psicoattivi ed anche maggiori effetti tossici. Nel topo di laboratorio gli estratti del fungo hanno mostrato, oltre all'azione sul sistema nervoso, una certa tossicità per i reni (YAMAHURA & CHANG 1988). Nelle regioni Nord-occidentali degli Stati Uniti questa specie è preferita all'Agarico muscario per conseguire effetti allucinogeni (OTT 1978).

A. gemmata (Fr.) Gill. (= A. junquillea Quél.) cresce nel nostro territorio sotto boschi di aghifoglie e latifoglie, con fruttificazione principalmente primaverile; i risultati di diverse analisi chimiche sono discordi riguardo alla presenza di alcaloidi isossazolici (CHILTON & OTT 1976; BENEDICT et al. 1976).

Va ricordato, dal punto di vista delle possibili interpretazioni chimio-tassonomiche, che di questa specie sono riconosciute diverse varietà e forme (var. amici (Gill.) Gilb. e fm. gracilis (Gill.) Konth. & Maubl.). Si tratta comunque di un fungo da guardare con un certo sospetto; recentemente, sono stati riportati alcuni casi di decesso provocati da questa specie in Cile e negli Stati Uniti (MEIU0 & TRAVERSO 1983).

A. solitaria (Bull. ex Fr.) Secr. (= A. strobiliformis (Vitt.) Quél.), specie rara che cresce per lo più solitaria nei pressi dei boschi di latifoglie, in particolare su suolo calcareo; è generalmente considerata edule, sebbene ne sia sconsigliata la raccolta a causa della possibile confusione con altre specie tossiche.

Esami biochimici effettuati su campioni nordamericani hanno evidenziato la presenza di aminoacidi relazionati biogeneticamente con gli alcaloidi isossazolici, l'acido solitarico e la solitarina.

L'acido solitarico (acido 2-ammino-4,5-essadienoico), presente in quantità dello 0.1% p.s., si è mostrato tossico nei topi di laboratorio. La sua bassa concentrazione e la rarità del fungo renderebbero improbabile l'intossicazione acuta con una singola consumazione (CHILT0N et al. 1973).

In letteratura sono frequentemente citate come probabili funghi allucinogeni altre due specie di Amanita, A. citrina Schaeff. ex Fr. e A. porphyria (Fr.) Secr., diffuse anche in Italia.

La prima è comune nei boschi di latifoglie e di conifere lungo i versanti alpini e quelli appenninici; gregaria a piccoli gruppi, è caratterizzata da una generale colorazione gialla citrina. La seconda, meno comune, cresce solitaria nei boschi di aghifoglie. Entrambe sono generalmente considerate innocue o eduli.

Diverse analisi chimiche hanno mostrato la presenza dei derivati triptaminici serotonina, bufotenina, dimetiltriptamina (DMT) e affini (TYLER 1961; TYLER & GRÖGER 1964; ANDARY et a1. 1978; BEUTLER & VERGEER 1980). In campioni di A. citrina raccolti in Svizzera le concentrazioni di bufotenina nelle diverse parti del fungo sono risultate essere: 0.8% nel cappello, 1.5% nel gambo, 0.065% nel bulbo (STIJVE 1979).

Dal punto di vista farmacologico gli unici composti che possono essere considerati dotati di proprietà allucinogene sono DMT e affini, presenti in concentrazioni troppo basse; la bufotenina, dopo qualche originario rapporto contraddittorio, non ha mostrato possedere azione sul SNC umano, sia assunta oralmente che per via indovenosa o intramuscolare; parrebbe attiva solo quando è in presenza di un MAO-inibitore, ad esempio (un esempio non casuale) un alcaloide ß-carbolino. In effetti, v'è da tenere conto che l'introduzione orale di queste triptamine ne vanifica gli effetti, poiché sono distrutte dagli enzimi mono ammino ossidasi presenti nel sistema gastro-intestinale umano.

Alcune popolazioni aborigene dell'America del Sud hanno appreso a utilizzare come allucinogeno il baccello polverizzato di alcune specie di leguminose (Piptadenia spp.) in cui sono contenuti questi stessi composti (DMT e affini); essi non l'ingeriscono, bensì lo introducono per via nasale o lo fumano assieme al tabacco (SCHULTES & HOFMANN 1983).

L'eventuale potere psicotropo di queste Amanite, già dubbio per le basse concentrazioni dei principi attivi, potrebbe dunque manifestarsi solo inalando o fumando i carpofori secchi polverizzati (BENEDICT 1972).


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