Avvelenamento coll'atropina

G. Ruspini

Annali di Chimica Applicata alla Medicina, vol. 41 (3° s.), pp. 354-356, 1865

Il fatto che sono per raccontare, tolto dalla Gazzetta dei Tribunali d'Inghilterra, merita seria considerazione, perché prova quanto bisogna essere circospetti allorché si è chiamati in giudizio quali periti a pronunciarsi sulla realtà di un dato avvelenamento, ad onta che concorrano ad affermarlo tutti gli assaggi chimici.

Ecco il fatto avvenuto all'Ospizio di Devonshire (Inghilterra). - M. Charles Sprague, chirurgo, è accusato di aver tentato di avvelenare sua moglie, la sua ava e il suo avo ad Ashburton. - Il dibattimento successe a Devon. Il fatto non essendo stato provato, M. Sprague è stato messo in libertà.

I membri della famiglia Shalker avevano provato dei sintomi di avvelenamento dopo aver mangiato una pasta della quale faceva parte della carne di porco e di coniglio; gli avanzi di questa pasta sottomessi all'analisi avevano dimostrato la presenza dell'atropina, principio velenoso, come ognuno sa, della belladonna. Come mai questo veleno, così difficile a procurarsi, si trovava nella pasta? [355] Il verdetto del giurì, dichiarando Sprangue non colpevole, ha lasciata la questione indecisa.

Il dott. Ogle in una lettera indirizzata ai giornali, suggerisce la soluzione seguente:
"Che la famiglia Shalker, dice M. Ogle, sia stata avvelenata dalla belladonna è un punto che non ammette dubbio; che questo veleno fosse contenuto nel coniglio egli è ugualmente un fatto moralmente certo. Ma è egli necessario di supporre che sia stato introdotto da un essere umano? Quantunque la belladonna sia un veleno per la più parte degli animali, tuttavia il coniglio mangia di questa e d'altre piante velenose dell'istessa famiglia con una perfetta impunità. Sono ormai quaranta anni, prosegue a dire il dott. Ogle, che questa verità fu dimostrata esperimentalmente da M. Runge di Berlino. Un coniglio fu nutrito per otto gironi esclusivamente con foglie di belladonna, di giusquiamo e di stramonio, tutte piante velenose della famiglia delle Solanacee, ed in capo a questo tempo l'animale si trovava così bene come prima che ne avesse fatto uso. Non aveva neppure il minimo dilatamento della pupilla, fenomeno, che negli altri animali si vede manifestarsi al minimo assorbimento della più piccola quantità di queste piante (anche le lumache mangiano con predilezione la cicuta, e chi ne fa uso in questa condizione va soggetto ai sintomi di avvelenamento della cicuta, a meno che durante il pasto non abbia bevuto copiosamente del vino generoso)."

Se si avesse fatta una pasta, un pasticcio con la carne di questo coniglio, quelli che ne avrebbero mangiato avrebbero senza dubbio manifestati i sintomi d'avvelenamento, perché M. Runge constatò che il principio velenoso era stato assorbito nel corpo dell'animale.

La belladonna cresce precisamente nelle località che [356] amano di frequentare i conigli, nei siti ombrosi e nelle ruine deserte; la si può trovare nel mese di luglio, vale a dire nel mese nel quale l'avvelenamento che abbiamo annunciato è successo. Niente di più verosimile che il coniglio, che ha servito a questo malaugurato pranzo, abbia mangiato di questa pianta, e che le sue carni si sieno impregnate di questo principio velenoso.

E' un fatto che merita seria considerazione, e che invoglierà certo, chi si trova in considerazione favorevole, a controllare con ripetute esperienze se realmente i conigli nutriti con erbe che contengono alcaloidi narcotici, possono mangiare di questi vegetali senza soffrire detrimento, e se le loro carni contengono effettivamente dell'atropina, della cicutina, dell'aconitina, ecc.