L‘ebbrezza peyotica
(Studio sull’esperienza di Havelock Ellis)

Alexandre Rouhier

in: J.C. Bailly & J.P. Guimard (cur.), 1988,
L’esperienza allucinogena, Dedalo, Bari, pp. 69-79

Non è possibile dividere in categorie le immagini evocate nel corso della "ebbrezza divina". Al limite, le si potrebbe classificare forse tipi diversi, ciascuno dei quali, a seconda degli individui, predomina in maniera particolare durante un’intossicazione. In generale, essi sono intimamente mescolati, ed è molto raro che si escludano completamente gli uni con altri. Questa classificazione è convenzionale. Comoda per descrivere le immagini, ma non corrispondente, in realtà, all’esatto processo del fenomeno peyotico. Al primo tipo appartengono i fosfeni premonitori: immagini geometriche, caleidoscopiche, nuvolose, fluenti, vaghe o precise.

Esse hanno un carattere ornamentale e non rappresentano, nei loro dettagli, nessun oggetto determinato. All’inizio vaghe o estremamente tenui, poi diventano rapidamente più distinte. Sono spesso di breve durata. In seguito ritornano frequentemente, con qualche variante; allora sembrano annunciare, dopo un momento di pausa nella sfilata delle immagini di tipo meglio definito, il sopraggiungere di una nuova e più importante visione.

In certi casi, esse sussistono per tutta la durata dello stato di ebbrezza, più o meno attenuate e respinte in secondo piano, dove la stretta giustapposizione dei loro motivi mobili costituisce quasi un "fondale", dalla visibilità ridotta, sul quale passano immagini più luminose e più individualizzate: "schermo" di verde bronzo, agitato da rilievi imprecisi e vorticosi. Altre volte si manifestano d’un tratto con grande intensità e riempiono interamente la durata dell’esperienza.1 In questo caso esse assumono un carattere più irregolare, meno geometrico, meno stilizzato, ma non menti sontuoso, e sembrano tendere costantemente a rappresentare delle cose conosciute senza mai riuscirci.2

Rassomigliano molto alle visioni della neuroastenia, dell’isteria, dell’affaticamento, di certe emicranie, dell’emicrania oftalmica, con la differenza, constatata da Havelock Ellis, che in queste ultime, "è molto raro provare una sensazione di piacere".

Al secondo tipo corrispondono le visioni di oggetti, di figure e di scene estetizzate e poetizzate, ma un po’ deformi, che sono familiari all’osservatore o che gli sono note, e che appartengono alla parte remota della memoria cosciente. Sembra che esse dipendano molto dalle sue occupazioni abituali e che siano provocate soprattutto dalle preoccupazioni latenti.

Queste si localizzano meno che le precedenti in una fase dell’ebbrezza e si disperdono, più o meno irregolarmente, per tutta la sua durata. Isolate o in gruppo, evocano degli oggetti familiari, delle fisionomie conosciute, dei paesaggi o delle scene già viste. Uno dei soggetti di Prentiss e Morgan rivede l’America di Kirafly, che aveva visto due anni prima. Un altro intravede spontaneamente barili, pompe, ecc., che appaiono in successioni rapide. Il candeliere israelita, l’angolo dell’appartamento, la sala di un giornale, le maschere polimorfe della nostra esperienza personale; la figura femminile, la bilancia di precisione, i fiori e le piante molto definiti di M.L.; il piccolo medaglione di smalto blu, i fazzoletti, l’ombrello, il tagliacarte, le chiese russe, il treno, il volto di Tolstoj, la madre della signorina K.; le figure di padre Joseph, di Clemenceau, di Enrico IV, di Alberto I, di Leopoldo, di Beethoven, il piccolo Peyote della signora S.; le barche, gli astri e i pianeti, la croce ansata di M. T., appartengono tutte a questa classe di visioni.

Vedremo in seguito che queste non sono sempre la riproduzione esatta delle cose conosciute, ma che comportano spesso alcuni elementi di fantasia e di deformazione.

Il terzo tipo di visioni raggruppa delle immagini simili a quelle del tipo precedente, ma che non si rapportano integralmente a nessun ricordo preciso. Gli elementi che le compongono provengono molto dalle acquisizioni sensoriali e cerebrali trattenute dalla memoria conscia o inconscia, ma sono raggruppate in maniera arbitraria dall’immaginazione inconscia, senza l’intervento della facoltà logica dell’associazione, e seguendo una disposizione che raggiunge a volte il fantastico più eccessivo. Sono le visioni di questo tipo ad essere le più frequenti e a popolare quasi esclusivamente l’ebbrezza peyotica. Esse vanno dalle figure e dalle scene analoghe a quelle della vita reale, come noi le costruiamo nei nostri sogni, fino alle composizioni più impreviste, più derilanti, più hoffmanniane, come le dipinse Bosch, o come le disegnano un Louis Bailly e un Rakham.

A questa classe si ricollegano i paesaggi sconosciuti e favolosi, le bestie mostruose, gli esseri grotteschi, e i personaggi diversi la cui tipologia è a volte così marcata, da avere la precisione e l’individualità di un ritratto.

Queste visioni sono numerose nelle nostre osservazioni. Quelle di Weir Mitchell sono le più rappresentative del genere.

"Chiudendo gli occhi – egli racconta – cominciai a vedere, dopo un lungo intervallo, e per la prima volta, degli oggetti definiti associati a dei colori. Le stelle scintillavano e sparivano. La punta bianca di una pietra s’ingrandì, salendo fino ad una altezza immensa, e divenne una torre gotica, riccamente ornata da un disegno molto delicato e puro, e portava sulle sue porte o su delle mensole di pietra numerose statue già un po’ logore. Mentre guardavano con stupore, ecco che gli angoli salienti, i cornicioni e anche la superficie delle pietre, lì dove si univano, si coprirono e si rivestirono a poco a poco di grappoli che sembravano fatti di immense pietre preziose, non tagliate, alcune delle quali somigliavano a masse di frutti trasparenti. Queste masse erano di colore verde, porpora, rosso e arancio; non c’era né giallo chiaro, né blu. Sembravano tutte illuminate all’interno, e mi è assolutamente impossibile dare un’idea approssimativa dell’intensità meravigliosa e della purezza di tinta di questi sontuosi frutti colorati. Tutti i colori che ho visto sono scuri al confronto di questi. Durante la mia contemplazione, che durò abbastanza a lungo, la torre prese un’allegra tinta color topo, e tutti gli immensi ornamenti sospesi, verde smeraldo, rosso rubino e arancio, cominciarono a lasciar cadere, goccia a goccia, una lenta pioggia di colori. A questo punto, niente restava immobile. I globi colorati si spostavano tremando... Le linee architettoniche erano tutte in evoluzione e cambiavano tinta. Le figure mobili lasciavano ondeggiare lunghe file di luci vivaci, e poi, in un istante, tutto ridivenne nero.

"Dopo una sfilata senza fine di meraviglie meno belle, vidi qualcosa che mi impressionò profondamente: la cima di una gigantesca scogliera si ergeva al di sopra di un abisso di profondità inaudita. Il mio invisibile incantatore mise sul bordo l’unghia di pietra di un immenso uccello. Al di sopra di questo piede o di questa zampa pendeva un lembo di non so quale stoffa, che si srotolò e si mise a ondeggiare sulla voragine fino ad una distanza che mi sembrò rappresentare il Tempo, così come l’Immensità dello Spazio. Poi apparvero migliaia di onde color porpora, per metà trasparenti e di una ineffabile bellezza. Di tanto in tanto tenere nuvole d’oro sembravano scomparire e ondeggiare al di là delle loro sinuosità, oppure una grande luminosità le attraversava per intero. Oggetti simili a verdi uccelli si distaccarono e si gettarono, volando, nel vortice inferiore. Io vidi in seguito dei grappoli di pietre appesi in massa alle loro unghie, e mi sembrava che ce ne fossero delle moltitudini, laggiù, lontano in basso, nell’infinito del vortice nero.

"... Mi accorsi di qualche cosa che assomigliava a un negozio, con dei vasi di farmacia, ma così splendidamente verdi, rossi, porpora, che non ce ne sono di simili nelle farmacie dei paesi delle fate. Sul muraglione di sinistra, appuntato per la coda, c’era un verme scuro lungo forse cento piedi. Girava lentamente come un sole di fuoco di artificio senza provocarmi ripugnanza. Durante la sua rotazione, lunghi tentacoli, verdi e rossi, spuntavano da una parte e dall’altra. Su una panca, proprio accanto, due piccoli nani che mi sembravano di cuoio, soffiavano in lunghi tubi di vetro verde, che sembravano esseri viventi tanto il loro colore era intenso e vivo; ma è inutile cercare delle parole capaci di tradurre questi colori. I due nani sembravano stranamente massicci e vivi. La loro immagine è ancora presente nella mia memoria e mi dà l’impressione di aver visto in essi dei colori che mi erano sconosciuti e la cui varietà e strana giustapposizione erano veramente affascinanti agli occhi di chi vide nel colore qualcosa di più di quanto non veda molta altra gente".

Insomma, le visioni di questa seconda e terza categoria ricordano molto esattamente quelle del sogno normale e del delirio onirico.

Lo stesso non accade per altre visioni, più rare e abbastanza dissimili dalle precedenti, che noi raggruppiamo in una quarta categoria. Esse somigliano molto a certe manifestazioni osservate, sotto l’influenza dell’hashish, da qualche sensitivo (pittore, poeta o musicista) dal sistema nervoso particolarmente impressionabile e affinato.

Questa descrizione, per esempio, fatta da E. B. Putt, di un fenomeno mescalinico: "Mi sembrava di vedere una matassa di filo d’oro che girava e andava dalla bocca dello stomaco alla mia bocca, per ritornare di nuovo al mio stomaco, descrivendo un cerchio completo, non ricorda forse stranamente quella che Gautier dava di un fenomeno di hashish: "Mi sembrava che il mio corpo diventasse trasparente. Vedevo molto chiaramente nel mio petto la droga che avevo mangiato sotto forma di uno smeraldo da cui si distaccavano milioni di piccole scintille. Le ciglia degli occhi si allungavano all’infinito, arrotolandosi come fili d’oro su piccoli arcolai d’avorio che giravano da soli con un’impressionante rapidità. Intorno a me c’erano ruscelli e crolli di pietre di tutti i colori, ramificazioni che si rigeneravano incessantemente, che non saprei meglio paragonare se non ai giochi del caleidoscopio".

Se noi leggessimo queste due relazioni per la prima volta, senza conoscerne l’oggetto, non sarebbe forse difficile attribuirle all’uno o all’altro, o più particolarmente all’una o all’altra droga?

Il prototipo di questo genere di illusioni ci è fornito da un pittore inglese, paziente di Havelock Ellis, le cui visioni si accompagnarono a singolari fenomeni di capovolgimento sensoriale, e, a più riprese, ad altri fenomeni che assumevano uno strano carattere d’autoscopia. Questi fenomeni sono abbastanza originali perché ci sembri utile fornire larghi estratti dal resoconto dello sperimentatore.

I "mescal buttons", probabilmente molto attivi, che aveva ingerito, provocarono una vera intossicazione. Questa si manifestò attraverso crisi, durante le quali il sistema muscolare, molto colpito, non funzionava quasi più e creava grandi difficoltà di respirazione.3

"Le prime crisi furono le più violente, scrive il pittore. Cominciarono con dei formicolii agli arti inferiori e con la sensazione di un gas nauseabondo e soffocante che mi arrivava alla testa. Due o tre volte, questa sensazione si unì alla visione del gas che si infiammava attraversandomi la gola. Ma raramente avevo visioni durante le crisi; esse avevano luogo negli intervalli.

"Cominciarono con l’ingiallirsi dei colori; una volta, fu un flusso di acqua verde, brillantemente illuminata, che copriva il campo della visione e ribolliva qua e là come quando dell’acqua fresca, con tutte le bolle d’aria che contiene, è spinta in una piscina per mezzo di una pompa. Un’altra volta, mi sembrava che l’occhio girasse in una grande goccia di acqua sporca dove si muovevano milioni di piccoli esseri rassomiglianti a dei girini. Ma le prime visioni consistevano soprattutto in una successione molto rapida di arabeschi colorati, che salivano, scendevano o scivolavano sotto tutti gli angoli possibili, nel campo della visione. Sarebbe tanto difficile dare una descrizione del turbinio dell’acqua ai piedi di una cataratta, quanto descrivere il caos di colori e di disegni che segnò questo periodo.

"Allora cominciò un’altra serie di sensazioni straordinarie. Esse si manifestarono con una subitaneità stupefacente e si succedettero rapidamente. Io le riporto a caso, così come mi tornano in mente:

"1. La mia gamba destra diventò all’improvviso pesante e come solida; mi sembrava veramente che il peso intero del mio corpo si fosse spostato in un solo posto, verso la coscia e il ginocchio, e che il resto avesse perso ogni materialità.

"2. Con la subitaneità di un dolore nevralgico, mi sembrò che la parte posteriore della mia testa si aprisse ed emettesse torrenti di colori luminosi; questa sensazione fu seguita immediatamente da quella di un colpo di vento che mi passava attraverso i capelli nella stessa regione.

"3. A un certo momento, un colore, il verde, prese un gusto nella mia bocca: era dolciastro e un po’ metallico. Il blu, a sua volta, prese un sapore che ricordava il fosforo. Sono i soli colori che sembravano avere rapporti col gusto.

"4. Provai una sensazione di delizioso sollievo e di leggerezza extra-naturale nella regione frontale, poi una sensazione crescente di contrazione.

"5. Sentii cantare in una delle orecchie.

"6. Sentii una bruciatura nel palmo della mano sinistra.

"7. Ebbi come una sensazione di calore intorno agli occhi, che durò per tutto il periodo, tranne a un certo momento in cui provai un’impressione di freddo sulle palpebre, accompagnata dalla visione della palpebra grinzosa, della pelle che si staccava dalla fronte, della pelle morta, e infine del cranio".

Questi fenomeni continuarono:
"Quando avevo gli occhi chiusi, continua lo sperimentatore, la maggior parte delle visioni, dopo lo spettacolo caotico dell’inizio, rappresentavano sia delle parti, sia la totalità del mio corpo, che subiva una ridda di meravigliose trasformazioni, di metamorfosi o di colorazioni. Queste erano spessissimo di carattere comico e grottesco; spesso anche il colore era sorprendente.

"Una volta, vidi la mia gamba destra colorarsi di una delicata sfumatura di eliotropio; un’altra volta, la manica dell’abito si tramutò in una stoffa verde scuro, ornata da un disegno di passamaneria rosso, con la pistagnina bordata di nero. Appena la mia nuova manica ebbe preso forma, mi trovai io stesso con un abito completo nello stesso stile, di tipo medievale, senza che potessi dire a quale epoca precisa appartenesse. Notai che un movimento fortuito – della mano, per esempio – provocava subito la visione a colori della parte del corpo messa in gioco, la quale si trasformava a sua volta, per una transizione apparentemente naturale, in un’altra del tutto diversa.

"Così, premendo per caso le dita contro le tempie, queste si allungavano, e diventavano, crescendo, gli archi di una volta o di un tetto a forma di cupola. Ma la maggior parte delle visioni erano di natura più personale. Una volta mi capitò di portare alla bocca un cucchiaino di caffè, e, appena alzai il braccio con questa intenzione, davanti ai miei occhi chiusi, o quasi, apparve all’improvviso, con tutti i colori dell’arcobaleno, la visione di questo braccio separato dal corpo che mi serviva il caffè avendo l’aria di uscire da uno spazio oscuro ed indistinto. In un altro momento, non appena cercai di calmare una leggera nausea prendendo il biscotto che mi aveva dato Havelock Ellis, il biscotto fu circondato all’improvviso da una fiamma blu. Per un istante, lo tenni vicino alla gamba. Subito, il pantalone prese fuoco. Poi tutto il lato destro del corpo, dal piede fino alla spalla, fu avvolto da una vampata blu. Era uno spettacolo di bellezza incredibile. Ma non fu tutto. Mentre introducevo il biscotto nella bocca, si tramutò di nuovo in una massa di fuoco, dello stesso colore, e illuminò l’interno della bocca, gettando un riflesso blu sul palato. La luce che si può vedere nella Grotta Azzurra, a Capri, non è, posso affermarlo, così blu come mi sembrò essere, per un istante, l’interno della mia bocca. Fu in quel momento, quando provai una sensazione di calore e di febbre alle guance, che ebbi la più strana di tutte le visioni. Mi sembrò che la pelle del viso si restringesse al punto di non avere maggiore consistenza della carta velina, poi all’improvviso apparve ai miei occhi la visione del mio volto di carta, per metà trasparente, e dal colore un po’ rossastro. Con mio grande stupore, vidi me stesso, come se mi trovassi all’interno di una lanterna cinese, intento a guardare la camera attraverso la guancia".

I fenomeni di questa esperienza sono unici. Certamente devono molto della loro originalità alla personalità dello sperimentatore, più che alla particolare azione della droga.4

Le visioni dell’ebbrezza mescalinica non sono sempre così stupende, né così brillantemente colorate come quelle che abbiamo appena descritto.5 Tuttavia, anche quando la loro visibilità e la loro luminosità sia molto scarsa (il che avviene all’inizio e alla fine dell’intossicazione, e quando la dose di droga è stata insufficiente), o quando rappresentano delle cose banali, degli oggetti familiari o comuni, diversamente ma non brillantemente colorati, è molto raro che certi dettagli non siano rivestiti di una luce o di una tinta così splendente, la cui bellezza è così grande e la cui purezza così inconcepibile, che, per quanto piccola sia l’estensione, non può che strappare grida di ammirazione.6

I colori di queste visioni sono in effetti straordinari e indimenticabili. E’ letteralmente impossibile esprimerne l’intensità, la sontuosità, la magnificenza. Nessuno dei nostri aggettivi nella nostra lingua è capace di darne l’idea. Ci vorrebbe la penna coloristica di un Gautier o di un Goncourt per tentare di descriverli. Weir Mitchell dichiara che "non ha speranze di dipingere questo spettacolo incantato in un linguaggio che possa iniziare gli altri alla sua bellezza e al suo splendore".

E’ fantastico, ripetono gli sperimentatori. E’ pieno di luce! E’ luce viva! Questi colori sono prodigiosi: sono i colori dello spettro, intensificati come se si bagnassero in una violenta luce solare! ... Si direbbero delle acque di colori ... delle gemme irradianti la luce! ... Non vi sono bianchi che non siano "più bianchi della neve", e neri che non siano "sontuosi, profondi, vellutati".

La proprietà del colore peyotico consiste nella sua intensità intrinseca, cioè non dà una sensazione fastidiosa di abbagliamento, di accecamento, di choc retinico.7 Paragonare la sua luminosità vivace e dolce a quella di una lampada a vapori di mercurio le cui radiazioni sarebbero addolcite da un vetro appannato e colorato che nulla toglie alla loro potenza, cessando di renderle insopportabili, non è che un’approssimazione che ne tradisce l’intenso e delicato splendore.

Le immagini non sono sempre luminose in se stesse. Qualche volta, le scene sono illuminate come quelle della vita reale; altre volte da una chiarezza lunare o artificiale, come le si può vedere a teatro. Negli altri casi (soprattutto quelli in cui le immagini assumono un rilievo sorprendente), sembra che la sorgente che illumina sia come una viva proiezione luminosa che viene da dietro lo sperimentatore, sia in alto, sia di lato. Questi fa degli sforzi inconsapevoli per intravederne la sorgente, senza mai riuscirci.

Tutti i colori non sono sempre percepiti. Uno o più colori possono mancare nella serie che si manifesta: E. B. Putt, quando vede apparire i colori in una striscia lunga e larga, simile allo spettro solare, nota che vi manca l’estremità violetta, sebbene altri sperimentatori abbiano constatato generalmente la predominanza di questo colore nelle loro visioni: "Non avevo visto né del blu né del violetto, sebbene avessi percepito qualche sprazzo color porpora. Mi divertii per qualche tempo a suscitare le visioni di più colori dello spettro. Lo stesso fenomeno si riproduceva con il rosso, l’arancio, il giallo e il porpora. Ma quando cercavo di evocare sistematicamente lo spettro, constatavo che era soltanto attraverso un desiderio ripetuto e insistente che ottenevo la visione dell’estremità violetta, e soltanto in maniera poco soddisfacente e transitoria".

Di solito, tutti i colori sono percepiti, e spesso con una gamma di sfumature molto vasta. Ci sono quelli fondamentali dello spettro, e quelli, più o meno rari, più o meno ricchi, che produce la loro mistura. Noi conosciamo solo Weir Mitchell che abbia avuto la sensazione di vedere, per la prima volta, dei colori che gli erano sconosciuti.

Un altro elemento di stupore provocato dalla visione peyotica, per quanto minore sia il numero di soggetti sensibili anche in questo caso come al colore, è dovuto alla percezione acuta del disegno, della linea, del rilievo intenso delle immagini.

La modificazione che sembra portare il peyote al valore visivo e alle qualità analitiche e sintetiche dell’apparecchio ottico, di cui abbiamo già parlato, sembra influire ugualmente sul valore estetico della visione interna. Weir Mitchell sembra averlo provato, senza esservisi tuttavia fermato. Il caso della signora S.8 è particolarmente dimostrativo: costei ha sempre affermato di aver provato più piacere nell’aspetto scultoreo delle sue visioni che non nei loro colori.


Note
1 Questo fu il caso personale di Havelock Ellis, al quale, una sola volta, "delle figure umane, dal carattere fantastico e orientale, sembrarono voler apparire".

2 La descrizione di questo genere di immagini data da Havelock Ellis è così tipica, che la citiamo per intero:

"Le visioni non ricordavano mai degli oggetti familiari. Erano di una grande precisione, senza per questo avere l’aspetto di cose conosciute: vi si avvicinavano continuamente, senza mai raggiungerle. Vedevo gioielli isolati o raggruppati in tappeti spessi e superbi, a volte buttavano mille fuochi, a volte brillavano di una luce scura e magnifica. Poi si trasformavano davanti ai miei occhi, assumendo forme di fiori, che divenivano sontuose farfalle, o ali scintillanti iridate e fibrose di insetti meravigliosi. A volte, avevo anche l’impressione di guardare all’interno di un immenso vaso concavo e girevole, la cui parete concava, liscia, madreperlacea, era rivestita di colori che cambiavano rapidamente.

Oltre che dalla loro abbondanza, ero stupito dalla varietà di immagini che mi apparivano. Ad ogni istante, un genere di effetto assolutamente nuovo si manifestava nel mio campo visivo. Erano, animati da rapidi movimenti, sia splendidi colori di tono scuro, di cui uno, meraviglioso, sembrò avvicinarsi a me, sia dei fuochi, delle scintille. Più spesso, erano colori associati in combinazioni di sobria ricchezza, con punti brillanti simili a gemme.

Tutte le sfumature e tutte le tinte che potevo concepire mi apparivano di tanto in tanto. A volte, le diverse varietà di uno stesso colore, il rosso per esempio, si mostravano, sia associati, sia per serie successive. Ma malgrado questa enorme profusione, l’insieme conservava sempre una certa discrezione e un sensibile valore artistico.

Non soltanto il loro splendore, la loro delicatezza, la loro varietà mi colpivano, ma più ancora la loro struttura incantevole e varia, fibrosa, tessuta, liscia, brillante, scura, venata, semitrasparente. L’aspetto brillante delle gemme, l’aspetto fibroso delle ali di insetti erano forse i più frequenti.

Sebbene le immagini non fossero quelle di cose note, di frequente, come ho detto, le ricordavano vagamente. Una volta, per esempio, gli oggetti rappresentati sembravano fatti di fine porcellana; un’altra volta ancora, erano come dei motivi architettonici in stile Maori. Gli sfondi di questi disegni ricordavano spesso, sia per la forma che per il tono, il delicato ornamento realizzato nei merletti scolpiti in legno dei balconi recintati del Cairo.

Ma sempre le visioni si sviluppavano, si modificavano, senza presentare nessuno dei tratti caratteristici degli oggetti reali che lontanamente evocavano. Se cercavo di modificare il loro corso con uno sforzo di volontà, era con scarsissimo successo.

Per riassumere, dirò che le immagini erano più abitualmente ciò che si suole chiamare arabeschi viventi. Una certa tendenza imperfetta alla simmetria si manifestava di frequente, come se il meccanismo sottostante fosse stato in rapporto con un grande numero di sfaccettature riflettenti, in modo che la stessa immagine si trovava spesso ripetuta su una vasta distesa del campo visivo. Ma questo si ricollega molto più alla forma che al colore, che assumeva una grande varietà di sfumature deliziose".

3 "La sensazione di disturbo della respirazione e di intorpidimento nella regione del cuore causava un sentimento di morte imminente. Era impossibile per il soggetto muoversi. Gli arti inferiori erano agitati da tremiti costanti. Nausee persistenti si accompagnavano a soffocazioni e dolori cardiaci. Un biscotto, del caffè, un po’ d’alcool riuscirono a calmarli per un po’. La fotofobia era così intensa che gli faceva male tenere gli occhi aperti per più di qualche secondo. La luce del giorno gli sembrava riempire la stanza di un bagliore accecante". Tuttavia, "tutti gli oggetti, nel breve istante in cui li intravedeva, gli sembravano normali quanto a colore e forma".

4 Ciò solo dal punto di vista psicologico. Dal punto di vista fisiologico, si può certo invocare una idiosincrasia per spiegare simili fenomeni di quasi-tossicità. Ma prima di tutto, non bisogna dimenticare che possono provenire sia dalla dose, sia dalla composizione della droga. La doppia esperienza effettuata da Prentiss e Morgan, su di uno stesso individuo, è un esempio tipico dell’influenza della dose: mentre sette "mescal buttons" producono un effetto depressivo muscolare e cerebrale molto intenso, tre bottoni e mezzo, non soltanto non producono nessun fenomeno spiacevole, ma al contrario danno al soggetto una notevole facilità di lavoro. Le proporzioni variabili dei diversi alcaloidi contenuti in una data droga giocano ugualmente un ruolo importante. Dosi molto forti di mescalina rendono l’azione centrale della droga trascurabile. Un tasso elevato di lofoforina, alcaloide realmente tossico e inibitore delle terminazioni nervose, è responsabile degli spiacevoli e allarmanti fenomeni. Di qui, ancora una volta, la necessità assoluta di procedere innanzi tutto all’analisi qualitativa e quantitativa delle preparazioni di peyote, e specialmente di quelle che sono destinate alla sperimentazione psicologica.

5 Questo fu il nostro caso e anche quello di Eshner. Sebbene le visioni di quest’ultimo fossero sempre molto distinte, il loro colore e la loro luminosità non furono mai molto vivi. La loro intensità sembrava tuttavia corrispondere alla forza con la quale chiudeva gli occhi.

6 Caso di nostra auto-osservazione (piccole fiamme porpora del candeliere israelita), e del soggetto dell’osservazione numero 4 (corridoio oscuro, chiusura di una porta attraverso i cui interstizi passano raggi di luce).

7 Noi siamo i soli ad avere osservato su noi stessi (auto-osservazione) un fenomeno di esplosione luminosa così intenso da dare l’impressione di una esplosione dell’occhio. Noi l’abbiamo sentita soltanto a tre riprese.

8 Apparizione di una torre gotica, ecc.