Intorno all'estratto di giusquiamo. Osservazioni cliniche

Samuele Medoro

Giornale per Servire il Progresso della Patologia e della Terapeutica, pp. 1-15, 1840

[3] Nel dì 23 gennajo 1832 venne qui trasferito in un incomodo calesse da Vicenza N. Osimo da molti anni ivi domiciliato ma nativo di Corfù, dell' età di anni 71. Era egli da assai tempo ernioso al sinistro inguine, e da tre giorni innanzi eransi in lui manifestati i fenomeni dell'incarceramento. Avea costipato l'alvo, turgido e dolente il basso ventre, con tumore che non giugneva che alla parte superiore dello scroto; il singhiozzo accompagnato da vomito era frequentissimo, ed i polsi centrali ed esilissmi. Visitato alle quattro circa pomed. di quello stesso giorno, lo ritrovai nel già indicato stato, e tenuissima speranza al certo lasciava di poter venir salvato dall'operazione.

Resi avvertiti presidenti dell'Ospizio ove fu accolto del triste stato del paziente, ed ammoniti, che quantunque il male fosse avanzatissimo, rimaneva una qualche lusinga, quantunque tenue, nella sola operazione, lo lasciarono [4] a mia disposizione. Premesse le pratiche religiose m'accinsi ad operano alla presenza dei sig. chir. Fano, e studenti Minerbi, Rocca, Olivieri, Guastalla, Sanguinetti, Luzzato e parecchie altre persone, che trattandosi di pubblico Ospizio si fecero lecito d'intervenire.

Incisi gl'integumenti, e successivamente tutte le parti che si presentano tra questi ed il sacco erniario, scopersi finalmente quest'ultimo, che perforato inferiormente ove manifesta appariva una limitata effusione sierosa, lo dilatai al punto da potervi introdurre l'indice della mano sinistra, dietro la guida del quale, mediante forbice con punte ottuse spaccai tutto il sacco fin verso l'anello.

Riscontrai allora, che era l'ernia costituita da sola ansa intestinale, di colore olivastro ed aderente leggiermente all'interno del sacco, e specialmente al suo collo; aderenze, che mi riuscì di sciogliere colle sole dita.

L'ernia era inguinale esterna, e perciò l'incisione dell'anello venne da me eseguita mediante tagliente curvo bottonuto, nella direzione del fianco. Riposto l'intestino, cessò tosto tanto il singhiozzo, che il vomito, ed applicato il comune apparecchio prescrissi al paziente una mistura cordiale, amministrandogli un'ora appresso due oncie d'oglio di ricino, al quale aggiunsi una goccia di quello di croton tiglio, che venne ritenuto. Ma alla mezzanotte nessuna scarica si era ottenuta ad onta dell' applicazione di alcuni clisteri; rialzati alquanto i polsi, feci praticare una generosa sanguigna, ed [5] amministrai alcune pillole contenenti sedici grani di calomelano, dodici di diagridio legati con l'estratto di rabarbaro, facendovi soprabbevere molto brodo caldo, e nel corso di quella stessa notte scarica copiosamente il ventre, con sensibile diminuzione della tensione e della dolorosa sensazione allo stesso.

La lingua si manteneva arida anche nella successiva mattina, motivo per cui feci rinnovare il salasso, e continuai nell'uso di clisteri e di qualche blando purgante. Verso sera di quel giorno e 24 ore circa dall'operazione, ritrovandomi a letto assalito da febbre reumatica venni avvertito, che il mio operato si trovava in uno stato sufficiente, meno una qualche inquietudine, che gli toglieva il sonno, che ardentemente bramava di conciliare.

Diedi commissione al mio cognato M. Rocca, allora mio allievo, ed ora esercente con onore la medicina e chirurgia in Trieste, di prescrivergli una pillola contenente due, o tre grani d'estratto di giusquiamo. Ad un'ora circa dopo la mezza notte venni invitato di portarmi tosto a visitare il mio ammalato, che da qualche ora prima aveva manifestati segnali di alienazione mentale, e che in quel momento ritrovavasi in uno stato di deciso furore.

Portatomi tosto presso di lui lo ritrovai di fatto nell'indicatami condizione, rubicondo eccessivamente nella faccia, con occhi fissi e scintillanti, con spasmo ai muscoli facciali ed a quelli della mascella inferiore. Tenuto fermo da robusti assistenti onde non foggisse da letto, non ricono[6]sceva nessuno degli aitanti, quantunque a lui noti lanciava calci a me pure, che sui ritrovava a piedi del suo letto, tentando di sputarmi in faccia.

Ricercai tosto che avesse preso, e mi fu risposto null' altro che la pillola dal detto mio cognato prescrittagli. Mi risovenni allora d'aver osservato da oltre vent'anni prima una forma identica a quella in mia madre, in seguito ad esserle stata somministrata una quantità eccedente, almeno relativamente ad essa, di laudano di Sydenham; fenomeni, che svanirono tosto in lei mediante la bibita di una limonea acida. Stimai che la stessa dose di estratto di giosciamo avesse potuto produrre fenomeni identici nel mio vecchio operato.

Mandai tosto pel detto mio cognato con commissione, che ivi si portasse con un pajo di limoni. Prima di ogni altra cosa m'informai di nuovo da lui sulla quantità del prescrittogli estratto, che mi assictirò di tre grani soltanto, cosa che verificai nel dì successivo anche dal farmacista che lo somministrò. Potei in quell'incontro far conoscere al giovine allievo i fenomeni del narcotismo, e spremuto il succo di un limone, glielo feci a forza ingojare. Non appena giunse questo nello stomaco, quasi per incanto cessò intieramente un tal apparato di morbosi fenomeni, rentrò in se stesso, gli vennero fatte conoscere le precorse sue aberrazioni, e le offese fatte agli astanti, ed a me pure. Ufficiosissimo com'era non cessava mai di scusarsi sembrandogli un sogno [7] ciò che gli dicevano a lui accaduto.

Cli abbisognò nel successivo giorno un altro salasso, e la presa di sei dramme d'oglio di ricino indiano, che gli procura moltissime scariche con scomparsa di qualunque superstite incomodo intestinale.

In quarta giornata rimossi l'apparecchio, in 12° gli applicai come soglio usare, il cinto compressvo elastico, onde facilitare la cicatrizzazione della già detersa piaga, prescrivendogli soltanto per alcuni giorni di seguito una decozione tamarindata ; in 15° gli permisi di abbandonare il letto; nel dì 25 febbrajo, 33 giorni dopo l'operazione, munito di ben adattato cinto, poté sortire di casa, e nel giorno 28 partì per Vicenza, e nel gennajo 1838, sei anni dopo l'operazione, in ottimo stato di salute lo ritrovai in Venezia sulle mosse per partire pel suo paese nativo, ove, come mi diceva, desiderava di terminare i suoi giorni.

Una tale osservazione non ha altro scopo, che quello di dimostrare, che le sostanze Virose possono in alcuni casi venir prescritte in dosi molto più elevate, che quella somministrata al mio operato, come da molti esperti medici tutto giorno suoi praticarsi, ma che un'idiosincrasia particolare dello stesso suscettibile lo rendeva a sentire vivamente la forza delle sostanze stesse in si tenue quantità, e servire di norma ai pratici, onde somministrare almen dapprima parcamente tali sostanze, per esplorare l'individuale sensibilità, pria di passare a dosi più elevate. [8]

Più singolare è al certo il caso, che imprendo ora ad esporre. Il sig. co: Carlo Bagatta di Verona Conservatore aggiunto a questo ufficio registro e tasse, soggetto di 55-56 anni di età, di temperamento sanguigno-brioso, e di atletiche forme, emorroidario da molti anni innanzi, reduce da Venezia verso i 20 del mese di novembre dello scorso anno 1837 fu assalito per viaggio da fortissimo dolore lombare estendentesi fino all'articolazione ileo-femorale sinistra, e giunto a casa m'invitò di tosto visitarlo. Oltre a tale incomodo era pure molestato da disturbi emorroidarii; i suoi polsi erano vibrati-pieni, e non immuni da un grado di febbre.

Seguendo io i precetti dei più valenti pratici di non passar mai alle locali deplezioni senza farne premettere di generali, ogni qualvolta si offrono fenomeni pletorici universali, prescrissi due generosi salassi nel primo e secondo giorno di cura, in seguito ai quali amministrai un purgante oleoso, e nel quarto giorno non mancai ordinargli l'applicazione d'un generoso numero di mignatte all'ano ed al perineo. I fenomeni lombari nonchè gli emorroidali svanirono intieramente per cedere il posto ad una nevralgia lungo il corso dello sciatico del sinistro arto, e di tal forza, che per frenarla vano si rese l'uso delle mignatte più volte localmente applicate, dei cataplasmi, fomenti ed unzioni torpenti di qualsiasi genere, come inutile riuscì del pari l'interno uso, dei purganti , assafetida, estratti virosi di ogni genere, dell'acqua coobata di [9] lauro-ceraso a dose elevata e del solfato di chinina, allora quando i dolori marcavano un simulato periodo; alcuni dei quali farmaci vennero confermati, o suggeriti da distinti professori, che furono invitati a consultare nell'argomento.

Le frizioni pustulanti, i sinapismi ed i vescicanti, prima rubefacienti, e poscia permanenti, e medicati in seguito con l'acetato di morfina col metodo endermico, ancor questi riuscirono frustranei. Scorse in tal modo da oltre un mese e mezzo, alternando sempre i suenunciati rimedj, ma con poco sollievo del paziente, quando nel di 9 del successivo gennajo 1838, avendomi dovuto assentare alcuni giorni per oggetti di mia professione, affidai i miei ammalati all'ordinario mio assistente il signor Marco Faggiani, e pregai il distinto amico sig. dott. Giuseppe Maggi di associarsi allo stesso, onde assistere il co: Bagatta, di lui particolare amico, fino al mio ritorno, che si effettuò nel terzo giorno.

Ricercato conto nella sera degli 11, dello stato del soggetto stesso, che molto m'interessava, rilevai che si ritrovava egli nello stato presso a poco uguale a quello nel quale io lo lasciai. Che nel primo giorno di mia assenza gli prescrissero alcune pillole d'estratto di giusquiamo, del quale non ricercai loro la quantità, e negli altri due un blando purgante semplicemente. Nell'indomani giorno di venerdì 12 dello stesso mese, poco dopo il mezzo giorno mi portai a visitare il mio infermo, che ritrovai nello stato descrittomi dai sunno[10]minati colleghi. I vescicantj venivano allora medicati con semplice linimento cereo, e risentiva sollievo dall'applicazione dei cataplasmi ammolienti; sull'arto affetto.

Nulla gli prescrissi in quella mia visita, ed alle quattro pomeridiane dello stesso giorno si portò da me il di lui figlio sollecitandomi, onde volessi tosto trasferirmi presso il di lui padre, che da due ore prima aveva offerto segni di mentale alienazione, che progredì al punto da far temere alla famiglia, che fosse per impazzire. Portatomi sull'istante alla sua casa, ricercai al detto suo figlio che mi accompagnava quali medicamenti avesse egli preso nei giorni di mia assenza, e mi confermò che dopo le pillole del martedì nulla prese che gli indicati blandi purganti; ciò mi venne confermato pure dalla moglie appena giunto alla sua abitazione.

Avvicinatomi al letto riscontrai disordinatissime le funzioni mentali, e mi offrì l'identiche forme che mi presentò l'Osimo cinque anni innanzi, quantunque in grado alquanto minore. I polsi erano agitatissimi non senza qualche sussulto tendineo; le contrazioni ai muscoli della faccia e della mascella inferiore erano validissime Le reminiscenze del caso identico da me alcuni annj prima osservato, mi misero il sospetto che tali fenomeni fossero prodotti da una stessa causa. Ma come supporlo, se da due giorni e mezzo egli non aveva preso alcuna sostanza virosa? Giunse in quel mentre il Faggiani; a lui stesso ricerco la quantità di giusquiamo somministratogli [11] di concerto col dott. Maggi; mi rispose essere stata di 6 grani presi nel corso di quella giornata. Gli dichiarai, che quantunque la quantità di un tale estratto non sia eccedente, almeno relativamente all'uso che si fa di esso da alcuni moderni; pure la comparsa di tali fenomeni non doveva sorprendere, poichè si svilupparono in seguito a soli tre grani, assolutamente per disposizione individuale del soggetto. Ma sorprendente era in tal caso il tardo loro sviluppo.

Soggiunsi che se gli antidoti che si impiegano agiscono neutralizzando il materiale, non avrei saputo quale impiegare, non potendomi immaginare la permanenza tuttora esistente della sostanza stessa nello stomaco, specialmente dopo la presa dei purganti, e che nel solo caso, che secondo il parere del co: Orfila, gli acidi vegetabili non agiscon neutralizzando il principio narcotico, ma semplicemente con un'azione speciale e diretta sui sistema nervoso, potrebbero questi produrre un felice risultamento.

Gli feci tosto prendere il succo di un limone, cd appena giunse un tal fluido a contatto dell'interna membrana dello stomaco, scomparvero tutti gli accennati morbosi fenomeni, cessarono gli spasmi, ed in brevi minuti si riordinarono perfettamente le sconcertate facolta intellettuali. Nessun altro rimedio venne da me prescritto per due successivi giorni. Insistevano in qualche grado ancora le moleste sensazioni alla coscia ed alla sura, quantunque più miti in confronto di alcuni giorni [12] prima.

L'accaduto doveva farmi astenere dal ricorrere di nuovo all'uso dei torpenti eroici; e per suggerirgli una qualche cosa gli ordinai alcuni grani della rancida e ridicola preparazione componente il così detto Laudano antisterico solido di Le-Febur, rimedio usato dagli antichi in alcune donne delicatissime. Chi il crederebbe? Un tal farmaco somministrato specialmente verso sera, produsse quella calma notturna, che non furono capaci di procurare i suesposti rimedj. Venne questo esclusivamente impiegato fino al termine della malattia. Nello spazio di 8 o 16 giorni entrò egli in convalescenza, e nel dì 28 dello stesso mese di gennajo cominciò a uscire di casa.

Narrata una tale osservazione ad insigni pratici tanto di questa città, che stranieri, riuscì ad essi nuovo il fenomeno, per essersi sviluppato il veneficio in un'epoca si tarda dal punto, che venne preso il rimedio, e se fu osservata da un celebre scrittore la tarda azione della digitale purpurea, non si manifestò questa dopo due giorni e mezzo, come nel caso da me esposto, nè con un grado eguale di forza, e cesso spontaneamente, senza i soccorsi dei rimedj.

Comunicate tali osservazioni ad alcuni distinti colleghi ed affettuosi amici, uno fra questi a me dei più cari, il sig. dott. Giacomo De-Luca , medico e chirurgo di questa città, sotto la data del 15 del corrente mese di gennajo m'inviò il biglietto seguente. [13]


Stimatissirno Amico,

Sapendo, che ti stai occupando sull'azione narcotica dell'estratto di giusquiamo, sappi, che due mesi sono, mi occorse un'accidente, se non nuovo almeno non ordinario in certo Antonio Doni di robustissimo temperamento, e di taglia pressochè colossale, fratturato una gamba, cui prescrissi sei grani di estratto di giusquiamo in quattro pillole da prendersi una ogni due ore, e di sospenderle in caso che si acchetasse; alla seconda insorsero tutti i fenomeni del narcotismo, come riso sardonico, aberrazioni mentali e vaniloquio. Si sospesero le pillole, gli si diede la tua solita bevanda di limonea, e poco tempo dopo riebbe non ricordandosi minimamente del suo stato primiero.
Ti servi anche questo d'esempio dell'individuale suscettività.
15 gennajo 1840

Affezionatissimo Amico
DE-LUCA


[14] Darò fine a queste osservazioni riferendo un brano di lettera direttami dal sig. dott. Giuseppe Cervetto medico e chirurgo di Verona in data 31 gennajo 1840.

"Ora mi ricordo come nella vostra bella gita fatta per Parma nel decembre dell'anno 1838 per visitarvi il fungo alla mammella di quella povera sig. Tommasini che rese vedovo l'attuale presidente della sezione medico-italiana, voi mescendo l'utile al dolce mi ragionaste dottamente di alcuni curiosi fatti per voi osservati sul tardo narcotismo dell'estratto di giusquiamo, e della disparizione dei nuovi fenomeni merce l'acido citrico più o meno diluito. Se il primo fatto non è raro e straordinario (dell'Osimo), giacchè gli acidi vegetabili in genere sono l'antidoto delle piante Solanacee e narcotico-acri, non ommettendo la digitale e l'oppio, è bensì vero che il secondo fatto (del conte Bagatta) merita tutta l'attenzione dei pratici sul di lui tardo sviluppo. Mi rammento pure come poche settimane dopo il ridetto Viaggio io vi scrivessi verso la fine del successivo gennajo (1839) di un analogo caso successo a me in una puerpera (la sig. Lucia Bertolasi d'anni 24) alla quale prescrissi mezzo scrupolo dell'estratto accennato in una libbra di emulsione comune con un po' di sciroppo ad gratiam. Ho presente ancora come rinvenendo per via il domestico che da ben mezz'ora mi cercava, dopo aver spedito a casa un primo chirurgo con cui s'affacciò, io restassi esta[15]tico sulle prime allo scorgere la detta signora che aveva passata una felicissima notte dopo presa in una cucchiajata nel di innanzi la prescritta mistura a norma del mio suggerimento, in preda ad un generale abbattimento, stupidità e sonnolenza, midriasi, sub-delirio, contrazioni facciali, trismo e simili caratteri di avvelenamento. I familiari confusi e disperati sembravano volerle dare l'ultimo addio; il chirurgo sopravvenuto comincio a sentenziare essere facilmente il migliare che vorrebbe, ma non poteva sortire; io stesso riflettendo alla nostra benedetta città, e allo stato puerperale di 28 giorni, pensava quasi ad un virus latente. Ma come d'un baleno una serie di idee mi ricorre alla mente. Giusquiamo. Parma, succo di limone; da serio e riflessivo mi si vede tantosto lieto e giulivo: qua un grosso limone, una chicchera, un cucchiajo. Quale miracolo! alla terza cucchiajata la sig. Lucia è rinvenuta. Ignara dell'avvenuto, è abbracciata da tutti e baciata, ed io mi prendo del bravo a piena gola, ma in cuore dissi le mille volte grazie a Medoro, a Parma, ec. cc.

Dopo leggeva con sorpresa nell'Orfila che l'esperienza ci prova che l'aceto, il succo di limone e gli altri acidi tanto inculcati dai medici sono perniciosissimi avanti di aver scacciato il veleno mediante il vomito e le scariche del basso ventre. Quali contraddizioni tra fatti e fatti, povera medicina!"