Paolo Mantegazza, "Quadri della natura umana - Feste ed ebbrezze", 1871, 2 voll., Milano, Bernardoni Edit.
[Vol. II, pag. 7]


INTRODUZIONE.


DEL METODO NEI NOSTRI STUDI ANTROPOLOGICI.1


Un giorno Talete volle in due sole parole stringere tanti consigli, tante idee, tanta scienza quanto il linguaggio umano potesse esprimere, quanto la mente potesse intendere e disse: Conosci te stesso; o quelle parole semplici e sublimi ebbero il divino onore d'essere scolpite sulle porte d'un tempio; non ultima fra le tante eredità di gloria e di scienza fasciate dal genio greco alla civiltà latina. Presso i ghiacci polari un altro pensatore scriveva una santa parola nel Libro degli Edda: L'uomo è la gioia dell'uomo. Due sentenze e due poli del pen-

1 Con questo discorso ho aperto, il 14 gennajo 1870, il mio primo percorso d'antropologia all'istituto Superiore di Firenze, e per la prima volta lo pubblico in fronte a questo libro, come saggio del metodo che intendo seguire nello studio dell' uomo.


[8]siero; una sorta da quel genio limpido e sereno che incarnò nella sua filosofia le più gigantesche simmetrie dell'universo; l'altra nata fra le aurore boreali e i ghiacci eterni; in un mondo fantastico e misterioso: due poli del pensiero, fra i quali da tanti secoli si dibatte impaziente e insaziabile un desiderio gigante, quello di conoscerci. Ed oggi, dopo tanti secoli, il grido di Talete sorge ancora da ogni cervello umano e lo tormenta e lo cruccia; e i pensatori, dopo aver sfiorata appena la prima epidermide della natura umana, lasciano alla generazione che segue lo stesso desiderio, lo stesso problema; e non più sul tempio di Delfo, ma sulla porta d'ogni scuola, sulla prima pagina d'ogni volume, sul carcere e sull'ospedale, sul tempio della legge e sull'ospizio dei pazzi, sulla fronte di ogni uomo che pensa, vedo scritte le fatidiche parole di Talete: Conosci te stesso. E mentre il pensiero solitario tormenta sull'arduo problema, si ode più dolce sorgere dal cuore della donna, dal petto del fanciullo, da tutta l'umana famiglia un altro grido, il grido del Libro degli Edda: L'uomo è la gioia dell'uomo; chè una scienza infinita e un caldissimo amore circondano lo studio dell'uomo.
Ogni scienza segna un bisogno della mente; e al bisogno tien sempre dietro come inseparabile compagno l'impazienza, che mai l'abbandona nelle sue [9] lotte e nelle sue conquiste, ne' suoi disinganni e nelle sue glorie. Ogni pensatore innanzi morire vorrebbe veder chiuso il circolo delle proprie ricerche, e quando l'era avanza e la vita vien meno, l'impazienza s'affretta a coprire l'edifizio di paglia o di pietra, di nebbia o di marmo, di quel che cade sotto la mano irrequieta. Più che non sembri l'uomo come il bruco fa del succo più puro delle sue viscere un carcere e una tomba, e chiudendosi nell'orizzonte delle sue idee, riposa e muore. Così compie la sua orbita ogni scuola, così chiude il suo circolo ogni generazione; e scuole e generazioni con perpetua vicenda pretendono lasciare in eredità un ciclo chiuso, un sistema compiuto, e con perpetua vicenda i figliuoli rompono l'urna dei padri e rinnovando con instancabile lena la fatica, preparano ai venturi nuovi lavori e nuovi disinganni; e via via l'umanità cammina, mentre cupo e eterno le batte nelle viscere quel martello profondo: Conosci te stesso.
Nessuna scienza è più impaziente di quella che studia l'uomo, chè per quanto veloce sia lo sguardo che si getta allo specchio, ognuno in quel lampo spera o crede di aver riconosciuto sè stesso. - Impazienti furono gli anatomici che studiarono le carni umane; impazientissimi i metafisici che, sè in sè raggirando, studiarono le sublimi simmetrie del pensiero umano. Il coltello dell'anatomico trovava sem[10]pre sotto il suo filo nuove fibre, nuovi vasi, nuovi nervi; un labirinto inestricabile, una complicazione inarrivabile di meccanismi, un'infinità di forme. E lo scandaglio del filosofo colle sue indagini cercava nell'oceano del pensiero un fondo che sempre gli sfuggiva, e anch'egli intorno a sè non vedeva che un infinito vuoto, che, quasi burlandosi di lui, gli andava ripetendo l'immagine eterna di una simmetria senza confini. Metafisici e anatomici, partiti da punti opposti per studiare l'uomo, sperarono di incontrarsi un giorno nei cupi sotterranei dell' ignoto, sperarono di darsi la mano e di abbracciarsi; ma anche oggi nelle viscere profonde della terra io odo il duplice martello che sempre lavora; nè so quando nè come essi si abbiano ad incontrare; Quei due operai, io spero, un giorno foreranno la montagna, e vedranno la luce passare da banda a banda; e l'organo e la forza, e il cervello e il pensiero messi d' accordo ci restituiranno l'uomo compiuto, così come la natura lo aveva fatto e i filosofi vollero rompere e smembrare. Possa la nostra impazienza non chiuder innanzi tempo il nostro ciclo, chè la via è lunga ancora; e fra il pensiero e il crogiuolo, fra l'idea e la bilancia v'è ancora un abisso che la scienza dell'avvenire può sola colmare. È singolare, come alla scienza dell'uomo si debba entrare per la via di un sacro terrore. L'anatomia [11] dell'uomo, la fisiologia del cervello trovarono sempre nei loro primi passi un pregiudizio da vincere, un sacrilegio da esorcizzare. Pare che ogni scienza debba avere i suoi cerberi e le sue lupe.
Anche i popoli più intelligenti proibirono un tempo il taglio del cadavere umano: presso alcuni era eguale delitto portare il coltello nella carne morta e nella viva; e, cosa singolare, i primi anatomici nella struttura delle scimmie cercarono l'anatomia dell'uomo e ve la trovarono quasi intera; poi, permesso il taglio del cadavere umano, le scimmie furono dimenticate per molti secoli. Oggi, conosciuto l'uomo, si cerca l'animale che più gli rassomiglia e da capo si ritorna a studiare la scimmia. Qual crudele lezione per l'uomo che si offende di rassomigliare ad esse, quasi noi non fossimo rassomiglianti ad altri animali posti molto più in basso nella scala degli esseri vivi; quasi noi non avessimo un cuore che si muove coll'identico meccanismo di quello del coniglio; quasi noi non avessimo polmone come il cavallo, ventricolo come il cane; quasi noi non avessimo plebe e nobili come le formiche, e case di fango, come l'hornero, e guerre fraterne come le api, e gelosie come il toro, e fedeltà ardenti come il colombo.
Uno smisurato orgoglio ha sempre offuscato la vista di chi studiava l'uomo per via del coltello o della metafisica, e all'orgoglio e all'impazienza [12] dobbiamo il lento cammino e la povera messe raccolta. A Giove bastò nell'Olimpo essere il Dio degli Dei; a Cesare bastava essere il primo in Roma; all'uomo non bastò mai esser la prima creatura del suo pianeta, la più intelligente, la più potente, la più bella creatura dell'universo conosciuto: egli volle che un abisso infinito lo separasse da tutti i suoi fratelli minori. Non contento di regnare, volle il monopolio esclusivo e incontrastato della gioia, della vita, fin del respiro. Aveva ben ragione di esclamare il Machiavello: O mente umana, insaziabile, altera!
Eppure, vedete sfacciate ed imprudenti rivelazioni della storia. Galeno, senza pensare nè punto nè poco al Darwin del futuro, cercò nell'anatomia delle scimmie quelle notizie che gli permettessero di risalire alla struttura umana e che la religione dei suoi tempi gli proibiva di cercare nelle nostre viscere; e diciotto secoli dopo Huxley dall'uomo ridiscende alle scimmie per ricercare la fratellanza e la gerarchia di tutti gli esseri vivi. Attraverso i tempi Galeno dà la mano ad Huxley.
Da Galeno a Luschka vedete quanto lavoro di scalpello intorno a questo corpo umano; eppure anche oggi si scoprono organi nuovi, e nuovi nervi e ghiandole nuove; e parlo soltanto di cose grosse che si possono vedere cogli occhi non armati di [13] lenti e toccar colle mani nude di bilancie e di reattivi; chè l'anatomia microscopica e la chimica del nostro corpo sono scienze nate ieri e che hanno a vivere ancora lunghi anni di una infanzia lunghissima. Dopo tanti secoli di vita l'anatomia si vede nascere un figliuolo, l'istologia, che le dice: "Madre mia, convien mettere a monte ogni cosa e ricominciare da capo: la vita s'ha a cercare nelle ultime cellule, nelle ultime fibre; sotto l'obbiettivo del microscopio vi è un mondo nuovo da scoprire. Voi fin qui avete numerate le colonne e le finestre, avete misurate le pareti e le tegole della casa; or conviene metter lo scalpello nelle colonne, negli archi, nelle pareti e nelle tegole, e vedere di che e come son fatte". All'anatomia grossa dei visceri convien sostituire la fina analisi degli elementi. E si torna da capo, e Kölliker diviene il Galeno di una nuova anatomia; e via via s'aspettano dalla fisica nuovi strumenti che, a guisa dello spettroscopio, ci moltiplichino le rivelazioni dell'infinito, e che nuove molecole fino ad ora visibili solo sulla lavagna del chimico divengan palpabili ai nostri occhi, e che una nuova fisica molecolare venga ad accusare l'istologia microscopica di essere alla sua volta un'anatomia imperfetta.
Mentre poi non possiamo dire ancora di avere tutto percorso neppur grossamente il labirinto del [14] nostro corpo, regna ancora maggiore oscurità là dove si vogliono indagare i movimenti di questo meccanismo intricatissimo; e ancora non sappiamo che avvenga in una cellula che pensa, o in un nervo che sente; e ancora non abbiamo in mano compiuto il bilancio attivo e passivo di quel gran laboratorio che genera calore, moto, elettricità, pensiero; di quella grande officina che trasforma tanta materia morta in materia viva.
E con tanta ignoranza, con tante tenebre innanzi a noi, si osa, in nome della scienza sperimentale, negare la responsabilità umana e dimostrare scientificamente che la scimmia (come noi la conosciamo) possa trasformarsi in un uomo. Quante impazienze, quanto orgoglio! Io non temo la verità, anzi l'aspetto, la cerco; credo che un'infinità di sorprese ci attende nel domani infinito della scienza; ma non voglio che all'affermazione dei fatti provati si sostituisca il sogno dell'impazienza febbrile, non voglio che si preveda quello che non si vede; non voglio che l'uomo di scienza divenga profeta.
Quando alla dimostrazione di un fatto ci si arriva per via dei sensi e col criterio sperimentale, allora la verità impone sè stessa anche ai più ciechi; quando sulle ali di un'induzione troppo frettolosa vogliamo precorrere l'osservazione e lo sperimento, agitiamo gli spiriti senza illuminarli; su[15]scitiamo la reazione e non la riforma. Nella scienza non voglio lampi, ma luce pacata e serena che rischiari gli abissi e le vie piane; non voglio che una scienza immatura turbi le coscienze, agiti le menti; non voglio che si gettino fra il popolo ignaro le più ardue quistioni che toccano la libertà umana e l'umana dignità. Il volgo di queste cose non vede che l'orpello, e se ne innamora; sedotto dal fascino del nuovo balza di rupe in rupe senza sapere dove poserà il piede, nè come potrà ridiscendere poi al piano della esistenza. La fisica moderna ha fatto un grande squarcio nelle fitte tenebre della scienza della vita, e una gran luce n'è uscita; ma di questa luce i fisiologi moderni son troppo superbi, e sarebbero assai imbarazzati se dovessero spiegare appuntino che cosa sia quella luce e d'onde venuta. Continuiamo a studiare, e non affermiamo che ciò che può dimostrarsi coi fatti, non gettiamo al volgo ignaro le controversie più sublimi della scienza, chè anche questa ha i suoi doveri morali; anch'essa deve avere il proprio pudore.
Non minore impazienza, non minore orgoglio, non temerarie pretese ebbero i metafisici che, senza scalpello e senza bilancia, da secoli si occuparono di definire l'anima umana, e ci diedero tutta una biblioteca filosofica, ch'io vorrei chiamare la biblioteca dell'impazienza di conoscere sè stesso, e dove [16] parmi vedere null'altro che una rappresentazione di tutte quante le simmetrie che forma e distrugge ad ogni istante il pensiero nel suo sublime caleidoscopio. - L'ecce homo dell'anatomico è un cadavere; 1'ecce homo del fisiologo è una vittima che non risponde che a monosillabi; l'ecce homo del metafisico non è nè cadavere nè cosa viva, ma è una formola algebrica che si riduce sempre ad w=x. Galeno ed Hegel segnano le due esagerazioni dell'orgoglio umano e gli estremi punti del carcere, dove batte le sue ali irrequiete e avide di luce e d'aria la santa impazienza del conoscer sè stesso.
Ma se anatomici e chimici, fisiologi e metafisici non ci danno che una pagina dell'uomo, come sarà possibile riunirle tutte e farne un libro. Non sarà dunque possibile studiare l'organo insieme alla vita, la macchina insieme alla forza, l'officina insieme al suo prodotto. Si, di certo è possibile, purchè si domi l'orgoglio e si freni l'impazienza. Sia pur povero il materiale raccolto al nostro edifizio, ma lo si collochi in ordine, in giusta simmetria; fibra accanto a fibra, pensiero accanto a pensiero, cuore contro cuore. Non si dimentichi nulla di ciò che è umano, non si disprezzi un pelo: si scali l'Olimpo se all'Olimpo arriva anche l'uomo. Non si dettino leggi di fisica sociale, se non dopo aver raccolti i fatti, non si copra di tetto l'edifizio prima di averlo [17] compiuto. Che i nostri posteri trovino molto da aggiungere, ma nulla da togliere. Che la fisica, la chimica del corpo diano la mano al filosofo, anche al metafisico, anche al teologo. Ognuno d' essi ha fra le mani qualche lembo dell'uomo, ma non creda d'aver tutto l'uomo; rifacciamo l'opera che abbiamo distrutta. Riuniamo tutti gli elementi, tutti i profili di questa bella e nobile creatura; accanto al cranio vi sia il pensiero, accanto all'utero Saffo, accanto al muscolo del cuore il cuore del muscolo. Pigliamo tutte le prospettive di questo Dio umano; e che in una maschia stereoscopia ci appaia dinanzi vivo, intiero il figlio di Prometeo; e noi lo possiamo palpare colle nostre mani, e gli occhi nostri penetrino in ogni sua ruga; e la scienza ce lo faccia trasparente, e i nostri sensi lo misurino, lo pesino, lo amino. Conosci te stesso, chè l'uomo è la gioia dell'uomo.
Questa mano amica, che toglie amorosamente dalle scienze sorelle le membra umane che avevano lacerate e disperse, è l'antropologia, la quale non è mia, non fisiologia, non psicologia, molto meno metafisica, ma è la storia naturale dell'uomo. Essa scienza nata ieri, che si presenta poverissima di presente, ma ricca di temerario avvenire e che non ha altre pretese che quella di studiare l'uomo collo stesso criterio sperimentale con cui si stu[18]diano le piante, gli animali, le pietre; che non ha altra aspirazione che quella di misurare, di pesare l'uomo e le sue forze senza il giogo di tradizioni religiose, di teorie filosofiche preconcette; senza orgoglio, ma senza paure. Essa non perde il tempo a discutere se il nome greco dell'uomo derivi da guardare in faccia,1 e il suo nome latino derivi dalla terra (homo ab humo); essa non perde il tempo a discutere sull'origine dell'uomo e sull'esistenza dell'anima, problemi che spettano alla fede e sfuggono alla scienza. Essa studia l'uomo, come si vede e come si tocca, ne misura il cranio, ma sa che questo non è che un astuccio osseo che grossolanamente dà l'impronta del cervello; non fabbrica a priori un catalogo di facoltà umana che poi burlescamente trascrive sul cranio; ma descrive le passioni, i pensieri, i fenomeni tutti del mondo morale e intellettuale, come li trova; e di suo non ci mette altro che l'ordine che avvicina i fatti simili e vede se messi così vicini ci indicano qualche legge superiore. L'antropologia non ammette un ideale di religione, un ideale di morale, un ideale psicologico; e poi confronta i popoli a questo tipo teorico, classandoli in superiori e in inferiori; ma in ogni popolo ricerca quale sia la sua morale, quale

1 Anzropos, che guarda in faccia: homo dicitur ita appellari ab humo, quia a terra creatus (CASTELLI, Lexicon med.).


[19] la sua religione, quale il suo grado d'intelligenza e cerca poi quali rapporti abbiano col clima, colla razza, col tempo. Essa descrive ciò che trova; non suppone nulla, non inventa nulla; non desidera di trovare fatti che s accordino colla teoria, ma cerca 1a teoria dopo aver osservati e numerati i fatti. Essa analizza l'uomo in tutti i suoi elementi, dal capo ai piedi, dai capelli al cervello; dal delitto al sagrifizio di sè stesso; essa trova per via il cannibale che mangia il suo vicino e lo studia; il filantropo che soccorre il povero e lo studia; trova il chinese che ride di tutte le religioni e il papa infallibile, e li studia entrambi. Tutto ciò che è umano è di sua pertinenza; tutto ciò che è umano deve essere studiato dall'antropologia; ed essa, dopo un lavoro minutissimo di analisi, raccoglie le sparse membra del suo lavoro, e facendosi innanzi al legislatore, al moralista, allo storico, dice loro: Ecce homo.
Che se l'antropologia in questi suoi primi anni di vita si è occupata più del cranio che del pensiero, più delle razze che della psicologia comparata dell'umana famiglia, è perchè dovette incominciare da ciò che è più facile a studiarsi, a misurarsi, a pesarsi, seguendo la stessa via che si percorse dalle scienze sorelle, dovette muovere dal semplice e dal noto per risalire poi al composto e al[20]l'ignoto. Guai a noi, se l'antropologia non fosse che craniologia; guai a noi, se a classificare gli uomini non avessimo altra misura che l'angolo facciale di Camper, o lo sfenoidale di Virchow! Il cranio non è che la scorza. del cervello, e il cervello alla sua volta è un cumulo infinito di visceri non ancora definiti, non ancora studiati. Che direste voi di chi parlasse del ventre come di una grande cavità, senza ricordare che in esso si trovano muscoli e ossa, e nervi, e fegato, e milza, e organi secretori e genitali, e via via? Eppure lo stesso peccato d'ignoranza e di superbia si commette ogni giorno, quando si confrontano fra di loro i cervelli, come unità organiche: mentre la loro fisiologia è da farsi da un istologia che non è ancor nata, da una chimica che è di là a venire. Mentre della struttura della macchina poco o nulla si sa, convien descrivere il prodotto dell' officina e studiare il pensiero e misurare le forze umane chè si può descrivere molta parte dell'universo senza conoscerne la profonda anatomia.
Assegnare il posto naturale all'uomo nella gerarchia delle creature vive, studiarne i mutamenti nel clima, nella razza, nel sesso, per l'alimento e la malattia, studiare le varietà, le razze e i tipi diversi dell'uomo, classificarli, indagare gli incrociamenti e gli ibridismi umani; analizzare l'uomo, defi[21]nirne e misurarne le forze, studiare i bisogni fisici e morali nelle diverse razze, e d'ogni razza fare la storia naturale; tentare il disegno dei confini della perfettibilità umana: ecco quanto si propone questa scienza, che ha gli ardimenti della giovinezza, ma la calma serena di una lunga eredità d'esperienza fatta dalle scienze sorelle.
Che se il piano è gigantesco e noi possiamo appena abbracciarne i confini coll'occhio avido e audace, ognuno di noi nel modesto e difficile sentiero della pratica deve accontentarsi di riempire qualche lacuna del grande abisso; di rizzare la sua piccola parete in tanto edifizio. Camper dava il suo nome ad un angolo della faccia; Cuvier al triangolo facciale; Morton alle gobbe parietali; Broca lascierà alla nostra scienza i suoi stupendi craniografi; io sarei ben felice di rispondere a chi mi chiamava a questo nobile arringo, raccogliendo i materiali di una craniologia italiana, tentando la misura di molte di quelle capacità dei sensi e della mente, che finora non si credettero suscettibili di misura alcuna, e tracciando le prime linee di una psicologia comparata delle razze e dei tipi umani. Che se io potrò adempire a queste promesse, che con amore faccio a me stesso e a voi, lo avrò dovuto all'ultimo ministro della pubblica istruzione,1 che

1 Il ministro Bargoni.


[22] con ardito pensiero volle mettere l'antropologia a compagna delle altre sorelle filosofiche ; lo avrò dovuto al suo successore che, io spero, non vorrà soffocare il germe bambino1.
Nè io ho tracciato ancora le linee fondamentali dell'edifizio che vuole innalzare l'antropologia moderna; essa ha un altro compito dinanzi a sè. Essa non si accontenta di studiare un uomo ideale, di darci in mano gli elementi di un uomo medio di Quetelet; essa, dopo aver studiato l'uomo studia gli uomini; dopo la psicologia umana ci dà la psicologia degli individui umani; e i confini della variabilità sono in questa creatura infiniti; nè alcuno li ha ancora segnati. Nulla, ha già detto un grande conoscitore degli uomini, nulla è più diverso da un uomo quanto un uomo. Nel mondo umano noi ci vediamo innanzi il cretino e Giulio Cesare, Vitellio e Newton, Teodora e Giovanna d'Arco, Peabody e Tropmann, Eliogabalo e San Luigi Gonzaga, Byron e Triboulet; abbiamo Nerone che a ventidue anni bacia sua madre prima di farla affogare, e Trasca che esce dal senato quando vi si legge un'indegna lettera di Nerone; abbiamo Passeroni che fa la sentinella un'intiera notte d'inverno dinanzi ad una ferriata aperta onde alcun passaggero non vi cada, e abbiamo Tamerlano che fa uccidere sulle rive

1 Il ministro Correnti.


[23] dell'Indo cento mila prigionieri; abbiamo il neo-zelandese che succhia con innocente voluttà la pianta del piede umano arrostito e la signorina che sviene dall'udire il grido d'un pollo che si svena; abbiamo l'inglese che si suicida per rispetto umano, non avendo i mezzi di vestirsi secondo la moda, e abbiamo un altro inglese, il Trethake, il quale impiega tre anni e nove mesi per rendersi ridicolo, fabbricandosi un vestito colle pelli di 670 sorci e un bavero con 600 code di sorci. Nella natura umana abbiamo il dervish che si meraviglia come senza scopo si possa aver piacere nel muoversi da un punto all'altro della camera, e Humboldt che a novanta anni non dorme che tre ore al giorno; abbiamo il negro del Brasile che sporco e abbietto domanda una elemosina ancora più sporca: para matar bichos, per uccidere i pidocchi; e abbiamo Napoleone che si pianta in capo con piglio arrogante la corona d'Italia. Nella natura umana troviamo il Golgota e l'antropofagia, la bestialità e il culto delle vergini; abbiamo il genio della lirica e la follia; abbiamo la Divina Commedia e il Saggio proto-chimico-fisico-medico-astronomico-teologico del signor Giovanni Battista Pacchiarotti di Voghera. Noi nell'uomo troviamo maggior crudeltà che nel tigre, maggior libidine che nella scimmia, maggior ambizione che nel cavallo, e delitti contro [24] natura e d'ogni forma, e il suicidio e il parricidio; un genio che analizza sè stesso e un ventricolo che si suicida colla ghiottoneria; e un intrecciarsi di elementi animali e divini, che confondono a primo colpo d'occhio l'osservatore; ma che poi si riducono ad infinite varietà di misura e di forme, che si fondono tutte in un'unica unità, nel tipo umano, il quale abbraccia in sè delitti e religioni, e istinti brutali e scoperte e conquiste e virtù senza numero; cosi come nel grande Oceano del nostro pianeta versano le loro acque i mille fiumi della terra, e dolci e salati e torbidi e limpidi si danno l'amplesso in quell'unica onda eterna, che col suo moto alterno accarezza e tormenta la terra su cui l'uomo poggia il suo piede.
Tutti questi estremi delle forze umane sono segnati con mano calma e sicura dall'antropologo, il quale, rannodando tutti gli anelli della catena infinita, scorge come per gradi insensibili si passi dall'antropofagia al sagrifizio di sè stesso, dal cretinismo al genio, e come i quadri più sorprendenti e quasi miracolosi della natura umana si spieghino coll'intreccio delle forze più semplici e più elementari. Più si studia l'uomo, più se ne osservano le innumerevoli varietà, e meglio si giunge a quella unità della famiglia umana verso cui tendono con moto uniformemente accelerato le scienze e le arti, il moto [25] della civiltà e il progresso delle idee morali e politiche. Mentre a chi studia solo il cranio e i peli dell'uomo appaiono molte e distinte le specie umane; all'antropologo, che sia in una volta sola naturalista o psicologo, che in uno sguardo solo abbracci tutti quanti gli elementi umani, tutti gli uomini della terra appaiono come fratelli di un'unica famiglia, come rami divergenti di un unico tronco. La religione su questo terreno dà la mano alla scienza, Darwin ci spiega Cristo; e dinanzi all'australo come al negro, all'antropofago di Fidji come al lardellato esquimese, l'antropologo si sente sorgere dal cuore il grido degli Edda: Anche tu sei mio fratello! L'uomo è la gioia de ll'uomo.
Se l'antropologia ha per oggetto dei suoi studii l'umana famiglia considerata nel suo insieme, nei suoi particolari, nei suoi rapporti coll'universa natura (Broca), noi dovremo pure occuparci della descrizione particolare e della determinazione delle razze, dello studio delle loro rassomiglianze e dissimiglianze sotto il rapporto della costituzione fisica, come sotto il rapporto dello stato intellettuale e sociale, della ricerca delle loro affinità attuali, della loro distribuzione nel presente e nel passato, della loro missione storica, della loro parentela più o meno probabile, più o meno dubbia, della posizione rispettiva della serie umana; in una parola dovremo [26] trattare anche di quella parte della nostra scienza, che fu detta etnologia, o scienza dei popoli, sorella o meglio gemella dell'etnografia, o descrizione dei popoli. Che se l'angusta cerchia del tempo ci impedirà di fare il giro del mondo, frugando ogni valle e risalendo ogni vetta di monte, noi però studieremo ogni anno qualche tipo di questa innumerevole e proteiforme famiglia umana.
Quanta parte di storia stia chiusa nell'antropologia voi subito intendete; ed io voglio parlar di quella storia che non è litania di principi e di conquiste, di guerre e di paci; non è tortura dei fatti per farli rispondere a un mito della mente, o peggio ancora, uno dei tanti manicaretti ad usum Delphini; ma intendo dire di quella storia che è narrazione e filosofia, che è fatto e pensiero, che è una scienza d'osservazione e di sperimento come tutte le scienze sorelle. Può essere una singolare acrobatica o una fortunata speculazione quella di interpretare tutta la storia come la dimostrazione del trionfo di una scuola filosofica o di una religione rivelata; può essere un giuoco sublime della mente il cercar nello specchio dei fatti le teoriche del nostro cervello; ma tutto ciò non è scienza. È scienza storica il constatare il fatto e il metterlo a suo luogo, è scienza la critica dell'osservazione, è scienza la sintesi delle leggi che sorgono spontanee dall'armo[27]nica successione dei fatti; ed è questa storia uno dei trionfi dell'epoca moderna, che è sorella e figlia dell'antropologia.
Se la linguistica sparge tanta luce sulla storia, essa basta molte volte a rannodare i fili spezzati di popoli disgiunti per tanti secoli da terre lontane, da mari senza confini, che pur furono un giorno fratelli; l'antropologia che studia il cranio e i cape1li, così come i costumi dei popoli, che ne misura le forze e ne segna la psicologia naturale, varrà poco a portar viva luce nelle più annebbiate regioni della storia, e segnar molte fratellanze dimenticate, smarrite, non supposte mai fra popolo e popolo. Quei trovanti della geologia umana che si chiamano gli Ainos nel Giappone, i Baschi nella Spagna, i Cimbri dei sette Comuni nella Venezia saranno rannodati all'umana famiglia dall' antropologia.
Ma non abbiamo noi tutti assistito con trepida ad una della maggiori scoperte del nostro secolo, a quella che aggiungeva la più interessante e la più antica delle pagine alla nostra storia? L'uomo dela pietra non è desso una rivelazione strappata dal geologo e dall'antropologo ai palinsesti delle palafitte, agli incunabuli delle grotte? I teschi di Engis e di Neander non son dessi importanti per la storia umana quanto i libri di Senofonte e di Tacito? Non [28] hanno dessi riunito con un filo misterioso le freccie di selce delle nostre terremare, l'Adamo dell'Europa, agli indigeni viventi della Terra del fuoco e ai tatuati selvaggi della Nuova Zelanda? E chi sa quante altre sublimi rivelazioni non ci prepara quel libro aperto appena jeri e pur si fecondo della corteccia del nostro pianeta; quel suolo oggi così profondo e che pure era calcato un giorno dal piede dei nostri padri remoti?
E poi senza risalir tanto alto, nè correr tanto lontano, lo smembrarsi di una razza in cento popoli e il fondersi di cento tribù in un popolo e il veder sempre accanto prepotenti e deboli che si scavalcano e si fondono; e l'orgoglio dell'individuo crescere a orgoglio nazionale e dilagare come fiumana che devasta e abbatte orgogli e popoli minori; e il versarsi dell'emigrazione dalla coppa troppo piena d'un popolo fecondo; e gli emigrati divenir presto nemici dei loro padri, e la schiavitù ora istituzione sacra d'un paese , or combattuta dalla coalizione delle moralità armate; e tutto quell'andare e venire di genti che, con eterna vicenda, corrono con moto centrifugo verso i deserti o dai deserti con moto centripeto si fondono nel cuore di una patria comune, non son dessi tutti quanti fenomeni di storia e di antropologia in una volta sola? Non è in un tempo tutto ciò storia naturale e storia dell'uomo?
[29] Nè solo la antropologia è la prima fiaccola della storia, essa diffonde la sua luce dovunque, nelle arti e nelle lettere, nella scienza del governo come nei rupi della morale e del diritto. La conoscenza dell' uomo è il grappolo fecondo da cui, come acini, pendono i semi di tutte le cognizioni. Essa è la filosofia degli antichi, madre di tutte le scienze, ma interpretata secondo lo spirito moderno; nè in ciò può accusarsi di troppa superbia, dacchè identica è la definizione data un tempo della filosofia ed oggi dell'antropologia.
La politica, quest'arte spinosa, è divinazione e istinto di pochi uomini di genio, sol perchè l'antropologia è ancora troppo povera difatti e di luce, ma è pur sempre un'arte che si appoggia tutta quanta sulla conoscenza degli uomini; e quella macchina moderna di alto equilibrio sociale che si chiama il regime parlamentare, non è che un ingegnoso ma fragilissimo meccanismo, che tutto si appoggia all'amor, proprio dell'individuo e delle masse, e sulla più delicata conoscenza del cuore e della mente umana.
Lo studio profondo antropologico di una razza, di un popolo, di un sesso, gli assegna il suo posto al sole con una logica inesorabile e infallibile; e la serena buddica calma della storia naturale dell'uomo taglia netto le più vuote e sonore declama[30]zioni sui diritti degli oppressi e sulle prepotenze degli oppressori. Dinanzi alle arguzie dei poeti satirici e alle adulazioni dei poeti erotici, dinanzi ai reclami incessanti della più bella metà del genere umano e alla sordità ostinata della metà più prepotente, si fa inanzi la scienza. Essa vi mostra che il cranio della donna è più piccolo, che il suo cervello è meno pesante; che le cellule sensitive del midollo spinale sono più sviluppate che nell'uomo; che il dinamometro assegna un grado minore alla sua forza muscolare; mostra e scopre intiere l'anatomia sottile e la fisiologia profonda di Eva e le assegna il suo posto; non così alto come vorrebbe il poeta, non così basso come il Codice civile dei nostri tempi lo esige.
L'ultima guerra di giganti combattuta negli Stati Uniti era stata vinta, prima che coi monitori e i cannoni rigati, nelle serene regioni delle Società di antropologia; e continua ancora la guerra nelle pagine degli antropologi sui destini delle Pelli rosse e di quei mostri umani che si chiamano gli Australiani. Se i problemi relativi all'umana felicità son quasi tutti problemi a quattro incognite, se anche i genii più arditi o più fortunati si avvicinano soltanto alla loro soluzione, è perchè la natura umana è poco e mal conosciuta, è perchè la nostra scienza superba dell'avvenire senza confini che l'aspetta, [31] è pur poverissima nel suo presente. Sorge qua e là un profondo conoscitore del cuore umano e sa governare un popolo; si chiama Augusto o Teodorico, Pietro il grande o Machiavello, Cavour o Palmerston, ma egli non è che un grande artista di una scienza che non esiste ancora. Sorge qua e là qualche uomo fortunato che conosce e governa sè tesso in modo da convertire il bipede implume di Platone in un uomo felice; si chiama Franklin o Fontenelle, Goethe o Leibnitz; ma egli muore come i grandi artisti, portando nella tomba il segreto di un'arte che aspetta ancora la sua scienza; di quella scienza poverissima e superbissima che studieremo insieme, di quella scienza che ci insegna che l'uomo non è un Dio, nè una scimmia; che l'intelligenza non è suo privilegio esclusivo, ma ch'egli è pur la creatura più intelligente del suo pianeta; che la morale non è un codice come gli altri, che al carcere sostituisce l'inferno; ma è legislazione naturale di uomini riuniti nell'alveare d'una società; che infine ci dice che la psicologia non è metafisica, ma è fisiologia del cervello mano.
Nessun uomo al mondo è più morale, è più tollerante delle umane debolezze quanto l'uomo che studiato profondamente l'uomo. Qui spicca in tutta la sua sublime eloquenza la verità di quella [32] sentenza che perdonare tutto vuol dire intender tutto. Nessuno che abbia approfondito l'uomo, osa ridere delle sue paure e delle sue sublimi speranze. Il Dio ignoto si agita nelle viscere d'ogni uomo che pensa, e il sorridere dei pregiudizii non ci corregge, lo sprezzare i più elevati bisogni della mente umana non ci insegna a farli tacere. Tutto ciò che è umano vuoi essere studiato dall'uomo; e se la fede è una malattia, vuoi essere curata dall'educazione che punisce il pregiudizio; così come se, invece, è un bisogno sublime della mente che ci eleva e ci consola, vuoi essere strappato dalle mani di chi ne fa strumento di speculazione e di tirannide. Il materialismo moderno col suo sistema di amputazione fa dell'uomo un eunuco1; nega le forze che non sa spiegare; ci riduce a lacerti monchi e galvanizzati da forze poco più che elettriche. L'antropologo studia i lacerti; ma dai nervi irritati risale al cervello che pensa, risale al pregiudizio che teme, e alla paura che difende, alla sete d'ideale che ci innamora; descrive tutto, tien calcolo di tutto, misura il misurabile, pesa il pesabile, e si accontenta di descrivere ciò che non intende. Dinanzi a Zenone che negava il moto, Diogene si muoveva ghignando, dinanzi a chi

1 VICT0R HUGO scrisse stupendamente: Ne retirons rien à l'esprit humain; supprimer est mauvais. Il faut reformer et transformer.


[33] nega l'ideale e tutte le forme degli umani excelsior, l'antropologo mostra le città umane dove i più grandi edifizii son consacrati non a vivervi, non a saziarvi la sete o la fame o la lussuria; ma son izzati per pregarvi e per sperare. L'antropologo non ghigna, non nega; ma vi invita a studiare quel fatto, a misurare quel bisogno, a segnare le leggi che lo governano.
Nel mondo dell'arte egli vi dice: pittori, scultori, architetti, scrittori, musici, artisti tutti quanti del peennello o dello scalpello, della squadra o della penna, dell'armonia o del colore, studiate l'uomo, prima e unica sorgente del bello e del vero. Anche la natura non è cosa viva se non in quanto essa si specchia nella nostra coscienza: e le armonie della natura si riflettono tutte quante nella divina simmetria del nostro pensiero. Da poco tempo la Francia, che aveva già una cattedra di antropologia al Jardin des Plantes, rizzò una cattedra di antropologia applicata alle Belle Arti alla Scuola Imperiale; che l'anatomia pittorica è troppo piccola parte della scienza dell'uomo, e in Francia come in Italia, dapertutto dove il bello fa battere il cuore umano, lo studio profondo, appassionato del1'uomo è la guida più sicura alle creazioni dell'arte. E dove l'inconscia divinazione di chi è nato artista vien meno, la scienza deve supplire al genio [34] che manca, segnando quelle leggi matematiche del bello che permettono a tutti la facile produzione di un'arte media, di un bello medio, che s'attaglia alla capacità di tutti. Dove poi la scienza sia moltiplicata del genio, avrete Michelangelo.
Studiamola tutti con amore e senza paura questa creatura umana così bella e cosi inerme, che poggia il piede nel fango, ma che cogli occhi cerca il cielo; questo figlio di Prometeo nato nudo ma che pesa i metalli dell'atmosfera del sole; che vive un giorno, e solo fra tutto gli esseri vivi sa di morire; ma che lascia ai suoi figli intatta l'eredità delle sue sperienze e accumula dopo mille generazioni tanta scienza e tanta potenza nei suoi lontani nipoti da far lecito ogni sogno più temerario di civiltà. Studiamo questa creatura capace di tanta gioia e di tanto dolore, che dal suo piccolo pianeta proietta i raggi di una luce divina in un infinito di bellezza, di bontà e di forza, che intende senza vedere e senza toccare: studiamola profondamente, che la troveremo più grande e migliore assai di quanto il crediamo. Che la scienza dell'avvenire risponda finalmente al grido di Talete: Conosci te stesso; e la morale cresciuta sulla base della scienza e non della paura diffonda per ogni terra del pianeta la voce amorosa venuta dai ghiacci dell'Islanda: L'uomò è la gioia dell'uomo.