Paolo Mantegazza, "Quadri della natura umana - Feste ed ebbrezze", 1871, 2 voll., Milano, Bernardoni Edit.
[Vol. II, pag. 679]


CAPITOLO XXXI.


Conslusione dell'opera. - Uno sguardo nell'avvenire delle feste e delle ebbrezze.


Noi abbiamo finito, e con dolore ci distacchiamo da uno studio, che ci fu per molti anni compagno nei nostri viaggi avventurosi e nelle ore calme e serene del laboratorio. Fin da quando abbiamo tracciato nell'ardore della giovinezza le prime linee della Fisiologia del piacere, noi abbiamo divinato come quello fosse un ramo fecondo da cui potevano nascere molti frutti. Questo primo saggio di Quadri della natura umana può dirsi un commento ad una pagina della storia naturale del piacere.
Le ebbrezze e le feste son vie per le quali l'uomo in cento modi diversi cerca la gioia, e a queste forme del piacere egli imprime uno stampo così profondo della sua natura, che quasi tutto vi si rivela; coi suoi entusiasmi e le sue libidini; coll'ardore de' suoi sensi e la sua sete inesauribile dell'ideale. Noi abbiamo ritratto dalla natura alcuni quadri di feste e di ebbrezze e li abbiamo poi studiati cogli stru[680]menti dell'analisi, tentando le armonie dell'arte colla scienza. Se l'autore abbudito alla tirannia della nostra natura mista, o se abbia rivelato una vena ricca, ma poco esplorata di metallo, lo diranno i lettori, dai quali domanda molta indulgenza; perchè la via era quasi nuova, nè facile, nè breve.
Se un libro nuovo è davvero un passo innanzi nel mondo del pensiero, dovrebbe essere un anello che congiunge il passato al presente, e ci fa adombrar l'avvenire. Lo studio dei fenomeni umani, che ho impreso a trattare in questo libro, mi dice che l'uomo avrà sempre feste ed ebbrezze. La natura ancora poco esplorata e più di essa la chimica daranno ai nostri figliuoli mille nuovi alimenti nervosi che vellicheranno loro i nervi e il cervello nei modi i più svariati; e l'igiene li andrà piegando ai bisogni delle razze, delle età, delle costituzioni diverse. Il loro uso altero e sapiente sarà una pagina delle più feconde dell'arte della vita, e la gioia sarà compagna della salute o della forza. Man mano l'uomo si innalza e più esso getta via della zavorra del vizio e del pregiudizio, due fratelli quasi inseparabili; e mentre gli si allarga dinanzi agli occhi innamorati l'orizzonte della scienze, egli trova sempre gioie maggiori e più morali.
L' ebbrezza, che non è vizio, che non è cinismo, che non è abitudine, è gioia che vivifica e dà nerbo alle molle della vita; e l'estetica degli alimenti nervosi andrà crescendo indefinita e instancabile, finchè il nostro pianeta avrà pianta d'uomo che lo calpesti.
E anche alle feste la civiltà dell'avvenire toglierà [681] ogni crudeltà e ogni libidine, strappando ad esse gli ultimi cenci del giullare antico. La lima dell'analisi scientifica va corrodendo gli ultimi pali tarlati della superstizione e delle pompe fastuose; e molte feste pubbliche, che durano ancora pallide e fredde per consuetudine, cadranno disseminando i loro antichi entusiasmi nei mille focolari della famiglia. Ma d'altra parte la sete della gioia e la socievolezza cfresceranno sempre insieme alla, scienza e alla giustizia, e le nuove feste pubbliche dell'avvenire saranno sociali e storiche più che religiose; e dall'arte raffinata e dalla scienza cresciuta attingeranno nuovi elementi per riaccendere gli entusiasmi e ravvivare la gioia. Al fasto insolente che invita i proletarii all'ebbrezza d'un giorno per ricacciarli domani agli stenti di un pane avaro e amaro, succederà l'arte feconda delle gioie associate; e la scienza farò getto generoso dei suoi miracoli perle vie e per le piazze onde abbellire le feste popolari dell' avvenire. La luce, l'elettricità, il pensiero preparano ai nostri lontani nipoti inesauste magie e magiche sorprese. Le feste saranno roghi accesi sui colli dell'umana famiglia per innalzare l'inno di gioia alla natura, che fu all'uomo tanto prodiga di forze e di delizie; e al tirso della baccante, e alle fontane di vino, succederà la splendida fantasmagoria delle scene della natura; sempre vergine, eternamente calda. In quel rogo l'uomo dell'avvenire troverà il nerbo per combattere le noie della vita quotidiana e per sopportare in pace gli inevitabili riposi che preparano l'energia per nuove lotte e nuove gioie.
Fra l'olimpo al di là della tomba e il paradiso do[682]mestico d'una poesia terrestre e morale, vi deve essere un'epoca di transizione, che è la nostra; epoca di infinite ipocrisie e di vilissime reticenze.
Mentre crollano le ultime rovine di un tempio elevato dalla sete dell'ideale, ma profanato dalla superstizione e dalla simonia, gli operai del pensiero vanno preparando i materiali per rizzare il tempio al nuovo Dio; e noi, pellegrini erranti nel deserto verso la Nuova Mecca, guardiam di lontano il sole che sorge.
E sorgerà ai figliuoli nostri e per opera nostra.


FINE