Paolo Mantegazza, "Quadri della natura umana - Feste ed ebbrezze", 1871, 2 voll., Milano, Bernardoni Edit.
[Vol. II, pag. 589]


CAPITOLO XXIX.

L'agarico moscato, l'hagahuasca e il limbo dei narcotici.


L'agarico moscato, Agaricus muscarius di Linneo, o Amanita muscaria di Persoon ebbe i nomi di agarico moscato, fliegenschwamm, fly mushroom, perchè può servire come veleno per le mosche, quando sia infuso nel latte. Il vederlo chiamato dai Francesi anche agaric moucheté mi fa però nascere il sospetto, che l'etimologia del nome potesse derivare dalle macchie bianche, che a guisa delle mosche tempestano il cappello porporino di questo bellissimo fungo.
Presso di noi l'agarico moscato è un veleno o per caso o dietro particolari manipolazioni gastronomiche un cibo innocente; mentre in Siberia e nel Kamtschatha forma la delizia narcotica dei Tongusi, degli Jakuti, degli Jukagiri e degli Ostiaki, sotto il nome di muchumor. Fra ghiacci e nevi eterne questo fungo dà ai poveri abitanti di quei paesi delizie paradisiache, che sotto i caldi cieli del tro[590]pico l'uomo trova nella coca, nell'oppio o nell'haschisch.
Si raccoglie il fungo nei caldi mesi dell'anno e messo a seccare si conserva per molto tempo. Qualche volta si lascia seccare sul posto dove è nato, e pare che allora abbia un'azione narcotica più forte. Quando è secco si inghiottisce sotto forma di pillole, senza masticarlo: pare però che si mangi anche fresco in zuppa o con diverse salse. Uno dei modi prediletti di prenderlo è però quello di infonderlo nel succo dei frutti del Vaccinium uliginosum o con quello dell'Epilobium angustifolium. Un fungo può bastare per un giorno di ebbrezza; e quando si beve molt'acqua l'azione è più forte.
Gli effetti inebbrianti di questo fungo ci sono descritti nell'istessa maniera da Kranscheminikow, da Gmelin, da Pailas, da Georgi, da Steller e da quanti scrissero sulla Siberia e sul Kamtschatka; fra gli scrittori moderni Bibra e Cooke son quelli che ci danno in proposito più ricche e più preziose notizie.
Una o due ore dopo aver preso l'amanita, se ne provano i primi effetti di eccitamento. Si è allegri e tumultuosi, or si balla, ed or si canta, si ciarla di tutto, ma sopratutto di cose liete; si hanno singolari allucinazioni, per cui si fanno salti enormi per passare oltre un fuscello di paglia, e simili altri esercizii ginnastici. Pare che nello stesso tempo la forza muscolare sia di molto accresciuta. Langdorf tra gli altri racconta di un ubbriaco, che portò per 15 verste un sacco che pesava 120 libbre tedesche. Le allucinazioni dello spazio avvicinano questo fungo [591] all'haschisch; mentre l'eccitamento dei muscoli lo fa fratello della coca. Come avviene per gli altri narcotici, non tutti sentono l'ebbrezza dell'amanita nella stessa maniera, e alcuni sono chiaccheroni e vivaci, altri attoniti e stupidi. Ad alte dosi però tutti cadono nella più completa stupidità e perdono la coscienza di esistere. Gli ubbriaconi di mestiere hanno tremiti nelle membra e nella vecchiaja possono giungere sino alla demenza.
La cosa più singolare nell'ebbrezza del fungo siberiano è questa: che il principio narcotico passa nelle orine e che queste si sogliono bevere da quella gente per rinnovare l'ebbrezza con piccola spesa. Ora sono i servi, che bevono le orina dei loro padroni; ora sono alcuni amici che messisi assieme con molta economia si vanno ubbriacando per parecchi giorni di seguito, dacchè è provato, che l'orina che ha fatto il giro di quattro e fin di cinque organismi, conserva sempre le stesse preziose virtù inebbrianti.
Gli studii recenti sul passaggio di molte sostanze velenose nell'orina rendono assai probabile, che anche le orine di altri generi di ebbrezze potrebbero riprodurre l'ubbriachezza: la singolarità è quindi più nel coraggio dei Kamtsciadali di bevere l'orina, che nel fatto stesso della virtù narcotica di un liquido secreto da un sangue avvelenato.
Tra di noi non si è mai studiato l'amanita come sostanza inebbriante, ma come veleno o come alimento; e le contraddizioni, che si trovano nei diversi scrittori, dimostrano la necessità che si ristudi più profondamente questa questione.
Alcuni sostengono che in Russia l'amanita è ve[592]lenosa in alcune provincie, innocente in altre; ma tutti i Russi sanno che lo Czar Alexis morì per aver mangiato di questo fungo. Così Gmelin, Pallas e Roques parlano diffusamente delle sue proprietà velenose.
Il dottor Christison racconta che varii soldati francesi mangiarono in Russia una grande quantità di amanita. Alcuni non presentarono sintomi di avvelenamento che sei ore dopo e quattro altri si credevano affatto al sicuro, perchè si sentivano benissimo, mentre i loro compagni erano già malati, per cui si rifiutarono di prendere emetici. Alla sera però incominciarono a sentire angoscia, sete ardente, frequenti lipotimie e coliche violente. Il polso divenne piccolo ed irregolare, la pelle si coperse di un freddo sudore, i lineamenti del volto erano profondamente alterati, il naso e le labbra violette, il ventre gonfio, il tremito generale, la diarrea profusa. Presto le estremità divennero fredde e livide, il dolore del ventre intenso, e delirando morirono tutti e quattro, benchè fossero uomini robustissimi.
Cooke racconta che un tale raccolse nell'Hyde Park una grande quantità di amanita che scambiò per ovoli mangerecci e che dopo averli cucinati si mise a mangiarli, ma prima ancora che avesse terminato il suo pasto, fu preso da offuscamento della vista, vertigini, debolezza, tremito e perdita della coscienza. Poco dopo potè riaversi tanto da poter muoversi e cercar soccorso, ma lungo la via si smarrì di nuovo e perdette la strada, Egli cadde poi in tal sopore, che solo colla violenza poteva esser tenuto desto. Fu fatto vomitare e il sopore cessò lasciandolo pel dì seguente languido e debole.
[593] D'altra parte Mèrat racconta di aver veduto mangiare impunemente da alcuni soldati amanite colte nella foresta di Saint-Germain. Ammoniti da lui del pericolo che avrebbero incontrato, risposero che essi erano del mezzodì della Francia dove si fa un uso continuo di quei funghi.
Desmartis pretende che i contadini di Bordeaux mangiano la falsa amanita dopo averla fatta riscaldare sulle bracie. Leclerc di Tours dice che egli e i suoi soldati mangiavano questo fungo in Crimea senza danno. Anche Reveil lo diede impunemente ai polli e ai cani. Egli stesso ne mangiò più volte, e solo una volta ebbe un po' di vertigini e coliche.
I differenti effetti dell'amanita sul nostro organismo possono in molti casi spiegarsi col modo diverso con cui è cucinata, e tutti ricordano il fatto di quell'ufficiale francese che morì con sua moglie, 32 ore dopo aver preso alcuni funghi, che furono innocenti per un'altra famiglia, che ne aveva copiosamente mangiato, ma dopo averli fortemente salati e poi spremuti.
Ricordiamo pure a questo proposito che Pouchet uccise un cane in otto ore, dopo avergli fatto bere dell'acqua in cui per quindici minuti aveva fatto infondere cinque ovolacci, e con una parte di quell'infuso uccise un altro cane in un giorno; mentre due altri cani mangiarono impunemente gli stessi funghi, dopo che eran stati bolliti, e potè alimentare per tre mesi un terzo cane con nessun altro cibo che l'amanita; e non solo non ebbe a soffrirne, ma ingrassò.
Reveil trovò nell'amanita tre diversi veleni, un [594] principio, molto volatile, odoroso e solubile nell'etere, un principio estrattivo solubile nell'acqua e di potente azione narcotica e un principio resinoso solubile nell'alcool a 95°.
Fino a questi ultimi tempi la storia chimica di questo fungo inebbriante era molto confusa. Le Tellier aveva creduto di avervi trovato un alcaloide che chiamò amanitina e che era il principio velenoso. Apoiger alla sua volta, trovò nel sugo del fungo un acido, che precipitava coll'acetato di piombo, solubile nell'etere e molto velenoso. Dopo queste scoperte credettero i medici di spiegare l'azione benefica dell'ammoniaca diluita contro l'avvelenamento dell'ovolaccio come aveva dimostrato Mirabelli.
Insieme a quest'acido Apoiger trovò nell'amanita una base vegetale non velenosa e un olio volatile di odore aggradevole.
Bornträger e Kussmaul ottennero dall'amanita un acido di odore assai penetrante, simile a quello dell'acido volatile proprio delle salciccie guaste e al pari di questo mortifero ai conigli sui quali fu sperimentato.
Si occuparono dell'analisi di questo fungo Vauquelin, Braconnot e Schrader, ma una nuova epoca è segnata dai recenti studii di Schiedeberg e di Koppe, i quali dedicarono alla muscarina, l'alcaloide velenoso dell'amanita una monografia.
"Dei tre capitoli, nei quali si divide questa monografia, i due primi citati da Schiedeberg trattano dei caratteri e degli effetti fisiologici della così detta moscarina, mentre l'ultimo trattato da Koppe ha per oggetto la tossicologia clinica del veleno. [595] "Per ottenere la moscarina gli autori si giovarono dell'agarico moscato che si trova in copia nei dintorni di Dorpat, benchè egli sia probabile che questa sostanza si trovi anche in altri funghi: La preparazione dividesi in due tempi; cioè la purificazione del succo spremuto e l'isolamento della moscarina con appropriati reagenti.
"Per il primo scopo fu estratto il succo concentrato dell'agarico ripetutamente con alcool e precipitata la soluzione acquosa dell'estratto con acetato di piombo ed ammoniaca. La moscarina è specialmente solubile nell'alcool e come tutti gli alcaloidi non è precipitata coll'acetato di piombo ed ammoniaca, queste due ultime sostanze sono poi allontanate e dalla massa previamente inacidita e depurata con acido solforico si fa precipitare la moscarina col joduro di potassio e di mercurio. La prima soluzione deve essere saturata con joduro di mercurio, altrimenti lo joduro di potassio libero impedisce la precipitazione della moscarina; per questo non fa dannò una piccola aggiunta di joduro di potassio, chè anzi ce ne procura una maggiore quantità, ma non ci dà un preparato così puro come collo joduro di potassio e mercurio. La moscarina così preparata e liberata dallo joduro di mercurio si presenta sotto l'aspetto di una massa sciropposa insipida ed inodora, alcalina ed igrometrica, la quale si essica all'aria in forma di lamine cristalline, facilmente solubili nell'acqua e nell'alcool: lo sono meno nel cloroformio ed affatto insolubili nell'etere.
"La moscarina non è volatile ed abbrucia senza sublimarsi a l00° C; riscaldata, sviluppa un odore [596] somigliante a quello del tabacco. Riscaldata con potassa, fa sentire un odore speciale che richiama quello dell'olio di pesce, e prolungando il riscaldamento si ha sviluppo abbondante di ammoniaca. Il solfato di moscarina si comporta in riguardo alla sua solubilità e igroscopica costituzione come la base libera. Più precisi particolari sulla preparazione e reazioni della moscarina si trovano nella memoria originale; la quantità che si ottiene col suaccennato processo è relativamente piccola; più di un chilogrammo di estratto concentrato di funghi freschi diede da 07 a 08 grammi di solfato di moscarina. Probabilmente il fungo essiccato ne darebbe in maggior proporzione.
"Per ciò che riguarda gli effetti fisiologici della moscarina, che sono accennati nell'ultimo capitolo, questo alcaloide si mostra consimile in azione al calabar e come questo puossi considerare quale antagonista dell'atropina. Agisce con forza speciale sopra i gatti. Da 3 a 4 grammi di solfato iniettati col metodo ipodermico provocano in questi animali profuse secrezioni di saliva e di lagrime, vomiti e diarrea con soffocazioni e dolori di corpo, abbassamento della frequenza del polso e un tale restringimento della pupilla, che questa apertura vien ridotta ad una sottile linea; più tardi subentrano la dispnea e una debolezza di movimenti, che può aumentare fino ad una vera paralisi. La morte, alla quale precede una forte dilatazione della pupilla, succede dopo poche ore colla sospensione della respirazione, talvolta sotto uno stato convulsivo, mentre il cuore si contrae sempre più debolmente. In egual modo [597] agisce il veleno sui cani e sui conigli; soltanto questi animali sopportano dosi più elevate, ed i conigli specialmente non sono soggetti al restringimento della pupilla. Nelle rane si osserva soltanto l'azione sul cuore, ma questa è molto intensa; se si injetta 1/10 od 1/20 di millim. Sotto la pelle, segue tosto un rallentamento delle pulsazioni per diastole prolungata, e dopo pochi minuti cessano di contrarsi primale le orecchiette, poscia i ventricoli, finchè sopravviene la morte dell'animale. Durante la paralisi del cuore si riesce anche per il tempo di più ore ad ottenere qualche forte contrazione con leggeri mezzi irritanti, contrazione che resta limitata al solo ventricolo; ciò proverebbe che l'apparato motore del cuore non è paralizzato. La recisione del nervo vago non modifica questo fenomeno, ciò che dagli autori viene spiegato per il continuo eccitamento dell'apparato moderatore del cuore. L'aggiustatezza di questa spiegazione è confermata anche da molte controesperienze. Come osservarono dapprima Bezold e Blocbaum e come ha confermato Kenchel, l'atropina paralizza l'apparato moderatore nel cuore dei mammiferi. Secondo Schiedeberg avviene lo stesso anche nelle rane. Si può con una dose di moscarina neutralizzare completamente l'azione dell'atropina. Anche dopo che il cuore della rana è paralizzato già da molte ore dalla moscarina, ricomincia a pulsare, quando si pratichi una iniezione di atropina e riassume la sua primaria attività. Viceversa cessa ogni azione della moscarina sul cuore in una rana atropinata. Il medesimo antagonismo tra la moscarina e l'atropina è constatato anche nei mammiferi.
[598] La pressione del sangue nell'avvelenamento della iosciamina s'abbassa subito quasi ad un terzo della suua cifra normale, ed al primo abbassamento segue più tardi una leggera ascensione. Probabilmente questo enorme abbassamento della pressione sanguigna dipende non solo dal rallentamento del polso ma anche dalla perdita di contrattilità dei vasi. Difatti nei conigli si vedono i vasi sanguigni dell' orecchio molto dilatati.
"Dopo l'iniezione dell' atropina si rialza la pressione del sangue e sorpassa anche considerevolmente il suo grado normale, forse per essere completamente abolita l'azione del nervo vago.
"In quanto agli effetti della moscarina sulla respirazione, vediamo dapprima insorgere una forte dispnea con aumento della frequenza di respirazione, alla quale segue un ritorno al grado di frequenza normale oppure un abbassamento sotto il medesimo secondo la dose preparata e finalmente una perfetta sosta della respirazione, mentre che il cuore può continuare a pulsare per qualche tempo. Gli autori spiegano i disturbi di respirazione non solo per le alterazioni di circolazione, ma anche per una diretta azione della moscarina sul centro respiratorio. Colla respirazione artificiale, si riesce a far rinvenire gli animali. Anche qui l'atropina si manifesta chiaramente come antagonista.
"È molto forte l'azione della moscarina sugli organi addominali, azione che esattamente corrisponde a quella che Bauer ci ha descritto, trattando degli effetti del calabar.
"L'intestino, la vescica, lo stomaco ed anche la [599] milza entrano in uno stato di contrazione tetanica, di modo che l'intestino, per. esempio, ci si presenta come un cordone imperforato. Alcuni minuti dopo cede il tetano e subentra un moto peristaltico convulsivo ed irregolare, il fenomeno cessa se si impedisce il passaggio del sangue nell'addome mediante compressione dell'aorta al suo passaggio pel diaframma, ma se il tetano è già entrato in iscena, anche un pezzo di intestino reciso si mette in contrazione; ciò che proverebbe trattarsi di un'azione locale sulle pareti intestinali. L'atropina in piccole dosi manifesta qui pure la sua azione antagonista e siccome questa sostanza agirebbe sui gangli dell'intestino (tale almeno è l'idea di Bezold e di Blochaum} gli autori conchiudono che anche la moscarina colpisce questo apparato.
"La profusa scialorrea comincia abbastanza regolarmente sotto tutti i sintomi dell'avvelenamento di moscarina ed in tutti gli animali indipendentemente dalla loro suscettibilità per questo veleno. Da principio la saliva fluisce più copiosa e tenue, in appresso più scarsa e di consistenza mucosa. Tutte le glandule salivali prendono parte a questo fenomeno e come si può osservare alla sottomascellare e sublinguale, anche recidendo il tronco timpanico linguale, il risultato è sempre lo stesso, dal qual fatto si può dedurre che l'azione del veleno non agisce irritando il tronco nervoso principale delle glandule ma le diramazioni periferiche, e ciò è confermato anche dalla stessa azione antagonista dell'atropina, la quale arresta subito la scialorrea; giacchè questo alcaloide, secondo Biwier e Kenchel, [600] paralizza le estremità nervose periferiche delle glandule salivari.
"L'azione, della moscarina sulla pupilla dell'uomo è molto lenta; con una iniezione di 5. mill. si ottiene un notevole restringimento, mentre che con una molto più piccola hanno luogo il flusso di saliva ed altri sintomi riferibili agli organi addominali. L'istillazione di un milligrammo nel sacco congiuntivale dell'uomo non ha effetto alcuno; con dose maggiore spiega la sua azione sull'apparato accomodatiivo, che come nel calabar consiste in un aumento di rifrangibilità dei mezzi oculari. Alcuni minuti dopo l'iniezione sottocutanea di 3 a 4 milligrammi o l'istillazione di poche, goccie di soluzione allungata nel sacco congiuntivale si manifestano i primi fenomeni d'alterata accomodazione, che raggiungono il loro massimo dopo 10 minuti; dopo alcuni altri comincia il ritorno graduato verso la funzione normale in modo che tutto il fenomeno ha il corso di circa un'ora. La differenza fra questi due veleni consiste in ciò che il calabar provoca dapprima la miosi, poscia l'esagerata accomodazione, mentre colla moscarina questi fenomeni si succedono in senso inverso; inoltre la sua azione nell'apparato accomodativo si manifesta con dosi piccole e che non hanno effetto sull' iride. È questo l'unico caso, in cui si scorge un perfetto antagonismo tra la moscarina e l'atropina, la quale ultima affetta prima l'iride, poscia l'apparato di accomodazione, come fa il calabar. Instillando una miscela di moscarina con piccolissima dose di atropina, si riscontra la midriasi associata a contrazione accomodativa. Per analogia [601] possiamo conchiudere che gli ora accennati effetti della moscarina abbiano luogo per un eccitamento dei filamenti terminali dell'oculomotore, che vanno a distribuirsi all'iride ed al tensore della coroidea. Gli autori per altri esperimenti riuscirono ad escludere per la pupilla la paralisi del simpatico. Essi eccitarono queesto nervo in gatti trattati colla moscarina (che come si è detto esercita in questi animali una forte azione miotica) ed ottennero dilatazione della pupilla.
"Non si può sicuramente decidere se la moscarina abbia influenza sul cervello e sul midollo spinale, e la difficoltà dei movimenti negli animali avvelenati che precedono la morte sono tutti fenomeni da riferirsi piuttosto all'alterata circolazione e respirazione."


BIBLIOGRAFIA DELL' AMANITA.

GRUNER. De virtutibus agarici muscarii, vulgo Fliegen Schwamm, tam in internis quam in externis. Diss. respondit Whirtling. Jenae, 1778, in-4. - LETELLIER. Essai sur les propriétés chimiques et toxiques du poison des agarics à volve. Thèse de Paris, 1826, in-4. - KRACHONEMINIKOW. Effetti velenosi dell'Agaricus muscarius. Lemgo, 1776, in-4 (in lingua russa). - PAULET. Mémoire sur les agarics à volve. Mém. de la Soc. roy. de méd. 1473. - Idem sullo stesso argomento. Mém. de l'Acad. des sciences. Paris, 1775, in-4. - GEORGI. Bemerkungen auf einem Reise in Russischen Reiche von [602] 1772-1774. St. Petersburg, 1775, in-4. - VADROT. Obsérvations sur l'empoisonnement par les champignons, particulirement par l'espèce appelée fausse orange. Paris, 1814. - STELLER. G. W. Beschreibung von dem Lasnde Kamtschatka. Frankfurt am M. 1774, in-8. - REICH. Op. cit. Tom. I, pag. 70. - COOKE. Op. cit., pag. 336. - BIBRA. Op. cit. - BÜCHNER. Repert. Tom. VII, pag. 366. - Id. Gaz. méd. de Paris. 1856, pag. 71. - Id. Recherches chimiques sur Les champignons vénéneux - Moniteur des hopitaux, N. 17, 1856. - Id. Gaz. méd. de Paris. 1856, pag. 399. - Id. Verh. des naturhist-medic. Vereins zu Heidelberg. 1857. I, pag. 18. - DARDANA. Generatim, variae fungorurn species eadem symptomata producunt. Epist. - DAS MUSCARIN. Das giftige Alkaloid des Fliegenpilzes (Agaricus muscarius L.), seine darstellung, chemischen Eigenschaften, physiologischen Wirkungen, toxicologische Bedeutung und sein Verhältniss zur Philzvergiftung im Allgemeinen von dr. OSWALD SCHMIEDEBERG, Docent für Pharmahologie und Diätetik an der Univers, Dorpat, und Da. RICHARD KOPPE, Assistenzarzt der Universitätspoliklinik zu Dorpat. Leipzig, Verlag von F. O. W. Vogel, 1869.

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In varie parti del globo si adoperano alcune specie di dature per inebbriarsi. La specie meglio conosciuta è forse la Datura sanguinea delle Cordiliere, che cresce spontanea in diversi paesi dell'America meridionale, ma specialmente nel Perù, dove è detta bovachero o yerba de huaca (erba delle tombe) perchè sotto l'influenza della ebbrezza che [603] procura, si crede di visitare i morti e appaiono spettri e fantasmi senza fine. La bevanda si prepara coi semi ed è detta tonga. Tschudi descrive un indiano che aveva bevuto la tonga e che era in uno stato da far pietà. Stava seduto, guardando il suolo cogli occhi fissi, colla bocca chiusa con violenza, colle narici dilatate. Dopo un quarto d'ora i suoi occhi incominciarono a muoversi nelle orbite, fra le labbra socchiuse comparve della schiuma e tutto il corpo fu agitato da granchi spaventosi. Appena questi sintomi cedettero alquanto, egli cadde in un profondo sonno, che durò parecchie ore. Lo rividi alla sera e mi parve debole e abbattuto, ed egli stava raccontando ad un circolo di attenti uditori le singolari visioni che aveva avuto e i suoi rapporti cogli spiriti dei suoi antenati.
Pare che alcuni sacerdoti americani prendessero la datura, quando volevano mettersi in relazione coi loro Dei e alcuni credono che anche nel tempio di Delfo e nel tempio del Sole a Sogamossa presso Bogotà, si adoperassero diverse specie di datura allo stesso intento.
In America pare che in alcuni casi l'ebbrezza della datura sia così forte da durare due o tre giorni. Dove le malattie son sempre credute effetto di stregonerie, si da la datura per scoprire chi abbia lanciato la jettatura, e talvolta, quando il malato sta troppo male, si dà la tonga ad un prossimo suo parente, il quale si propone di scoprire nelle sue visioni lo stregone. Quando egli ritorna in sè, descrive i lineamenti del mago che ha veduto nei suoi sogni e tutta la famiglia esce a ricercarlo; e appena [604] abbia trovato il mohari, che rassomigli col quadro avuto dall'ubbriaco, se lo portano a casa, obbligandolo a curare la malattia, di cui egli stesso deve essere l'autore. Quando durante la visione non s'è potuto vedere alcuno stregone, o non se n'è incontrato alcuno che rassomigliasse alla pittura fatta, si prende per il collo il primo mohari che si incontra e se ne fa un medico forzato. Se il malato muore durante la visione del suo parente, si uccide lo stregone che si crede autore della jettatura.
Cooke crede che questa sia la stessa pianta che nell'America tropicale si chiama floripondio. Seemann racconta che gli indiani di Darien così come quelli di Choco preparano coi semi di questa pianta un decotto che si dà ai loro fanciulli, perchè si crede che in quell'ebbrezza acquistino il potere di scoprire l'oro. Dove quei teneri ubbriachi cadono per terra, e li si incomincia a scavare; e siccome in quei paesi la terra è quasi dovunque aurifera; si trova che quei poveri profeti sbagliano di raro. Pare che si dia loro come contravveleno della chicha acida.
Beverley, lo storico di Giammaica, racconta che alcuni soldati mangiarono della datura, e divennero pazzi per undici giorni e che era la cosa più buffa del mondo il vederli soffiare una penna nell'aria, o digrignare come le scimmie mezzo nudi a baciare e accarezzare amorosamente i compagni o ghignazzare loro sul volto. Ritornati in sè, dimenticarono affatto quanto era loro accaduto.
La Kala dhatoora (Datura fastuosa) e la Sada dhatoora (Datura alba) sono pecie di dature molto comuni nell'india, dove sono anche chiamate mazil [605] o methel. Nel Bengala e a Bombay sono spesso usate per fini criminosi, onde derubare le vittime ubbriache e impotenti, così come al Ceylan si adoperano le foglie di una datura per un fine tutto opposto, cioè per scoprire i ladri. Sulle Coste del Coromandel i venditori di toddy soffregano i vasi in cui si beve questo liquore, colla datura, onde produrre più facilmente l'ebbrezza. Così si dice che nel pariah-arrack dell'India oltre l'alcool vi sia del gunja e della datura. Il dottor Ainslie assicura che i semi di una datura entrano a far parte del madjoun insieme all'oppio e alla canape; e che nel preparato che porta lo stesso nome in Egitto si trova invece dell'josciamo.
Bibra dice che in Turchia si mescolano all'oppio e all'haschisch i semi della Datura metel. A Goa sono i ladri e anche le prostitute che adoperano questa pianta per spogliare le loro vittime o i loro avventori; e Oken ci fa credere che anche le mogli, per godere di tutta la loro libertà, inebbrino allo stesso modo i loro mariti. Più innocente è l' intenzione delle cortigiane dell'india, che danno ai loro amanti la datura, per renderli lieti e forse meglio disposti alle giostre amorose. È forse anche per questo che i portoghesi diedero a questa pianta il nome di burlado. Di quest'uso della datura parlò l'Acosta fin dal 1600.
Ecco ciò che vi dice Belon (Singularites, 460): "Voudrait'on chose plus singulière, que de trouver drogue pour faire incontinent dormir quelqu'un qui ne peut reposer? Ils vont chez un droguiste auquel ils demandent pour demi aspre de la semence de [606] tatoula, puis la baillent à colui qui ne peut dormir. Tatoula n'est autre chose que ce que los Arabes appellent nux methel, etc. Iovius, escrivant à l'empereur Seleim , dist qui il avait quelquefois accoutumè manger d'une semence qui rend les gens joyeux et oste le mémoire des choses huniaines; que quelques heures après qu'on en a mangé, on ne domande qu'a se resiouyr, et ne permet qu'on se soucie de penser quelque chose qu rende l'esprit tourmenté. Mais il ne sait, dit, il, quelle semence peut estre, sinon qu il luy est advis que c'est nepenthés." Questo passo si riferisce certamente ad una delle specie di datura dell'India.
Ciò vi è raccontato con piccole varianti da tutti quelli che scrissero sull'uso delle dature in America; ma io posso dare più minuti e più esatti particolari, togliendoli da un competentissimo scrittore, il Villavicencio, il quale nella sua Geografia de la Bepública del Ecuador, non solo ha con maggior precisione degli altri indicati gli indigeni, che usano della datura, ma ha raccolto le più preziose notizie sui diversi scopi che si propongono, prendendo la datura.
"Non passeremo in silenzio una delle cose che, a nostro avviso, chiamerà l'attenzione, ed è un bejuco del quale usano i Zaparos, i Santa Manias, i Mazanes, gli Angutiros per divinare, prevedere e decidere a proposito nei casi difficili, o per dar risposto opportune agli ambasciatori delle altre tribù, quando si tratta di far la guerra o per scoprire i piani del nemico per mezzo di questa magica bevanda, e prendere le opportune disposizioni per l'at[607]tacco e la difesa, e nel caso di malattie di un parente per sapere quale stregone lo tenga in quello stato o per fare una visita amichevole ad altre tribù, o quando giungono loro ospiti stranieri o infine per assicurarsi dell'amore delle loro mogli.
"L'operazione si fa in questo modo: prendono un bejuco chiamato aya huasca (béjuco de muerto o almas) di cui fanno un leggero decotto e lo beve l'indigeno che deve dare le risposte o regolare i piani, e molte volte lo bevono tutti gli indigeni che formano il Congresso. Questa bevanda è narcotica, come deve supporsi, e dopo pochi momenti incomincia a produrre i più rari fenomeni. Sembra che la sua azione ecciti il sistema nervoso; tutti i sensi si avvivano e tutte le facoltà della mente si risvegliano, sentono capogiri; e poi sembra loro di elevarsi nell'aria e di camminare un viaggio aereo. Nei primi momenti si vedono le immagini più deliziose, secondo le idee e le cognizioni di ciascheduno, i selvaggi dicono di vedere laghi deliziosi, boschi coperti di frutti, e bellissimi uccelli che comunicano loro ciò che desiderano sapere di aggradevole e di favorevole, ed altre bellezze relative alla loro vita selvaggia. Passato questo momento, incominciano a vedere fiere terribili pronte a dilaniarli, manca loro il volo a scendere a terra a combattere colle fiere, dalle quali vengono a conoscere tutte le sventure che li aspettano. In questo momento si leva il selvaggio che stava come stupido, domanda le armi, insulta i suoi migliori amici, che lo contengono per forza nella sua amacca, finchè si sia addormentato, ciò che non tarda a succedere".
[608] Villavicenciov prese anch'egli l'ayahuasca, e così continua: "io provai delle vertigini, poi mi elevai anch'io e mi ricordo che vedeva le prospettive più deliziose, grandi città, torri elevate, vaghi ponti ed altre cose bellissime, poi mi figurava in un bosco assalito da alcune fiere dalle quali mi difendeva, e poi pigliava sonno, svegliandomi con peso, e dolore al capo e talvolta con un malanno generale. Il selvaggio prende l'ayahuasca molte volte per solo piacere, ma ha bisogno di aver presso di sè persone robuste che lo contengano nell'amacca, perchè se fosse lasciato in libertà e potesse pigliare un'arma, forse non rimarrebbe vivo alcuno degli astanti; tale è la sua furia e tali le invettive che slancia agli spettri maligni. Una volta svegliato, raccoglie il ricordo delle visioni avute e secondo le sue superstizioni regola le determinazioni che deve pigliare. L'ayahuasca non si permette nè ai troppo giovani, nè alle donne, e i suoi effetti non son di certo inferiori a quelli dell'oppio...1"
Lo studio chimico fu fatto quasi unicamente sui semi del nostro stramonio, che fra noi non è adoperato che dai medici, ma che ha azione analoga a quella delle altre dature.
Promnietz nel succo delle foglie non trovò che i soliti principi di quasi tutte le piante, cioè estrattivo, reésina, albumina, amido, etc.
Brandes analizzò i semi e vi trovò, clorofilla, olio, cera, resina, estratto, zucchero, gomma, una mate-

1 MANUEL VILLAVICENCIO, Geografìa de la Republica del Ecuador. New-York, 1858, pag. 371.


[609]ria azotata insolubile nell'alcool, albumina, acido malico, e fosfati. Credette di aver trovato anche la dataturina; ma per essa scambiò il fosfato di calce; e il vero alcaloide della datura non fu trovato, secondo Bibra, che più tardi da Geiger e da Hasse: però io credo, che questo sia un errore e che il vero scopritore sia Brandes.
La daturina è molto velenosa, così come hanno la stessa proprietà i suoi sali.
Trommsdorff ha trovato insieme alla daturina un altro corpo cristallino, che chiamò stramonina. Peschier trovò tanto nelle foglie quanto nei semi dello stramonio un acido particolare che chiamò daturico; ma Lindbergton e Brandes credono di aver riconosciuto che quest'acido non è che il malico.
Il nostro paesano Domenico Parodi, che onora altamente la chimica farmaceutica nell'America meridionale, analizzò le foglie della Datura suaveolens, che è chiamata anche in alcuni paesi del Perù col nome di borrachera (ubbriachezza) e la trovò composta di

Resina e clorofilla                0,90
Albumina vegetale               0,65
Mucillaggine                         0,15
Estrattivo azotati solubile
nell'acqua e nell'alcol           0,60
Legnoso                                6,50
Acido malico                     (traccie)
Daturina             (quantità indeterminata)
Acqua e perdite.                 91,20
                                           _____
                                         100,00

[610] Cento parti di foglie secche gli diedero 3 parti di cenere, nelle quali trovò dei solfati, dei carbonati, dei cloruri, del1a potassa, della soda, della calce e della silice. Ottenne la daturina cristallizzata, e, secondo lui, si troverebbe nel floripondio sotto forma di malato, come avviene nello stramonio.1 Sperimentò l'azione della daturina del floripondio in un gatto e in un cane. Diede ad un altro cane di mezzana grandezza venti grani di estratto di floripondio e dopo quattro ore cadde in un letargo così profondo da sembrar morto, ma si ricuperò alla vita con l'acetato di ammoniaca.2

Ai narcotici più conosciuti e meglio studiati tien dietro una lunga schiera di sostanze, che calmano e inebbriano diversi popoli della terra e che qui dobbiamo accontentarci di accennare.
Madian? Narcotico poco noto, usato nelle Indie Orientali.
Floripondio? Usato, dagli Indiani Omaguas sulle sponde dell'Amazzone.
Rhododendron crisanthum. I Siberiani ne usano l'infuso come bevanda eccitante.
Rhododendron campanulatum. Se ne annasano le foglie nell'India.
Rhododendron (ignoro la specie). Se ne annasano i piccioli delle foglie in alcuni paesi dell'America del Nord.
Kalmia. Id. id.

1 GMELIN'S. Handbuch der Chem. Tom. II, pag. 1305.
2 DOMINGO PARODI. Analisis quimico del Floripondo peruano in Anales de la Sociedad Médica Montevideana. Iulio, 1854, pag. 305.



[611] Kanna. Gli Ottentotti ne masticano e ne fumano le radici, Secondo Tachard è identica al ginseng; secondo, Paterson è invece la radice d'un Mesembrianthemum.
Rhus toxicodendron. Gli Indiani Seneka dell'America settentrionale ne fumano le foglie secondo Weld.1
Kocksinn. Arbutus vva-ursi. Gli Indiani Blackfeet dell'America settentrionale ne fumano la corteccia.
Cornus sericea. I Mandani dell'America settentrionale ne fumano le foglie.
Paricà. Polvere dei semi secchi della parica-uva, specie di Inga; è narcotico e viene annasato come il tabacco in circostanze solenni dai Musas del Rio Negro (Brasile) e dai Mauhis.
Paricrama. Polvere dai semi della Mimosa acacioides, che viene annasata dai Makusi della Guiaina inglese.
Curupa. Polvere di un seme d'acacia annasata dagli Omaguas d'America nell'Alta Marañao; si aspira come il niopo.
Nupa o nopo, o niopo. Polvere, fatta coi bacelli fermentati dell'Acacia niopo, con calce viva e farina di mandioca, annasata dagli Otomacchi. Vien messa sopra un piccolo piatto munito di manico e aspirata con un osso d'uccello, foggiato a lettera Y, di cui si mettono nel naso i due rami divergenti. Gumilla dice che gli effetti sono formidabili; che gli Oto-

1 WELD. Reisen durch die Staaten von Amerika. Berlin, 1800, pag. 513 e segg.


[612]macchi starnutano fortemente, perdono la ragione per alcune ore e divengono furiosi in battaglia.
Ololuchqui. Il Padre Acosta racconta "di una semencina macinata che chiamano l'ololuchqui, che pigliano gli Indiani (Messicani antichi) tenendola per veder visioni, il cui effetto è privar giudicio".1
Villoa. Usata da diverse nazioni americane antiche. "Usavano i sacerdoti e le streghe per Ispirarsi un herba chiamata villoa e gittando il succo di quella nella chica, o prendendola per altra via, et si imbracano molto."2
Tussilago farfala. Se ne fumano le foglie in alcuni paesi d'Europa invece di tabacco.
Achilloea millefolium. Id., id.
Rheum emodi ed altre specie di rabarbaro. Idem nell'Himalaya.
Menyanthes trifoliata. Id. in Inghilterra.
Salvia officinalis. Id. in alcuni paesi d'Europa.
Arnica montana. Id. nella Svizzera.
Rhus typhina. Id. nel Mississipi.
Rhus copallina. Id. nel Mississipi.
Nelumbium speciosum. Se ne mescolano le foglie col tabacco in China.
Pucha-pat, Marubium odoratissimum. Si mescola al tabacco nell'India.
Tombeki. Specie di Lobelia che si fuma come tabacco nell'Asia Orientale.
Tabacco indiano. Lobelia inflata, si fuma nella America settentrionale.

1 ACOSTA. Historia naturale et morale delle Indie, tradotta da Gio. Paolo Galucci Salodiano. Venetia, 1596, pag. 118.
2 ACOSTA. Op. cit.



[613] Betula eccelsa. Se ne mescola la corteccia al tabacco nel Nuovo Brunswick.
Salice (ignoro la specie). Si fuma ne''America settentrionale.
Arctostaphylus uva-ursi. Si mescola col tabacco dagli Indiani Chenook.
Eugenia pimento. Se ne fumano i frutti nelle Indie Occidentali.
Croton eleuteria. Se ne fuma la corteccia, id.
Polygonum hispida. Se ne fumano le foglie nell'America meridionale.
Tarchonanthus camphoratus. Se ne fumano le foglie al Capo di Buona Speranza.
Leonotis leonurus. Leonotis ovata. Si fumano al Capo di Buona Speranza col nome di dagga.
Purphiok, specie di Tupistra. Si mescola al tabacco a Sikkim.
Archangelica officinalis. Se ne mastica la radice in Lapponia.
Adansonia digitata. Si tira come tabacco la polvere delle sue foglie nell'Africa occidentale.
Asarabacca, asarum europoem; id. in Europa.
Grimstone's eye snuff. Tabacco da naso fatto in Inghilterra con piante ignote.
Tabacco indigeno, dell'Erzgebirg da naso; ne ignoro la natura.
Polyporus ignarius. Se ne tirano per il naso le ceneri al Kamsciatka.
Lattughe e lactucarii. In Inghilterra anche, per uso inebbriante si adopera il succo di queste diverse specie di Lactuca: L. sativa; .L. scariola; L. altissima;. L. sylvestris; elongata; L. I.1

1 Vedi vol. II, pag. 378.


[614] Lactuca taraxacifolfa. Guiana.
Murucuja ocellata. Giammaica.
Murucuja orbiculata. Barbade.
Peganurn harmala. Se ne usano i semi in Turchia per ubbriacarsi.
Sterculia alata. Se ne sostituiscono i semi all'oppio nei Silhet.
Scopolia mutica. Si usano i semi per ubbriacarsi in Arabia.
Chondrilla juncea. Se ne sostituisce il succo all'oppio a Lemnoo.
Gambir. Uncaria gambir. Si mastica a Singapore, dove si usa anche un'altra specie di Uncaria che ignoro.
Derris pinnata. Se ne masticano le radici nei mari del sud.
Cocos nucifera. Se ne masticano le radici nei Ceylan.
Guayabo. Psidium guayaba. Se ne mastica la corteccia alle Isole Filippine.
Antipolo. Corteccia, id., id.
Anthemis nobilis. Se ne fumano i fiori in Inghilterra.
Beta vulgaris. Se ne fumarono le foglie in Francia.
Akel? Si mescola al tabacco in Algeria.
Trouna? Id.
Kauw goed. Dato dalle radici, dal tronco e dalle foglie fermentato del Mesembryanthemum tortuosum. Si mastica al Capo. È inebbriante e dai coloni si chiama canna-root.
Ajuga chamaepytis. Camepicchio. Si fuma in alcuni paesi dei transpadani della provincia di Pan.