Paolo Mantegazza, "Quadri della natura umana - Feste ed ebbrezze", 1871, 2 voll., Milano, Bernardoni Edit.
[Vol. II, pag. 565]


CAPITOLO XXVIII.

Il betel e la kava.



Aspettando nuovi studii sull'azione fisiologica del betel e della kava noi assegniamo loro un posto provvisorio fra i narcotici; dacchè questi prediletti alimenti nervosi dei Malesi e degli indigeni della Polinesia non possono collocarsi di certo fra gli alcoolici, i caffeici o gli aromatici. Anche il quadro dei fenomeni, che ci presentano i masticatori di betel e i bevitori di kava, per quanto sia incompletamente tracciato dalla maggior parte dei viaggiatori, ci accenna a vertigini, a sopore e ad altri sintomi non dubbi di narcotismo.
Il betel è un masticatorio formato dalla foglia di un pepe, dal frutto di una palma e da un pizzico di calce: solo eccezionalmente si aggiunge qualche altro ingrediente che accenneremo più innanzi.
Il Piper betle o Chavica betle è un arboscello arrampicante, che si coltiva da tutte le nazioni più civili dell'Arcipelago Malese e delle Filippine. Que[566]sta pianta è detta suruh nella lingua popolare di Giava e sadah nella lingua dotta; in malese sirih, in lingua bali basi, nel Lampung chanibai, nella lingua tagala delle Filippine buyo; betle nella lingua telinga; amo in amboino; dagli indostani pawon, e al Malabar wassilei. Questi nomi sono scritti con diversa ortografia da diversi viaggiatori, o ognuno deve rassegnarsi a copiare qualche errore, finchè i progressi della linguistica e della geografia ci permettano di essere più fedeli interpreti del vero.
La foglia del P. betle è la parte della pianta che è adoperata. Essa è cordata e ricca di nervature, allungata e acuminata: quando è fresca ha un sapore aromatico, leggermente pungente. Benchè indigena delle Indie orientali, questa pianticella si coltiva in quasi tutta l'Asia tropicale; esige terra fertile, abbondanza d'acqua e un sostegno. come il nostro fagiuolo arrampicante.
Nel nord dell'India verso l'Imalaya il betel non può più coltivarsi a ciel sereno e vien riparato entro piccole serre fatte di graticci di bambù; ed è in quei luoghi coltura molto lucrativa.
Crawfurd, nel suo dotto dizionario sulle isole indiane, ci racconta che si tentò di imporre una tassa sul betel, ma che l'imposta riuscì male, trattandosi di una foglia che è adoperata fresca e non è capace di esser conservata.
Cooke parla di un altra specie di betel che egli chiama Chavica siraboa, e che la più parte dei viaggiatori dà invece come sinonimo del Piper betle chiamandolo Piper siriboa.
Lo foglie del betel non ponno conservarsi fresche [567] oltre gli otto giorni, ma si possono far seccar al fuoco, come si fa per il tè, e si conservan così ammucchiate sotto il nome di chena; durano allora fino ad un anno, ma la loro bontà è di molto diminuita.
I coloni chinesi di Singapore invece del betel usano la foglia del pepe comune. Quest'uso mi richiama alla memoria un ridicolo sperimento, di cui io fui vittima. Un missionario, che aveva vissuto a lungo nell'Arcipelago indiano, mi fece dono di nodi di arec, e di calce preparata alle Isole Wallis, ma mi mancava il betel per preparare il mio buyo. Egli mi consigliò di sostituirvi alcuni grani di pepe nero, dicendomi che l'azione era identica. Io però mi sentii bruciare la bocca e lo stomaco è fui preso da una improvvisa e violenta diarrea che mi fece ridere, ma mi tolse la voglia di rifare l'espermento, mutando la dose dei tre ingredienti.
Il secondo componente del siri è il frutto dell'Areca catechù, a cui Linneo diede questo nome improprio, credendo che questa palma producesse il cacciù. Fée propose di sostituirvi il nome di A. betel, ma il battesimo linneano è rimasto. L'areca è una delle più belle palme dell'India, che ne ha pur di bellissime. Snella e diritta, senza un sol nodo si innalza a quaranta o cinquanta piedi di altezza, con un diametro di soli sei od otto pollici; e dalla cima slancia nell'aria sei o sette foglie di sei piedi di lunghezza, che con graziose curve si piegano ad ombrello.
Si coltiva in tutta l'India, nella China meridionale, nella Cocincina, a Giava, a Sumatra e in altre [568] ed anche nell'Hainan. Il frutto ha forma e grandezza, di un uovo di gallina, e quando ne togli la densa buucia fibrosa, grossa ben mezzo pollice, vi trovi una noce che rassomiglia in tutto ad una noce moscata, benchè più di questa si avvicini alla forma conica. Rotta, rassomiglia ancor più alla noce moscata, essendo fatta di vene bianche e brune. Il frutto maturo ha un colore giallo rossiccio, e pende in grappoli dal verde ombrello delle foglie. L'albero fiorisce in marzo e in aprile, e si incomincia a raccogliere il frutto per la preparazione del siri in luglio e in agosto, ma non è ben maturo che in settembre e in ottobre. L'albero incomincia a dar frutto ai 7 anni e continua a darne per 30 anni.
L'areca è detta in lingua malese pinang, in giavanese jambi, in bali banda, in bugis rapo; in agala e bisaya bongo, in cocincinese cay-cau, in lingua acheenese pens (la noce matura pens mausa, l'acerba pens mudr).
Le noci di areca variano di grandezza, secondo il terreno e il paese che le fornisce; ma i conoscitori più che dal volume, ne giudicano il valore, tagliandole ed esaminandone l'interna struttura. Quando la parte bianca o midollare è piccola e azzurrigna, e la parte rossa è grossa e oscura, la noce è buona quando avviene il contrario, il frutto è troppo maturo ed ha minor valore.
Morin analizzò le noci di areca e vi trovò molto acido tannico, poco olio essenziale, un olio grasso, una sostanza rassomigliante al pigmento della china, [569] acido acetico, acido gallico, gomma e le solite sostanze che si trovano nei vegetali.
La palma dell'areca è come il malese; preferisce le coste del mare. Un popolo marinajo doveva preferire un narcotico che si masticasse ai narcotici fumatorii, per avere le mani libere in ogni evento di lotte marine. È per la stessa ragione che i marinai europei preferiscono la cicca al tabacco. I Malesi poi, benchè fumino oppio e tabacco, preferiscono pur sempre il loro prediletto siri.
L'areca è palma molto feconda; dacchè a quel che ne dice il Cooke, ogni albero produce in media 850 noci all'anno.
Wells Williams nella quinta edizione della sua Guida commerciale chinese ci dà alcuni particolari ignoti a tutti gli altri viaggiatori che parlarono del siri. Egli dice che in commercio si trovano due specie di noci di areca: le une sono intiere, le altre in fette, che furono bollite con piccola quantità di gambir e poi seccate. Si usa anche in alcuni luoghi di farle seccar lentamente al fuoco intere o fesse. Le noci secche con o senza la buccia si importano nella China da Giava, Singapore, Siam e Penang a 4 o 6 dollari al picul. Cooke aggiunge quest'altre notizie. Le noci più preziose e destinate alle classi agiate si raccolgono, quando sono ancora acerbe, e son fatte cuocere nell'acqua. Il decotto evaporato dà un estratto simile al catecù. Le noci bollite son poi affettate, unte coll'estratto tannico che hanno dato colla bollitura, e fatte seccare. Le noci mature come le acerbe, non cotte, sono usate da tutte le classi indistintamente, mentre i ricchi usano anche noci [570] mature conservate nell'acqua. Le noci preparate in Travancore per essere esportate a Trichonopoly. Madura e Coimbatore, sono in piccole fette, colorate spesso col catecù rosso. Per Tinnevelly ed altri paesi vicini non sono che tagliate in pezzi e messe a seccare. Per Bombay ed altri paesi del nord le noci sono intiere e seccate col loro guscio.
A Travancore, dove è detta addaca, la noce di areca è il principal prodotto del suolo. Fin dal 1837 vi si contavano 10,232,873 alberi, che producevano in media 63,000 tonnellate di noci. Fin da quando pochi anni or sono Cooke pubblicava la sua bella monografia dei narcotici da noi già tante volte citata, nelle sole isole del principe di Galles si coltivava mezzo milione di piante di areca, che producevano 3,000 tonnellate di noci; la Costa Pedir di Sumatra ne dava 4,700 tonnellate, di cui una buona metà era esportata. L'importazione chinese era di circa 3000 tonnellate. Ogni anno partono dai porti di Sumatra, Malacca e Siam navi cariche soltanto di noci di areca.
Le noci che produce Travancore si esportano già preparate: più di 2000 candies a Tinnevelly ed altri paesi vicini; mentre circa 3,000,000 di noci maturesi imbarcano per Bombay ed altri luoghi, sempre all'infuori di quelle che sono consumate nel luogo di piantagione e che servono al commercio dell' interno.
L'analisi della noce di areca vi dimostrò la presenza di acido tannico, di acido gallico, di un olio grasso e di un olio volatile.
La calce spenta, che si aggiunge all'areca e al [571] betel per preparare il siri, si ottiene colla combinazione di conchiglie marine, di madrepore o di coralli. Si chiama chunam o gapu. Pare che al Malabar vi si aggiunga del tabacco. Anche Marsden, nella sua antica storia di Sumatra,1 dice che talvolta al betel si associa il tabacco.
Nel nord della China, secondo Wells, l'areca si mastica sola: pare anche che vi si adoperi come medicina, ma nella maggior parte dei paesi asiatici viene già preparata per il popolo la miscela di foglie di betel spolverato di calce e di frammenti di areca. I signori portano invece gli ingredienti del siri in ricche scatole di avorio, di tartaruga, di argento o d'oro. Il capitano Wilkes racconta che il Sultano di Sulu aveva un servo speciale per portare il siri in una magnifica cassetta d'argento e che lo seguiva sempre insieme al portatore della pipa. Nelle case spetta alle donne la preparazione del buyo o siri, e all'ospite si offre già preparato, come noi faremmo di un sigaro o del tabacco da naso.
Nella China il betel si usa specialmente nelle provincie di Quangton, Quang-se, e Che-Keang. Nelle provincie centrali di Hoo-Kwang e Kang-si la noce di areca si mescola al foraggio dei cavalli, perchè non abbiano la diarrea. Nel Ceylan si usano alcuni strumenti per la preparazione del siri, del quale vi posso dare i disegni, tolti dall'opera di Cooke.
Il girri (fig. 1) serve a tagliare le noci di areca: il Wangeddi (fig. 2), o il moolgah (fig. 3) servono a

1 MARSDEN. The history of Sumatra, etc. London, 1783, p. 245.


[572] mescolare intimamente e a pestare i vari ingredienti.1



Wells ci assicura, che i Chinesi amano talvolta di colorire l'areca o la calce in rosso con una lacca di legno sapan, uso tanto più singolare perchè essi amano avere i denti bianchissimi, e anche masticando il siri, se li ripuliscono poi accuratamente;

1 Cooke, p. 262.


[573] mentre i Malesi menano vanto dei loro denti anneriti dal betel e del loro continuo sputacchiare in rosso, abitudine che agli Europei riesce schifosa. Quando i vecchi non hanno più denti, si fanno ridurre il siri in una pasta per mezze d'un mortajo.
In molti paesi il rifiutare il betel è un'offesa. Durante il poasso, o festa del Ramadan, i Maomettani di Sumatra si astengono dall'uso del betel, mentre il sole è sull'orizzonte. Insieme al betel si danno qualche volta filtri amorosi, e che il siri abbia servito anche a propinare il veleno, lo prova l'uso invalso in Sumatra di assaggiare il betel prima di offrirlo all'ospite.1
In due versi il Camoens descrisse e cantò l'uso del betel in Oriente:

Lhe dava a verde folha da herva ardente
Que a seu costume estava ruminando.2


I convicts relegati nelle Isole Andaman masticano le noci di un'altra specie di areca. I Nagas e gli Abors del Bengala orientale usano una terza specie, e un'altra ancora è usata dagli indigeni dei paesi montuosi del Malabar. Vi sono circa venti specie del genere areca, ed è probabile che anche altre specie siano usate allo stesso fine.
Quando nelle Filippine riescono scarse le noci di areca, gli indigeni vi sostituiscono la corteccia del Guayabo e l'Antipolo. Fu pure assicurato a Cooke che nel Ceylan si masticano talvolta le radici della

1 Marsden. Op. cit. p. 245.
2 Camoens, As. Lusiadas. Canto 7. 58.



[574] palma a coco invece dell'areca, e che questa sostituzione riesce bene. Così in alcuni paesi dell'Asia pare che in mancanza del vero betel si adoperino le radici della Derris pinnata.
Più spesso però di tutte queste sostanze è adoperato il gambeer di cui ci parlò già il Marsden fin da quasi un secolo, come di una foglia che, tagliuzzata, bollita e foggiata in piccole palle si aggiunge a Sumatra al betel, all'areca e alla calce.
La Nauclea gambir di Hunter, o Uncaria gambis di Roxb e di altri botanici è un arboscello arrampicante della famiglia delle rubiacee, dai rami rotondi, dalle foglie ovali lanceolate, lunghe quattro pollici e larghe due. Bibra ci dice che fin dal 1832 nell'Isola Bintang si avevano 6000 piantagioni di gambir. Le maggiori contavano fin 80 o 100,000 piante, le minori 4,000.
Invece delle foglie, come vuole il Marsden, pare che spesso si aggiunga al betel il succo condensato del loro decotto che è una specie di catecù, estratto ricchissimo di tannino, che è portato in Europa per usi medicinali, e di cui trovate la storia in tutte le opere di farmacologia.
Oltre il catecù di gambir, abbiamo in commercio quello di Bombay, ottenuto come già abbiamo detto, colla cottura delle noci di areca e quel del Bengala ottenuto dai ramoscelli e dai frutti immaturi dell'Acacia catechu. Queste gomme si chiamano tutte cachou, cacciù, terra giapponica; e possono servire come masticatorii da aggiungersi al betel e all'areca.
[575] Il cacciù esportato da Madras in Inghilterra, Bombay, Francia e Ceylan fu

1853-4     484 cwt. del valore di sterl.   199,4
1854-5     1,364       "     "             "         698,8
1855-6     2,908       "     "             "      2,297,2

Ma questa non è che una piccola quantità del cacciù che consuma l'Inghilterra specialmente per conciare le pelli; dacchè sappiamo che nel 1859 essa importò 1,809 tonnellate di cacciù.
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L'azione fisiologica del betel è poco studiata. Marsden fin dal secolo scorso scriveva che chi lo mastica per la prima volta è preso da forti vertigini, che ne ha escoriate la lingua e le fauci e perde per qualche tempo il senso del gusto. I viaggiatori si accordano quasi tutti nel dire, che il masticatorio malese è tonico, che combatte l'esaurimento che nasce dal soverchio sudare, e che facilità la digestione.
Perron, spaventato dalla mortalità dei suoi compagni di viaggio che soccombevano per febbri, dissenterie ed altri malanni, si mise a masticare il betel, provandone un grande vantaggio e potè sfuggire alla strage, benchè gracilissimo, e benchè dovesse morire poi à 35 anni per tisi.
Lesson assicura che l'uso del betel non è spiacevole, che produce sulle prime una leggera ebbrezza, che si perde poi coll'abitudine di masticarne, provandone invece un senso di grande benessere.
Pare che il betel, in ciò diverso da altri nar[576]cotici, ecciti l'appetito invece di sedarlo. La sua azione sarebbe in antagonismo con quella dell'oppio perchè i fumatori d'oppio masticano il betel per risvegliarsi dal loro sopore.
Crawfurd commette un grosso errore, dicendo che le noci di areca hanno un'azione consimile al tè, al tabacco, e al caffè; lasciando poi da parte l'inesattezza di mettere in un fascio queste tre sostanze, due delle quali hanno un'azione ben diversa dall'altra. Finora nell'areca non si conosce che un'azione astringente.
Johnston ha calcolato che almeno 50 milioni di uomini mangiano il hotel che, consumandone circa dieci libbre all'anno, o meno di mezz'oncia al giorno, darebbero 220,000 tonnellate di betel consumato in tutto il mondo. Bibra raddoppia d'un colpo la cifra dei consumatori di betel, portandola a 100 milioni, ma sì l'uno che l'altro non si appoggiano a calcoli precisi; e sono piuttosto ardite divinazioni che affermazioni del vero. Se le cifre del Johnston fossero esatte, il betel verrebbe subito dopo il tabacco nella scala dei narcotici usati sul nostro pianeta.
Cooke ha fatto il calcolo umoristico, che, congiungendo tutte le noci di areca che son masticate ogni anno sul nostro globo, se ne farebbe un braccialetto gigante, lungo 505,050 miglia e che farebbe 21 volte il giro del mondo. Messe invece accanto l'una all'altra potrebbero coprire una strada larga quattordici piedi e lunga 3,000 miglia: messe in quadrato occuperebbero 5,000 acri di superficie. E perdonatemi queste nugae academicae.
[577] Il betel ha la sua storia comica e anedottica, come tutti gli alimenti nervosi. A Manila vi si racconta da tutti che alcuni anni or sono, arrivò nel porto un bastimento spagnuolo. Fra i passaggeri vi era un giovane medico di Madrid, che era venuto alle Filippine per cercarvi la fortuna coll'esercizio dell'arte sua. Il mattino seguente al giorno dello sbarco, escito al passeggio, fu sorpreso nel vedere camminare dinnanzi a sè una fanciulla, che a quando a quando sputava sul suolo, lasciandovi una larga chiazza di sangue. La segue, finch'essa giunge alla sua casuccia, una povera capanna posta nei sobborghi della città. Entra con essa in casa, e chiamando a sè i genitori, dice loro di chiamar subito un prete, poichè la loro figliuola ha poche ore da vivere. Tutti sgomenti, la mettono a letto, chiamano un frate e in men di ventiquattro ore la fanciulla è morta. Siccome essa fino a quel giorno aveva goduto di ottima salute, i poveri genitori, i vicini, poi gli abitanti di tutta Manilla rimangono sorpresi della penetrazione e della scienza del giovane medico, che aveva saputo con tanta sicurezza far da profeta. Tutti lo chiamano, tutti lo vogliono e in pochi giorni portato dalle ali della fortuna, minaccia di diventar presto un ricco signore.
Ma un giorno ad alcuni curiosi nasce la voglia di conoscere, come il nuovo Ippocrate spagnuolo avesse potuto prevedere la morte di una fanciulla, che agli occhi di tutti godeva di eccellente salute; l'ingenuo dottore rispose che la aveva veduta espettorare tanto sangue che [578] avrebbe bastato ad uccidere, non che una, mezza dozzina di fanciulle.
"Sangue, dite voi, ma come sapevate voi che fosse sangue?
"Dal colore, per Bacco!
"Ma qui in Manilla, tutti sputano rosso." - E l'enigma si scoprì, e il povero dottore, caduto di botto dall'alto della piramide, fu la beffa di tutti e trovò miglior consiglio a ritornarsene subito in Spagna sullo stesso bastimento che l'aveva portato a Manilla.
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Le donne, che lavorano nell'officina governativa di sigari di Manilla, masticano tutte, qual più, qual meno, il betel; e quando un visitatore temerario dello stabilimento osa allungare le mani e toccare ciò che non si può toccare, è antica consuetudine che tutto quante le operaje, da cento a duecento, debbano gettare, come guanacchi, la loro saliva scarlatta, sull'audace ospite. Il capitano di una nave americana, ad onta delle ammonizioni preventive, infranse il divieto, allungò la mano oltre il dovere, e vestito com'era del candidissimo uniforme del tropico, fu mitragliato da un diluvio di sputi rossi, che lo trasformarono, in pochi minuti, come dice il faceto Cooke, in un vero leopardo.
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Il capitano Wilkes ci descrive il sultano di Sooloo colla sua corte e col suo assiduo portatore del betel. Il figlio di quel sultano fu da lui veduto succhiare alcune fumate di oppio e cadere subito quasi istu[579]pidito. Appena potè parlare, donandò il betel; e uno dei suoi servi, masticandolo in vece sua, preparò il prezioso bolo e glielo cacciò in bocca.
È ritenuta cosa molto decorosa il masticare il betel prima di parlare ad un alto personaggio, onde il fiato ne rimanga profumato.
Le fanciulle Tagali considerano come una prova di sincero affetto e di rette intenzioni, quando il loro amante prende il buyo dalla loro bocca. Fra quella gente il betel tiene un posto importante nelle cerimonie matrimoniali. Appena un giovinotto ha informato i suoi genitori ch'egli ama una fanciulla, questi si recano in una bella sera a casa della prediletta; e dopo qualche ciarla sul più e sul meno, la madre dello zerbinotto offre una piastra alla madre della sposa. Se il dono è accettato, il giovane innamorato è ammesso a presentare i suoi omaggi e la suocera corre a spendere il suo scudo in tanto betel e vino di palma, e per tutta quella notte non si fa altro che sputar rosso e trincare allegramente.
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Quando Lady Raffles giunse a Merambung, in Sumatra, essendo molto stanca, si mise a sedere sotto l'ombra d'un albero; e allora una giovane malese le si avvicinò con piglio gentile. Richiesta da lady Raffles se abbisognasse di qualche cosa, rispose: "No, io vi ho veduta tutta sola e ho pensato che non avreste discaro di far qualche chiacchiera, e sono venuta ad offrirvi del siri e a sedere accanto a voi."
[580] A Siam le fanciulle son credute tanto più belle, quanto più neri hanno i denti e le labbra, quanto più scarlatte hanno le gengive; e per raggiungere questo scopo si danno con furore a masticare giorno e notte il betel, con grande danno della nettezza della loro casa e della loro persona, dacchè non inghiottono il succo che spremono dal loro siri.
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L'uso di masticare il betel insieme alla canape fu introdotto in questi ultimi tempi anche negli Stati Uniti e l'inglese Cooke con fina ironia spera che tra poco Jonathan eclisserà i Malesi nel loro gusto per il sucido buyo.


BIBLIOGRAFIA DEL BETEL.

MARSDEN. The history of Sumatra, ecc,, London, 1783. - CRAWFURD John. A descriptive dictionary of the Indian Islands and adjacent countries. London, 1836. - WELLS WILLIAMS. The Chinese commercial guide, etc. 5.° ediz. Hongkong, 1863, pag. 80. - NEALE'S. Residence in Siam. - COOKE. The seven sisters of sleep. - BIBRA. Die narkotischen Genussmittel und der Mensch. Nürnberg, 1855, pag. 369. - MÉRAT et DE LENS. Diction de matière médicale. - LESSON. Voyage médica1 autour du monde. - Id. Journ. de méd. de Corvisart, etc. IX, 57. - AINSLIE. Mat. méd. ind. II, 269. - LUIS NÉES. Nota sul betel. Anales de ciencias naturales de Madrid. 1803. Vol. VI, pag. 189. - MEYER F. J.J. [581] Grund. der Pflanzengeographie, etc. Berlin, 1836, p. 414. - MARCO POLO. Viaggi. - Id. Viaggio atorno il mondo fatto et descritto da Antonio Pigafetta. - RAMUSIO. Primo volume et terza editione delle Navigationi et Viaggi. Venetia, 1568, in fol. pag. 352. - CLUSIÙS. Exoticorum libri decem, etc. 1605, fol. pag. 175. - VÀN LINNHOTEN. Itinerario. Voyage of the Schipraert naer Oost, etc. Amsterdam, 1596. - DAMPIER W. Account of a new voyage round the World, from 1673 to 1699. Lond., 1697-1703. Ediz. francese, 1698, Amsterdam; Ediz. tedesca. Lipsim, 1701-3. - MATHIOLI P. A. Compendium de plantis omnibus. Venetiis, 1571, in-4. - DAPPER. Asia, of naukeurige beschryving van het Rijk des Grooten Mogols, etc. Amsterdam, 1672, fol. - AMOUREUX P. I. Dissertation sur l'origine du cachou. Montpellier, 1812, in-8. - KIROTEN A. I. Dissemtatio de Arecca Indorum. Altdorfae, 1739, in-4.


La kawa è ancor meno conosciuta del betel, e perfino il Bibra l'ha dimenticata nel suo classico lavoro sugli alimenti narcotici. Io ne posseggo un frammento donatomi da un missionario, che visse lungamente nelle isole Wallis, ma le sue modeste dimensioni non mi hanno permesso di istituire esperienze serie. Ho potuto solo rimarcare che questa radice, benchè esposta all'aria e agli insetti, si conserva inalterata già da molti anni, col suo simpatico pizzicore. Due o tre volte ne ho preparato la bevanda e me l'ho presa con piacere, provandone un leggero esilaramento.
[582] La kawa delle isole degli Amici, è detta Awa a Tahiti e alle Isole Sandwich, è detta sciaka alle Caroline; saka a Ponapi dal nome della pianta; ed è la radice del Piper methysticum (da , vino) di Forster, pianta che cresce in quasi tutte le Isole dell'Oceano Pacifico.
Questa radice è molto voluminosa e leggera; di un colore grigio sporco, esternamente e bianco-giallastra all' interno, non ha odore apprezzabile, ma ha sapore pizzicante non spiacevole.
Noi dobbiamo a Cazent le notizie più precise sull'uso della kawa a Tahiti. Egli ci racconta, che gli indigeni di quell'isola non conoscevano un tempo che questa sola bevanda inebbriante e se la preparavano masticando la radice fresca del Piper methysticum e stemperandola poi così disfatta e impregnata di scialiva nell'acqua. Verso il 1796 gli Europei insegnavano ai Taitiani a far fermentare la frutta in quel paese e ad ottenerne bevande alcooliche. Sono le giovani fanciulle e specialmente quelle dotate di bei denti, che sono incaricate della masticazione della radice. In mancanza delle ragazze si affida questa delicata missione ai giovani. La radice masticata si stempera poi nell'acqua, mentre in altre isole si adopera il latte di cocco. Appena preparata si beve.
Nelle isole Wallis so, da testimoni degni di fede, che si prepara la kawa anche con un altro metodo, grattugiando la radice, gettandola nell'acqua e poi manipolandola più e più volte con un pugno di filamenti vegetali legnosi, che servono anche a ripulire il liquido dalle particelle che non si sono disciolte nell'acqua. Io posseggo questa specie di stoppa, [583] e me ne son servito per preparare la mia kawa. Anche a Ualan, Gruppo delle Caroline, invece di masticare la radice, si stritola fra due pietre e si stempera poi nell'acqua. Lo stesso avviene a Kusaie, a Ponapi, a Truk e in altre isole della Polinesia. Preparata la bevanda coi denti o colle mani, essa è sempre cosa poco pulita, ma non è mai fermentata e sbagliarono il D'Orbigny, il Reich ed altri molti viaggiatori e scrittori, che collocarono la kawa fra le bevande alcooliche.
Secondo il Cuzent, a piccole dosi, la kawa è una bevanda tonica ed eccitante, che procura un esilaramento piacevole e contribuisce a far sopportare grandi fatiche. In dosi elevate, dà un'ebbrezza triste, silenziosa e sonnolenta, molto diversa dall'ebbrezza alcoolica. I suoi effetti son pronti e la metà di una tazza di kawa basta per stendere al suolo gli indigeni più robusti. Questa ubbriacchezza non dura più di due ore.
I grandi bevitori di kawa ne prendono sei od otto, volte al giorno ed anche più spesso per mantenersi in uno stato continuo di ebbrezza. Giunti alla settima od ottava dose provano un tremito nervoso cosi forte, da non poter portare la tazza alle labbra. Malgrado lo stato di stupore e di abbrutimento in cui si cade per l'azione della kawa, si conserva una squisita sensibilità per i rumori più leggieri. Quando voi entrate in una capanna, dove un indigeno sta assaporando le delizie della sua bevanda prediletta, lo vedete socchiudere lentamente le sue palpebre sonnacchiose e farvi segno di camminare pian pianino onde non disturbarlo. Se gli parlate ad [584] alta voce vi prega di abbassare la voce, altrimenti sarebbe preso da cefalee e da vomiti e la sua delizia andrebbe perduta.
Un tempo, quando uno dei capi di Tahiti beveva la kawa, si circondava di sentinelle, che allontanavano gli importuni, e se un cane abbaiava, veniva messo a morte all'istante; se un gallo cantava, subiva la stessa sorte del cane.
La kawa si beveva a Tahiti nelle occasioni solenni, per ricevimenti ufficiali, per stringere alleanze, come pegno di ospitalità offerta ed accettata. Un tempo si prendeva sempre prima di intraprendere una guerra o di celebrare una festa religiosa. Il guerriero si inebbriava di kawa prima di battersi, il sacerdote per procurarsi un delirio profetico. A Tikopia la kawa non era bevuta che dai sacerdoti, i quali ne versavano anche sul suolo in segno di sacrifizio. La sua preparazione era una pratica sacra. Oggi (dice il Cuzent, che scriveva dieci anni or sono) a Noukahiva la kawa è una bevanda che rassomiglia al nostro tè o al nostro caffè (ha il colore del caffè e latte), e gli indigeni la prendono abitualmente nelle loro case, senza abusarne che per eccezione. L'uso della kawa è però proibito alle donne ed ai fanciulli.
Mariner nella sua storia delle Isole Tonga descrive pittorescamente la masticazione della kawa. Le ragazze e i giovani, che hanno buoni denti, si mettono in cerchio e, schiamazzando e ridendo, domandano la loro razione di radice: Datemi della kawa, datemi della kawa, e si accingono alla preziosa operazione, che compiono in circa due mi[585]nuti, mantenendo, la radice benchè masticata in uno stato di grande secchezza. Ogni bolo di kawa vien messo poi sopra una foglia di banana, finchè tutti abbiano terminato la loro masticazione. Allora si mettono tutti i boli in un gran recipiente di legno, dove si mantengono tutti distinti. Si mostra al capo della tribù il frutto del lavoro, domandandogli se basti. S'egli dice di no, si continua a masticare, in caso diverso se la dose della radice gli sembra sufficiente per avere una buona bevanda, egli vi dice: Mischiate. Allora due o tre uomini con molta cura si mettono a mischiare l'acqua coi boli e stemperarli; poi con un pugno di fibre legnose a raccogliere tutte le particelle nuotanti nel liquido, finchè dopo un quarto d'ora o venti minuti si grida: La kawa è chiara. E allora il mescitore versa nelle tazze la preziosa bevanda, non già con cucchiaj, ma facendo delle fibre una specie di spugna che spreme ad ogni commensale.
Secondo alcuni viaggiatori si usa la kawa a Tahiti e in altre isole della Polinesia anche per combattere la sifilide che vi hanno portato gli Europei.
Si beve un forte infuso di kawa, si passa un giorno d'ebbrezza, si suda, e se una prima dose non basta si ripete una seconda volta il rimedio. Quando le donne di quei paesi vengono in commercio coi nostri marinaj, prendono la kawa dopo la loro partenza, credendolo un rimedio preventivo contro il contagio d'amore.
Jacobs ha descritto con molta diligenza gli effetti della kawa. Essa procura una sonnolenza ed un'ebbrezza analoga a quella dell'haschisch. Non [586] si barcolla, nè si grida; ma si conserva intatta la coscienza e la ragione. L'ubbriaco di kawa è preso da un tremito nervoso generale, proietta la faccia all'innanzi e prova una grande debolezza alle gambe e in tutte le articolazioni: cammina lentamente e con un passo incerto, poi si distende sopra una stuoia. Egli ha bisogno di silenzio e di assoluto riposo; la circolazione si rallenta; suda copiosamente, la vista si intorpida; un torpore pieno di benessere invade il bevitore, che alcune volte ha anche visioni erotiche. Questa ebbrezza incomincia dopo 20 minuti e dura 2 o 6 ore ed anche più, secondo la dose della kawa e le abitudini del bevitore. All'ebbrezza tien dietro una profonda stanchezza.
Jacobs aggiunge che a Tahiti l'acquavite e l'assenzio usurparono il posto della kawa; ma essa trionfa ancora nelle Isole Marchesi, dove i vecchi bevitori si ravvisano agli occhi injettati, alla grande magrezza, a squamme biancastre (ittiosi?), che ricoprono tutta la pelle e talvolta hanno anche per le membra ulceri profonde.1
Di questa ittiosi prodotta dall'abuso della kawa parlano molti viaggiatori e Cuzent nella sua antropologia di Tahiti mette fra le cause della scarsa popolazione dell'isola le malattie della pelle (areva-rera) che tengono dietro all'abuso di quella bevanda.
Anche a Tonga-Tabou e alle Isole Fidgi la kawa. si beve appena preparata e De Rochas rassomiglia l'ebbrezza che produce a quelle del loglio e dell'haschisch. A dosi moderate è una bevanda be-

1 ALFRED JACOBS. Les Européens dans l'Océanie.


[587]nefica; che procura un senso di freschezza e di benessere, un vigore di mente analogo a quello che ci procura il caffè. In dosi maggiori dà un'ebbrezza tranquilla, più innanzi stupore e profonda sonnolenza. Anche questo autore dice che i bianchi che abusano della kawa soffrono di ittiosi.1
O' Rorke, nel suo viaggio di circumnavigazione a bordo del bastimento belga l'Oceania durante gli anni 1849-1852, studiò la kawa, chiamandola un potente sudorifero.
Cuzent nel 1856, associandosi a Gobley, fece l'analisi della radice oceanica.
La kawa oltre il legnoso e l'amido conterrebbe il metisticino, che si avvicina al piperino e al cubebino, cristallizzabile, insipido quando è puro e che non è il principio attivo della kawa; la kawina, materia molle, resinoide, non cristallizzabile, molto odorosa e molto sapida, che fa le funzioni di acido, nelle combinazioni cogli alcali e che si può separare in due resine distinte. Sarebbe il principio attivo inebbriante della radice.
Conviene ricordare che fin dal 1844, Morson, in un lavoro sopra diverse piante del genere Piper, aveva descritto una sostanza cristallina, che credeva il principio attivo dei Piper. Egli è dunque lo scopritore del metisticino che alcuni chiamarono anche kavaina; ma gli studii ulteriori di Cuzent, Gobley e O'Rorke avrebbero provato che possiede tutti i caratteri del piperino scoperto da Oerstedt fin dal 1819 nel Piper nigrum.
Le notizie scarse e incerte sulla kawa bastano però per classificarla fra gli alimenti nervosi narcotici, e il beato torpore dei bevitori di kawa rammenta i coqueros, chè anch'essi cercano il silenzio e l'oscurità per abbandonarsi in braccio alle indefinite voluttà delle allucinazioni narcotiche. La kawa introdotta in Europa e studiata profondamente darà senza dubbio nuovi e leciti piaceri all'uomo civile e aggiungerà forse un potente rimedio alla farmacologia.

1 DE ROCHAS. Anthropologie de la Nouvelle Calédonie. Gaz.Mé dicale de Paris, 1860, pag. 263.


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BIBLIOGRAFIA SULLA KAWA

NÉE. Nota sulla cava (in spagnuolo). Anales de ciencias naturales. VI, 290, Madrid, 1803. - CUZENT. Ile de la société. Tahiti, etc., Paris, 1860. - Id. Bulletin de la Société d'Anthropologie de Paris. Paris, 1860. Tom. I, pag. 458 e segg. - COOKE. The seven sisters of sleep. London, pag. 268 (chiama la kawa Macropiper methysticum). - MÉRAT et DE LENS. Diction. Universel de matière medicale. Tom. V, pag. 335. - V. DE ROCHAS. Anthrop. de la Nouvelle Calédonie, Op. cit. -ALFRED JACOBS. Les Européens dans l'Océanie. Revue des Deux Mondes. 1859, 1 sept. - Id. Comptes Rendus de l'Acad. des sciences. 1860, p. 436. - LESSON SCHMIDT'S, Jahrbücher der Medicine. Tom. 98. Leipzig, 1858, p. 27.