Paolo Mantegazza, "Quadri della natura umana - Feste ed ebbrezze", 1871, 2 voll., Milano, Bernardoni Edit.
[Vol. II, pag. 502]



CAPITOLO XXVII.

La coca. - Sua storia botanica, agricola e commerciale. Modi diversi di mangiarla e di berla. - Fisiologia generale della coca. - Studii sulla sua azione eccitante del cuore. - Il delirio e la fantasmagoria.


La coca, Erythroxylon coca di Lamarck, è un alberetto ramosissimo che si innalza all'altezza di pochi piedi, ornato di foglie alterne, ovali, acute, integre, membranose, marcate generalmente da tre nervature longitudinali e lunghe circa un pollice e mezzo, larghe uno. I fiori sono piccoli, biancastri, raggruppati sopra alcuni piccoli tubercoli che si osservano nei rami; compajono in maggio. Il frutto, quando è maturo è una drupa rossa, oblunga e prismatica.
L'albero della coca non cresce che nei luoghi caldi, umidissimi e molto boschivi che si chiamano Yungas1 su tutto il versante orientale delle Ande

1 Gli indigeni chiamano Yungas nella lingua aymarà le valli molto calde e umide favorevoli alla coltura della coca, e questa denominazione divenne generale fra gli abitanti di quei paesi, per cui si dà il nome di Yungas delle Palme alle foreste umide del nord di Cochabamba e a molti altri luoghi che si trovano nelle stesse condizioni.


[503] del Perù e della Bolivia. Nessun autore, ch'io sappia, ha mai indicato fino ad ora la presenza di quest'alberetto prezioso nella Confederazione Argentina; ma io credo di poterlo affermare dietro l'autorità di un distintissimo mio amico americano, il signor Villafañe, che fu governatore di Oran, e che mi assicurò aver veduto la coca nei boschi di quel distretto che appartiene alla provincia di Salta. Egli confermò quest'asserzione nell'ultitno suo lavoro, assicurando di averla riconosciuta di ottima qualità.1
È difficile rintracciare nell'oscurità delle tradizioni storiche degli indigeni d'America, quando il popolo degli Incas ritrovasse in quei boschi vergini la coca; quando ne riconoscesse le preziose qualità e quando la trasportasse nei suoi campi, che sapeva coltivare con tanta maestria di irrigazioni, di dissodamenti e d'ingrassi. Il certo si è che all'epoca della conquista, gli indiani dell'alto e basso Perù coltivavano già da' tempi immemorabili la coca, che era riservata alla famiglia reale e ai suoi protetti.2 V'è chi pensa che gli Spagnuoli, concedendo libero a tutti l'uso della coca, si affezionassero le masse private per tanto tempo tirannicamente di uno dei

1 VILLAFAÑE. Oran y Bolivia à la margen del Bermejo. Salta, 1857, pag. 24.
2 GARCILASO. Comentarios reales de los Incas, pag. 108. - D'ORBIGNY. Voyage dans l'Amérique Méridion. - Some account of the uses and properties of coca. Extracted from the second volume of the Reise in Chile, Peru und auf dem Amazonenstrome of Doctor Poeppig nel Companion to the Botanical Magazine, etc. London, 1835, Vol. I, pag. 161.


[504] maggiori conforti della vita. Nello stesso tempo i compagni di Pizarro, imponendo gravi balzelli su quest'importante articolo di commercio, procacciarono una lauta messe per gli scrigni sempre avidi della Spagna.
Ciò che sembra quasi incomprensibile si è come gli Spagnuoli non chiamassero l'attenzione dei dotti d'Europa sopra questa pianta, che pur serviva di alimento nervoso ad un'intera nazione, e più ancora fa meraviglia come i viaggiatori di tutte le nazioni dimenticassero per lo spazio di più di trè secoli la coca; accennadandola appena o dandone notizie incomplete o false. Fa meraviglia davvero come Pereira nella sua grand'opera di materia medica la dimenticasse affatto.
Uno dei più antichi scrittori delle cose americane, che parla della coca è il Padre Acosta. Ecco cosa ne dice:
"... vi nasce la coca (parla del Perù), ch'è un'altra superstitione molto maggiore et pare cosa fauolosa. Et in vero in Potosi solo importa, più di mezzo millione di pesi ciaschedun anno il trafico della coca, per consumarsi da nonanta a nonanta cinqne mila cesti, et anco l'anno del 83, (1583) furono cento mille cesti. Un cesto di coca nel Cuzco reale da duoi pesi è mezo in tre, et uale in Potosi di contadi di 4 pesi et sei tomini, et cinque pesi sazzati. Et questa è quella cosa sopra la quale si fanno quasi tutti i baratti per essere mercantia, e la grandissima spedittione è poi la coca tanto preciada una foglia uerde tanto picciolina, che nasce in un arboretto di altezza di un huomo si nutrisse in terra cal[505]dissima et molto humida questo arboro produce queste foglie ogni quattro mesi, la chiamo la tresmitas.1
Ricerca molta cura nel coltiuarla, perchè è molto delicata, et molto più nel conservarla, poi, ch'è raccolta, la mettono con molto ordine in un cesto lungo et stretto, et cargano i castradi, che uanno con quesgta mercantia a schiere con mille, et duoi, et tre millia cesti. L'ordinario è cauarsi delli Andi et Valli di calore insoportabile, oue la maggiore parte dell'anno piove, il cui beneficio non costa travaglio, ne anco poche uite, per andare dai luoghi montosi, et temperie fredde e coltiuarla, ridurla e portarsela uia. Così furono grandi dispute et opinioni di letterati et sapienti sopra se si doueuano sterprare tutti i carchi di coca. In fine gli Indiani la preciauano sopra modo et nel tempo dei Re Inghi, non era lecito a i plebei usare la coca senza licenza dell'Inga o suo Governatore. Il suo uso è mettersela in bocca et masticarla succhiandola, non però la tranguggiano. Dicono ch'è di grande uirtù, et singolare delicia per loro. Molti huomini la tengono per superstitione et cosa di pura imaginatione. Io per dire il uero non la tengo per pura imaginatione. Anzi intendo, che in effetto opera forza, et nutrimento nelli Indiani. Perchè si ueggono effetti, che non si possono attribuire a ima-

1 Non posso sapere se l'errore fu commesso dallo scrittore o dal traduttore, perchè io non posseggo che l'edizione veneziana del 1596; tresmitas vuol dire tre raccolte e va scritto tres mitas, come si dice anche oggi nella Bolivia, nel Perù e nella Repubblica Argentina.


[506]ginatione, come è con un pugno di coca camminar doppiando giornata senza mangiar alle uolte altra cosa, et altre opere simili, il brodetto con che la mangiano è ben conforme al cibo perchè io l'ho prouato, et sente di herba sumaco, et gli Indiani la fanno in poluere con cenere di ossi bruggiati, et macinati o con calcina, come altri dicono. Ad essi piace molto, et dicono, che li fa buon pro, et uolontieri pendono i suoi dinari in quella, et riscotrano tutto quello, che essi uogliono con quella, come se fusse moneta. Tutto passarebbe bene, se non fosse il beneficio, et tratto di quelle con suo rischio, et ocupatione di tanta gente, i signori Inghi usauano la coca per cosa reale et deliziosa, et nei suoi sacrificj era cosa, che più offeriuano brucciandola in honore dei suoi idoli."
La coca si coltiva specialmente nel dipartimento di Yungas in Bolivia, e si scelgono per essa i luoghi più umidi nel fondo delle valli e sul primo pendio dei monti; dove si fanno muriccjoli di pietra onde impedire che si sfasci la terra. La coca si semina o si pianta. Nel primo caso si confidano i semi alla terra in dicembre e gennajo, mesi che in quell'emisfero corrispondono ai più caldi dell'anno, e si fanno vivaj dai quali si trapiantano nell'anno seguente le pianticelle. È questo il metodo quasi sempre preferito. - In ogni caso poi si raccolgono le foglie al secondo anno. Le piantagioni di coca per la regolarità e il bel color verde delle foglie presentano un aspetto attraente; benchè dopo la raccolta non si vedano che arbusti secchi e tristi.
La raccolta delle foglie, che costituiscono la parte [507] utile della pianta, si chiama mita, e si ripete due, tre, o quattro volte all'anno. Essa si compie con somma diligenza, stancando colla mano dai ramoscelli foglia per foglia e trasportandole in alcuni cortili lastricati a quest'uopo di pietra, ove si fanno seccare rapidamente al sole. Quest'operazione esercita una grandissima influenza sulle buone qualità della coca, perchè se il tempo umido e piovoso interrompe la sua essiccazione o la bagna, essa subisce colla massima facilità un processo di fermentazione che la altera e ne modifica assai l'azione.
La coca prospera fra 2000 e 5000 piedi sul livello del mare nel clima mite e umidissimo che chiamasi subandino e dove la temperatura di raro scende al disotto di 15° C. Nella provincia di Huanuco a 9000 piedi d'altezza, quando cade la brina, la coca muore.
Dove la temperatura media passa + 20°, la foglia perde la sua azione.
Nel Perù si coltiva in grande scala nelle provincie di Huanuco e Guamalies e la prima è cosa celebre per le sue ottime qualità.
L'esperienza ha provato che la coca prospera meglio sui declivi e nei terreni senza pietre, dove la terra rossiccia, quasi del colore del mattone, contiene probabilmente molto ferro, e può considerarsi identica al suolo in cui nel nord di Cuba si coltiva il miglior caffè, e presso l'Avana si hanno le più delicate foglie di tabacco. I terreni calcari sono molti dannosi alla coca. Anche i terreni paludosi sono dannosi forse più di questi.
I semi che servono per le seminagioni si colgono, [508] quando sono d'un colore scarlatto vivo: si mettono nell'acqua, e si lasciano quelli che galleggiano e che sono divorati dagli insetti. Si piantano con tutta simmetria ed ordine, facendo i buchi con un piccolo istrumento di ferro, e in ogni buco mette un pugno di semi, ma senza coprirli di terra. Se sono seminati a tempo debito, cioè in novembre, nascono le pianticelle a cento a cento e si abbandonano a sè per 15 o l8 mesi, ma alcune muojono per mancanza di spazio. Nella seconda settimana di febbrajo, 16 mesi dopo la seminagione, si trapiantano i piccoli alberetti, ancora senza rami, e messi in file formano il cocal. Allora bisogna avere gran cura di togliere le erbe; ciò che si fa parzialmente alla fine di ogni mese, e più completamente ogni tre mesi. Alcune piante crescono nei cocales con una straordinaria rapidità e fra le più importune avete il Panicum platycaule; poi il P. scandens, B. Trin.; P. decumbens R. e S., e il Pennisetum peruvianum. Vi crescono anche una Drymaria e alcune piccole Commeline. Vi ha una felce non meno importuna che segue in quei paesi l'uomo ad ogni suo passo; ed è la Macara (Pteris arachnoidea) che cresce all'altezza di un uomo in meno di tre mesi ed esaurisce talmente il suolo da distruggere la coca, mentre essa ripullula anche quando è bruciata fino alle radici. Anche le liane si arrampicano sugli alberetti di coca.
Alcuni nel primo anno della piantagione seminano del maiz fra gli alberi di coca, ma siccome esaurisce il suolo, è poi rimpiazzato da una specie di zucca.
Nei buoni terreni la prima raccolta si può fare [509] tre anni dopo la piantagione, nei più sterili cinque anni dopo.
L'epoca della raccolta si determina col piegare le foglie, le quali devono rompersi. Se si lasciano piegare senza rompersi, sono ancora troppo giovani. Le foglie si seccano al sole sopra un aja (area), metodo molto imperfetto, perchè le pioggie frequenti in quei paesi rovinano spesso il raccolto. Converrebbe stabilire dei secaderos come quelli che si usano per diseccare il caffè a Cuba.
Quando il disseccamento si può fare in un giorno, il prodotto è giudicato ottimo e per questa sola circostanza aumenta il prezzo.
I sacchi di lana nei quali si avvolge la coca si fanno nel Perù dagli Indiani di Conchucos.
Il popolo minuto ad Huanuco mette la coca nella bocca dei morenti. A S. Paulo (Olivenza) la coca si chiama ypadù; ma per la differenza del clima piglia un altro aspetto e le foglie sono meno attive. Si usa la coca a Quito, Pasto, Popayan e Cauca; meno in Venezuela. La parte nordica del Perù e Cuzco l'usano. L'uso della calce nel Perù distrugge i denti. Ad Olivenza si seccano rapidamente le foglie di coca al fuoco, e si polverizzano. I Peruviani dicono che un paese caldo spoglia la coca d'ogni valore in 10 mesi; mentre può durare un anno e mezzo nei freddi e secchi distretti delle Ande.
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Quantunque il Perù produca molta coca, ne compera sempre dalla Bolivia una certa quantità, trovandola molto migliore e mi consta che nel 1856 ne [510] introdusse da questo paese 7851 rubbi, per il valore di franchi 205,600. La Repubblica Argentina compera annualmente dal paese vicino tre mila rubbi di coca, quantità enorme relativamente alla scarsa popolazione delle due provincie di Salta e Jujui dove si consuma e nelle quali gli Indiani si trovano relativamente ai bianchi in numero alquanto minore che in Bolivia.
Dal tempo in cui furono pubblicati i dati officiali che abbiamo riportati fino ad ora, la coltivazione della coca si è estesa assai più e il suo prezzo si è aumentato. Basterà il dire che si compera nella Repubblica Argentina per 60 ed 80 franchi al rubbo secondo la scarsità o l'abbondanza del raccolto, e secondo la sua bontà. Alcuni anni valse perfino 100 franchi il rubbo. In Salta si vende d'ordinario a 7 franchi la libbra di 16 oncie.
La coca di buona qualità presenta le foglie intiere e di mezzana grandezza e d'un bel colore verde chiaro. Ha un odore molto leggero che rammenta il fieno e il cioccolatte. Masticata cede facilmente al dente ed ha un sapore amarognolo non disgustoso.
La coca infusa nell'acqua calda le comunica un bel color verde, che è tanto più oscuro, quanto peggiore è la sua qualità. Questo tè ha un sapore aggradevole che non rassomiglia ad alcun altro. Il decotto ha un gusto alquanto viroso.
La coca è sempre più o meno cattiva, quando è bruna, macchiata e molto dura a masticarsi. La pessima spande un odore disgustoso, è di un colore simile al caffè torrefatto; è rotta e ripiegata in mille modi.
[511] La migliore è quella della provincia di Yungas, dove si può averne alcuni piccolissimi cestos che si vendono a un prezzo molto elevato sotto nome di coca selecta. La peggiore è quella del Perù, perchè durissima e poco attiva.
Fra la pessima e l'ottima poi si trovano infinite varietà, che non si sanno distinguere che dai buongustai, i quali apportano tanta sottigliezza in queste distinzioni come ne esige la lussuria di un piacere studiato per molti anni.
Il farmacista europeo ancora inesperto dovrà sempre cercare nella coca le due qualità più apprezzabili, cioè il color verde e la sottigliezza delle foglie.
Molti viaggiatori assicurano, che i frutti della coca servono di moneta nel Perù, e il cavaliere di Jaucourt, che scrisse un breve articolo su questa pianta nella Grande Enciclopedia francese ripete questo fatto, ch'io credo falso. Egli però si rifiuta a credere ciò che altri scrissero, che cioè la rendita della cattedrale del Cuzco non consista che nel decimo della coca.
Alcuni autori hanno fatto due piante diverse dell'eritrossilo sotto i nomi di coca e di cuca.
In tre grandi regioni dell'America meridionale si fa uso più comune della coca, cioè in Bolivia, nel Perù e nella Confederazione Argentina, e di quest'ultima solo nelle due provincie di Salta e di Jujui.1

1 Nel mio ultimo viaggio in America ho trovato introdotto l'uso della coca anche nella provincia di Tucuman; per cui è probabile che fra pochi anni si estenderà a tutta la Repubblica Argentina. Ho veduto anche al Campo Santo di Salta una piccola piantagione di coca fatta dal signor Cornejo.


[512] Dimenticando per il momento le divisioni politiche delle repubbliche americane, che capricciosamente hanno riuniti paesi diversi e razze disparate, potremo dire che questa foglia si usa fra i discendenti della grande nazione degli Incas. Essa forma il tesoro degli Indiani puri e dei cholos 1 e con minor frequenza vien masticata dal nero, dal mulatto e rare volte dal bianco.
L'indiano porta sempre seco nella chuspa (borsa di pelle, di vescica od altra materia) una certa quantità di foglie di coca e saluta con essa il dì che nasce e il sole che tramonta; essa fu un tempo il suo Dio. Con tutta l'attenzione che si presta ad un'abitudine cara egli prende una piccola quantità di foglie che può variare da una a due dramme, e se la pone in bocca, formandone una specie di bolo che si chiama acullico e a cui unisce un piccolo frammento di llipta o llicta, come si dice e si scrive da taluni.
La llipta 2 è una materia alcalina formata di patate cotte e cementata colla cenere ricca di po-

1 Nel Perù, in Bolivia, nel Chili si chiamano con questo nome i figli degli indiani e dei bianchi, per qualunque linea venga poi la mescolanza dei due sangui. I cholos son detti nel Rio della Plata e del Paraguay chinos. In altre parti delle antiche colonie spagnuole son detti ladinos. Le tante varietà di nomi, coi quali son chiamati in America i meticci, che risultano dall'incrociamento delle tre razze dei bianchi, dei neri e degli indiani, ha fatto commettere molti errori a varii viaggiatori.
2 Una llipta, data Martius a Bibra diede all'analisi:
Carbonato di calce ............................................ 2,00
Carbonato di magnesia ..................................... 0,94
Allumna e ferro ................................................. 0,31
Sali insolubili di silice, d'allumina e di ferro ....... 1,70


[513]tassa ottenuta dalla combustione di molte piante. A torto i viaggiatori non citano che quella del Chenopodium quinoa; perchè io oltre questa pianta vidi adoperare il torso legnoso della spiga del frumentone, le foglie o gli stipiti della vite e un'erba chiamata dagli indigeni moco-moco.1 La llipta, stemperandosi in bocca, ha il doppio scopo di invitare a maggior secrezione le ghiandole scialivari e di rammollire le foglie. Io ho fatto uso più volte della coca, masticandola or co llipta ed ora senza di essa e non ho mai osservato, che questa materia alcalina modificasse menomamente l'azione generale della coca, e solo adoperandola ebbi talvolta a soffrir di un'irritazione molto molesta delle ghinadolette mucipare della bocca. La coca che cresce nel Perù ha le foglie così dure che spesso si deve privarla delle nervature onde poterla masticare, e a questa circostanza si deve forse in quel paese l'uso della calce viva invece della llipta. I peruviani difatti la portano in un piccolo recipiente d'argento o d'oro servendosene con un pennelletto. Questa abitudine è

Carbone ........................................................... 0,54
Cloruri, fosfati e carbonati alcalini .................. 3,42
Sostanze insolubili nell'etere ...................... traccie
Il principio alcalino era principalmente composto di potassa e i sali insolubili contenevano circa un per cento di allumina, di ferro e di sabbia.
1 Quest'erba di cui portai in Europa alcudi esemplari venne esaminata dal mio ottimo amico, il distinto botanico professor Gibelli, che la riconobbe cssere la Gomphrena bo1iviana. A. Dec. A1ph. De Candolle Prodromus systematis naturalis, etc. Parisiis 1849, part. 13, pag 401.


[514] molto somigliante a quella dei Malesi, che masticano colla calce le foglie del betel e le noci d'arec; ciò che forse ha condotto in errore Don Antonio Ulloa, il quale credette che la coca e il betel fossero una stessa pianta. Al giorno d'oggi tutti sanno che quest'ultima sostanza, che forma la delizia di tutti gli abitanti dell'Arcipelago indiano è costituita dalle foglie del Piper betle, come vedremo più innanzi.
Non so capire come Raynal ci assicuri che la coca si mangia con una terra di un color bianco grigio e di natura argillosa che si chiama tocera, nè come nella storia generale dei viaggi di La-Harpe si chiami la llipta col nome di mambi. Io non ho mai udite queste parole nei paesi nei quali si mastica la coca, nè l'ho udito rammentare da persone che fecero lunghi viaggi nell'interno del Perù e della Bolivia. Potrebbe darsi che si usassero nelle repubbliche dell'antica Colombia, ma non ho dati per crederlo o rifiutarlo. A Quito infatti la llipta si chiama tocera, che vuol dire terra bianca; ed è forse la terra argillosa di Raynal. Alcuni autori sbagliarono scrivendo tonra.
Per indicare l'importanza che ha la coca nell'agricoltura della Bolivia, basterà indicare che in più luoghi si chiudono i campi di coca con siepi di caffè. Ai profani dei piaceri cocali ciò può sembrare un vero sacrilegio, sopratutto quando si pensa che il caffè di Yungas è uno dei migliori del mondo.
Quando le foglie sono essiccate, se ne formano dei pani che si ravvolgono in foglie di banano o si coprono con un tessuto molto grossolano di lana. Nel commercio si chiama tambor la riunione di due [515] pani chiusi in un sacco comune di lana; ognuno di questi ha il nome di cesto e contiene circa un rubbo di foglie (25 libbre da sedici oncie). Questo modo grossolano di conservare e di spedire la coca può bastare per il commercio del Perù e della Bolivia, paesi d'aria molto asciutta, ma converrebbe male qualora si volesse esporate la coca in paesi lontani.
La coca si consuma quasi tutta in Bolivia, nel Perù e nelle due provincie di Salta e Jujui.1
Desidero per ora dati precisi per determinare con sicurezza la produzione annua di coca in Bolivia e devo accontentarmi di un dato ufficiale pubblicato a la Paz nel 1832 e degnissimo di fede. Secondo questo si raccolgono in Bolivia 400 mila cestos di coca, dei quali 300,000 nella provincia di Yungas

1 Nella Nuova Granata, secondo alcuni viaggiatori, gli Aruaques chiamano la coca col nome di hayo, la masticano, e lasciando cadere il succo in una zucca, se lo ingollano poi spolverato di calce (?) ELISÉE RECLUS. La nouvelle Grénade, Paysages de la nature tropicale.
Martius trovò la coca in grande quantità nelle pianure bagnate dall'Amazzone, per esempio, ad Ego dove gli Indiani la coltivano. Le foglie sono dissecate, polverizzate nel mortajo, e si conservano in un involto erbaceo misto alla cenere della Cecropia palmata. S'adopera da quelli indiani contro la fatica e si chiama ypadu. Vedi MARTIUS, Reise nach Brasilien. Tomo III, pag. 1169, ed anche MEYEN, Reise um die Erde. Berlino, 1835, 2 vol. in-4.
Secondo D'Orbigny, che la trovò indigena nella provincia boliviana del Valle Grande, la coca si usa anche dagli indiani di Reyes a Sant'Anna di Moxos. Nella provincia di Caupolican gli Indiani invece di aggiungervi cenere, la masticano colla foglia d'una pianta detta chimacro (?) D'ORBIGNY. Voyage dans l'Amerique Mérid. Vol. 3, pag. 129 e altrove.


[516] e gli altri in quelle di Larecaja e di Apolobamba e nel dipartimento di Cochabamba. Il prezzo medio era allora di trenta franchi al cesto a la Paz che ne è deposito generale, ciò che darebbe per la coca una rendita annua di 12 milioni di franchi alla repubblica di Bolivia. Secondo d'Orbigny il Perù ne produrrebbe 13,207,435, somma enorme in confronto della popolazione.1 Difatti il numero degli abitanti indiani o meticci delle provincie, nelle quali si fa uso della coca, può elevarsi in Bolivia a circa 700,000, ciò che darebbe un consumo annuo di fr. 17,50 per ogni individuo.
L'acullico messo in bocca vien masticato lentamente, imbevuto di scialiva e lasciato riposare a lungo nella concavità dell'una e dell'altra guancia, mentre intanto si inghiotte lentamente il succo, che ne vien spremuto. Il coquero si riconosce subito, perchè rassomiglia ad un animale ruminante o ad una scimmia che ha nascosto nelle gote il furto dell'orto. Dopo qualche tempo della coca non rimane più che una massa stopposa formata dalla trama legnosa delle foglie, e il discendente degli Incas ha sempre cura di deporla sopra alcuni monumenti formati dai viandanti, i quali gettano una pietra nello stesso luogo quasi a salutarsi l'un l'altro. Quest'uso vien praticato col rispetto d'un atto re-

1 Secondo dati più recenti, la produzione annua della coca può esser calcolata a 480,000 cestos sui quali il governo leva un'imposta di 300,000 dollari. Il prezzo variò da 8 a 10 dollari il cesto - Scherzer la pagò 14 dollari il cesto.


[517]ligioso. I più temperanti fra i coqueros ne consumano da mezz'oncia ad un'oncia al giorno, dividendola in due razioni, colle quali si preparano al lavoro della mattina e al riposo della sera. Pochissimi però si accontentano di sì piccola quantità e per lo più obbligati dalla povertà, non dalla mancanza di desiderio. Un Indiano può masticare due, tre e forse quattro oncie di coca al giorno senza meritarsi il nome di vizioso, e non è che quando arriva alle sei e alle otto once al giorno che è da tutti creduto un uomo perduto.1
L'Indiano, poco dopo aver lasciato il capezzolo materno, impara a conoscere lo stimolante prediletto dei suoi padri, e ancor fanciullino gli si confida per un'intera giornata l'armento delle pecore o dei lama senza dargli altra provvigione che un sacchetto di foglie di coca e un frammento di llipta. Mentre egli così va indirizzando questi animali, che costituiscono l'unica ricchezza paterna, sulle calve roccie delle Ande, appiena inverdite ua e là da qualche muschio o da qualche raro ciuffo di pajonal, egli mastica le sue foglie che gli servono di unico cibo per lughe ore.
La coca serve all'indigeno di alimento e di stimolo, e senza saper spiegare il più delle volte la sua azione, egli si sente più lieto di spirito, più confortato nella continua lotta degli elementi e più

1 Secondo Ulloa l'acullicar in alcuni paesi d'America consiste nel preparare pallottole di coca appana masticate con un po' di tocera e nel serbarla poi per il bisogno in una piccola boccetta. Per l'uso ordinario se ne preparano da cinque a sei.


[518] disposto a sostenere le aspre fatiche dei lvori più improbi e continui. Senza coca egli digerisce male le sue patate private colla congelazione delle materie estrattive, il suo charqui (carne secca), il suo mote e la lagua, rozzi cibi preparati col maiz; senza coca egli non può correre al trotto sul pendio dei monti; senza coca non può lavorare, non può godere, non può vivere.
Figuratevi un uomo piccolo con un piede piccolissimo e un torace molto ampio, obbligato a vivere con pessimi alimemti ad un'altezza che varia da 7,500 a 15,000 piedi sul livello del mare. In queste condizioni gli altri uomini potrebbero appena vivere; ed egli deve vivere e lavorare continuamente. Egli serve come postiglione a piedi, acconipagnando per più leghe il viaggiatore, che quasi sempre montato su buona mula, corre a gran trotto su e giù per le chine senza badare al povero indiano che deve seguirlo. Altre volte occupato nelle mine, rompe alla mattina coi piedi nudi il fango gelato misto all'amalgama d'argento e suda, sferzato dal lavoro, sotto un cielo che fa intirizzire i più robusti. Tutti questi prodigi compie l'indiano colla coca, e senza di essa si ribella contro il padrone e contro la vita; e ben lo sanno tutti, perchè, oltre le condizioni solite del salario, gli si distribuisce sempre una razione di coca.
Quando l'indiano deve vegliare a lungo o camminare molte leghe, o prender moglie,1 esercitando

1 In Bolivia l'onore maritale degli indiani non permette allo sposo di abbassar le armi per un sol momento nella prima notte che tien dietro alle nozze. La loro lascivia è dovuta più a tem-


[519] in qualunque modo un grado maggiore di forza del solito, egli aumenta la quantità ordinaria di coca, adattandola, con molto criterio, al consumo di forza nervosa di cui abbisogna.
La natura umana è fatta in modo che in ogni tempo e in ogni paese, dal godere un piacere si passa facilmente ad abusarne; e ciò avviene anche per la coca. Il vizio di coquear è anzi uno dei più tenaci e invincibili che si conoscano.
Il coquero incorreggibile ha sempre in bocca il suo acullico, e solo si può vederlo senza di esso quando mangia. Spesso dorme colla coca in bocca. Egli dimentica i proprii doveri, la propria famiglia e spesso toglie ai bisogni più imperiosi della vita il tempo e il denaro per dedicarsi in tutto e per tutto alla sua passione. Se la fortuna non lo ha fatto ricco, non lavora che quanto basta per comperarsi la foglia prediletta, e ritirandosi nella solitudine dei boschi e dei monti, vi rimane per più giorni in preda al delirio che lo inebbria di felicità. Conobbi un negro, che scompariva di quando in quando dalla casa del padrone per un tempo indeterminato e vi ritornava solo quando, senza denaro e senza credito, non poteva ottenere da alcun pulpero (rivenditore di commestibili) la più piccola dose di foglia boliviana. So di un signore di razza bianca, che datosi a questo vizio, si allontanò per sempre dalla propria famiglia,

peramento che a corruzione, e alcune libidini sono fra loro così comuni che fin dai primi tempi della conquista bastava che dicessero al confessore: confesome mi padre, que me equivoqué... perchè egli intendesse senz'altro di che si trattava. La festa del matrimonio dei llamas farebbe titubare la penna più ardita in mano di chi volesse descriverla.


[520] e solo si potè scorgere, a lunghissimi intervalli, nel più folto dei boschi in preda al maggior abbrutimento. Non è quindi solo una metafora l'espressione americana: fulano anda perdido por la coca (Tizio va perduto per la coca). Poeppig chiama la coca più pericolosa dell'oppio, quando il suo uso venga continuato a lungo; descrive con colori molto tetri un solitario di Pampayaco, coquero, che a 40 anni sembrava averne più di 60; altrove però confessa che un coquero arriva a 50 anni senza lacun incomodo. Dice che gli effetti dell'abuso della coca sono più dannosi nei paesi caldi e umidi. La malattia della coca si chiama opilacion: incomincia con dispepsia, a cui tengon dietro ostruzioni biliose (?), itterizia, cefalea, prostrazione di forze, veglie ostinate, color plumbeo della pelle. Talvolta la ripugnanza al cibo s'alterna con bulimia e specialmente di cibi carnei.
Dillon dice che se non esistesse la coca sarebbe più facile sradicare l'idolatria, perchè l'adoperano nelle pratiche più segrete. "La bruciano in onore di Atanguju. Li rende valorosi e fa loro sopportare grandi fatiche. Cresce in abbondanza nelle Ande del Cuzco e nelle provincie de Los Chanas, e se ne trova sempre in grande quantità presso le guacas. Dicono che il suo fumo sia l'odore più piacevole per Ataguju"1.
Il coquero basta a sè stesso; i legami sociali, i vincoli più santi dell'affetto, l'ambizione, i comodi della vita, sono per lui lettera morta; il suo pia-

1 Passage of Cape Horn by the Nassau Channel (dic. 1849). Lett. of M.H.W. Dillon. Nautical Magazine, 1850, maggio, pag. 219-251.


[521]cere assorbe tutti gli altri, e quand'egli col denaro, il lavoro o la frode si è procacciato una lauta provvisione di foglie, egli ha dinnanzi a sè un avvenire sicuro di molti giorni di felicità, nè cerca più altro. A questo grado massimo di prostituzione arrivano più spesso degli indiani i neri, i meticci ed i bianchi, quantunque tutti questi abusino assai più di raro della coca. A questo fatto contribuisce pure la diversa influenza che esercita questa sostanza sulle diverse razze. Dietro la mia esperienza potrei dire che l'indigeno di sangue puro è l'uomo che risente meno degli effetti dannosi della coca, e il nero è quello che più facilmente ne viene indotto al delirio e all'alienazione mentale.
Qualche volta il vizio della coca si associa all'abuso degli alcoolici, ajutandosi l'un l'altro ad abbutire l'uomo fino al grado più basso e facendogli perdere perfino la propria coscienza.
La coca, oltre la sua importanza dietetica, ha in America molti usi nella medicina popolare. La sua infusione è adoperata continuamente nei casi di indigestione, nelle affezioni dolorose dello stomaco, nell'isterismo, nelle flatulenze e sopratutto nelle enteralgie di tutte le forme, che si confondono in quel paese col nome generale di colicos. In questi casi si dà l'infuso per bocca e per clistere.1
L'orrore che inspira il vizio della coca agli Europei stabiliti in America, ha forse contribuito assai a che non si diffonda molto più che non lo sia l'uso

1 Poepping chiama infondati gli elogi dati alla coca dai viaggiatori, e aggiunge: come si possono trovare tante virtù in una foglia così sottile? Davvero che cotesta è logica serrata!


[522] di questa foglia nella razza bianca. Ne nacque anzi un pregiudizio ridicolo, per cui quelli che la masticano si occultano, quasi il modo di usarla in infuzione fosse irreprensibile e l'immoralità di quest'atto consistesse nella sua masticazione. So però di un rispettable prelato di Chuquisaca meno meticoloso degli altri, il quale non arrossiva di presentare in tavola, dope le frutta, un piatto d'argento pieno delle foglie più verdi e odorose di coca, assicurando che ad essa doveva le migliori digestioni del mondo.
Da due fonti principalissime si possono ricavare i materiali necessarii a precisare l'azione terapeutica di una sostanza; e son queste la tradizione e lo studio dei suoi effetti fisiologici. I più preziosi tesori della farmacia non si devono alla divinazione scientifica, ma ad una delle multiformi tendenze dell'istinto conservatore ed anche alla fortuna del caso; e in ciò l'arte viva del popolo ha fatto assai più della scienza medica. A noi rimane l'incarico di ricevere umilmente l'eredità del tempo e di registrarla nei nostri protocolli irti di nomi e poveri di fatti.
Per classificare un rimedio, non intendo io però di trovargli un posticino in una delle tante caselle che gli presentano a gara i mille archivii delle farmacologie; ma voglio dire che se ne studii l'azione fisiologica, che se ne pesino i vantaggi e i pericoli, che se ne limiti con esattezza il confine terapeutico, che si cerchi infine di metter di contro i trovati della tradizione popolare coi risultati della scienza, per vedere fino a dove e in che combacino. Se i medici avessero avuto la pazienza di far que[523]sto prima di ricevere nelle loro armerie a man salva e ad occhi chiusi ogni sostanza medicamentosa, troveremmo a quest'ora men vacillante il suolo su cui poggiamo e con maggior sicurezza potremmo fabbricarci un solido edifizio.
Fino ad ora, ch'io sappia, non venne istituito alcun studio fisiologico profondo sulla coca, ed io presento le seguenti osservazioni, come le prime linee di un quadro che avranno la fortuna di compire uomini più dotti e provati di me.
Io ho creduto bene di istituire gli esperimenti col suo succo ottenuto dalla masticazione, perchè in questo modo non gettava che il tessuto legnoso della foglia affatto inerte e mi metteva in eguali condizioni degli indiani, che usano la coca in questo modo.
Mettendo in bocca una dramma di questa foglia essa si imbeve prontamente di scialiva, anche senza far uso della llipta degli Americani che irrita troppo la bocca; e sotto la masticazione essa si riduce ben presto in una massa molle, che ne lascia spremere facilmente il succo che ha un sapore amarognolo dapprima, poi erbaceo; mano mano si va facendo più povero di succhi il bolo della coca. Poco dopo aver inghiottito la soluzione scialivare delle foglie, si prova nello stomaco un senso di benessere che non è tepore nè pizzico; ma si può rassomigliar meglio a ciò che si sente quando si ha la coscienza di una buona digestione. A stomaco vuoto questa sensazione può sfuggire ai più, ma quando si mastica la coca dopo il pranzo, è impossibile che passino inavvertiti i suoi effetti benefici anche all'uomo meno sensibile e osservatore. In questo caso, cin[524]que o dieci minuti dopo aver cominciato l'uso della foglia, un'esaltazione benefica ci viene ad annunziare che il processo digestivo si fa con maggior facilità e prestezza del solito. Questo vantaggio è meglio avvertito da quelli che hanno per natura digestioni lente e difficili. Un giovane medico di Milano, che si trova in questa circostanza e che da anni si risveglia alla mattina colla bocca suburrale e la lingua bianca, provò tali vantaggi dell'uso della coca dopo il pranzo, ch'egli non la dimentica un sol giorno e ha lasciato l'uso dello sigaro e del caffè.
La coca agisce in modo molto misterioso sul ventricolo: essa non precipita la digestione nè la stimola, irritando ad un'azione soverchia, perchè io, dopo aver fatto uso quasi quotidiano di essa per due anni, non ho mai rimarcato ch'essa irritasse lo stomaco, anche quando era presa in lauta copia. Essa sembra eccitare lievemente il sistema nervoso del sovrano viscere dell'epigastrio, togliendo la coscienza del suo lavorìo o rendendolo più facile. Io, per esempio, non posso assolutamente occupare la mente, dopo il pranzo, senza provare mal di capo e difficile digestione, e solo quando mastico la coca o ne prendo l'infuzione calda posso attender dopo il pasto a facili letture senza stancare il ventricolo o il cervello.
Senza averne una sicurezza assoluta, io credo che la coca faccia secernere maggiore copia di succo gastrico; perchè quando a stomaco digiuno se ne mastica una grande quantità, si hanno delle eruttazioni acide. La llipta probabilmente saturerebbe [525] l'acidità dello stomaco; quando non vi siano alimenti che ne possano approfittare per la loro soluzione. Quando io ho usato della coca a digiuno con alcuni grani di bicarbonato sodico, non ho mai avuto eruttazioni acide.
Si provano gli stessi effetti benefici sulla digestione, facendo uso di un'infusione calda di un denaro a mezza dramma di foglie per una chicchera comune di acqua bollente. La stessa coca può servire per due o tre infusioni successive; ma si devono preparare a poca distanza l'una dall'altra, perchè la coca conservata umida si altera colla massima facilità.
L'uso abituale della coca rende banchissimi i denti ed io li ho sempre osservati magnifici negli indiani, che dfa molti anni ne avevano fatto un'abitudine quotidiana. Non è raro vedere nell'Alto Perù ottuagenarii, che hanno i denti ridotti all'altezza di pochi millimetri per il logorio della continua masticazione, ma che pur li hanno sanissimi. A questo fatto contribuiscono certamente la razza e la llipta alcalina colla quale si usa la coca in America; ma io ho sempre rimarcato in me i denti più bianchi e meglio atti a rompere i corpi duri, quando masticava da qualche tempo la preziosa foglia boliviana. Ho potuto verificare questo fatto più volte in climi diversi d'America e d'Europa. Convinto della benefica influenza della coca sui denti, mi rimane il dubbio se e quanta parte tengano in questo fatto la natura chimica della foglia e l'azione meccanica dei denti. Tutti gli organi indistintamente si perfezionano nel loro esercizio, e i coqueros masticano [526] dieci volte più degli altri che serbano i denti alla sola alimentazione.
Quando si ha esaurito il primo acullico di coca e si passa a masticarne un secondo, poi un terzo, si sente il bisogno di bere, che nasce dalla secchezza della bocca e delle fauci, non dall'irritazione del ventricolo.
L'abuso della coca non esercita altra influenza sulla prima digestione fuori di quelle già indicate, e se l'appetito diminuisce o meglio se si fa sentire meno urgente il bisogno del cibo si deve ripeterlo dalla sua azione generale, non da un'azione nociva sul ventricolo.
Poca o nulla è l'influenza che l'eritrossilo esercita sull'intestino tenue e crasso. La digestione enterica e l'ultimo atto del retto non subiscono modificazioni sensibili dietro l'uso e l'abuso della coca. Le feci perdono il loro fetore e ricordano invece l'odore particolare del succo della coca. L'uso abituale di essa in dosi piuttosto grandi può produrre la stitichezza.
La coca esercita un effetto marcato sopra alcune secrezioni. Poco dopo averne masticato una o due dramme, si prova un senso di secchezza agli occhi o alla pituitaria ed essa aumenta quanto più se ne va accrescendo la dose. Questa secchezza è prodotta realmente da un difetto di secrezione e precede l'arrossamento leggiero degli occhi, che appare più tardi come un sintomo di congestione cerebrale. Ho veduto alcune volte aumentarsi l'orina. Il sudore non appare che quando dietro dosi maggiori ne nasce la febbre.
Usando per alcuni giorni di seguito la coca in una discreta dose, ho veduto apparire presso le pal[527]pebre una piccola piastra di pitiriasi, che scompariva lasciando per qualche tempo l'uso dell'eritrossilo. Ho verificato questo fatto due volte in due diversi climi, e non avendo ami sofferto altre volte di quest'innocente affezione, non posso crederla una semplice coincidenza.
Chi non è ancora abituato all'uso della coca, può qualche volta dopo la masticazione di alcune dramme veder apparire qua e là sulle membra e sul tronco alcune macchie di eritema semplice, che sono passeggere e affatto innocenti; altre volte si prova un pizzicore piacevole nella pelle e, ivvitati a graffiarci, la vediamo farsi rossa più dell'usato e dietro la menoma strofinatura.
Una secrezione importantissima, per la relazione che tiene con tutto il sistema nervoso e per l'influenza che esercita sulla salute, è quella dello sperma, ed essa vien forse eccitata dall'uso immoderato della foglia boliviana. Bisogna arrivare ad esserne vizioso per provare erezioni più frequenti o più valide; ma la masticazione di un pajo di dramme al giorno e molto meno l'uso dell'infusione calda non possono allarmare menomamente gli scrupoli dei più casti; e solo la vorrei proibire a chi possiede bisogni soverchiamente esigenti e si sforza di raffrenarli con tutti gli anafrodisiaci fisici e morali.
Volendo determinare con precisione l'influenza che esercita la coca sui moti del cuore, ho instituito sopra me stesso alcune esperienze comparative onde raffrontare la sua azione con quella di altri alimenti nervosi e dell'acqua calda.
Le circostanze degli esperimenti furono sempre eguali, ed io feci le osservazioni con quanta esattezza [528] seppi, esaminando il polso prima di aver preso la bevanda, un minuto dopo e poi di cinque in cinque minuti fino ad arrivare all'ora e mezza. Non progredii più oltre, perchè mi accorsi dopo alcune osservazioni, che, trascorso questo tempo, il polso rimaneva stazionario o lentamente oscillava verso quelle inclinazioni, che si presentano nelle diverse ore del giorno, senza subire più influenza alcuna dalla bevanda presa. Le pulsazioni vennero sempre contate per un inuto intiero e in posizione seduta, nella quale si ha la cifra media di tutte le posizioni. Durante l'esperimento mi mantenni sempre tranquillo, senza esercitare alcun atto che potesse in modo sensibile alterare i moti del cuore.
L'acqua fu sempre di quattro oncie, la quantità delle sostanze impiegate di 88 grani, e la bevanda preparata sempre nello stesso modo e nello stesso tempo per infusione era alla temperatura di 61°,25 C., che corrisponde al grado preferito dai più nell'uso delle bevande calde. Nel solo caso del cacao invece dell'infusione si preparò il decotto. Quanto alle sostanze, furono da me procurate nello stato di massima purezza e meno quelle che portano un punto d'interrogazione furono da me stesso acquistate nei luoghi dove si producono o ottenute da fonti sicurissime.
Aggiungerò ancora che la temperatura esterna fu quasi sempre la stessa in tutti gli esperimenti, come si può scrgere dall'annessa tabella e che furono fatti sempre dalle tre alle quattro ore dopo la colazione, onde scegliere l'ora più opportuna e renderli anche sotto questo rapporto comparabili fra loro.

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[530] Le conseguenze, che scaturiscono spontanee da questa tabella e da pochi altri esperimenti di conferma che sarebbe inutile il riferire, sono le seguenti:
l.° Tutte le bevande calde aumentano il numero delle pulsazioni del cuore; questo aumento, massimo quasi sempre subito dopo averle prese, si va perdendo poco a poco fino a che i polsi ritornano alla loro cifra normale.
2.° L'acqua pura, prima che sia trascorsa un'ora e mezza, produce quasi sempre una diminuzione nel numero delle pulsazioni. Questo fatto, che si verifica qualche rara volta anche er il tè e il caffè, non succede in queste bevande che più tardi.
3.° L'aumento del polso sotto l'azione dell'acqua calda è seguito da uno stato di spossatezzaa, appena i polsi vanno ritornando alla loro cifra normale, e più ancora quando si abbassano; mentre le altre bevande non lasciano sentire debolezza alcuna, anche quando il numero dei battiti del cuore è ritornato al numero fisiologico o è anche diminuito. Nell'esperimento quinto, nel quale dopo aver preso l'acqua calda i polsi dopo il solito aumento rimasero normali, io non provai alcun malessere, ma è a notare che la sera innanzi io aveva masticato mezz'oncia di coca per cui io era in uno stato di eccitamento. Questo fatto, che parrebbe a prima vista un'eccezione, è invece una conferma della legge fisiologica, che le cause debilitanti sono tanto meno attive quanto più l'organimo è in istato di resistere ad esse.
4.° L'aumento del polso è assai diverso nelle diverse bevande; esso può essere rapprensentato esat[531]tamente dietro le esperienze sopra me stesso dai seguenti numeri:

Acqua pura ................ 39,8
Tè .............................. 40,6
Caffè .......................... 70,0
Caccao ....................... 87,4
Mate ......................... 106,2
Coca ......................... 159,2

Per cui l'infusione di eritrossilo eccita il cuore quattro tolte più dell'acqua calda e del tè e due volte più del caffè, e la sostanza che più gli si avvicina è il mate. Il caccao sarebbe di poco più eccitante del caffè.
5-° L'influenza esercitata dalle bevande calde sul cuore è diversa secondo un'infinità di circostanze, come si può facilmente scorgere, comparando i numeri indicati nella tabella, e solo fin d'ora mi pare di poter dire, che i polsi aumentano tanto più sotto la loro influenza quanto sono più lenti, e viceversa.
La coca oltre ad aumentare il numero dei battiti del cuore, appena è in una certa quantità (da 10 grani a più dramme), produce una febbre passeggera, con aumento di calore e di respirazioni. Ho osservato una volta sotto la sua influenza la temperattura di + 37°,5 C. sulla palma della mano e due volte quella di + 38°,5 C. sotto la lingua. Durante la reazione del cirolo, la faccia si fa accesa e gli occhi scintillano. In dosi maggiori si hanno palpitazioni di cuore, e la congestione del sangue ai centri della vita si fa evidente. Dopo tre [532] dramme io ho provato alcuni momenti di cardiopalmo e n'ebbi freddi i piedi e le mani.
L'aumento massimo dei polsi sotto l'influenza della coca fu di 134 pulsazioni, essendo la cifra normale di 65.
Quando si avrà cancellato dalle provincie del sistema nervoso il nome di regioni incognite, noi potremo forse con poche parole precise determinare con tutta esattezza l'azione speciale della coca sull'asse cerebro-spinale e sulla rete gangliare: per ora il volerla esprimere con una sola parola sarebbe temerità o vezzo inutile di classificazioni. Lascio che gli altri la pongano fra i narcotici, fra gl'iperstenizzanti, fra gli antispasmodici; io obbligato a scegliere fra queste parole la meno sconveniente, mi atterrei alla prima.
Poco dopo aver masticato una o due dramme di coca e averne inghiottito il succo, s'incomincia a provare un senso di calore tiepido e direi fibrillare, che si diffonde a tutta la superficie del corpo, mentre qualche volta si prova un ronzio soavissimo alle orecchie. Altre volte si sente un bisogno di spazio e si vorrebbe correre all'innanzi quasi a cercare un orizzonte più vasto. Poco a poco s'incomincia ad accorgersi che i poteri nervosi vanno aumentando, che la vita si fa più attiva e intensa e noi ci sentiamo più robusti, più agili, più disposti ad ogni maniera di lavoro. In alcuni ho veduto lo stato di sopore precedere la coscienza della forza, la quale non appariva che dietro dosi maggiori. Facendo un po' d'attenzione per sorprendere le modificazioni della coscienza in questo primo stadio dell'ebbrezza co[533]cale, si trova che essa è assai diversa da quella degli alcoolici. In questi l'eccitazione nervosa è subito accompagnata da moti esagerati o violenti e sempre irregolari; si ha uno scompiglio generale di pensieri e di atti muscolari, mentre nell'ebbrezza prodotta dalla coca pare che la nuova forza imbeva il nostro organismo in tutti i sensi e gradatamente, come avverrebbe di una spugna che s'inzuppi d'acqua. Così avviene che la delizia di questo periodo consista quasi tutta nell'accresciuta coscienza di vivere e noi accoccolati in noi ne godiamo senza sentirci spinti a metter subito profitto l'aumento di forze che abbiam guadagnato.
La sensibilità e l'eccitabilità non si accrescono mai; mentre l'intelligenza si fa più attiva e noi parliamo con maggior veemenza, e sentiamo, in una parola, che il meccanismo intellettuale è più attivo; mentre dall'altra parte, non essendo accresciuta in egual modo e spesso essendo diminuita la sensibilità, noi sentiamo di essere meno atti ai lavori mentali di ordine superiore. In ciò la coca agisce in modo assai diverso dal caffè e si avvicina all'oppio. Il prezioso grano della coffea rende squisite la sensibilità e le percezioni interne della coscienza; per cui ci dispone a cercare e a trovare, dando alla mente molti materiali ben elaborati; mentre la foglia boliviana eccita con veemenza tutto il cervello senza fornirgli sensazioni più copiose o più delicate. Mi avvenne più volte di compilare sotto l'azione delle prime dosi di coca, qualche lavoro di poca importanza e di trovare che esso non bastava a dar sfogo alla mia sovraeccitazione mentale; e mentre la mia penna [534] correva rapida e impaziente sul foglio, non sapeva però concepire nuove idee nè immaginare al momento un lavoro più intenso e di un ordine più elevato a cui si adattasse lo stato eccezionale del mio cervello.
Dalle due alle quattro dramme si incomincia ad isolarsi sempre più dal mondo esterno e si sprofonda in una beata coscienza di godere e di sentirsi intensamente vivo. Un'immobilità quasi assoluta si impossessa di tutti i nostri muscoli e perfino lo sforzo della parole ci è molesto, perchè sembra smovere quell'atmosfera tiepidissima e tranquilla nella quale simo immersi. Di quando in quando però pare che la pienezza di vita ci soffochi e prorompiamo in parole energiche, o siamo invitati a sviluppare in varii modi la forza muscolare. Io, che sono naturalmente inettissimo ad ogni esercizio ginnastico, arrivando alle quattro dramme di coca, mi sento di un'agilità straordinaria, e una volta saltai di piè pari sopra un alto scrittojo con tal leggerezza e sicurezza da non smovere nè la lampada nè i molti libri che lo ingombravano. Altre volte mi avvenne di credermi capace di saltare sul capo di chi mi stava vicino.
In generale però questi subiti accessi sono velleità passaggere, e si ricade subito dopo in un sopore beato, nel quale crederemmo di poter rimanere una intiera giornata senza muovere un dito e senza sentire il menomo desiderio di cambiar stato. In quest'epoca dell'ebbrezza non si perde mai la coscienza di sè stesso, ma si prova in tutta la sua perfezione l'ideale della pigrizia. Si sospira profondamente, qual[535]che volta si ride pazzamente, e quando si vuol render conto agli altri di ciò che si prova, si trovano difficilmente le parole o si scambiano. A me avviene più volte di dover parlare con una lentezza straordinaria, separando perfino le sillabe l'una dall'altra con intervalli lunghissimi.
Alcuni dicono di provare, dietro le prime dosi della coca, un senso di gravezza al capo o un vero dolore; altri sentono che il cervello è ravvolto come da una nube, altri ancona credono di esser sollevati del capo. Tutti poi, esaminati da chi non si trova sotto l'influenza della foglia americana, presentano una fisonomia beata e immobile; atteggiata ad un sorriso particolare, che può giungere perfino all'ebitudine. Alcuni sembrano dormire, ma oscillano in quelle regioni misteriose che separano la veglia dal torpore e dal sonno.
Se dopo aver percorso i primi stadii della ebbrezza cocale non si va più innanzi e si va a letto, il sonno non tarda a chiudere le palpebre, ed ora è profondissimo, ora interrotto da lunghi intervalli di sopore, con una singolare coscienza di benessere; quasi sempre poi occupato da sogni bizzarri, che si accavallano e si sovrappongono con una rapidità straordinaria.
Il sopore particolare prodotto da tre o quattro dramme di coca può durare in alcuni individui per più d'un giorno, ma va perdendosi poco a poco senza lasciare alcuna traccia. Il caffè, il tè e il mate abbreviano questo stato, riconducendo presto all'usata attività il cervello e i nervi. In America si crede da tutti che la coca possa guarire l'ubbria[536]chezza degli alcoolici e viceversa. Ammetto il primo fatto, perchè da me osservato più volte e perchè il potere digestivo marcatisimo di questa foglia toglie una delle complicazioni più incomode dell'ebbrezza alcoolica; ma per ora mi rifiuto a credere che il vino possa togliere l'ubbriachezza cocale, non avendo mai osservato il fatto, nè avendo ragioni probabili per crederlo.
La dose massima di coca ch'io abbia masticato fu di 18 dramme in un giorno, consumando le ultime dieci alla sera le une dietro le altre. Fu questa l'unica volta, in cui provai fino all'ultimo grado il delirio dell'ebbrezza cocale, e devo confessare di aver trovato questo piacere di gran lunga superiore a tutti gli altri conosciuti di ordine fisico.
Sul principio fino ad arrivare alle otto dramme provai i soliti effetti dell'orgasmo febrile, dell'assopimento piacevole e d'un po' di mal di capo; ma poco prima di arrivare alle dieci dramme i polsi erano già di 83 pulsazioni, ed io provava un esaltamento indefinibile, scrivendo con carattere alquanto incerto queste parole: "Non so se io sia che tenga questa penna in mano ... parlo e sento risuonare la mia voce come se non fosse mia; ho le mani fredde, mi faccio pizzicare e non sento che un dolore appena percettibile. Pare che i parietali mi vogliano comprimere il cervello..." Un quarto d'ora dopo i polsi erano a 95 battute.
Mezz'ora dopo masticava altre due dramme di foglie, e i polsi aumentarono subito alle 120 battute. Allora incominciava a provare un senso di straordinaria felicità, trascinava i piedi camminando, sen[537]tiva distintamente battere il cuore e non poteva scrivere che con grande dificoltà.
Nelle due ore successive io arrivava poco a poco alle due oncie di coca ed io mi sentiva felicissimo. Le palpitazioni di cuore erano cessate, ma i polsi si mantenevano sempre a 120 battute, ed io stava coricato nella più beata sensazione di una vita attiva e piena; quando un quarto d'ora circa dopo aver preso le due ultime dramme, incominciai a chiudere involontariamente le palpebre, e la più splendida e inaspettata fantasmagoria incominciò a passarmi davanti agli occhi.
Io aveva in quel momento una piena coscienza di me stesso, ma mi pareva di essere isolato dal mondo esterno, e vedeva le immagini più bizzarre e più splendide di colore e di forme che mai si èpossano immaginare. Nè il pennello del più abile colorista, nè la penna più rapida dello stenografo avrebbero potuto rappresentare per un solo momento quelle splendide apparizioni, che si accavallno le une sulle altre senza rapporto alcuno di associazione, ma coi capricci della fantasia più scatenata e del caleidoscopio più fecondo.
Pochi momenti dopo la rapidità delle immagini fantasmagoriche e l'intensità dell'ebbrezza arrivarono a tal segno, ch'io cercai di descrivere ad un collega ed amico, che mi stava vicino; la pienezza di felicità che mi innondava; ma lo faceva con tal veemenza di parole che egli non poteva scrivere che alcune delle migliaja di parole colle quali lo assordava. presto caddi in un vero delirio il più gajo del mondo, ma nel quale non aveva perduto [538] affatto la coscienza, perchè stendeva la mano al mio amico affinchè mi toccasse il polso, che era di 134 battute.
Alcune delle immagini, che cercai di descrivere nel primo periodo del delirio, erano piene di poesia ed io derideva i poveri mortali condannati a vivere in questa valle di lagrime, mentre io portato sulle ali di due foglie di coca andava volando per gli spazii di 77,438 mondi, uno più splendido dell'altro.
Un''ora dopo io era in bastante calma per scrivere queste parole con mano sicura: "Iddio è ingiusto, perchè ha fatto l'uomo incapace di poter vivere sempre cocheando. Io preferisco una vita di 10 anni con coca che una di 100,000 ... (e qui seguiva una riga di zeri) secoli senza coca".
Io però non sapeva resistere al desiderio di veder riprodotta la fantasmagoria e prendeva altre due dramme di coca che masticava con vero furore. Le immagini apparvero ancora, ma io ne rimasi sopraffatto come da un incubo; ed esse erano terribili, piene di spettri, di cranii, di balli satanici e di strangolati... Esse andarono però poco a poco facendosi più tranquille, più ridenti fino a che arrivarono all'ideale dell'arte e della fantasia più estetica, e in questo stato di calma passai tre ore senza che i polsi si abbassassero mai al disotto dei 120.
Tre ore di sonno calmo mi restituirono alla vita del giorno, ed io potei passare alle mie solite occupazioni, sentendomi capace dello studio più insistente e e senza che alcuno potesse accorgersi dalla [539] mia fisonomia, ch'io avessi provato sensazioni di una voluttà da me creduta fino allora impossibile.
Io rimasi sotto l'influenza della coca 40 ore senza prender cibo alcuno e senza provare la menoma debolezza. Da questo esperimento intesi benissimo come il vizio dell'ebbrezza cocale possa essere irrefrenabile e come ancora gli indiani nei loro viaggi pedestri possano colla preziosa foglia boliviana vivere tre o quattro giorni senza prender cibo. Ciò che più mi fece stupore in questa prova si è che io non ne risentissi poi abbattimento e languore, sembrandomi aver consumato in poche ore tanta forza di vita.
Nel giorno, che tenne dietro allebbrezza, io sentii un tepore piacevole per tutto il corpo e provai una leggera stitichezza. Le digestioni furono allora e poi eccellenti.
Un'altra volta, masticando la coca dopo il pranzo, incominciai a vedere la fantasmagoria dopo la sesta dramma ed essa continuò per più di tre ore, durante le quali ne masticai altre due. Quantunque fossi immerso in uno stato di beatitudine indicibile, ebbi sempre la coscienza limpidissirna e potei appuntare alcune delle bizzarre immagini, che mi passavano davanti agli occhi colla rapidità del lampo. Eccone alcune; notando che per una che poteva fissare sulla carta, dieci mi sfuggivano per la loro successione troppo rapida:
.... Una grotta di merletti attraverso la cui entrata si vede nel fondo una tartaruga d'oro seduta sopra un trono di sapone.
.... Un battaglione di penne d'acciajo che combatte contro un armata di cavaturaccioli.
[540] .... Un lampo di fili di vetro che perfora una forma di cacio parmigiano incoronato di edere e di more.
.... Un calamajo di zaferano da cui nasce un fungo di smeraldo tempestato di frutti di rose.
.... Una scala di carta sciugante foderata di serpenti a sonagli, dalla quale scendono saltellando conigli rossi dalle orecchie verdi.
.... Fiori di porcellana tigrata con stami di argento rovente.
.... Telai fatti di cerini e sui quali alcune cicale stanno tessendo alcune piante di pino fatte di zolfo.
Anche il giorno seguente a questo esperimento io mi sentii più vigoroso del solito, quantunque in quella notte io non dormissi che un'ora sola.
Avendo ricevuto dall'illustre Wöhler una quantità omeopatica di cocaina pura, di quella stessa che fu scoperta dal povero Niemann, la sperimentai sui bacteri, sui vibrioni e sulle enchelidi; e trovai che questi infusori non ne risentivano alcun danno. La somministrai anche a due girini di Salamandra maculosa, e trovai che la cocaina produce in essi fenomeni di stupore e di paralisi. Ecco le due esperienze.
Esperienza 1.a - Un girino di Salamandra maculosa, molto vivace, a digiuno da cinque mesi.
Ore 12,5'. Prende per bocca un centigrammo di cocaina.
Ore 12,10'. E' meno sensibile agli stimoli.
Ore 12.15'. Spaventato e toccato fugge con lentezza, e poi rimane coricato sul dorso.
[541] Ore 12,20'. Toccato, fa una piccola corsa, poi cade sul dorso e vi rimane.
Ore 12,25'. Anche stuzzicato non può muoversi diritto; percorre un piccolo tratto colla pancia in aria.
Ore 12,28'. Si mette in posizione normale.
Ore 12,35'. E' in posizione normale. Fugge, ma facilmente si lascia cadere sul dorso.
Ore 12,50'. Molto più vivace. Fugge con agilità e non ricade.
Ore 1,0'. Si è riavuto quasi completamente, ha solo una leggera tendenza a cadere sul dorso.
Si ristabilisce perfettamente e il giorno dopo è solo un po' torpidetto.
Esperienza 2.a - Un altro girino come quello dell'esperimento I.°
Viene sparato e messo sotto acqua in croce; il cuore batte 27 volte al minuto.
Ore 11,49'. Prende per bocca cocaina un centig.
Ore 11,50'. batte 12
Ore 11,51'. batte 9
Ore 11,59'. batte 13,
ma la contrazione è incompleta e mentre prima il cuore si svuotava quasi interamente e diventava pallido, ora rimane rosso anche durante la contrazione.
Ore 11,60'. Tolgo gli spilli. Non si muove, è quasi insensibile; mentre prima si agitava fortemente.
Ore 12,10'. Il cuore non batte più, neppure dopo che è irritato. E' morto.
_____________

[542] A riassumere in poche parole l'azione fisiologica dell'eritrossilo diremo:
1.° La coca esercita sul ventricolo un'azione stimolante particolare per cui facilita assai la digestione.
2.° In alta dose produce aumento di calore, di polsi e di respirazioni e quindi vera febbre.
3.° Essa può produrre un leggier grado di stitichezza.
4.° In dosi mediocri (da tre a sei grammi) eccita il sistema nervoso in modo da renderci più atti alle fatiche muscolari e ci dà una resistenza massima contro le cause alteranti esterne, facendoci godere uno stato di calma beata.
5.° In dosi maggiori la coca produce allucinazioni e vero delirio.
6.° La coca possiede la preziosissima qualità di eccitare il sistema nervoso e di farci godere colla sua fantasmagoria uno dei maggiori piaceri della vita, senza che tenga dietro abbattimento di forze.
7.° Probabilmente essa diminuisce alcune secrezioni.
Le applicazioni igieniche della coca si deducono facilmente dalla sua azione fisiologica e furono già determinate in America dall'esperienza di molti secoli. Rimane all'Europa ad appropriarsela, essendo essa un vero tesoro del Nuovo Mondo da mettersi al livello dell'oppio e della corteccia peruviana, di cui ha comune la patria.
L'infusione calda di foglie è la bevanda più salubre da prendersi dopo il pranzo, specialmente quando si ha lo stomaco debole e si sono oltrepassati alquanto i limiti della temperanza.
[543] Il tè di coca preso abitualmente ha l'immenso vantaggio di attutire la sensibilità eccessiva, per cui lo raccomando alle creature vaporose e sentimentali del bel sesso.
La coca masticata alla dose di poche dramme ci fa atti a resistere al freddo, all'umidità e a tutte le cause alteranti dei climi e delle fatiche; per cui si dovrebbe caldamente raccomandare ai minatori e a quelli che viaggiano nei paesi paludosi o nelle regioni polari.
La coca ci rende atti a sopportare gravi fatiche e ci ristora dell'esaurimento di forze, che tien dietro al consumo di correnti nervose. Io la credo, senza esitare, l'alimento nervoso più potente.
Usata in alte dosi può render lieta la vita, facendoci passare alcune ore di vera felicità e senza che in questo offendiamo menomamente la morale più scrupolosa. Il vino usato qualche volta fino alle porte dell'ebbrezza non ci fa colpevoli e la coca masticata fino a farci godere della fantasmagoria non ci fa accusare di viziosi.
La coca ad alte dosi non deve usarsi da chi soffre di congestioni cerebrali o ha tendenza all'apoplessia. Usata in infusione è innocente per tutti.
L'abuso della coca continuato per alcuni anni può produrre l'ebitudine e la demenza. Non ho potuto mai osservare alcun inconveniente nelle funzioni degli organi digerenti.
_____________

Ora due parole sull'azione terapeutica della coca. Nei beati tempi, nei quali la spada affilata dei [544] dualisti, recidendo d'un colpo il viluppo intricatissimo delle dottrine patologiche, ne fece saltar fuori due bellissime parole; la coca sarebbe stata colla massima facilità messa in fila nell'una o l'altra schiera dei soccorsi terapeutici. Io però, che ho un orrore invincibile per le parole quando non rappresentano le cose o quando tirannicamente fanno da legislatrici sui fatti, rinuncio di buon cuore alla troppo facile impresa di dare il battesimo sistematico a questa foglia, accontentandomi solo di accennare la sua utilità pratica in medicina.
Avendo sempre avuti i denti bianchi in chi usava della coca, mi nacque naturalmente il pensiero di applicarla come dentifricio, sopratutto nel nord della Confederazione Argentina, dove i più hanno la disgrazia di avere dalla natura denti pessimi. Ho raccomandato quindi di lavarsi una o due volte al giorno la bocca con un decotto concentrato e freddo di coca, e di ripulirli spesso colla polvere delle foglie, sola o temperata col miel rosato. Mi son trovato sempre soddisfatto di questi consigli, sopratutto quando la carie dei denti era prodotta da un'alterazione scorbutica delle gengive, le quali si andavano poco a poco ritirando dal colletto. Siccome però la coca, essendo pur molto utile in questi casi, non mi sembra avanzar di molto altri rimedii già noti, e siccome d'altronde fino ad ora essa è di un prezzo molto elevato, non la consiglierei in Europa che nei casi di rammollimento delle gengive, che accompagna spesso le lenti affezioni del ventricolo, e quando si avessero inutilmente adoperate le sostanze già riconosciute utili in questi casi. Accennerò solo per [545] chi la volesse adoperare a questo fine, ch'essa ha il vantaggio sulle corteccie amare e sulle radici astringenti di detergere senza irritare e di non avere un sapore spiacevole.
Fuori delle applicazioni della coca come dentifricio o colluttorio, non l'ho mai usata esternamente in altro modo, nè posso ancor dire se le sue diverse preparazioni potrebbero agire come narcotizzanti applicate sulla pelle o le prime vie delle mucose.
Gli usi medici più importanti della coca si deducono in modo assai naturale dalla sua azione fisiologica sulla mucosa gastro-enterica e sul sistema nervoso.
La foglia boliviana esercita sugli organi digerenti due azioni molto diverse e che fino ad ora non si riunirono in un accordo così armonico in alcun altro rimedio. Essa facilita la digestione, rianimandola quando è lenta, riordinandola quando è alterata; mentre allo stesso tempo attutisce la sensibilità della mucosa gastroenterica, calmando più volte i dolori più forti.
In generale le sostanze che stimolano a maggior azione il ventricolo, lo stancano spesso e quasi sempre esauriscono i suoi poteri fisiologici, quando pur non lo inducano in irritazione o in una lenta glogosi. E' per questo che la loro azione è più o meno pericolosa, e in una sana terapia è indicato il loro uso in pochi casi. La coca invece rianima in modo misterioso l'azione digerente del ventricolo senza irritarlo mai; nè io mi ricordo di avere una sol volta veduto in me o in altri quei sintomi così noti, coi quali questo viscere così delicato protesta con[546]tro chi voglia sferzarlo al lavoro senza badar prima a mettere riparo alle sue magagne. Esercitando quasi quattro anni la medicina in paesi tropicali, ho dovuto più volte curare delle vere irritazioni flogistiche dello stomaco prodotte dall'abuso od anche dall'uso del mate, del caffè e del tè, mentre non le ho mai trovate nei coqueros. Gli Europei, che si stabiliscono nell'alto Perù e nelle provincie nordiche della Confederazione Argentina, non possono resistere quasi mai alla prediletta abitudine del caffè e ne risentono quasi sempre cattivi effetti sul ventricolo ed anche sul sistema nervoso; e non è che dopo molti peccati di ostinazione che si lasciano persuadere ad usare dell'infusione di coca dopo il pranzo, lasciando per qualche tempo il profumato caffè.
Ho consigliato la coca ai vecchi e ai giovani, ai robusti e ai convalescenti, agl'indiani, ai neri e ai bianchi di molte nazioni, agli ibridi di tutti i colori; l'ho usata in questo e nell'altro emisfero, in paesi al livello del mare e a migliaia di piedi d'altezza e non esito ad affermare che essa è superiore nei suoi poteri, digestivi al tè, al caffè e alle altre bevande calde meno note colle quali si chiude il pranzo.
Chi ha la fortuna di possedere un buon ventricolo farebbe male di sostituire le bevandde predilette con questa nuova e forse meno gradita; ma a quelli che hanno digestioni lente, difficili e dolorose la consiglio caldamente, raccomandando loro che la usino per molti mesi di seguito. L'infusione si può preparare con un denaro o mezza dramma di foglie nello stesso modo con cui si ottiene il tè. Moltis[547]simi preferiscono la seconda infusione, perchè men forte e più delicata.
Alle donne delicate e alle persone molto nervose consiglierei di frammischiare alla coca alcune foglie di arancio, preferendo quelle della varietà amara.
L'azione narcotica o antispasmodica della foglia americana sullo stomaco e sulle intestina è marcatissima e non lascia dubbio al medico più scettico.
La gastralgia e le svariatissime nevrosi del ventricolo, l'enteralgia semplice, i dolori colici e l'enteralgia flatulenta sono vinte quasi sempre dall'infusione di coca. Nelle diarree, che tengon dietro così di frequente alle cattive digestioni e che sono quasi sempre accompagnate da dolori molto incomodi, l'ho sempre trovata utilissima.
Nei dolori enteralgici o colici io l'amministro per bocca e per clistere, facendo che l'infusione destinata al retto sia più concentrata (gram. 3 di foglie per 30 d'acqua bollente) e in piccola quantità onde non venga espulsa troppo presto. Se una prima, injezione non basta a calmare il dolore, si rinnova di mezza in mezz'ora, servendosi delle stesse faglie per due o tre infusioni. Non avendo mai osservato un sol caso di colica saturnina nell'America meridionale, non ho potuto trovare qual virtù possegga la coca a debellare i dolori feroci di questa malattia. Non l'ho mai impiegata nella colica vegetale. Avrei grandi speranze sulla sua azione benefica nel cholera asiatico; perchè essa riunisce una grande virtù stimolante del sistema nervoso con un'influenza molto benefica sul tubo gastroenterico.
Escludendo i casi di infiammazione acuta della [548] mucosa gastrointestinale, io consiglio la coca nella dispepsia, nella gastralgia, nell'enteralgia e in tutte le affezioni spasmodiche e dolorose degli organi digerenti. Una leggera irritazione gastrica o enterica o una congestione epatica non possono mai controindicare l'uso di questa foglia. Non si dovrà mai per la coca dimenticare la pepsina sulla quale ci diede un così bel saggio il nostro Tosi, ed anzi si dovrà studiare bene i casi nei quali si debba ricorrere all'una o all'altra.
Nella convalescenza delle lunghe malattie, quando si deve ricorrere ai tonici e si teme ch'essi non siano tollerati, sarà bene pensar prima alla coca. Essa ha il vantaggio di ristorare le forze dell'ammalato in un doppio modo, facilitando la digestione e invigorendo il sistema nervoso.
L'azione di questa sostanza sull'asse cerebro-spinale è ancora più importante e misteriosa di quella che esercita sugli organi digerenti e merita di esser studiata profondamente. Le poche osservazioni che io espongo sono accompagnate dal vivissimo desiderio di essere illuminato dai miei colleghi, i quali, provando e riprovando, potranno precisare le indicazioni terapeutiche della coca, estendendo assai il circolo ristrettissimo dei miei dubbi e delle mie credenze.
Sia che la foglia dell'eritrossilo sospenda o rallenti il moto incessante di distruzione dei tessuti, come forse lo provò l'illustre Lehmann per il caffè, sia che essa ecciti a maggior azione la gran pila nervosa dell'organismo; è pur sempre vero che la coca sostiene la vita, rendendo l'uomo capace di maggior dispendio di forza nervea.
[549] L'intelligenza è ravvivata soltanto in sul principio dell'azione della coca e dietro piccole dosi, mentre più innanzi essa si riposa in una calma contemplazione. I muscoli sono più atti a sostenere la contrazione incessante e tutto l'organismo ha minor bisogno di esser ristaurato dagli alimenti. Il coquero mangia poco e non diminuisce di peso, e chi ne usa senza esserne vizioso può resistere all'umidità, al freddo e a tutte le cause alteranti assai meglio di chi non ne usa.
Dietro questi fatti ho usato la coca in tutti i casi di grande prostrazione nervosa, di debolezza generale, di isterismo, di ipocondriasi e di tedio alla vita. Ora l'ho amministrata in infuso molto concentrato ed ora in estratto idro-alcoolico alla dose di cinque, dieci o venti grani al giorno secondo i casi.
Di mezzo all'oscurità che involge la natura delle affezioni cerebrali e nervose, il medico deve andar ben guardingo nel precisare la diagnosi, ma sicuro di questa può dar mano alla coca senza scrupoli e senza paure. È un rimedio che esercita un'azione lenta, ma profonda e che usato a lungo può modificare per sempre il sistema nervoso. Quando vi sia vera congestione, o flogosi, o guasto organico della massa nervosa centrale, la coca è pericolosa.
Ho adoperato la coca nelle alienazioni mentali e la raccomando caldamente ai medici che adoperapo l'oppio nella cura della malinconia. Ad alte dosi han forse gli stessi vantaggi del succo del papavero, più la sua benefica azione sul ventricolo. A questo proposito voglio deporre una pietruzza e tirare [550] innanzi colla speranza di ritornare un'altra volta su questo argomento.
La coca si deve dare in tutti quei casi, nei quali vi ha un disturbo funzionale della vita nervosa, che sembra prodotto da uno statio di debolezza e di pervertimento. Le irritazioni spinali semplici, le convulsioni idiopatiche, il turgore eretistico della sensibilità, sono sempre o quasi sempre migliorati dall'azione dell'eritrossilo.
Ho vivo desiderio di tentare l'amministrazione nella corea semplice, nell'idrofobia e nel tetano.
Queste indicazioni sono molto incerte e potrebbero forse sembrare insufficienti, ma non si vorrà essere molto esigenti, quando si pensa che ancor si discute al giorno d'oggi sull'azione dell'oppio e sui casi nei quali si debba applicare, e che la coca non fu mai, almeno a quanto sappia, usata fino ad ora in Europa.1
Se i miei studii mi dessero il diritto di esprimere in poche parole l'azione della coca sul sistema nervoso, la vorrei ravvicinare a quella dell'oppio e degli antispasmodici, pur riconoscendo ch'essa è diversa da quella di tutti gli altri riinedii conosciuti fino ad ora.
Come sostanza produttrice di forza nervosa io

1 Questo scriveva parecchi anni or sono, e questo trascrivo oggi, benché la coca si sia già acquistato un bel posto al sole; e migliore lo avrebbe, se i farmacisti potessero più facilmente procurarcela di buona qualità. Io qui desiderava soltanto di assegnarmi la parte che mi spetta nell'introduzione della coca in Europa.


[551] riconosco la coca superiore a tutte le altre fin qui conosciute, e ad un uomo che si trovasse in imminente pericolo di perdere la vita per esaurimento nervoso, io darei la tintura di coca o una forte dose del suo estratto.
In America non v'ha chi dubiti dell'azione afrodisiaca della foglia boliviana, ed io stesso, se volessi credere ad alcune osservazioni da me raccolte, dovrei partecipare dell'opinione universale. Persuaso però che dal dubitare vengono alla scienza vantaggi molto maggiori che dall'affermare senza un criterio tetragono di certezza, dirò solo che la coca esercita in alcuni un'azione fuor di dubbio stimolante degli organi genitali.
Le nazioni che in America fanno uso della coca sono sicuramente delle più robuste nelle lotte d'amore, e se il pudore ci permettesse di fare un ginodinamometro, vedremmo forse segnati i gradi massimi dai discendenti degli Incas, i quali conservano i più invidiabili poteri fino all'età più vecchia. Io ho pure osservati alcuni casi di polluzioni diurne o notturne da debolezza dei genitali, migliorati e guariti dalla coca masticata dopo il pranzo; e, spesso ho sentito dire da vari europei di nazione diversa, che erano dall'eritrossilo, usato in certe dosi, risvegliati i desiderii erotici. Io però non ho raccolti fatti bastevoli per poter determinare con precisione quanta parte abbiano nella robustezza genitale dei boliviani l'influenza della razza e l'uso della coca.
L'eritrossilo eccita gli organi genitali all'azione, stimolando l'asse spinale o aumentando il circolo, non mai irritando la mucosa della vescica o quella [552] dell'uretra, per cui il suo valore afrodisiaco una volta riconosciuto sarebbe tanto maggiore, grazie alle due preziose qualità di essere amica degli organi genitali e di nessun pericolo per l'apparato genito-urinario.
Di tutte le funzioni che sono regolate dal cervello e dal midollo spinale, non ve n'ha certamente una più capricciosa dell'attività genitale; per cui variano tanto le opinioni dei medici e dei non medici sul valore relativo degli afrodisiaci. In Oriente, dove gran parte di vita vien consumata fra gli amplessi dell'harem, quei beati sibariti richiedono spesso con insistenza ai viaggiatori la ricetta di qualche afrodisiaco. Un celebre viaggiatore stretto una volta con soverchia insistenza da un vecchio abitante dell'Indostan, che si era sposato quel giorno con una bellissima giovane, perchè con qualche rimedio lo assicurasse delle sue terribili paure sugli eventi della prima notte di piacere, gli prescrisse due grani di zibibbo ripieni di calomelano. Ripassando pochi anni dopo per lo stesso paese, il buon indiano gongolante di gioja gli mostrò un vispo ragazzetto, dicendogli che lo aveva chiamato col nome di calomelano. In questo caso dunque perfino il sottocloruro mercurioso si era acquistato fama di afrodisiaco; tanto è vero che la fantasia esercita un'influenza somma sulla funzione riproduttiva. Per gli orientali sono afrodisiaci l'oppio, l'assafetida, l'haschisch, i nidi di rondine; mentre nell'America meridionale sono creduti tali i liquori prodotti dalla fermentazione del maiz, il guaranà e la coca.
[553] Io consiglio di usarla in infusione, o meglio, a chi non dispiacesse, di masticarla alla dose di tre grammi al giorno. Quando si volesse agire profondamente sul sistema nervoso e che l'ammalato ripugnasse a masticarla, si può ricorrere alla polvere delle foglie (gram. 3-6) o all'estratto idro-alcoolico, che si può dare da 1-5 decigram. al giorno, accrescendone poi la dose gradatamente.
La tintura di coca è una preparazione molto attiva.
Non ho mai associato la coca che agli aromatici nell'infusione e al sottonitrato di bismuto, quando usava dell'estratto in forma pillolare.
L'azione della coca è assai diversa nei diversi individui e il primo segno, che ne dimostra l'intolleranza, è un senso di peso al capo che può in alcuni casi passare a vero dolore. Il medico prudente non arriverà mai se non in pochissimi casi al sopore e al delirio.
Non so qual posto si assegnerà alla coca nel tesoro terapeutico: so che sarà difesa e combattuta,, che desterà troppo entusiasmo o troppa indifferenza; credo però che essa rimarrà con altri fratelli fra la schiera dei rimedii eroici, che cambiano spesso di patria e di nome, ma che i medici assennati non cancellano mai dalle loro farmacopee.1
Il dottor Moreno y Maiz, che è peruviano, ha studiato con amore la pianta prediletta della sua patria e ne ha pubblicato, ora è poco, una piccola

1 La coca ha oggi un posto d'onore in quasi tutte lo farmacopee.


[554] monografia, in cui la parte più originale è lo studio chimico della preziosa foglia boliviana. L'autore ha trovato un metodo più semplice di quello consigliato da Niemann per ottenere la cocaina.
I preparati farmaceutici di coca studiati da Moreno sono le foglie secche che si masticano, la polvere, l'infuso, l'estratto acquoso, l'estratto alcoolico, l'elisir di Baine che si prepara con

Foglie di coca ....................... 100 grammi
Alcool a 80' .......................... 300      "
Zucchero .............................. 300      "
Acqua ................................... 400      "

L'autore parla anche di pastiglie, di tintura alcoolica e di un vino di coca.
Quanto alla studio fisiologico della coca, noi l'avremmo voluto più completo e più preciso, specialmente poi da un medico peruviano, il quale non poteva ignorare le virtù digestive sorprendenti della foglia americana e che pure egli passa completamente sotto silenzio. Così egli confessa (pag. 37) che il professor Mantegazza è l'autore che ha studiato la coca meglio d'ogni altro, ma nello stesso tempo (a pag. 42), prima di tradurre la descrizione fatta da me dell'ebbrezza cocale l'accusa di esser scritta con troppo entusiasmo. Sarebbe stato invece più prudente e sopratutto più logico ripetere le esperienze e pubblicarne di nuove invece di tradurre letteralmente per varie pagine quelle fatte da altri.
Il dottor Moreno lascia pure molti desiderii, dove adopera lo sfigmografo di Marey per indagare l'a[555]zione della coca sul cuore, confrontandola col tè e col caffè, e ottiene risultati in contraddizione coi miei ch'egli però ristampa in tutti i più minuti particolari. Le mie esperienze non possono confrontarsi con quelle di Moreno, perchè io ho studiato l'azione dell'infuso caldo, che è quello che vien abitualmente adoperato, e il Moreno si è invece servito di infuso freddo. Demarle nella sua tesi sulla coca aveva già ripetute le mie osservazioni con maggior precisione e aveva trovato che l'infuso freddo di coca rallenta e deprime il polso, mentre l'infuso caldo lo rende più pieno e più frequente. Anche Schroff, dopo aver preso un forte infuso di coca, vide elevarsi il suo polso fino a 120 battute al minuto, per cui Demarle e Schroff danno piena conferma alle mie osservazioni. Se poi il Moreno avesse avuto il coraggio di prendere dosi maggiori di coca, avrebbe veduto come le pulsazioni del cuore possono diventare tanto frequenti come si hanno nelle febbri più gagliarde. Lasciando però da parte queste differenze essenziali, che provengono dall'usare una bevanda fredda o calda, noi non meneremo buono l'uso dello sfigmografo di Marey adoperato dal Moreno, sopratutto quando si tratta di sperimentare sostanze che hanno un'azione così sentita sul sistema nervoso, per cui il menomo tremito muscolare dà alle indicazioni grafiche dello strumento le più balzane forme del mondo.
Benchè scarse, sono nuove e originali le esperienze di Moreno sulla nutrizione.
Alimentando di coca, alcuni animali e confrontandoli con altri tenuti a digiuno, egli ha trovato che [556] i primi morivano prima dei secondi. Sarebbe stato però miglior consiglio trovar per via dell'esperimento la dose igienica di coca; mentre nelle esperienze di Moreno è evidente che le dosi erano velenose.
Moreno studiò pure l'azione dell'acetato di cocaina sui nervi e sui muscoli, e ne trasse le seguenti conclusioni:
1.° La cocaina determina fenomeni che l'avvicinano di molto alla stricnina, convulsioni tetaniche vuoi spontanee o provocate dal minimo eccitamento; morte;
2.° A piccola dose la cocaina determina un eccitamento notevole della sensibilità, la dilatazione della pupilla, la diminuzione dei movimenti: gli animali sembrano aver perduto il potere coordinatore dei movimenti;
3.° Finalmente a dosi più elevate essa produce la diminuzione, quindi la cessazione della sensibilità, senza che la motilità sia abolita completamente. In tutti i casi la pupilla rimase sempre dllatata.
Per quanto incompleti e in parte anche inesatti siano gli studj del dottor Moreno syulla coca, egli ha il merito di aver aggiunto una pagina alla storia di questa preziosa pianticella, che ha un grande avvenire in terapia e il cui uso dietetico si estende sempre più in Italia, nella Germania e nella Svizzera. La coca aspetta ancora una completa monografia, come del resto l'aspettano da lunghi secoli e sempre inutilmente l'oppio, il tartaro emetico, la digitale; i più eroici soccorsi della terapia. La farmacologia non può essere una scienza, finchè la fisio[557]logia normale e patologica lascia ancora tanti desiderii. A me forse si deve la parte principale della sotria medica della coca; la introdussi per il primo in Europa e ne feci conoscere le principali virtù, dedicandole una monografia e popolarizzandone l'uso in Italia. Niemann, troppo presto rapito alla scienza, ne fece l'analisi chimica; Gosse compilò in un volumetto tutte le notizie di medici e di viaggiatori sulla coca, traducendo le parti principali della mia memoria. Weddel ce ne diede la storia agricola. Rossier ne studiò l'azione fisiologica. Demarle vi dedicò una tesi; ed ora il Moreno, venuto ultimo, lasciò moltissimo da mietere e da spigolare a quei che verranno dopo di lui.
Anche Clemens provò dall'uso della coca un grande aumento di forze in gravi fatiche notturne; e la consigliò ai soldati nelle lunghe e faticose marcie, nelle veglie e a chi è costretto a soffrir la fame. La trovò pure molto utile nella fame esagerata dei catalettici, degli epilettici e dei pazzi, anche nei malati molto esauriti da profuse emorragie, da lunghi mali, nel diabete e nel delirium tremens.1
Il dottor Reis in una delle ultime epidemie colerose del Belgio fece preparare un elisir, che conteneva sotto piccolo volume tutti i principii attivi della preziosa foglia boliviana, e in cui 10 grammi di liquido rappresentavano un grammo di coca. Lo si prepara con 100 grammi di coca, 400 grammi di alcool di Montpellier e 300 grammi di zucchero. Si polverizzano grossolanamente le foglie, si esauriscono

1 Deutsche Klinik. Febbrajo 1867.


[558] coll'alcool nell'apparecchio a spostamento, si spreme il residuo, si fa bollire in 300 grammi d'acqua e con questo decotto e 300 grammi di zucchero si fa uno sciroppo, che si mescola colla tintura già ottenuta. Dopo 48 ore si filtra.
Il Reis prepara un altro elisir assai più forte del primo e che egli crede opportunissimo a rialzare le forze depresse in un modo molto rapido, tanto nel cholera come in ogni altra malattia che esige un eccitamento pronto ed energico.

Estratto idro-alcoolico di coca ottenuto a + 32°, nel vuoto ... 10 grammi
Acqua ....................................................................................... 30      "
Alcool ....................................................................................... 30      "
Zucchero ................................................................................... 80     "

Uun grammo di questo elisir contiene 10 centigrammi di estratto.
In questi ultimi tempi per esperimenti istituiti sopra sè stesso il dottor Isaac Ott ha visto che, prendendo della coca, si ottiene una diminuzione nella secrezione dell'orina. Per cinque giorni, durante i quali Ott fece sperimenti, egli prese 25 grani di di foglie di coca, la quantità giornalierà dell'orina diminuì in media circa di 47,60 cent. cub. l'urea di 2,0101 grammi, il cloruro di sodio di circa 0,6945 grammi. Il peso del corpo aumentò in questi giorni di circa 60 grammi. Il sonno era però inquieo, si notava dolore di testa e diminuzione di appetito. Questi esperimenti fan dire ad Ott che la coca rallenta le metamorfosi regressive, onde l'au[559]mento nel peso del corpo; il dolore di testa e la inappetenza spiegansi per l'azione del medicinale sul sistema nervoso. Poichè ora la coca non danneggia la salute, così l'autore crede, come altri già prima dissero, che si può ben raccomandare la masticazione delle foglie di coca nei casi in cui è necessario lavorare molto, mentre si ha poco nutrimento.


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