Paolo Mantegazza, "Quadri della natura umana - Feste ed ebbrezze", 1871, 2 voll., Milano, Bernardoni Edit.
[Vol.II, pag. 439]


CAPITOLO XXVI.

L'haschisch e le diverse preparazioni inebbrianti della canape.



L'haschisch, uno dei più deliziosi e dei più diffusi narcotici, è dato dalla canape, e più precisamente dalla varietà coltivata in Oriente e che ebbe il nome di Cannabis indica, benchè i botanici non ne facciano una specie diversa dalla nostra. Lindley assegna alla canape per patria la Persia e i colli dell'India settentrionale, e di qui si diffuse a tutto il mondo, essendo una delle piante più cosmopolite. Noi la troviamo in Europa dalla Russia all'Italia; la troviamo nell'America del Nord e in quella del Sud, in Africa, in Asia, e sappiamo che è coltivata anche in Australia. Pianticella non elegante e fetida, ha pure una pagina importante nella storia dell'uomo; dacchè fornisce al suicida e al carnefice la corda omicida; copre il corpo dell'uomo delle tele più squisitamente fine; come dà la vela e le gomene alla nave; e all'uomo alcune fra le voluttà più sublimi della fantasmagoria.
[44O] Benchè in Arabia e in Turchia cresca selvaggia la canape, si preferisce quella coltivata per la preparazione dell'haschisch. Le pianticelle si tengon lontane circa nove piedi l'una dall'altra, e si zappa e si coltiva il terreno con molta cura.
L'haschisch ha una ricca terminologia che andremo conoscendo, mano mano studieremo le diverse preparazioni narcotiche della canape. Come dice Zimmermann pare che il primo autore che scrisse haschischa invece di hachich, atschitscha e achicha fosse Giorgio Höst, che pubblicò nel 1781 a Copenhagen una relazione dei suoi viaggi a Marocco e a Fez; come potrete vedere nella ricca bibliografia che sta alla fine di questo capitolo. L'arabo Makrizi chiama l'haschisch col nome di Haschischat alfokara, che vorrebbe dire l'erba del fachiro.
Or sono già venticinque secoli Erodoto scriveva che gli Sciti avevano una pianta molto simile al lino, se se ne eccettuino la grossezza e l'altezza, e che dava tessuti molto rassomiglianti a quelli di lino. Aggiungeva che, dopo essersi chiusi sotto alcune coperte di lana sorrette da pali, gettavano sopra pietre roventi i semi della canape, e aspirando quei vapori inebbrianti, ne provavano tal piacere che muggivano di voluttà.1 Lo stesso autore racconta che i Masageti, nell'isola di Araxes scoprirono alberi, che davano un frutto che gettato sul fuoco svolgeva un fumo inebbriante. Gli abitanti lo aspiravano con voluttà e si mettevano a ballare e a cantare.2 Pare che il nepenthes di Omero, che Elena

1 HEROD, lib. IV. 74-75.
2 Ib. lib. I. Cap. 202.


[441] dà a Telemaco in casa di Menelao fosse una preparazione narcotica di canape.
Diodoro Siculo dice che gli Egiziani davano molta importanza al fatto che la pianta usata da Elena per far dimenticare i suoi affanni a Menelao, le fosse stata data da una donna di Tebe, per cui ne inducevano che Omero doveva aver vissuto fra essi; essendo noto che le donne di Tebe possedevano un secreto che dissipava i dolori dell'anima. È probabile che qui si trattasse della canape. Alcuni hanno voluto vedere nel nepenthes di Omero gli stimmi del croco o dello zafferano, ricordando che Plinio dà a questo aroma le virtù di impedire l'ubbriachezza, e che il croco produce eccessi di risa smodate.
Sprengel e molti altri credono invece che il nepenthes fosse un preparato d'oppio e ricordano un epitaliamo dedicato a Palladius, in cui si descrive forse il metodo più antico di preparare l'oppio:

Gemmatis alii per totum balsama tectum
Effudere cadis, duro quae saucius ungue
Niliacus pingue desudat vulnere cortex.

I Romani non adoperavano questa pianta soltanto come materia tessile, ma anche come narcotica; dacchè Galeno ci racconta che ai suoi tempi si usava dare i semi di canape agli ospiti nei conviti, onde fossero più lieti.
Anche i delirii della Pizia di Delfo furono attribuiti all'haschisch, senza però che questa opinione trovi nella storia argomenti solidi e indiscutibili. Se è vero che il pastore che pascolava le sue ca[442]pre sul Monte Parnaso, s'accorse che da un crepaccio esciva un fumo che inebbriava le sue capre, e che messosi egli stesso ad aspirare quei vapori, cadde in estasi e sembrò divenuto un profeta; potrebbe esser più probabile che quei vapori non fossero che acido carbonico. E' certo che là si innalzò un tempio ad Apollo e vi ebbe stanza una sacerdotessa che dava gli oracoli, seduta sopra un tripode dove aspirava i vapori inebbrianti di quel luogo. Il genere di delirio che presentava quella profetessa può però accordarsi coll'azione dell'haschisch o di qualche altro narcotico. Essa fremeva, gridava, aveva gli occhi scintillanti, e Plutarco ci racconta, che una sacerdotessa, che aveva forse ecceduto nella dose della droga voluttuosa, fu presa una volta da tal furia spaventosa, che fece fuggire i devoti dal tempio e perfino i sacerdoti; e il delirio durò così forte per parecchi giorni che ne dovette morire.
Anche nelle Mille e una notti degli Arabi trovate in un racconto, due donne che parlano probabilmente dell'haschisch e dell'oppio. Eccovi il passo:
"La regina non ha forse un gran torto di non amare un principe così amabile, com'è il suo sposo?
"Certamente, io non so perchè ella esca ogni notte e lo lasci solo. È egli possibile, che il principe non se n'accorga?
"Pur troppo è così, come vuoi ch'egli s'accorga? Ogni sera ella gli mesce nella bevanda il sugo di un'erba, che lo fa dormire così dolcemente ch'essa ha tutto il tempo di andarsene dove più le piace, e quando spunta l'alba, essa ritorna a lui e lo sve[443]glia coll'odore di qualcosa che gli mette sotto le narici."
Trovate pure nei libri che il califfo Haroun al Raschid, si deliziava col bang, che da taluno fa a torto preso per iosciamo, mentre non può esser altro che una preparazione di canape.
Nell'India l'uso del masticare le foglie della canape onde inebbriarsi è antichissimo, e di là passò nella Persia: non è che verso la metà del tredicesimo secolo che noi troviamo quest'uso introdotto anche in Egitto, ma quasi soltanto nelle più basse classi del popolo.
Quando la pianta della canape incomincia a portare i suoi semi, essa essuda una materia resinosa e narcotica che è la base principale di tutte le forme di haschisch. Nel centro dell'India alcuni uomini vestiti di cuojo si mettono a camminare fra i campi coltivati e fioriti di canape, agitando fortemente le piante: e poi raschiando il loro abito ne ricavano una materia resinosa, che si chiama churrus, e si vende da cinque a sei ruppie la seer. Nel Nepaul si raccoglie colle mani una specie molto più delicata di churrus, a cui danno il nome di momeca, e che si vende a un prezzo quasi doppio dell'altro. Il dottor Mac Kinnon dice che nel Nepaul si fa senza dei vestiti di pelle e l'haschisch si raccoglie direttamente dalla pelle dei nudi coolies. In Persia il churrus si raccoglie, comprimendo le piante contro tele grossolane, che si raschiano, e si fonde poi coll'ajuto di acqua calda. Mirza crede che il churrus di Herat sia la più potente preparazione di canape che si conosca. In qualunque modo sia raccolta la [444] resina, quando è pura, ha un color grigio oscuro, un odore narcotico piacevole e un sapore caldo, amarognolo e acre.1
Anche le sommità fiorite della canape, e dalle quali si è tolta già la resina, si vendono nell'India col nome di gunjeh, e per lo più in forma di manipoli lunghi due piedi e larghi tre pollici: contengono ventiquattro piante e servono specialmente per esser frugate. Costano da dodici annas ad una rupia per seer (da 9 pence a 1 scellino alla libbra) nei bazar di Calcutta.
Le foglie più grandi insieme alle capsule, si chiamano bang, subjee o sidhee nell'India e furono portate sui mercati di Londra sotto il nome di guaza. Si fumano; se ne fa una bevanda inebbriante, e se ne prepara una conserva detta majoon. Il bang costa meno del gunjeh e con un soldo o più precisamente con un mezzo penny inglese, una persona abituata può inebbriarsi. - Alcuni viaggiatori parlano del bheng, come di canape in polvere usata dai Bendjeras dell'India.2
Il gunjeh, che si consuma nel Bengala, proviene specialmente da Mirzapore e Ghazeepur, e si coltiva su vasta scala, presso Gwalior e pel Tirhoct. L'ottimo viene da Gwalior e Bhurtpore e se ne coltiva di buono anche nei giardini che circondano Calcutta. Gli indigeni tagliano le piante fiorite, le fanno seccare per tre giorni, e ne fanno manipoli del peso di circa due libbre.

1 COOKE. Op. cit. pag. 216. Queste notizie sono tolte quasi in masssima parte dal Cooke, che ne scrisse meglio d'ogni altro, con finissima critica e vasta erudizione.
2 Ann. des Voyages. Tom. V, pag. 148.


[445] Narra qualche viaggiatore che in Persia si prepara una bevanda detta quinar e che è fatta coi semi e le foglie della canape.1 Colla canape si preparano anche varie confetture ed estratti grassi. Si fanno bollire le foglie, i fiori e i semi immaturi con acqua; e aggiungendovi poi del burro, si ottiene coll'evaporazione di tutta l'acqua un grasso verde, che ha assorbito gli elementi narcotici della canape. Il majoon 2 è una miscela di zucchero, burro, farina, latte e bang, e si foggia in pastiglie. Una dramma basta ad inebbriare un novizio, tre dramme bastano per un habitué. Il majoon ha un sapore dolce e un odore aggradevole: pare che anche molti animali carnivori lo mangino con piacere, e si ubbriacano oscenamente, senza poi risentirne danni maggiori.
Gli Arabi usano un'altra confettura canapina, che chiamano dawamesa. Contiene mandorle, pistacchi, zucchero e forse aromi. Si prende solo o col caffè o coll'acqua, alla dose di trenta grammi.
Molto simile al majoon dell'India deve essere el mogen usato dai Mori. Gli antichi Saraceni e gli Arabi moderni in Turchia e in Siria chiamano haschisch o hashash le diverse preparazioni inebbrianti che Adolfo Stuze, farmacista di Bucharest, ha descritto assai bene. Son cinque e tutte ottenute dalle sommità fiorite della pianta.
1° Bollito nel grasso, nel burro, o nell'olio con

1 Tableau de la Perse Occidentale par le Major Heidenctamm, trad. du Suèdois, pag. 2138. Tom 285. Nouv. Ann. des Voyages.
2 BIBRA scrive madgiun.


[446] un pochino d'acqua: il prodotto filtrato si adopera in ogni maniera di pasticceria.
2° In polvere per essere fumata. Da cinque a dieci grani di questa polvere, si fumano in una pipa comune col tabacco ordinario, e probabilmente colle foglie di una specie di Lobelia (tombuki) dotata di proprietà narcotiche molto intense.
3° Con gomma adragante in forma di pastiglie che si fumano nella pipa. Bibra le chiama esrar (segreto) e dice che si mangiano o si fumano alla dose di 5 a 10 grani: aggiunge che è preparato molto forte.
4° Preparato sotto forma di elettuario con datteri o fichi e miele, di colore molto bruno e quasi nero.
5° Preparato sotto forma di un altro elettuanio coll'aggiunta di molti aromi, garofani, cannella, pepe, ambra e muschio. È giudicata afrodisiaca.
L'estratto poi dell'haschisch ha la consistenza sciropposa, un colore bruno verdiccio, un odore narcotico e un sapore amaro spiacevole.
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Alla storia dell'haschisch appartiene di diritto quanto riguarda la famosa setta maomettana degli Haschischins, o hashasheens. Per alcuni scrittori la storia degli Assassini e delle prime notizie avute in Europa sull'haschisch si potrebbe stringere tutta quanta in questa mezza pagina.
Pare che il famoso Hassan fondatore dell'ordine degli assassini inebbriasse coll'haschisch i suoi settarii, che trasportava in un mondo di delizie. Non [447] fu però che alcuni secoli dopo la sua morte che si conobbe la sua ricetta, di cui Prospero Alpino, celebre botanico veneziano, descrive l'effetto esilarante.
Nel secolo seguente un medico e viaggiatore di Vestfalia, Koemfer, sotto il titolo di Delirium magicum descrive i singolari fenomeni prodotti dal bang, fra i quali accenna una fame divorante.1
Cent'anni più tardi Murray, medico e naturalista vedese, ci dà un quadro analogo degli effetti dell'haschisch (Apparatus medicaminum tam simplicium quam praeparationum). Chardin nel suo Voyage en Perse, Tom. IV, celebra le meraviglie dell'haschish e Baruffaldi vi dedica un poema: Il Canapajo.
Vedremo invece, come sia più lunga e interessante la storia dell'haschisch, pigliandoci a compagno delle nostre escursioni il dotto direttore del Museo scolastico metropolitano di Londra.
La setta eretica degli assassini possedeva un vasto territorio nelle montagne del Libano, e si stabilì in Persia nel 1090. Essi assassinarono Luigi di Baviera nel 1213, furono conquistati dai Tartari nel 1257 e distrutti nel 1272. Il loro capo avevà titolo di Vecchio della montagna.
Sul nome della setta quasi tutti i filologi e viaggiatori vanno d'accordo. De Sacy dice che la parola assassini deriva dal nome arabo della canape ed è noto che nelle guerre delle Crociate alcuni soldati saraceni irruppero nel campo cristiano con una furia feroce, facendo stragi e senza curarsi della

1 Amenitates exoticae, 1712, fascicolo 3°, pag. 651.


[448] loro vita ed erano ubbriachi fradici. Si chiamavano hashashen. - Lane dal Canto suo dice che hashash significa un mangiatore o un fumatore di canape; è parola di biasimo e il plurale ha dato origine al nostro assassino.
Benimino di Tudela dice: "Nelle vicinanze del Libano risiede un popolo detto degli Assassini, che non crede nei dogmi di Maometto, ma in quelli di un tale che credono eguale al Profeta Kharmath. Essi fanno ciecamente quanto egli vuole; e tutti questi montanari obbediscono al cenno del Sheik-al Hashinhin o il vecchio."
Nel centro del territorio persiano, come in quelo assiro degli Assassini, vale a dire tanto ad Alamat come a Massiat, si trovavano splendidi giardini, chiusi fra gelose pareti, veri paradisi orientali, con ajuole di fiori e frutteti e ruscelletti serpeggianti e pergolati dove il pampino si intrecciava alla rosa; e nei chioschi dorati voluttuose fanciulle seducenti come le hourì del paradiso di Maometto, morbide come i cuscini sui quali riposavano e inebbrianti come il vino che vi presentavano in ricche coppe d'oro e d'argento; dove la musica dell'arpa univa le sue intonazioni al canto degli uccelli, dove i suoni melodiosi del canto armonizzavano col mormorio dei ruscelletti; dove tutto spirava piacere, incanto e voluttà.
Era in questi luoghi di delizie che erano invitati quei giovani robusti e valenti che erano creduti degni di far scorta al capo degli Assassini; e là, invitati a lauta mensa, erano poi inebbriati coll'haschisch e messi nel giardino, dove si trovavano circondati [449] dall'ebbrezze dell'amore e del vino e si credevano trasportati in paradiso. D'ebbrezza in ebbrezza e di voluttà in voluttà cadevano di nuovo in un profondo letargo, e allo svegliarsi si trovavano di nuovo presso il loro ospite, che li persuadeva che in quel frattempo avevano coll'anima fatto una corsa in quel cielo, di cui avrebbero goduto eternamente, qualora si fossero dedicati alle imprese feroci comandate dal loro capo.
Così il nome di mangiatori d'erba (hashishin) trasformato dai greci e dai crociati in quello di assassino, rese immortale in molte lingue d'Europa la storia di una setta folle e crudele.
Si racconta che Iclaleddin Melekshah, sultano dei Seljuks, inviò una volta un ambasciatore allo Sheikh degli Assassini, esigendo che divenisse suo vassallo. Il fiero figlio di Sahab chiamò allora dinnanzi a lui alcuni dei suoi; disse all'uno: amazzati e immediatamente si pugnalò; disse all'altro; gettati dallo spaldo e si gettò... E lo sceicco aggiunse: "Così io sono ubbidito da settanta mila sudditi fedeli; questa sia la mia risposta al tuo padrone."
Anche nelle storie napoleoniche troviamo una prova del fascino che trascinava molti ad abbandonarsi alle voluttà assassine; dacchè troviamo che il generale Bonaparte dovette proibire sotto le pene più severe la vendita dell'haschisch e dei suoi preparati.
E dacchè siamo in Egitto, sarà bene completare la storia africana della canape. Rouyer, membro dell'antica Commissione egiziana, descrive una conserva, che gli Egiziani preparano colle foglie e le [450] estremità fiorite della canape e che serve poi di base al berch, al diasmouk e al bernaouy. La polvere delle foglie stemperate col miele o nell'acqua costituisce il berch delle classi più povere.
Livingstone chiama, mutokuane la canape usata dagli indigeni dell'Africa australe. Gli Ottentotti le danno il nome di dacha, che distinguono da un'altra pianta pure inebbriante, che chiamano dagga o dacha silvestre. Pare che il dacha degli Ottentotti sia la stessa cosa del d'yambah degli indigeni di Ambriz e di Musula, mentre in Caffreria si usa la parola ottentotta. Anche i Dongòs, i Damaràs ed altre tribù al sud di Benguela coltivano su vasta scala questa pianta narcotica. Fra gli Ambundas o gli indigeni di Angola, la canape secca è usata come inebbriante e come medicina, I mercati di San Paolo di Loanda son forniti di haschisch dai Dongòs e da altre tribù vicine, da San Salvador e dalle città del Congo superiore.
In questi paesi trovate l'haschisch preparato cogli steli più sottili, le foglie e i semi compressi fra di loro in una massa conica, che varia da due a quattro pollici di diametro e da uno a due piedi in lunghezza, coperta poi il tutto con qualche erba secca e legata con sottili vincastri. La canape così preparata serve al fumare. I Zulu Kaffir e i Delagoan della Costa sud-est dell'Africa fumano pure la canape e i primi la tirano su per il naso, benchè gli uni e gli altri conoscano anche il tabacco, che pospongono però alla canape.
Quasi tutti gli scrittori arabi e persiani cercano l'origine dell'uso inebbriante dell'haschisch [451] nell'Indostan, benchè sia difficile trovare le prove di questo fatto. Il Rajnigunha, trattato di materia medica che si calcola scritto or sono sei secoli, parla chiaramente dell'haschisch che chiama coi nom di Bijoya, Ujoya e Joya (promotore di successo); di Brijputta (rinforzatore), di Chapola (che produce un andar barcollante), di Ununda (che fa ridere), di Hursini (eccitante della venere). In un altro trattato sanscrito più antico di questo si ripetono le stesse cose e in un libro religioso detto Hindu Tantra si dice che il Sidhee è più inebbriante del vino. Nel capitolo quinto degli Statuti di Manu, si proibiva ai Bramini di usare il Pabandoo, o cipolle, e il Gunjara, o gunjah, ed altri aromi che hanno odore forte e pungente.
Gli scrittori persiani ed arabi danno notizie più minute sull'antichità dell'uso di inebbriarsi coll'haschisch. Makrizi tra gli altri ne parla nelle sue descrizioni degli antichi luoghi di piacere presso il Cairo.1 In una valle coltivata detta Djoneina, dove ora non si vedono che poche rovine, si facevano anticamente abbominazioni d'ogni genere; e eccitatore all'ozio era l'haschisch che vi si vendeva. Makrizi dice pure che l'opera più antica che parli del-

1 Makrizi dice che la decadenza dei popoli Orientali deve attribuirsi specialmente a tre cose: alla poligamia, all'haschisch e all'oppio. Dice che l'uso venne dall'India e verso il 1230 divenne vizio generale in tutto l'Oriente, estendendosi anche alla Grecia e all'Italia.
PFAFF E. R. Ueber die Einführung und den Gebrauch des Haschisch bei den Arabern. Pag. 909. Ausland nach Makrizi.


[452] l'haschisch è un trattato di Hassan, in cui è detto che nell'anno 658 dell'Egira, lo sceicco Djafar Shirazi, monaco dell'ordine di Haider, imparò dal suo maestro la storia della scoperta della canape. Haider, capo degli ascetici e dei fiagellanti, viveva fra le più rigide privazioni su di un monte fra Nishabor e Rama, dove aveva fondato un convento di fachiri. Egli viveva già da dieci anni in quella solitudine, senz'averla mai lasciata per un'ora; quando in un giorno ardente d'estate partì tutto solo pei campi. Al ritorno il suo volto brillava di gioia, accolse le visite dei suoi confratelli e li invitò alla conversazione. Interrogato sulla sua letizia narrò come avesse trovato nella sua gita una pianta, che sotto il calore più soffocante sembrava ballare al sole piena di gioia, mentre tutte le altre se ne stavano torpide e tranquille. Egli allora raccolse di quelle foglie e ne mangiò. Condusse colà i suoi frati; tutti ne mangiarono e tutti divennero allegri. Pare però che lo sceicco Haider usasse specialmente di una tintura alcoolica di canape, perchè un poeta arabo canta la coppa di smeraldo di Haider. Questi sopravvisse dieci anni alla sua scoperta, e quando morì, i suoi discepoli, assecondando un suo desiderio, piantarono sulla sua tomba una pianta di canape. Da quella tomba santa si sparse l'haschisch nel Khorasan. In Caldea fu sconosciuto fino all'anno maomettano 728, durante il regno del califfo Mostansir Billah. Fu allora che i re di Ormus e Baturein lo introdussero in Caldea, in Siria, in Egitto e in Turchia.
Ad onta di queste notizie, Cooke da cui abbiamo [453] preso gran parte della storia dell'hashisch, crede che l'uso della canape fosse molto anteriore ad Haider. Biraslan, pellegrino indiano contemporaneo di un Cosroe, è creduto l'introduttore dell'haschisch nel Khorasan e nell'Yemen.
Nel 780 si bandirono in Egitto pene severe contro l'uso dell'haschisch. Il giardino di Djoneina fu distrutto e si strapparono i denti a quanti erano convinti di aver usato la canape. Nel 792 però si ritornò impunemente e con maggior forza che mai al vizio antico. Makrizi ci dipinge con vividi colori il "vizio e le sue vittime: "Come una conseguenza generale ne nacque una grande corruzione di sentimenti e di maniere, la modestia scomparve, ogni bassa e malvagia passione fu soddisfatta e a quelli esseri istupiditi non rimase altro di nobile che la forma esterna."
Julien crede che i Chinesi adoperassero la canape come anestetico fin dall'anno 220 dell'era nostra e il dottor Ringler di Vienna aggiunge che gli Arabi se ne servono allo stesso fine.
A completare la storia dell'haschisch, dobbiamo vedere quali popoli si inebbriano, fumandolo, invece di beverlo o di mangiarlo.
Gli abitanti di Ambriz nell'Africa fumano la canape, attaccando una loro pipa d'argilla al centro di una grossa zucca; e passando dall'una all'altra mano questo strumento, da cui aspirano il fumo narcotico.
Presentano subito tosse, lucentezza degli occhi, faccia rossa o gesti concitati; poi cadon nel beato languore del narcotismo.
[454] Gli Ottentotti e i Bushmen fumano le foglie della canape sola o mista col tabacco, e ne spingono l'uso


                           Pipa Dakka di Ambriz


fino all'ebbrezza. Quando i secondi andarono a Londra a farsi vedere, fumavano la canape in pipe fatte di grossi denti di animali.
I Bechuanas fumano il dacha nel modo più singolare del mondo, scavando nel suolo due fori alla distanza di circa un piede l'uno dall'altro, riunendoli poi con un bastoncino che serve a modellare intorno un tubo d'argilla, che rimane poi, quando se ne levi l'anima di legno. All'uno dei fori metton la canape e del fuoco, e all'altro applicano la bocca, sdrajati colla faccia sul terreno, e bevendo acqua ad ogni volta che hanno aspirato il fumo inebbriante; e così facendo gli uni dopo gli altri. Forbes Royle racconta che presso alcuni tribù dell'India si fuma sempre a questo modo, con una vera pipa sotterranea.
I Zoolus fumano l'haschisch attraverso dell'acqua contenuta in un corno di bove; applicando la bocca alla parte più ampia, e che essendo molto più grande dell'apertura della bocca, si soffocano spesso e ne hanno la tosse. Chiamano egoodu questa loro pipa che vedete qui dicontro disegnata; e si inebbriano forte[455]mente, adoperando la foglia secca della canape silvestre, che ha proprietà narcotiche molto potenti.

                L'Egoodu dei Zoolus


Quando sono ben ubbriachi, sogliono ad alte grida cantar le virtù del loro re. La passione dei Zoolus per il fumo della canape, non toglie loro il piacere di tirar su per il naso la polvere della canape mista all'aloe bruciato; e nessuna cortesia è maggiore fra essi, quanto quella di dividere con un amico la scatola da tabacco. Vi versano nella palma della mano un pizzico di haschisch con un piccolo cucchiajo di avorio, e voi dovete dolcemente aspirarlo per le narici.
I Delagoan delle Coste Orientali dell'Africa trovano che il fumar la canape attraverso all'acqua con una pipa poco diversa da quella dei Zoolus è una delle maggiori voluttà della vita. Essi si riempiono di fumo la bocca e dopo qualche tempo lo fanno escire con molta violenza dal naso e dalle orecchie. Owen dice di averli veduti dopo questo loro fumare vertiginosi e stupidi. Tossiscono con forza, sudano [456] copiosamente e rimangono per qualche tempo accasciati, benchè quei negri credano questa abitudine molto rinforzante; e infatti fumano sempre prima di intraprendere un lungo viaggio o di recarsi al lavoro dei campi. Owen fu attratto una volta alla capanna di un vecchio dal fragoroso suo tossire, che lo avvisava ch'egli stava fumando la canape; e infatti lo trovava così abbattuto e rovesciato, che sembrava morto. Ci volle del tempo perch'egli si accorgesse della presenza di Owen, ma appena riavuto ritornò alla sua pipa e alla sua voluttà assassina.
Noi vogliamo togliere colla traduzione la bellezza di alcuni vividi tocchi di pennello, con cui un corrispondente del Times dipinge i fumatori di haschisch di Costantina: "I have seen the opium-eaters of Constantinople and the hashishsmokers of Constantine. I recollected having a tatoosh in the bazaars of Smyrne from a young Moslem whose palsied head could not count the coins I offered him. I recollect the hashish-smokers of Constantine, who were to be seen and heard every afernoon at the bottom of the abyss which yawns under the Adultress Rock lean, fleshless Arabs-smoking their little pipes of hempseed, chaunting and swaying their skeleton forms to and fro, shrieking to the wild echoes of the chasm, then sinking exhausted under the huge cactussights and sounds of saturnalia in purgatory."
Nell'India la canape si fuma sotto forma di gunjah. Si mescolano nel palmo della mano con un po' d'acqua 180 grani di gunjah con poco tabacco secco; e questa dose basta per tre persone. Nella pipa si mette prima un po' di tabacco, poi uno strato di [457] gunjah preparato come sopra, poi di nuovo tabacco e fuoco. Quattro o cinque persone si sogliono metter assieme per quest'orgia, l'hookah passa dall'uno all'altro; e ne aspirano un solo sorso, che dà ad un novizio mezz'ora di ebbrezza, mentre un addetto ha bisogno di quattro o cinque aspirazioni. Gli effetti di questo fumare sono diversi da quelli che si hanno col bere il sidhee. L'ebbrezza dei fumatori è piena di piacevoli fantasmagorie, ma essi possono riaversi subito e attendere alle domestiche faccende.
Cooke ci dice che anche in America, si è incominciato a ciccare la canape col betel; ed egli dice argutamente che a questo modo i Jankees, invece di nasi rossi, avranno le labbra rosse. Noi non conosciamo alcun particolare su questo nuovo vizio dei nostri lontani confratelli degli Stati Uniti.
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Ora convien studiare l'azione fisiologica della canape indiana. Le esperienze fatte fin qui sugli animali son poche e poco concludenti. Landerer diede dell'haschisch del Cairo ad un cane e ad un gallo.
Dopq un'ora il cane brontolava, faceva chiasso e poteva a stento reggersi sulle gambe anteriori: corse poi ad una fontana, bevette dell'acqua, rimase nell'acqua un quarto d'ora e poi se ne andò, ancora ubbriaco. Il gallo invece, dopo aver saltellato su tutti gli oggetti che gli stavan vicini, cadde all'improvviso e rimase per più d'un'ora cogli occhi chiusi e con forti convulsioni nelle ali e nelle gambe. Sorse poi dal sonno, si mise a mangiare e parve del tutto riavuto.
[458] Liautaud diede ad un cane dieci grani di churrus del Nepal e ad un altro una dramma dello stesso preparato e ne divennero entrambi ubbriachi, e uno di essi mostrò una fame voracissima: dopo alcune ore erano però completamente ristabiliti.
O'Shaugnessy trovò che i gatti, i cani, i porci, gli avvoltoj e i corvi sentono fortemente l'azione narcotica della canape; mentre il cavallo, il daino, la scimmia, la pecora e la vacca ne risentono piccola influenza, anche colle più forti dosi. Pare in generale che gli erbivori sentano l'haschisch assai meno dei carnivori. Anche Liautaud nelle sue esperienze diede a tre capre più di 2 dramme di haschisch, una di essa divenne sonnolenta, un'altra dopo breve tempo si mostrò languida e pigra, la terza non sembrò risentirne alcun effetto.
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Preso alla stessa dose l'haschisch ha un'azione meno intensa dell'oppio sul sistema nervoso e non ha l'inconveniente di produrre stitichezza, nausea, tremito delle membra. In vece di togliere l'appetito l'haschisch lo aumenta, invece di restringere la pupila, la allarga: qualche volta produce la catalessi.
Pare che l'ebbrezza della canape abbia gli stessi stadii delle altre ebbrezze narcotiche, ma che possa servire d'anello di congiunzione fra le gioie socievoli e tumultuose degli alcoolici e le voluttà profonde e solitarie della coca e dell'oppio. I viziosi di haschisch non cercano la solitudine ma la compagnia solazzevole, e più d'una volta scelgono l'harem [459] come teatro più opportuno per le loro delizie. Del resto, come avviene di tutti gli altri narcotioi, anche l'haschisch esercita una diversa influenza secondo la costituzione individuale; e mentre i più ridono e lietamente schiamazzano, altri inferociscono e diventano pericolosi a sè ed agli altri.1
Il dottor Ley crede di poter asserire che nelle diverse azioni della canape ha la sua parte anche il clima e che mentre nei paesi caldi essa rallegra fino alla fantasmagoria e al delirio; meno voluttuosa ne è l'azione nel freddo clima dell'Inghilterra, dove si esigono dosi maggiori e dove pochi arrivano fino alle delizie della fantasmagoria. Più che il clima però devono contribuire ai diversi effetti il temperamento e la natura del preparato canapino che viene adoperato per ottenere l'ebbrezza.
Il dottor Moreau è uno fra quelli che ha studiato meglio degli altri l'azione fisiologica dell'haschisch. Egli dice che preso in dosi moderate rasserena lo spirito e porta ad un riso irresistibile, ma quando se ne prende tanto che basti per giungere fino alla fantasia, allora un indefinito senso di voluttà si impossessa di tutto l'organismo e accompagna ogni atto del pensiero. E' come se il sole rischiarasse della sua luce ogni pensiero, e ogni movimento del corpo diviene una sorgente di voluttà. Il mangiatore di haschisch non è felice come l'affamato e il ghiottone che appaghi il suo appetito, nè come il libertino che soddisfi la sua lascivia; ma è felice come colui che ode liete notizie, come l'avaro che numera i suoi tesori, come il giuocatore favorito

1 O'Shaughnessy assicura che l'haschish è un potente afrodisiaco (?).


[460] dalla fortuna, come l'ambizioso che raggiunse la sua meta. Chi ha preso l'haschisch è in balia della più leggera emzione e il vento più leggero lo muove, portandolo di voluttà in voluttà. Basta un gesto, una parola, perchè il pensiero balzi dall'uno all'altro mondo con una sigolare rapidità e una lucida chiarezza. E in questa sublime agilità delle idee e in questa sottile voluttà che penetra tutto quanto l'organismo, si è superbi di esistere in un modo così beato; si è orgogliosi di avere così elevate tutte le potenze della mente e del sentimento. Siccome gli oggetti esterni potrebbero per la cresciuta impressionabilità produrre emozioni esagerate; così i consumatori di haschisch hanno cura di allontanare dai loro occhi qualunque immagine triste; e i più fortunati e i più epicurei cercano appunto nel seno dei loro harem oggetti cari e che centuplicano le ardenti voluttà della fantasia esaltata.
Moreau, dopo aver preso l'haschisch, descrive con queste parole, l'azione che ne risentiva: "Si sente da prima una vaga inquietudine, quasi una specie di affanno, poi un dolce calore si diffonde sul volto, e si prova una tale allegrezza interna che ci dà la voglia di rider sempre. I sensi improvvisamente pigliano una straordinaria, quasi soprannaturale finezza, acutezza e forza. L'atmosfera impregnata dai più dolci profumi risuona di incessanti armonie. I confini del possibile, le misure dello spazio e del tempo cessano affatto. Ogni minuto secondo ci sembra un secolo e con un passo ci pare di attraversare il mondo. Più volte sotto l'influenza dell'haschisch mi avvenne di guardare un ritratto e di sembrarmi che vivesse. Il capo si moveva, come se volesse distac[461]carsi dalla tela; tutta la fisonomia pigliava una espressione, come se l'animasse la vita, e gli occhi sopratutto sembravano parlanti. Io li vedeva muoversi nelle loro orbite, seguire tutti i miei movimenti, talchè io doveva gridare: No, questa è una magia!".
La perduta coscienza dello spazio e del tempo è uno dei caratteri più costanti dell'ebbrezza canapina. Moreau, una sera dopo aver preso una dose non troppo forte di haschisch, passava attraverso al Passage de l'Opéra a Parigi. Egli aveva fatto appena pochi passi, che gli sembrava di essere impegnato in quel passaggio, da una o due ore. Camminando, gli sembrava che il passaggio si ritraesse inanzi a lui, diventando tanto più infinito quanto più egli andava innanzi.
Anche Bibra provò effetti analoghi a quelli osservati dal Moreau. Abitualmente sano, egli era obbligato da forti dolori a star seduto e curvo tutto il giorno al suo scrittojo. Verso le 4 pomeridiane, dopo aver sorbito, secondo il suo solito, una tazza di caffè molto forte, prese 14 grani di churrus, e bevette poi poche oncie d'acqua. Circa un'ora dopo egli sentì sul volto un legger calore; ma svanì subito, talchè egli credette di aver preso una dose troppo piccola di haschisch; ma egli provò ad un tratto una certa inquietudine, una specie di prurito generale, una straodinaria vivacità. Abituato a questo genere di osservazioni, Bibra potè osservarsi con molta attenzione, tanto più che con uno sforzo della volontà egli sentiva di potersi ridurre nello stato naturale e abbandonarsi subito dopo alle emozioni del narcotismo.
[462] L'inquietudine passò ben presto per dar luogo ad un senso di leggerezza in tutte le membra, ch'egli un po' germanicamente definisce per una emancipazione del senso plastico (ein Freiwerden des plastischen Sinnes). Egli aveva fra le mani un bianco panno, e guardandolo, gli sembrava di vedere nelle sue pieghe una moltitudine di splendide figure, che si mutavano al menomo movimento. Ben presto egli si accorse di poter vedere ciò ch'egli voleva: eran volti barbuti di uomo o volti gentili di donna e animali d'ogni forma; e bastava mutar pieghe nel panno per veder nuove e diverse figure. Ricordandosi della visione di Moreau, egli volle guardare una sua prediletta raccolta di antiche miniature, credendo che quei ricchi colori e quelle figure raddoppierebbero all'infinito le delizie della sua fantasmagoria, ma nulla di questo gli accadde; ed egli s'accorgeva di guardare le sue care miniature coi soliti occhi e colla solita impressione. Si mise allora a leggere alcune pagine di un suo poeta prediletto, ma senza averne maggiore e diverso piacere del solito. Non era che il panno bianco, che gli suscitasse la fantasmagoria, ed egli poteva evocare quel mondo fantastico, quante volte egli voleva.
Durante quest'esperimento anche Bibra perdette l'idea del tempo. Egli per esempio si ricordava benissimo di non essere che da tre ore sotto l'influenza della canape; ma quel breve giro di tempo gli sembrava un periodo lungo, infinito. Così, guardando una finestra, poteva figurarsela lontana le mille miglia; ma come sempre con uno sforzo di volontà egli poteva reprimere l'irresistibile voglia di ridere e trattenere i sensi nei loro naturali confini.
[463] Nel corso dell'esperienza Bibra si fece suonare il violino dal proprio figliuolo e ne provò tali infinite e voluttuose impressioni che si credettde incapace a descriverle, e nello sforzo ch'egli tenta per dare una delle sue impressioni, non si intende se no questo che anche la sensibilità uditiva si trovava in uno stato di straordinario eccitamento, e che ogni nota a lui sembrava muoversi e distaccarsi dalle altre e vibrare nella sua beata coscienza. Dopo tante peregrine voluttà, Bibra ci racconta che aveva però fame canina e che dovette divorare una gran quantità di cibi freddi, per saziare un appetito insolito. È pure a notarsi che durante questo tempo, Bibra non si ricordava più dei suoi dolori reumatici, nè più li sentiva; e quando voleva pensare ad essi, trovava però che poteva alzarsi e muoversi in tutti i sensi, ciò che poco prima gli era impossibile.
IL dottor Baierlacher, dietro invito di Bibra, prese dello stesso haschisch che aveva servito alla sua esperienza, e il risultato riesce quindi tanto più interessante per la scienza, avendosi lo stesso preparato canapino e due diversi individui. Tre ore dopo il pranzo e dopo aver preso una tazza di caffè, alle quattro egli prese otto grani di haschisch ed uscì a passeggiare, rientrando alle cinque senza risentire alcun effetto. Dopo un'altr'ora di inutile aspettativa Baierlacher prese altri sei grani di haschisch. Verso le sei e mezza della sera incominciò ad accorgersi di una certa gravezza al capo, a cui si aggiunse tre quarti d'ora dopo un senso di stanchezza, che però non era spiacevole, benchè andasse [464] crescendo. Era un senso di bisogno di sonno e di voluttuosa dormiveglia. Questo stato durò circa tre quarti d'ora e vi si aggiunse un vivo appetito, che divenne una vera fame e gli fece pensare più presto del solito alla cena.
E già il nostro sperimentatore, credendo di non aver altro da aspettarsi dall'haschisch, si era messo a cenare, quando ad un tratto si sentì una nausea leggera; nello stesso tempo gli parve veder tutti gli oggetti come circondati da una luce verde e fu preso da una irresistibile voglia di ridere. I sensi incominciarono i loro giuochi, le orecchie susurravano, le parole pronunciate accanto a lui sembravano venir di lontano, avvicinarglisi poco a poco, e poi allontanarsi di nuovo. I movimenti del corpo divennero stentati e penosi, e anche il respiro era pesante e la parola così difficile, che ad onta dei maggiori sforzi di volontà non gli era possibile di parlare per più di mezzo minuto. Era un vaneggiar continuo fra una completa coscienza di esistere e una coscienza semispenta, e pareva al nostro dottore di star nuotando nel mare, e di essere in preda delle onde. Le note di un cembalo che si snodava nella stessa camera, in cui egli era, gli parevano suoni di una grossa campana, che in modo uniforme battesse tanto nei momenti di sopore come nei lucidi intervalli. Intanto i polsi erano tesi, ma il numero dei battiti normale, gli occhi injettati, la pelle non troppo calda. Tutti questi sintomi andarono gradatamente crescendo per mezz'ora; trascorsa la quale anche gli occhi ebbero le loro allucinazioni, e i volti delle persone che gli stavano vicino si trasforma[465]rono in orribili caricature, che mutavano disegno, e quelle immagini continuavano anche ad occhi chiusi e quando la coscienza sembrava perdersi nei suoi alterni crepuscoli.
Nel primo stadio del narcotismo le sensazioni erano piacevoli ed ora invece erano sgradevoli e pesanti. Baierlacher tentava invano di sottrarsi a quel caos di pensieri e di immagini che per ogni lato lo assediavano, ma non gli riusciva di farlo e gli pareva di trovarsi in mezzo ad un esercrto selvaggio, che si agitasse e schiamazzasse intorno a lui. Appena poteva pronunciare qualche parola che quel vortice carico di immagini e di sensazioni lo trasportava di nuovo in un mondo, da cui invano tentava sottrarsi. E questo stato riusciva tanto più insopportabile allo sperimentatore, perchè il tempo gli sembrava assai lungo. Così passarono due ore: messosi a letto verso le dieci fu preso da un accesso di tosse secca e violenta, che durò forse mezz'ora; ma che lo lasciò poi più calmo, talchè s'addormentò.
Il dì seguente si svegliava all'ora solita, senza osservare in lui altro fenomeno che un po' di turbamento al capo, come suol provarsi dopo una notte inquieta e tormentata da brutti sogni; ma anche questo stato di malessere non durò più d'un ora.
In queste due esperienze avete una delle tante prove, che le diverse costituzioni, così come piccole differenze nelle dosi di un narcotico, bastano a produrre diversissimi effetti. Ciò mi rammenta una mia esperienza fatta con la coca in compagnia di un mio amico; si prendevan le stesse dosi e allo stesso [466] tempo, ma io era già immerso nelle più deliziose contemplazioni della mia fantasmagoria, mentre il compagno era attonito e sbalordito, coi polsi febbrili e le idee confuse.
De Saulcy racconta di aver voluto passare in Gerusalemme una sera di piacere, inebbriandosi coll'haschisch in compagnia di alcuni amici; ma ne presero una dose eccessiva e se ne pentirono tutti amaramente; ed egli si vendica della canapa, chiamandola un veleno abbominevole. Convien però notare che egli ne aveva preso in quantità ancor maggiore dei suoi compagni, per cui perdette la coscienza per più di 24 ore e fu poi tormentato da tali nevrosi e da tali spaventosi sogni ch'egli credette di avere patito per almeno cent'anni.
O'Shaugnessy ha fatto nell'India molti studi sull'haschisch; ed egli avrebbe trovato che in quel paese mezzo grano e ancor meno è già una dose sufficiente per produrre sensibili effetti, che un grano e mezzo è già una dose forte; mentre in Inghilterra dieci o dodici grani sono appena bastevoli per produrre lo stesso effetto.
Eccovi una delle sue esperienze. A due ore dopo il mezzogiorno si diede ad un tale che soffriva di doglie reumatiche un grano di resina canapina; e alle quattro egli era già loquace; e allegramente cantava, domandando una razione straordinaria di cibo. Alle sei dormiva e alle otto lo si trovò fuori di sè, ma col respiro regolare; anche il polso e la pelle erano in condizioni normali e le pupille mobili. Alzandogli un braccio, si trovò che rimaneva rigido nella posizione in cui lo si abbandonava; e [467] sperimentando anche colle altre membra, si dovette verificare che egli era in uno stato di completa catalessi. Portato sopra una sedia, quel povero uomo prendeva tutta le forme che gli si volevan dare, quasi fosse stato una statua di cera.
Bibra crede che questa azione catalizzante dell'haschisch possa spiegare alcune magie dei fachiri d'Oriente e alcuni fantastici racconti, fra i quali non ultimo quello di uomini che si fecero seppellire e poi risorsero, vivi più che mai. Così è bello il leggere che alcuni ladri fanno un foro nel muro di una casuccia, e facendovi penetrare un fumo narcotico, inebbriano talmente gli abitatori, che dopo poco tempo possono recarsi tranquillamente a saccheggiar la casa, dinnanzi agli stessi proprietarii, che, incapaci a muoversi, ma ridendo e gongolando, si vedono derubati da quei maghi.
Ogni narcotico, meno forse il tabacco, ha le proprie allucinazioni, ma l'haschisch ne ha di svariatissime e di singolari. Il dottor Auber nella sua opera sulla peste ci racconta che dopo aver preso l'haschisch un ufficiale di marina vedeva danzare sulla soffitta della sua cabina delle marionette; un altro credeva di essere trasformato nel pistone di una locomotiva; un giovane artista credeva di esser divenuto così elastico, da poter entrare in una bottiglia e starvi a tutto suo agio. Altri autori ci raccontano di un tale che si credeva di vetro e temeva ad ogni tratto di andare in bricciole; di un giovane che si credeva cresciuto a tal segno, che la camera, in cui si trovava, non poteva più [468] capirlo. Anche il dottor Moreau, dopo aver preso la canapa, credette una volta di sciogliersi sotto i raggi del sole e un'altra volta di essersi gonfiato come un pallone, di elevarsi e di sparire nello spazio. Un'altra volta si vedeva tormentato da un nano mostruoso camuffato alla moda del secolo XIII. Un vecchio servo di 71 anni gli sembrava una altra volta una bellissima giovane, e le rughe e i capelli bianchi di quel vecchio avevano per lui irresistibili attrattive. Un amico, che gli porgeva un bicchiere di limonata, appariva ai suoi occhi come una fornace di carbon fossile acceso. Altre volte le voluttà della fantasmagoria erano interrotte da sensazioni allarmanti e spaventose, ogni oggetto era per lui causa di terrore, e non poteva calmarsi colla propria ragione nè col consiglio degli amici.
Le allucinazioni dell'haschisch, associandosi in Oriente, colla fantasia e l'ignoranza di quelli uomini, li fanno dispostissimi a credere alla vera esistenza di genii famigliari, benevoli o fatali. Di questo discorre a lungo il Cooke nella sua opera, ma bastino per tutti questi bozzetti.
Un pio musulmano stava pregando all'alba, quando gli si presenta un fantasma spaventoso e così gli dirige la parola:
Chi sei tu?
La Peste.
Dove vai tu?
Al Cairo?
E che vuoi fare?
Uccidere dieci mila uomini.
Non andarci.

[469] È destinato che ci vada.
Vacci dunque; ma non abbattere più di quanto hai detto.
Udire è ubbidire.

La peste passò, e alla stessa ora, nello stesso posto, il fantasma apparve un'altra volta dinnanzi al santo uomo, che così le parlò:
Donde vieni tu?
Dal Cairo.
Quanti uomini hai tu ucciso?
Dieci mila, come avevi comandato.
Tu mentisci: son morte venti mila persone.
E' vero; io ne ho ucciso dieci mila, la paura ha uccisi gli altri.


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Un marinajo, Mansour, che aveva fatto già venti e più viaggi con Europei, raccontava i suoi rapporti con un genio, che gli era apparso sotto la figura di una fanciulla di otto a dieci anni. Egli l'aveva incontrata sulle rive del Nilo; e piangeva altamente per aver smarrita la via. Mansour tocco a compassione, la prese seco e la condusse a casa con lui. Al mattino seguente la mise sopra un asino per ricondurla ai genitori. Nel passare attraverso ad un boschetto di palme, egli udì dietro a sè sospiri profondi, e guardandosi dietro, trovò che la fanciulla era scesa dall'asino; e le gambe se le erano allungate straordinariamente, trasfonmandosi in due spaventosi serpenti ch'ella si trascinava dietro nell'arena. Anche le braccia se le allungarono; la testa salì fino alle nubi, nera come un carbone, e da un [470] immensa bocca, armata di denti di coccodrillo, vomitava fiamme. Il povero Mansour cadde a terra, dove rimase tutta la notte. Trascinatosj poi a casa, rimase malato per due mesi. E queste cose vi si raccontano colla maggior buona fede, tanto l'abitudine dei narcotici perturba la mente e ci fa camminare sulle frontiere che separano la ragione dalla follia.
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Anche il professore Schroff ci dà alcuni ragguagli di esperimenti sull'haschisch. Il dottor Heinrich prese dieci grani di birmingi (?) venuto da Bucharest alle cinque e mezzo pomeridiane; masticandolo lentamente per un'ora; finchè quasi tutto si era disciolto nella scialiva. Ne sentì subito irritazione alla gola e un po' di nausea; tentò di fumare, ma ne ebbe troppo disturbo alla gola. Escito a passeggiare per la città dopo un'ora e mezzo incontrò un conoscente, con cui rimase a discorrere delle più pazze cose del mondo, facendo strambi confronti; dacchè ogni cosa gli sembrava ridicola. Questo stato di eccitamento durò circa venti minuti, mentre i suoi occhi e il suo volto s'andavan sempre più iniettando di sangue. Ad un tratto divenne molto triste, si scompose e si fece pallido. La sua tristezza crebbe ad un grado di vera angoscia; gli pareva che un sangue bollente corresse al suo capo e come se il suo corpo si innalzasse e volesse sfuggirgli. L'ansietà e la debolezza crebbero sempre più e ci vollero tutta la forza della sua volontà e il buon volere dell'amico per potersi recare fino all'Isti[471]tuto, dove Heinrich bevette subito due bottiglie di aqua fresca, lavandosi pure con essa la faccia, il collo e le braccia. Si sentì subito meglio, ma il miglioramento non durò che cinque minuti. Messosi a sedere sopra una sedia si toccò i polsi e li trovò piccoli e lenti. Non potè levare l'orologio della tasca per numerare le pulsazioni, perchè l'angoscia lo assalse di nuovo. Fu portato in una camera vicina, quasi del tutto svestito, mentre egli voleva prendere le ultime determinazioni e gridava sempre: Io muoio, ben presto mi faranno l'autopsia nella sala mortuaria. Questo nuovo attacco fu più violento degli altri; e il povero dottore non aveva che qualche traccia di coscienza che poi perdette del tutto. La riprese, parlò senza cessare un minuto, tenendo dietro in parte alle mille immagini che l'assediavano, ed egli credeva di essere da una pianura portato sopra una collina, poi in abissi e precipizii senza fine. E poi di nuovo perdeva la coscienza di esistere e di nuovo ritornava alla sua tremenda fantasmagoria. I pensieri e le vicende più minute della sua infanzia gli venivano alla mente. Egli riconosceva quanti lo circondavano, appena apriva gli occhi, e chiusi che li avesse, ne distingueva la voce perfettamente.
Verso le dieci, cioè quattro ore e mezzo dopo il primo attacco, cessò di ciarlare continuamente e potè indicare dove sentiva dolore. Durante la notte bevette molta limonata, ma non potè dormire, tanto era esaltata la sua fantasia. Nel dì seguente si vestì e potè esser ricondotto alla propria casa, ma non potè attendere alle proprie occupazioni, [472] tanto i suoi pensieri erano confusi e il corpo debole. Si mise a letto e vi rimase fino al mattino del terzo giorno. In tutto questo tempo non fece che bevere molta limonata e prese due volte la zuppa, non avendo fame. Egli non si riebbe da questo avvelenamento che molto adagio, rimanendo per più giorni molto debole e stordito.
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Il dottor Teste, che come molti altri medici omeopatici ha studiato l'azione fisiologica dei rimedii, prese l'haschisch 10 o 12 volte in diverse dosi e lo sperimentò anche sopra venti altre persone. Egli assicura che esso eccita l'appetito, se preso prima del pasto, e ne attiva la digestione, senza turbarla, se preso nel pasto; ciò che confermò anche il Polli per le dosi ordinarie. Ecco come il Teste descrive gli effetti da lui provati, dopo una forte dose di haschisch.
"Una specie di vacuità e al tempo stesso di pienezza al cervello, senza il più piccolo sentimento di dolore o di malessere; poi un fischio nelle orecchie, che passa più o meno presto ad un vero bollimento, il quale sembra sollevare la volta del cranio, insieme a soffi di calore che montano alla testa, a coloramento del viso, a gonfiezza e vivacità degli occhi: sono questi i primi sintomi percepiti.
"Ben presto il fischio alle orecchie e l'ebollizione nel cervello si arrestano: il primo accesso arriva e scoppia d'improvviso. Si vuol parlare, ma la lingua s'ingarbuglia: si dimentica ciò che si voleva dire. Si prosiegue nondimeno, ma la parola e [473] le idee s'imbrogliano. Un immenso scoppio di riso tronoa la frase incominciata. Si ostina per terminarla, ma invano; l'idea è già ben lontana. Allora si ride di sè stesso, si ride di tutto; anche delle cose meno ridicole, ed anche assolutamente di nulla, e per parecchi minuti questo riso disordinato, che d'ordinario provoca l'accesso delle persone presenti che hanno preso haschisch, diventa inestinguibile. Alla fine nondimeno s'acquieta, ma per ricominciare, senza la menoma causa apparente, alcuni istanti più tardi.
"Dopo un certo tempo la scena cambia, e diventa più piccante. A meno che la dose non sia stata eccessiva, si ha la coscienza nettissima di ciò che avviene in sè, e si assiste in qualche maniera, con tutta la propria ragione, alla dissoluzione momentanea di questa ragione stessa.
"Mentre un dolce languore s'impadronisce di voi, e la vostra motilità si intirizzisce, i vostri ginocchi piegano sotto il peso del vostro corpo, e voi non potete, anzi non volete muovervi,1 essendo per così dire separato dal vostro corpo;2 tutto s'abbellisce intorno a voi; una luce splendente vi innonda senza abbagliarvi; i volti più volgari vi sembrano serafici; le idee vi affluiscono e vi abbandonano con una prodigiosa rapidità, cosicchè non vi resta

1 Quando l'ebbrezza non è fortissima, questo intirizzimento dei muscoli non esiste; ma mi sembra che, in ogni caso, la sensibilità tattile diminuisca. T.
2 Non ho mai veduto manifestarsi tendenze lascive durante l'accesso dell'haschisch; questo sintomo ha un valore negativo, di cui è bene tener conto. T.



[474] più alcuna nozione della durata del tempo, e vi sembra di vivere un secolo in un minuto.1
"Vengono in seguito a tali illusioni, ma non sempre, le allucinazioni, che il più sovente mettono il colmo alla nostra beatitudine. Noteremo del resto che l'imaginazione non sembra essere più specialmente esaltata di tale o tal'altra facoltà della mente. Sono al contrario, come le mie esperienze me ne convinsero, quelle fra le facoltà che nello stato normale sono più pronunciate o più esercitate, che diventano per ogni mangiatore di haschisch, il campo quasi invariabile delle sue aberrazioni.
"Da qui, sotto l'impero della medesima causa, disordini morali in apparenza diversissimi, e di cui il contrasto, se l'esperienza ha luogo in società di un certo numero di persone, aumenta la bizzarria. Questi è loquace e chiassoso, quegli è contemplativo: uno sfoggia versi, l'altro canta o calcola, o attende alla soluzione di un problema di economia, di psicologia, di medicina, ecc. Ma tutti di solito sono pienamente soddisfatti di sè stessi. Tutto quello che sentono o che ascoltano, tutto quello che vedono, tutto quello che dicono, sebbene il più spesso insignificante o assurdo, loro sembra nuovo, inaudito, prodigioso, sublime, o estremamente faceto. Sono, in una parola, così completamente felici come è possibile di esserlo, non solo nella vita reale, ma

1 Son bene centocinquant'anni che siamo a tavola! mi diceva colla più intera convinzione e colla più comica serietà una dama alla quale io aveva fatto prendere dell'haschisch. T.


[475] nel più bel sogno. Non dobbiamo però tacere che si vide, molto raramente io credo (giacchè alla mia osservazione non si è mai presentato), l'haschisch determinare le follie melanconiche, la disperazione, ed anche il delirio furioso.
"Dopo alcune ore però l'esaltazione si mitiga, e le succede la sonnolenza. Qualche volta un po' di nausea, dei borborigmi, delle fitte addominali si fanno sentire; una evacuazione copiosa, semiliquida, mette fine a questi sintomi. Il bisogno di porsi a letto diventa allora irresistibile, e vi si cede di più o meno buona voglia, e un sonno profondo dissipa in una sola notte fino alle ultime tracce di un'ebbrezza, che non rassomiglia in nulla per sè stessa, nè sopratutto per le sue immediate conseguenze, a quella che può produrre qualunque altra sostanza, e la quale, confesso, non si può a meno di trovare deliziosa, se la ragione piuttosto che l'esperienza non ne facesse riguardare come inammissibile che si possa prendere impunemente l'abitudine di abbandonarvisi."
Fra noi il professor Polli Giovanni è uno fra quelli che studiò meglio l'haschisch e in compagnia di due amici osò prenderne le dosi maggiori. Eccovi la storia dell'esperimento fatta colle stesse sue parole.
"L'haschisch recatoci dal dottor Rosa dall'Oriente era in forma di cilindretti o candelette, del diametro di 3 millimetri, e della lunghezza di un decimetro circa, ritorte a spira, di colore bruno quasi nero; avea l'aspetto di un estratto secco, che si rammollisce col calore, e che venne stirato nella [476] foggia accennata colle dita. Di lievissimo odore, che rammenta insieme la canape e la cera, di sapore leggermente piccante e piperato. Lasciasi poco disciogliere dall'acqua, molto dall'etere, il quala ne separa una materia resinosa nera, avente tutti i caratteri della cannabina. Un grammo di questo haschisch contiene 0gr.,4 di materia resinosa, e, bruciato, lascia indietro 0gr.,2 di cenere, nella quale è evidente la presenza dell'ossido di ferro, della calce, della silice e degli acidi carbonico e solforico; ciò che farebbe congetturare ottenersi questo preparato coll'evaporare entro caldaje di ferro l'estratto della parte più attiva della canape indiana, ottenuto con acqua di fonte.
"La dose che il dottor Rosa ci asserì prendersi a Damasco di questo haschisch era di mezzo grammo circa: esso rappresentava dunque 20 centigrammi di sostanza attiva, ossia di materia resinoide, equivalenti a 4 grani circa del corrente peso medico. Il dottor Rosa realmente non avea veduto far uso di questo preparato che nelle pipe; ma noi, per assicurarcene l'effetto, lo prendemmo internamente. E nella determinazione di cimentare una gran dose, senza avere prima assaggiato quel preparato coll'analisi, la quale non fu istituita che in seguito all'esperimento, noi abbiamo finito a prenderne una dose veramente enorme. Ecco senza più alcuni particolari sull'esperimento eseguito la sera del giorno 14 novembre scorso.
Presa la prima dose (mezzo grammo di haschisch) masticandolo e inghiottendolo con centellini di rhum, e passata una mezz'ora senza accorgersi di nulla, [477] passammo a prendere nella stessa maniera una seconda dose, e vi soprabevemmo una tazza di caffè. L'impazienza di sentirne presto gli effetti ci decise, dopo poco minuti (che ci erano sembrati un tempo lunghissimo), a prenderne la terza dose col caffè, ed a fumarne una quarta dose insieme a tabacco ungherese non molto forte. Era ciascuno al termine circa della sua pipa e non sembrava che ancora alcun effetto volesse manifestarsi, quando uno di noi cominciò a scherzare con una certa insistenza sopra alcune parole franciosate, a fare moti assai vivi col cucchialino usato a rimestare il caffè, e già s'accorgeva che i primi segni dell'ebbrezza spuntavano, mentre i compagni rimanevano immoti sul divano; essi non davano segno esterno di provare l'azione dell'hascisch, quantunque confessassero in seguito, che fin d'allora si sentivano già non più integri di mente. L'effetto era completo su tutti e tre, un'ora e mezza circa dopo presa la prima dose.
"Non è indifferente il sapere che ciascheduno di noi aveva pranzato da due ore circa prima dell'esperimento, e che i nostri temperamenti erano assai diversi, e dirò anzi assortiti in modo da rappresentare il temperamento sanguigno, il nervoso e il linfatico; diverse le maniere di vivere, essendo l'uno avvezzo a stimoli alcoolici, al tabacco e a copiosi alimenti; l'altro a pochi alimenti, sebbene non insueto alle bevande spiritose e al tabacco, e il terzo solito a parchissima alimentazione e a rarissimi stimoli, se si eccettua l'uso moderato del tabacco. Le abituali occupazioni erano del pari assai diverse nei tre sperimentatori, giacchè l'uno era medico, l'altro giureconsulto, il terzo dedito a studii letterarii.
[478] "I varii fenomeni presentati da ciascuno di noi in quest'esperienza, riferibili alle sensazioni, ai movimenti, alle allucinazioni sarebbero troppo lunghi a descriversi, e non offrirebbero forse quell'interesse che subbiettivamente ognuno di noi sentiva, e per il quale fin dai primi momenti di esaltazione ci fece concordemente deplorare di non essere fatti oggetti di profondo studio, e lamentare che andassero perduti per la scienza così importanti fenomeni.
"La meraviglia che ciascuno di noi provava in questo stato, era di contemplarci non più padroni dei nostri pensieri, dei nostri atti, quantunque ne fossimo lucidi testimonii; veder chiaro che facevam delle stramberie, come saltellare, battere il tempo, muovere le braccia o le gambe come per iscosse elettriche, scrivere parole ridicole, o dare ai caratteri volume straordinario, e non poter far diversamente.
"Sul principio si ha l'aria di fingere uno stato d'esaltazione che non si prova, e lo si finge con assai incertezza e direi quasi goffamente, cosicchè chi assiste alla scena, per un certo tempo dura fatica a credere che quello stato sia reale. Le risposte sempre logiche non gli permettono di credere che non sieno perfettamente libere e volontarie.
"Lo stato particolare della mente e dei sentimenti, in cui si trova l'individuo preso dall'haschisch (che per brevità potrebbe dirsi asciscismo), è tanto più difficile a descriversi, quanto più profondamente, durante l'accesso, se n'è compresi: cosicchè al suo cessare noi eravamo contentissimi di averlo subìto, anche a malgrado di qualche pericolo corso. Sen[479]tire mutato il nostro io, anzi sdoppiato in due, uno che ancora conserva l'integrità, mentre l'altro folleggia; uno che disapprova gli atti dell'altro, che anche accorgendosi di sbizzarrire, non può trattenersi dal cedere a questa stranezza, è senza dubbio una fase della mente piena d'interesse.
"Questo senso di sdoppiamento dell'io, pare l'effetto di due successivi e alternanti stati della mente, poichè noi ci accorgiamo che a tratti l'intelletto si oscura, e perdesi nella dimenticanza del passato, e poi risorge ancora limpido, e giudica per un momento e disapprova le cose fatte, per venir subito dopo di nuovo travolto in quello stato di folle automatia che caratterizza l'asciscismo.
"Fra gli intervalli di confusione o di ottenebramento, i lucidi momenti sono di una potenza, di una comprensione che fanno meraviglia; così ad uno di noi, in pochi minuti, parve di contemplare come in un quadro completo e distintissimo tutti i 40 anni della sua vita.
"Questa alternativa venne paragonata da talune ad ondate; un'ondata lucida, alla quale ne seguiva una di velamento dell'intelletto; o a minacciati naufragi, nei quali la mente vien sempre a galla.
"Le ondate oscure sempre più si incalzano, finchè si fanno continue, e allora questo stato della mente, che non si sente padrona del pensiero e degli atti, corre senza interruzione, e le successive rapidissime impressioni fanno sembrare eterno il più breve spazio di tempo.
"Il fenomeno degli intervalli lucidi, susseguiti da ottenebramenti che segna il primo stadio dell'a[480]sciscismo, si potrebbe spiegare ammettendo, che dapprima le piccole porzioni dell'haschisch assorbito, entrano interrottamente in circolo, e il sangue che ne porta la piccola onda al cervello, vi produce quello stato particolare di confusione, che cessa e si fa lucido al sopravvenire di una colonna di sangue ancor puro; mentre continuando in seguito l'assorbimento dell'haschisch, e rimescolandosi colla circolazione in modo più omogeneo e completo a tutta la massa del sangue, la polpa cerebrale ne viene senza interruzione eccitata, e allora l'asciscismo è continuo.
"L'apparente straordinaria lentezza del tempo che ci ha colpiti tutti e tre in modo singolare, e per la quale eravamo impazienti di ogni ritardo, e correvamo ad ogni istante all'orologio, riguardandolo, con una specie di spavento, come non fossero passati che pochi minuti in uno spazio di tempo che a noi era sembrato lunghissimo, non può spiegarsi che colla successione rapida e svariata delle moltissime idee che attraversavano la nostra mente.
"Nessun più evidente fatto si può addurre per dimostrare come la mente misuri il tempo soltanto dal succedersi delle impressioni, e come pochi minuti, per una vita piena di sensazioni, possono equivalere in godimento a molti anni di una mente costretta ad un monotono lavoro.
"All'apparente interminabile lunghezza del tempo sembra concorrere anche una certa smemoraaggine, per la quale durante l'asciscismo, un atto della mente poco prima eseguito, o un'impressione ricevuta, ven[481]gono dimenticati in maniera, che dopo brevissimi istanti lo si riproduce, o la si risente come fosse la prima volta, e in tal guisa si ripetono moltissime volte le stesse azioni, e producendosi come nuove le impressioni che ce le ispirano.
"Un fenomeno morale di qualche interesse era pure la bonarietà, la pieghevolezza, la nessuna suscettività che sempre animò i tre sperimentatori durante l'asciscismo. Uno dava forti pugni al dorso di un altro, col quale era del resto in assai limitata famigliarità, perchè dicendo questi di non sentire ancora l'haschisch, sembrava al precursore, di fargli una spiritosa interrogazione col chiedergli se anche quei colpi non li sentiva, e questi, benchè li sentisse, non ne mosse alcun lagno. Un altro, che s'era posto a scrivere, subì due scappellotti e lo strappamento della penna dalle dita, senza dir parola. Nessuno di noi fece rimprovero all'altro per la dose di droga presa, che pure in alcuni momenti credemmo irreparabilmente avvelenatrice, e senza rancore, e ridendo, ci adoperavamo a vicenda, nei, nei lucidi intervalli, a procurarne il vomito. Cedevano mutuamente le nostre volontà, ognuno obbedendo all'altro, e, in pieno accordo sulle sensazioni provate, concorrevamo lietamente e senza diffidenza in ciò che ci si suggeriva per toglierci dal pericolo. In questi fenomeni ci parve evidente la ragione della magica influenza che si racconta avere avuto il Vecchio della Montagpa sugli adepti, a cui propinava l'haschisch.
"A dare un'idea più perfetta delle modificazioni che subisce lo stato della mente durante l'asciscismo, [482] e della varietà dei fenomeni che, sotto la stessa droga, presentano diversi individui, approfitterò di alcune annotazioni, cui invitai a stendere gli stessi miei compagni di esperimento, recandone i principali frammenti.
"Il più giovine (23 anni), di costituzione linfatica, che prese e ritenne la maggior dose di haschisch, e nel quale ne furono più profondi e più durevoli, sebbene meno appariscenti, gli effetti, così si esprime:
"Mentre stavo fumando l'ultima porzione di aschisch fui preso da malinconia, della quale non mi liberai che per i molti e le bizzarrie degli altri sperimentatori. Indi a poco ebbi una grande tendenza al riso, ma, ritenendomi ancora immune dall'azione dell'haschisch, andavo celiando alle spalle dei miei compagni. Se non che a un tratto m'accorsi di qualche cambiamento nelle facoltà intellettuali, che parevami di trovare meno docili alla volontà, e prevedendo che avrei peggiorato nel seguito, tanto più che mi stava innanzi l'R. in una fase già inoltrata, volli avvisare con una lettera di quanto poteva accadermi; e la cominciai di fatto, ma poi, appena avviata, mi parve più importante di registrare le stranezze che venivano pronunziate da R. Non dimeno, mi sentii tosto incapace a proseguire, e la mano inobbediente vergava a fatica caratteri informi. Però, preoccupato com'ero del timore che quegli scarabocchi potessero credersi fattura d'un ubbriaco, a grande stento scrissi una breve giustificazione in milanese. Cominciavo a trovarmi in un piacevole stupore; la testa mi sembrava dilatata, ma senza sforzo, e fatta leggiera leggiera.
[483] "Possedevo l'uso dei sensi e della mente, ma mi riusciva grave ogni occupazione, e assisteva passivamente a quanto avveniva intorno a me, e sebbene ne rendessi perfetta ragione, non ero capace che di ridere di tutto e di tutti. Dopo circa un quarto d'ora succedette un indebolimento di forze in tutto il corpo; le gambe non mi reggevano, le braccia erano pesanti, e fui colto da una specie di deliquio, paragonabile a quello che alle volte tien dietro ad una cavata di sangue, massime se fatta un individuo in posizione verticale. Dovetti gettarmi su d'un sofà; le membra irrigidirono, smarrii affatto i sensi, e divenni catalettico, rimanendo a lungo in tale stato. A tratto a tratto i sensi mi tornavano in parte, avevo qualche sfuggevolissimo lucido intervallo, tanto che potei afferrare e ritenere alcune delle esortazioni che mi si facevano di eccitare il vomito, o simili. Ma ricadevo tosto nell'insensibilità. Posto a letto, mi fu messo vicino ai piedi gelidi una cassetta riscaldatissima, senza che per qualche tempo me ne accorgessi.
"A grado a grado l'anestesia, che aveva invaso tutto il corpo, parve dileguare nella metà sinistra della persona, rimanendo completa nella destra. La coscienza di me stesso, che non avevo mai interamente smarrita, se non per brevissimi istanti, tornava a tratti a farsi desta come in istato normale, in modo da rammentarmi quanto m'era occorso, e di riflettere sulla mia presente condizione semipalogica. Di nuovo l'anestesia si estese a tutto il corpo, aggiungendosi questa volta un movimento automatico e rapido delle mani, serrate sul petto, [484] e di cui il palmo dell'una stropicciavasi sul dorso dell'altra. La testa si fece grave, e avevo un debole sentore di me stesso. Scemata in intensità anche questa fase anestetica, ricuperai una grossolana sensibilità, ma a sbalzi ora il braccio diritto, ora la gamba sottoposta, ora la metà destra della faccia, ora tutte queste parti insieme mi parevano come impietrite, nè poteva muoverle; e tale fenomeno cessava e si rinnovava più volte. Dappoi questo giuoco si ripeteva alla testa con maggior frequenza, e mi dava maggior pena; di repente parevami che la massa cerebrale si tramutasse in marmo, meno una piccola porzione, e mi sembrava di avvertire tutti gli effetti di una tale sostituzione. L'occhio dentro segnatamente mi rese a lungo sensazione come se fesse di marmo.
"Questi sintomi, ad ora ad ora dissipandosi, poi ricomparendo, per dileguare e riapparire di nuovo, durarono più di trentasei ore.
"Intanto la mente non era rimasta sempre oziosa, ma anzi, nei momenti in cui ripigliavo piena conoscenza di me, assistevo come spettatore, e senza cooperare colla volontà, ad un lavoro fervidissinzo del cervello, in cui le idee succedevansi con tale rapidità, da farmi parere lunghissimo ogni breve spazio di tempo. Queste idee, se il più spesso erano disparate, talvolta avevano stretta a lunga concatenazione: così ogni individuo che mi soccorresse alla memoria, continuava a vedermolo innanzi per un periodo di molti lustri, eseguendo tutta la lunghissima e svariata serie degli atti che in un tal periodo potrebbe realmente compire, talchè rimanevo [485] convinto che effettivamente erano trascorsi tutti quegli anni.
"Ebbi anche una specie d'allucinazione, nella quale mi parve d'esser trasportato in in palazzo costrutto bizzarramente in ottone, e che credeva fosse il vestibolo del paradiso di Maometto, al quale mi era negato l'accesso. Uscito di là, mi trovai lanciato nello spazio, e costretto, da un impulso irresistibile, a descrivere rapidissimamente un'orbita vastissima, in un mezzo oscuro e irrespirabile. Una tale affannosa sensazione durò a lungo, e fu tra le più disgustose dell'esperimento."
Il soggetto di costituzione nervosa avrebbe tracciate nel seguente modo le impressioni avute durante l'esperimento, nell'ordine in cui le rammenta succedute, e che ci sembrano atte a completare il quadro di quelle innumerevoli e moltiformi sensazioni che accompagnano questo singolare stato.
"Incredulità sugli effetti dell'haschisch, dopo la prima dose; ripetizione della dose, e in seguito alla dose fumata, a grandi aspirazioni, smania di ottenere un effetto, creduto in quei momenti d'impossibile realizzazione.
"La prima sensazione è d'una mano che mi prende il cuore; mi invade un sopore che ha qualche cosa dell'affannoso; capisco che gli astanti ravvisano in me una persona che si sente male; ma veramente io non poteva accusare nè bene nè male. Non male in difetto di alcuna sensazione dolorosa; non bene, imperocchè l'essere morale sentivasi meno libero e già sotto l'influenza di qualche cosa superiore a sè stesso.
[486] "Alla prima sensazione avvenuta, che durò solo pochi minuti, succedette un bisogno di moto, un'irrequietudine nervosa. Mi alzo dal posto ov'ero seduto, passeggio per tutta la sala affrettatamte; capisco che cedo agli effetti dell'haschisch, ma se anche volessi, non potrei fare diversamente. L'amico S., socio nell'esperimento, pretende di andarne incolume, e di essere in grado di tenere il protocollo della seduta. Questa sua pretesa mi passa, mi ritorna, mi fugge dalla mente con grande velocità; se per caso mi sopravviene quando gli sono vicino, in tuono di scherzo gli do colla mano sul capo, gli levo la penna.
"L'agitazione nervosa prosegue: la mente, benchè possa discutere sugli oggetti che le vengono sottoposti, pure, contemporaneamente, opera e lavora da sè e per sè sopra un milione di cose che vanno, vengono, si mutano senza filo nè connessione fra loro. Un senso di oppressione molto marcata mi sopravviene; domando aria, aria, apro le finestre, apro l'uscio in comunicazione con altra stanza, procuro che rimanga aperta, quasichè il primo locale mi sembrasse inssuficiente a quel bisogno di moto che provavo; mi affaccio di volta in volta alla finestra per respirare più liberamente, ma non, ne sento giovamento; non m'accorgo nemmeno della rimarchevole differenza di temperatura che pur doveva esservi fra quei due ambienti. Mi ricordo come, paseseggiando, danzassi da solo. Qualche idea di una malinconia indefinita si impossessava dell'anima, ed allora il ballo si convertiva in un passeggio più calmo, non mai interrotto. - Tentava anche di [487] dare un'espressione a questo stato morale, pronunciando qualche reminiscenza poetica, zufolando qualche motivo che vi corrispondesse; più volte, comunque ìnterrottamente, mi sovvengo aver ripetuto passeggiando e zufolando il motivo della Lucia - Tu che a Dio spiegasti l'ali. - Rimarco questo incidente onde precisare che gli atti esterni erano ancora pedissequi allo stato interno dell'anima; che se questa vagava senza freno ed inconscia di una volontà determinata, dirigeva però l'essere fisico in modo da averlo come subordinato.
"Ogni affanno è cessato, una sensazione più energica si impossessa di me, si ripete senza posa. Non saprei descriverla se non paragonandola agli effetti di una forte corrente elettrica che, invadendo contemporaneamente le due gambe, salisse per la spina dorsale, si dilatasse in amendue le braccia con potenza di scuoterle in modo violento; poi continuando per la spina dorsale, operando sul cervelletto, mi percuotesse l'interno dell'occipite, con una forza tale che ogni volta era persuaso che fosse l'ultima. In questo periodo non solo i fenomeni fisici furono notevoli, ma ben ancor morali: noterò i più salienti.
"I pensieri e le idee si affollano nella mente con una rapidità strana; gli atti esterni precedono la coscienza di aver la volontà di compirli; così per esempio, mi accorgo di aver volontà di alzarmi; sedermi, pigliare un oggetto, dire una parola, quando in realtà queste operazioni sono già compite. L'imputabilità dell'azione operata nello stato in cui mi trovavo può ritenersi nulla. La volontà assisteva, per così dire, ad un fatto compiuto; il criterio determinante l'azione mancava affatto.
[488] "Lo stato fisico non mi toglieva per altro la possibilità di comprendere la mia posiizione anormale. La sensazione fisica sopraccennata provata in questo periodo, era intermittente, si ripeteva ad ogni minuto, ed aveva il suo principio, il suo mezzo, il suo fine. Solo allorchè la supposta corrente mi invadeva il cervello, per un momento era come tolto ai sensi, ma ben tosto ritornava in me, e nel brevissimo intervallo aveva tempo di giudicare il passato, prensare al presente, dire o fare qualche cosa prima che la volontà lo volesse, ed indi ritornare al nulla. Si potrebbe inferirne che il principio della sensazione fisica non impediva il raziocinio, il mezzo inducesse colla sua maggior violenza a preoccuparsi di me, degenerando poi in atti e fatti involontarii, il fine impedisse tutto sopra tutto.
"Quando il raziocinio poteva giudicare il passato, era chiaro e lucido, perfettamente presente a sè stesso; quando era indotto, com'io credo, dalla sensazione fisica a pensare a me, poneva a me stesso un dilemma quasi conclusione incontrastabile: o dovrò soccombere alla violenza della sensazione a cui sono soggetto o, sopravvivendo, rimarrò pazzo.
"La prima parte del dilemma era originato specialmente dalla forza con cui sentiva percosso così ripetutamente il cervello; la seconda parte dal succedersi rapido e continuo dell idee e specialmente dal degenerare di questo in quello stato di confusione che rendeva impossibile ogni predominio della volontà.
"Però strano e da rimarcarsi si è, che come la sensazione fisica, per quanto potente, non era do[489]lorosa, così anche la persuasione della morte nulla aveva che mi dispiacesse. L'idea di rimaner pazzo mi disturbava, tuttavia, piuttosto come una infelicità a cui mi incamminava, che come un male in sè.
"L'unica impressione disaggradevole, e che incuteva quasi spavento, era la stazionarietà del tempo. Mentre ero convinto, persuaso, certo, che dovevano essere trascorse almeno due ore; mentre riduceva il mio calcolo ad un'ora soltanto, per evitare un tristo disinganno, verificava in fatto che non erano passati se non pochi minuti.
"Durante questo periodo ebbi qualche momento di vera allucinazione. Mi parve di essere in una gran sala conterminata da un palco al quale si ascendeva a mezzo di un'ampia gradinata; le pareti erano a fregi d'oro; l'illuminazione brillantissima. Io passeggiava in lungo e in largo per questa sala, or trovandomi sui palco, or dalla parte opposta. Sentivo desiderio e bisogno di discutere qualche cosa di scientifico, di attinente ai miei studi. - Mi ricordo come avendo uno dinoi detta qualche parola di condoglianza sul fatto che non eranvi presenti persone che potessero render conto preciso dell'esperimento, io prorompessi ad alta voce in una breve cicalata di cui non ricordo nè il tenore nè il senso. Sono persuaso che se vi fossero state persone, che avessero voluto guidare il discorso sopra qualche argomento, l'allucinazione sarebbe durata più a lungo.
"Una sete pronunciata mi fa bevere con grande avidità dell'acqua fresca; l'agitazione nervosa è al suo colmo. Ero in mezzo alla stanza, saltavo da [490] terra continuamente all'altezza di un palmo, scuotendo in pari tempo le braccia, dichiarava di non poter fermarmi, ed ero stanco, ed esclamava: se debbo continuare così, non morrò pel male, ma per la fatica! Qualcuno interruppe quei movimenti che solo non era capace di frenare. Mi fanno sedere; seguito a voler bere e bevo disperatamente acqua fresca, un'arsura interna mi rendeva necessario questo refrigerio. - Per un momento l'agitazione mi lascia un poco di tregua; però di lì a poco, stando ancora seduto, comincia da capo, prima leggermente costringendomi a battere i piedi, poi come al solito passando per le braccia, sale al cervello.
"Mi sovvengo che faceva ogni sforzo possibile per frenare questi movimenti; ma, disordinando la ragione come prima di minuto in minuto, finii col credere di dirigere una orchestra: faceva i movimenti esagerati colle braccia e coi piedi, di chi debba tenere in ordine un gran numero di musicanti, ed io stesso ne accompagnava colla bocca il supposto motivo.
"Accusandomì stanco, o meglio affranto, dalla fatica, qualcuno mi interrompe; mi alzo, torno a bere ed a passeggiare affrettatamente lungo le due stanze, e allora si determina un vomito ripetuto ed a getto fortissimo. Dopo ciò sto meglio; seguito a bere; i colpi alla testa sono forse più forti ma meno frequenti, e li accompagno colla voce. Discorro cogli altri sulle sensazioni che ci colpiscono, ed il dialogo rimane spesso interrotto dalle sensazioni medesime.
"Si ripete il vomito eccitato anche dall'aver be[491]vuto dell'acqua tiepida e sto meglio. Prendo con grande ansietà e soddisfazione una tazza di caffè, ed appena presa sento bisogno di dormire.
"Dalle cinque alle nove del mattino dormo felicemente; mi sveglio libero assolutamente, e con tutta la memoria dell'accaduto.
"Mi fermai a letto fino al domani mattina. Questo giorno mi passò rapido, tranquillo, felice; mi sovvengo d'aver riso frequenti volte così da me senza saperne la causa. Mancanza di idee, nessuna noja nell'ozio, nessun desiderio di muovermi, nessuna fame. Riposo insomma fisico e morale. Provai per leggere, ma la vista si stancava subito dopo tre o quatto linee, l'intelletto penava ad adintendere e lo stato contemplativo fu per me in quel giorno, più che un desiderio, un bisogno.
"Ai fenomeni generaili descritti dapprincipio ed alle particolari dilucidazioni date da due degli sperimentatori aggiungerò che quanto a me, ricordomi di essere stato in preda ad una estrema loquacità e mobilità d'idee, che continuamente preoccupato della sorte dei miei compagni, per i quali temeva la dose dell'haschisch fosse stata eccedente, e potesse condurre all'avvelenamento, venni assalito otto ore circa dopo la presa della droga da una specie di convulsione gesticolatoria alle gambe e alle braccia, la quale a poco a poco assunse i caratteri deil'idrofobia. Così sussulti di spavento ad ogni vista di oggetti lucidi, ad ogni spiro un po' brusco di aria, all'avvicinarsi di qualche individuo, sebbene notissimo, ma al quale un momento prima non avessi prestata attenzione; così un chieder acqua, e affer[492]rare con mano tremante e convulsa la tazza, ed avvicinarla alla bocca per poi respingerla senza bere, non potendone inghiottire che qualche sorso, anche sotto la massima violenza; così un senso di disfagia per secchezza della gola, o meglio per un senso di imbottimento della lingua e delle fauci di un corpo asciutto e soffice; così finalmente il bisogno di farmi tenere, di farmi guidare, di farmi custodire, perchè sentiva di essere involontariamente spinto o a scappar dal letto o a far cosa insensata. Il sussulto e la formidine all'aprirsi di una porta, all'avvicinarsi di un individuo, al vedere oggetti lucidi, continuò a tratti anche l'indomani, e si riprodusse qualche volta anche il terzo giorno.
"Alle convulsioni in due di noi precedette in maniera assai distinta un senso di pressione all'occipite, che si trasmutava in una incomoda sensazione ora di freddo, ora di calore, per cui le mani vi erano automaticamente portate e si aveva difficoltà a staccarnele. Del pari un senso di granchio incipiente ai polpacci, che o rendeva imbecilli i moti delle gambe, o li obbligava a convellersi e saltellare. Ma la forma convulsiva variò assai nei tre sperimentatori, e se ne ebbero tali gradazioni da potersi ammettere in uno la forma clonica o gesticolatoria, in un secondo la froma tonica o subtetanica, e nel terzo la forma catalettica.
"Infatti il più giovane, come s'è già in parte accennato, dopo poche passeggiatenella camera, si adagiò sopra un sofà ove rimase immobile, anzi stecchito per parecchie ore, cosicchè quando si provò a fargli variare posizione lo si riconobbe catalettico; [493] teneva le braccia nella posizione in cui erano poste, il capo serbava la piega datagli, e lo stesso dicasi dei piedi e delle gambe; non proferiva verbo, sebbene collo sguardo, e con qualche sorriso desse prova di intendere tutto, come confermò infatti allo sciogliersi dello spasmo. Il riso sardonico, la contrazione dei masseteri, il freddo cianotico delle mani, l'injezione della congiuntiva erano fenomeni concomitanti di questo stato.
"Nell'esperimentatore di costituzione nervosa la convulsione fu continua, elettrica, alle gambe, alle braccia, durò parecchie ore; cosicchè saltellava nell'appartamento con una leggerezza che sembravano i suoi muscoli molle d'acciajo. Le contrazioni erano così violenti e involontarie che il soggetto ne provava un dolore e un esaurimento come si prova sotto gli elettrici convellimenti; e non potendoli frenare, era persuaso che cono esse avrebbe finito ad esaurirsi e risolversi la vita. La violenza di questi sintomi cessò col vomito, che fu assai benefico in questo caso, e determinò più presto che negli altri lo scioglimento dell'asciscismo. E ciò avventurosamente, giacchè per la tempra nervosa dell'individuo i fenomeni si erano pronunciati con grande violenza, e avrebbero potuto avere serie conseguenze.
"L'orina fu da tutti e tre emessa assai abbondantemente, e l'alvo non si schiuse che sotto l'amministrazione di infuso di senna per bocca o per clistere. Il bisogno di mingere fu così forte in uno di noi, poche ore dopo la presa della droga, che con una felice impassibilità, della quale l'haschisch darà ragione, si determinò ad orinare contro una parete della sala stessa ove gli altri passeggiavano.
[494] "Due ore dopo la presa dell'haschisch il compagno che bevve molta acqua ebbe copioso e ripetuto vomito; in esso i fenomeni cessarono complessivamente dopo 10 o 12 ore. L'individuo sanguigno non vomitò che titillando le fauci con un dito, e non evacuò che un quarto circa dei cibi presi al pranzo; gli effetti dell'haschisch durarono assai intensi per due giorni circa. Il compagno di costituzione linfatica, che non vomitò quasi punto, anche sotto la provocazione del dito introdotto nelle fauci, era ancora sotta l'impressione dell'haschisch, o almeno conservava ancora delle allucinazioni ad esso dovute, cinque giorni dopo l'esperimento.
"Quest'esperimento non sarà affatto inutile per la scienza. Esso chiarisce soprattutto un dato posologico, che spesso nell'amministrazione dei rimedi e nella ricognizione dei sintomi, è di capitale importanza, vogliam dire la dose alla quale l'haschisch o meglio l'haschiscina o la cannabina può essere amministrata senza pericolo; esso fece anche conoscere la varietà e l'ultima gradazione dei sintomi che a' suoi effetti possono ascriversi.
"La dose del principio attivo che ciascheduno di noi arrivò a prendere e sostenere nel proprio corpo si può calcolare di 0gr.,6 per bocca e 2 per fumo. Ammettendo, che nel vomito, il quale fun copioso nell'individuo di temperamento nervoso, moderato in quello di temperamento sanguigno, quasi nullo nel linfatico, se ne sia evacuata una varia porzione, resta sempre che gli ultimi due ne tollerarono la presenza almeno di 0gr.,4 o 0gr.,5 ossia di otto [495] a dieci grani di estratto resinoide o di haschiscina.1
Prima del Polli anche il professore De Luca aveva presi due o tre grammi di confettura di haschisch e ne aveva studiati gli effetti. Avendo poca fede nell'azione della canape indiana, si recò subita dopo aver1a presa al laboratorio di chimica del Collegio di Francia, mettendosi a lavorare come per il solito. Dopo un quarto d'ora circa egli sentì un movimento particolare nelle parti estreme del corpo, che sembrava propagarsi dall'esterno all'interno. Sentiva come qualche cosa che entrasse per l'estremità delle dita e si dirigeva progressivamente e senza interruzione verso il cervello, senza però produrre il minimo turbamento nelle facoltà intellettuali o là più piccola sensazione dolorosa. Egli confrontava questa sensazione a quella che produrrebbero le ortiche o le formiche che, in gran numero, camminassero sulla pelle.
De Luca voleva continuare i suoi lavori, ma le mani non ubbidivano alla sua volontà e invitato da Berthelot a ritornare a casa, prese il suo cappello e se n'andò. Per le vie gli sembrava che le case si allontanassero da lui e che la voce delle persone vicine fosse fioca assai e venisse anch'essa da grandi distanze. Egli si credeva sollevato dal suolo, come se camminasse per l'aria e guardava con aria di compassione gli altri che toccavano coi loro piedi la terra. De Luca credeva pure di

1 G. P. Esperimenti sugli effetti del'haschisch. Annali di Chimica applicata alla medicina. Gennajo e Febbrajo 1860.


[496] non poter mai arrivare a casa sua; tanto le distanze gli sembravano infinite. Finalmente giunge a casa, il portinaio gli porge due lettere ed egli crede che la voce di quell'uomo abbia cambiato di timbro. Entra nella camera e non può leggere le lettere, ma invece di soffrirne, è preso da un supremo disdegno per le cose volgari e le getta al suolo. Si sveste, entra nel letto e gli sembra che anche le coperte si scostino ad una certa distanza del suo corpo in segno di rispetto, ed egli si sente come immerso in una particolare atmosfera di contentezza e di voluttà. Vedeva passarsi dinnanzi alla mente tutto il suo passato, ma non poteva fermare le immagini, ed egli andava dicendo a sè stesso: "Se questo stato potesse durare continuamente, alcuni sogni di poeta sarebbero realizzati, noi saremmo tutti contenti, avremmo nulla a desiderare, e potremmo contemplare con gioja i fatti nostri."
Questo stato particolare durò circa quattro ore e verso la fine le idee si succedevano con minore rapidità, le distanze diminuivano, le coperte del letto si avvicinavano rispettosamente al corpo dello sperimentatore e tutto ritornava poco a poco nello stato normale, non avvertendosi che una leggera secchezza delle labbra.
Dopo tutto ciò non è a stupire se l'abuso dell'haschisch porti alla pazzia, specialmente nei giovani che incominciano la triste carriera di questo vizio. Cooke dice che que poveretti si distinguono sùbito all'andatura oscillante, ad un continuo stropicciarsi delle mani; ad una singolare tendenza ad accarezzare e sfregare i piedi di tutti. L'occhio ha [497] sempre una espressionje di furberia e di allegrezza; in pochi casi sono violenti, ma sempre voraci.
Lane, il traduttore inglese di Notti Arabe, aveva un cuoco molto vizioso di haschisch. "poco dopo ch'egli era entrato nel mio servizio io lo udii brontolare una sera e gridare verso la scala, come se qualche cosa lo avesse sorpreso; poi chiedere cortesemente: Ma perchè sedete voi là sul pianerottolo? Fatemi la gentilezza di venir qui nella mia cucina e di divertirmi colla vostra conversazione." - Questa cortese domanda rimaneva inascoltata e fu ripetuta più volte; finchè io chiamai il mio cuoco, chiedendogli con chi parlasse. - "Il fantasma di un soldato turco siede sulla scala, fuma la sua pipa e non vuole muoversi di là; egli venne fuori dal pozzo; pregatelo di salire e vedetelo." - Andai alla scala senza veder persona viva, e il cuoco mi fece osservare che io non la vedeva, perchè avevo la coscienza limpida! - Anche di seguito la stessa visione ricomparve più volte.
Wise, medico inglese, visitando il manicomio di Dakka, vi trovò tra 286 pazzi, 77 che avevano perduto la ragione per l'uso smoderato della canape; e fra questi 60 erano operaj, servi e fachiri; 47 fra essi erano indiani e 35 musulmani.
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I migliori contraveleni dell'haschisch, secondo il Polli, sono il sugo di limone e l'aceto; mentre il caffè aumenterebbe, secondo lui, gli effetti della canape indiana.
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L'haschisch fu analizzato da Schlesinger e da [498] Martius. Il primo vi trovò una sostanza amara, clorofilla, con materia estrattiva resinosa, altri estrattivi, sostanze proteiniche, pigmenti, celluloso e sali. Martius invece, analizzando l'estratto alcoolico della canape indiana, vi trovò un olio etereo, resina, gomma, zucchero, un acido organico e dei sali fra cui del cloruro ammoniaco, ma specialmente molto salnitro.
Si diede il nome di cannibina o haschischina all'estratto alcoolico della canape e si giudicò la parte attiva. Personne scompose questa cannabina in una resina innocente, in due idruri di carbonio; la cannabina C36 H40 e l'idrocannabina C12 H28.
F. e W. Smith ricavarono anch'essi dalle foglie della canape una resina che chiamarono cannabina. La resina ottenuta da essi era bruna: accesa si fondeva e poi bruciava con lucida fiamma. Due terzi di grano avevano già un'azione narcotica e la dose di un grano era velenosa. Faceva contrarre la pupilla, mentre tutti gli altri preparati di canape sembrano produrre un effetto opposto.
Gastinell nel Cairo e De Courtine a Parigi fecero avanzare di poco lo studio chimico dell'haschisch. Anch'essi ottennero dalle foglie della canape una resina impura. Courtine ricavò dal 9 al 10 per cento di resina e altrettanto di estratto acquoso dalle foglie di canape avute da Algeri. Le foglie avute in Francia da semi indiani diedero una egual quantità di resina, ma aveva virtù meno narcotche; e ancora meno attive erano le foglie della canape francese comune; anzi la resina avuta da queste [499] aveva diversa azione sulla fantasia. Anche Parent-Duchatelet non potè ottenere alcun effetto esilarante dalla canape francese, qualunque fosse la forma e la dose del preparato.
le foglie della canape distillata coll'acqua danno un olio essenziale, la cui azione fisiologica non fu studiata. Secondo Gastinell vi si trova anche un alcaloide, senza azione narcotica, e poco studiato. Tutto ciò prova che la storia chimica dell'haschisch rimane ancora a farsi, e noi la invochiamo, sperando che vorrà essere così feconda di scoperte, come lo fu e lo è tuttora quella dell'oppio.


BIBLIOGRAFIA DELL'HASCHISCH.

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