Paolo Mantegazza, "Quadri della natura umana - Feste ed ebbrezze", 1871, 2 voll., Milano, Bernardoni Edit.
[Vol. II, pag. 380]


CAPITOLO XXV.


Fisiologia antica dell'oppio. - Passi rapidi fatti dalla scienza su questo terreno. - Claudio Bernard ed Harley. - Le voluttà dell'oppio; la calma beata, la fantasmagonia e il delirio. - Una leggenda di Maometto. - La tortura degli oppiomani e quelle speciali del De Quincey. - Avvocati e procuratori regi nel processo contro l'oppio. - Sentenza finale dell'autore.



La prima pagina della fisiologia dell'oppio fu scritta dalla mitologia, quando essa metteva in mano il papavero a Morfeo, il Dio del sonno; e per molti e molti anni i medici ne seppero quanto Morfeo e continuarono ad amministrar l'oppio per calmare il dolore e per portare alle palpebre irrequiete dell'uomo il beneficio perduto del sonno. Benchè da tutti fosse collocato nell'Olimpo dei rimedii eroici, alcuni medici lo maneggiavano con paura, eguale a quella che potrebbe provarsi toccando una mitragliatrice carica e ignota nel suo meccanismo; mentre altri invece, come Paracelso, davano l'oppio in ogni caso e in tali quantità da meritarsi il soprannome di Doctor opiatus. Alcuni giudicavan l'oppio come un mero palliativo, ed altri, come Sydenham, scrivevano: sine opio medicina manca est ac claudicat; e altrove: non aliud remedium, quoti vel plurimis malis debellandis par sit, vel eaden [381] efficacius extirpet humano generi, in miseriarum solamen, concessisse, quam sunt opiata medicamenta, etc. Wedellius chiamò l'oppio "medicamentum caelitus demissum"; Tillingius lo disse anchora salutis sacra; John Hunter, volgendosi al cielo, esclamò: Grazie, o mio Dio, per l'oppio!, e Van Swieten non esitò a scrivere: L'oppio, il più efficace di tutti i medicamenti e senza di cui l'arte di guarire cesserebbe d'esistere, è il rimedio di cui l'Onnipotente ci ha fatto dono per la felicità e la consolazione dell'umanità sofferente."
Noi però non dobbiamo occuparci delle contraddizioni dei medici, i quali non potevano porgerci la fisiologia dell'oppio, finchè la vera fisiologia eta un desiderio; nè sopratutto dobbiamo darci il doloroso compito di veder portare l'oppio dall'una all'altra casella della farmacologia, secondo il vento che tirava nelle scuole mediche. Or stimolante ed or deprimente, l'oppio non aveva mai domicilio sicuro, benchè a lui si dedicasse una intiera biblioteca di opuscoli, sopra ognuno dei quali si sarebbero potuto scrivere con santa ragione le parole di Argan:

Mihi a docto doctore
Domandatur causam et rationem quare
Opium facit dormire.
A' quoi respondeo
Quia est in eo
Virtus dormitiva
Cujus est natura
Sensus assoupire.

Noi possiamo con poche citazioni mostrare come [382] la scienza si sia affrettata in questi ultimi anni di ricuperare il tempo perduto nello studio di una sostanza, che è il braccio destro della medicina e alimento voluttuoso a più d'un terzo dell'umana famiglia.
Voi leggete in Hartmann che in dose piccola abbassa il polso, diminuisce il calore, mostra effetto sopente, ma ad alta dose sollecita la reazione dei vasi, aumenta il calore, sviluppa la febbre. E a un dipresso tutto ciò che di più positivo si conosce sull'oppio ai tempi di Hartmann.
Houtang entra in maggiori particolari. Afferma che l'oppio è uno stimolante, che la sua azione ha luogo dapprima sul sistema nervoso ganglionare, che per azione indiretta questo sistema eccita i vasi capillari e che all'eccitaziomie di questi si deve l'accelerarsi dei moti del cuore e di tutto il sistema circolatorio. Tutti i sintomi del narcotismo son dovuti all'eccitamento dei capillari del cervello e alla loro congestione. L'oppio non ha azione diretta sul cervello e neppure azione speciale; a qualunque dose non ha che una sola maniera di agire; lo stimolo è subordinato alla quantità che si impiega e alla suscettibilità dell'individuo; infine l'oppio agisce nello stesso modo sulle nazioni d'Oriente e sugli Europei.
Qui lo scalpello nell'analisi entra già più profondo; ma è ancora fisiologia grossa. Vedete qual salto faccia lo studio dell'oppio con Claudio Bernard, le cui ricerche sottili possono stringersi in poche parole.
Secondo Bernard l'oppio gode di due azioni ben [383] differenti. Infatti dei sei alcaloidi dell'oppio, tre hanno azione soporifica, e tre azione convulsiva. Alla prima classe appartengono, nominandole per grado d'intensità di azione soporifica, la narceina, la morfina e la codeina: e alla seconda pee ordine di intensità di azione convulsiva, la tebaina, la papaverina e la narcotina.
I tre alcaloidi ipnotici offrono, malgrado la loro grande analogia, differenze molto marcate. La narceina addormenta profondamente gli animali; ma, tosto svegliati, riprendono assai presto le loro facoltà: non è lo stesso della morfina. Il Bernard racconta il fatto seguente: a due giovani cani, abituati a giacere insieme, egli injettò all'uno cinque centigrammi di morfina e all'altro la medesima quantità di narceina. Tutti e due si addormentarono; ma risvegliandosi, l'animale che era stata avvelenato dalla morfina era mesto e stordito e non riconosceva il suo camerata, mentre l'altro tornò subito ai suoi giuochi. Il giorno seguente lo sperimentatore sottopose ciascun cane all'alcaloide che non aveva preso la prima volta; e il risultato ottenuto confermò allora, per controprova, la prima esperienza.
Quanto alla codeina, che delle tre sostanze è la più tossica e la meno ipnotica, non si presta bene alle esperienze fisiologiche. De Quincey, uno dei più formidabili oppiofagi, dice che l'oppio toglie la facoltà del lavoro costante, sviluppando in vece parossismi straordinarii di un potere intermittente: "Opium gives and takes away. It defeats the steady habit of exertion; [384] but it creates spasms of irregular exertion. It ruins the natural power of life but it developes preternatural paroxysms of intermitting power."
Empiricamente è noto a tutti che l'oppio ci aiuta a sopportare le veglie e l'eccessivo lavoro. Gli halcarras, o corrieri tra Bombay e Surat, durante le loro corse straordinarie, non vivono che di pochi datteri e di oppio. Il dottor Burnes in una faticosissima cavalcata nel paese di Cutch potè sopportare col suo cavallo una straordinaria impresa, mangiando mezza dramma d'oppio e dando la stessa dose al cavallo. Un capitano potè salvarsi dalla lunga fame di un disastroso naufragio, bevendo del laudano; e un vecchio agricoltore del Canadà lavorava come due giovani robusti, quando prendeva da due a tre oncie di oppio alla settimana. In China, nell'India, in Turchia i soldati si preparano alle fatiche di una battaglia, prendendo una dose maggiore del solito stimolante.
Fronmüller studia il chandu, e dalle sue esperienze conclude che l'azione sonnifera è all'incirca eguale nell'oppio ordinario e in quello torrefatto; che i sintomi di stordimento e il prudore suscitati dall'oppio sono assai più lievi quando si somministra il chandu, il quale sembra che ritardi assai meno la defecazione. Fronmüller, dopo aver riferito le esperienze comparative, finisce col raccomandare ai medici di fare ulteriori esperienze coll'oppio torrefatto; e i suoi studj sono per noi di un particolare interesse, perchè si riferiscono alla forma dell'oppio, che viene più d'ogni altra usata dai fumatori.
[385] Gli studj più recenti e più profondi sull'azione di alcuni alcaloidi dell'oppio si devono al dottor Harley, il quale sperimentò con moltissima sagacia sul cavallo, sul cane, sul sorcio e sull'uomo, sottoponendo anche sè stesso a difficili e pericolose prove. Stringendo in poche pagine il frutto dei lavori dello sperimentatore inglese, noi crediamo di mostrarvi l'ultima parola della scienza su questo problema.1
Azione della morfina. Come avviene degli animali così è degli uomini, che risentono in modo assai diverso l'azione della morfina, secondo la loro costituzione individuale; ciò che si accorda coll'esperienza clinica di tutti i tempi e di tutti i paesi. Alcuni dall'oppio e dalla morfina non risentono che di effetti eccitanti sul cervello e la tendenza al delirio, altri invece alternano fra la sonnolenza e l'eccitamento della mente e dei muscoli. Alcuni altri invece provano un singolare malessere e una straordinaria depressione di forze; mentre poi la maggioranza degli individui che prendono oppio e morfina, risentono sopra tutto l'azione calmante e ipnotica di questa sostanza, senza quasi provare alcuna influenza deprimente o eccitante. Tutte queste categorie di individui sono riunite dall'Harley in due gruppi; al primo dei quali appartengono tutti quelli che sentono subito l'azione ipnotica dell'oppio e della morfina senza provare quasi alcun danno per l'azione eccitante del cervello e deprimente del vago,

1 HARLEY JOHN. The old vegetable narcotics, hemlock, opium, belladonna and henbane, etc. London, 1869.


[386] e al secondo spettano invece quelli che soffrono di delirio o di prostrazione di forze.
Harley ha trovato, che gli effetti della morfina e dell'oppio sono identici nella loro natura, sia che si amministrino per bocca o si injettino nel tessuto cellulare sottocutaneo; nè gli pare di aver osservato che nel secondo metodo l'azione sia più forte, quando l'escita di qualche goccia di sangue mostra che furono feriti colla puntura vasi di un calibro mediocre. Gli effetti delle dosi maggiori non differiscono poi da quelli delle dosi minori che per le loro intensità. Così nell'injezione sottocutanea della morfina, se piccole dosi possono produrre nausee o tendenza alla sincope, quantità maggiori soglion produrre gli stessi fenomeni, ma in forma più grave.
Se studiamo l'azione dell'oppio e della morfina sul cervello, noi troviamo che i fenomeni generali son sempre gli stessi in tutti gli animali e che si riferiscono ad un'azione ipnotica a cui si associa l'anestesia, e ad un azione eccitante, che si manifesta anche col granchio e colla convulsione. In alcuni individui queste due azioni si bilancian talmente da produrre a piccole dosi effetti appena sensibili o soltanto leggermente tonici e stimolanti, mentre, crescendo appena la dose, si può giungere fino al delirio. In altri gli effetti ipnotici prevalgono e l'azione eccitante è in apparenza limitata al cuore.
In una terza classe di individui, l'azione eccitante paralizza in un grado maggiore o minore l'azione ipnotica e ne risultano le veglie, l'inquietudine e il delirio. Sotto l'influenza delle sostanze che stiamo [387] studiando, nessun animale è più eccitabile del cavallo e del cane, così come fra noi la donna risente più dell'uomo l'azione eccitante, e fra le donne risentono più delle altre l'azione dannosa dell'oppio quelle nervose o eccitabili. In esse l'injezione ipodermica degli oppiati può riuscir pericolosa.
L'azione della morfina sul midollo spinale si vede più saliente, quando si usano dosi forti; e si manifesta colla sincope, la nausea e il malessere generale che l'accompagna. La vita può essere messa in pericolo per il granchio spasmodico dei muscoli respiratori e fors'anche per uno stato analogo degli elementi contrattili del tessuto polmonare. E allora che il paziente è dispnoico, il petto si fa quasi immobile, il cuor destro si distende, il polso si deprime rapidamente finchè una inspirazione profonda viene a strapparci dagli artigli della morte, come, con poetica immagine, dice l'Harley.
Anche il declino è profondamente perturbato dalla morfina; talchè le sue fibre sensibili sono ottuse e le motrici non portano che il tetano alle fibre muscolari; ed è allora che il cuor destro si distende, il polmone stesso tende ad accasciarsi, e il polso, perdendo di forza e di espansione, minaccia la sincope. Il rigurgito e il vomito son conseguenze delle contrazioni disordinate del ventricolo e spesso si communicano anche alla parte inferiore del tubo intestinale, producendo scariche ripetute.
Sotto l'influenza della morfina tutta la funzione respiratoria è depressa e il respiro diviene più o meno irregolare e interrotto da sospiri. Sotto l'azione di una dose media i moti respiratorii dimi[388]nuiscono di un quarto o di un terzo, mentre con dosi velenose la diminuzione va sempre facendosi più sensibile; finchè il respiro diviene quasi impercettibile e poi cessa del tutto.
Sotto l'azione della morfina, il cuore conserva inalterata la sua energia di movimenti, e la circolazione si mantiene vigorosa, mentre esistono impedimenti fisiologici e meccanici al passaggio del sangue attraverso il polmone. Anche quando l'animale muore per l'azione prolungata del veleno, i moti del cuore continuano e, diminuendo la distensione della cavità destra, si possono ravvivare od accelerare i suoi movimenti, mantenendosi fin mezz'ora dopo che il respiro è spento. Ciò avviene tanto per l'oppio come per la morfina.
Quando gli effetti sulla respirazione in generale e sul vago in particolare son neutralizzati da altre influenze, allora gli effetti stimolanti dell'oppio sul simpatico son molto evidenti, e il polso cresce di rapidità, di volume e di forza. In una parola, la morfina in piccole dosi rallenta ma rinforza il polso, mentre in dosi maggiori lo accelera grandemente.
Durante l'azione dell'oppio e della morfina, si rallentano la digestione e l'assorbimento; quando il vago è molto perturbato, tutte le funzioni ne sono considerabilmente depresse, e finchè vi ha indizio che l'azione ipnotica e anestetica continua, le escrezioni sono atrestate. Quando invece gli effetti sono semplicemente ipnotici e stimolanti, o quando l'individuo è abituato all'azione dell'oppio, le secrezioni e le escrezioni sono abbondanti e libere.
Nell'uomo la contrazione delle pupille è l'effetto [389] più costante dell'azione dell'oppio e compare dieci o quindici minuti dopo la sua injezione sottocutanea: questo affetto avviene indipendentemente dall'azione ipnotica. Nello spiegare questo fatto i fisiologi non vanno d'accordo. Riccardo Hughes, per esempio, nel suo studio sugli effetti antagonistici fra l'oppio e la belladonna, dice che dacchè l'eccitamento del terzo pajo e la paralisi del gran simpatico producono lo stesso effetto finale sulle pupille, cioè la contrazione: è assai improbabile che l'oppio, che deprime tutto il sistema cerebrospinale, agisca come eccitante sopra un solo nervo di quel sistema, ed è quindi più probabile che l'oppio faccia contrarre le pupille per un'azione deprimente sul gran simpatico; mentre il terzo pajo eccitato sempre dalla luce, per mezzo del nervo ottico, continua nella sua azione. Harley invece combatte questa teoria, che crede appoggiata a false premesse. Egli considera l'oppio come un potente eccitatore tanto del sistema cerebro-spinale quanto del gran simpatico, ma per l'azione ipnotica, diminuendosi la conduttività della fibra nervosa, le impressioni non arrivano che a piccole distanze e irradiano ai muscoli più vicini, che son tenuti in uno stato di contrazione spasmodica. Così avviene, che mentre le membra sono deboli e floscie, la pupilla è fortemente contratta. Noi confessiamo che questa teoria molto meccanica è più ingegnosa che probabile, e che la scienza aspetta ancora nuovi lumi per risolvere il problema.
Negli ultimi momenti della vita per avvelenamento dell'oppio avviene che la pupilla di dilata, [390] quando l'individuo è comatoso; e questo fatto, associandosi colla persistente energia del cuore, prova secondo Harley la continua attività del gran simpatico, dopochè l'azione cerebrospinale è già esausta; ciò che si accorda coll'eccitamento dei gran simpatico per l'influenza della morflna. Graefe, studiando l'azione speciale dell'oppio sull'occhio, avrebbe trovato che la morfina produce uno spasmo di accomodamento, per cui lo spazio d'accomodazione vien grandemente ristretto, e ne risulta una miopia che si deve combattere colle lenti concave; ma questa spiegazione non è adottata dall'Harley.
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Azione della narceina. Abbiam già veduto che A. Bernard concede alla narceina il primo posto come soporifico, fra gli alcaloidi dell'oppio. Il dottor Bèhier, dandola a molti malati, trovò che, injettata sotto la pelle, diminuiva sempre il dolore, ma produceva costantemente la disuria; che invece data per bocca calmava la tosse e diminuiva l'espettorazione. Nelle donne produceva talvolta il vomito al cessare del sonno.
Il dottor Debout, prendendo la narceina, trovò che la sua azione ipnotica incominciava a sentirsi alla dose di mezzo grano. Il sonno era calmo, ma veniva interrotto dal menomo rumore, per ricominciare da capo. Allo svegliarsi non si prova la cefalea che tien dietro quasi sempre alla morfina. Per lui la narceina non esercita alcuna influenza sui moti respiratori; e quando la sua dose passa i tre [391] quarti di grano, si ha un po' di disuria. L'influenza soporifica è la sua azione più marcata, ed è in ciò quasi eguale a quella della morfina, ma superiore a quella della codeina.1
Eulenberg amministrò l'idroclorato di narceina in dosi di 1/6 a 1/2 grano per bocca o di 1/8 a 1/4 per injezione sottocutanea, e la trovò utile come sedativa e ipnotica. La crede utile in quei casi, in cui la morfina non è tollerata o per il lungo uso non ha più azione calmante, e non potè osservare alcun effetto negli organi orinarii.2
Linè porta a cielo questo alcaloide come il primo ipnotico di tutti i principii immediati dall'oppio, e alle stesse dosi nè la morfina nè la codeina producono un sonno così prolungato e profondo come la narceina. L'anuria è un fenomeno così costante per Linè, ch'egli la raccomanda nell'enuresi.3
Il dottore I. M. da Costa trovò invece la narceina affatto priva di proprietà soporifiche ed anodine, quando venga data ad eguali dosi della morfina; dice che non esercita alcuna azione sulle pupille, nè esercita alcuna influenza eccitante.4
Oettinger s'accorda meglio cogli osservatori sopra citati; vede nella narceina un ipnotico, trova che essa produce debolezza muscolare, sonnolenza e un legger attutimento della sensibilità; in piccole dosi rallenta anche il polso. Quando la si voglia sostituire

1 Bul. Gen. di thérap. T. 67, pag. 145.
2 SCHMIDT'S. Jahrbücher, ecc. Aug. und Oct. 1866.
3 Journ. de pharm. et de chim. 1866, ser. IV, tom. III, pagina 386.
4 Pensylvania Hosp. Rep. 1868, pag. 177.


[392] alla morfina deve esser data per bocca alla dose di mezzo grano ad un grano, in polvere o in soluzione.1
Queste contraddizioni, in apparenza poco onorevoli per la scienza, si spiegano facilmente per il diverso grado di purezza dell'alcaloide adoperato dai diversi sperimentatori. In ogni modo, Harley, venuto dopo gli altri, ha adoperato una narceina perfettamente pura ed è venuto a conclusioni molto preziose; ed ecco com'egli le formula.
1.° La narceina è un ipnotico puro, ma la sua azione è così debole, che convien darne per bocca più di cinque grani per avere appena una leggera tendenza al sonno; mentre injettato sotto la pelle un grano di narceina corrisponde appena ad una quantità otto volte minore di un sale di morfina.
2.° E' impossibile ridurre questa quantità ad un volume tale da non produrre il pericolo di una infiammazione sottocutanea. 3.° Anche nel caso, in cui si potesse injettare sotto la pelle una quantità sufficiente di narceina per produrre effetti ipnotici, nessun vantaggio essa avrebbe in confronto della morfina.
4.° La narceina non ha quindi applicazioni terapeutiche.
5.° La narceina è eliminata dai reni, e se è amministrata in dosi piene per via ipodermica, può sopprimere meccanicamente l'orina per la sua insolubilità. (L'autore dà il disegno di tubuli renali ostruiti da cristalli di narceinain in un sorcio avvelenato con questa sostanza.)

1 SCHMIDT'S. Jahrbücher, ecc. Aug. und Oct. 1866.


[393] 6.° La narceina, al pari della morfina, uccide deprimendo e infine paralizzando i moti respiratori.
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Azione della meconina o opianilo. Questo alcaloide, che non si trova, secondo Morson, che nella quantità di 0,1 a O,2 per cento nell'oppio fu studiata mirabilmente dall'Harley, avendola preso egli stesso più volte. Egli trovò che la sua azione è semplicemente calmante ed ipnotica, ma alquanto maggiore di quella della narceina; forse perchè è più solubile di questa. Molti degli immeritati elogi dati dalla narceina devono, secondo Harley, esser riportati sul libro della meconina. Per bocca, questo alcaloide ha poca o nessuna azione, per la pelle deve esser injettata alla dose di uno o al più di due grani. Confrontata coll'oppio o colla morfina, è difficile che la meconina possa prendere il posto dell'uno e dell'altro; forse gioverà alla dose di mezzo grano ai fanciulli o a quelli cha troppo risentono l'azione ipnotica dell'oppio.
Azione della criptopina. Quest'alcaloide non fu scoperto che or sono tre anni dai signori T. e H. Smith e descritta nel Pharm. Journal dell'aprile 1867. E' il principio immediato che trovasi in minor quantità di tutti gli altri, dacchè si esige una tonnellata d'oppio per avere un'oncia di criptopina.
1.° Questo nuovo alcaloide, come la morfina, esercita due distinte azioni, una ipnotica ed una eccitante, col caratte speciale di indurre negli animali illusioni visive e una tendenza alle convulsioni. L'effetto ipnotico è rimarchevole e dura assai in quelli [394] che risentono facilmente l'azione calmante della morfina.
2.° Quest'azione è forse doppia di quella della meconina e della narceina, e un quarto di quella della morfina.
3.° Sebbene finora non si siano osservati cattivi effetti dell'amministrazione della criptopina, son necessarii nuovi fatti per dimostrare se essa debba preferirsi alla morfina.
4.° La sua azione sul respiro è dapprima stimolante e poi deprimente, e la morte è il risultato di questa depressione.
5.° L'effetto della criptopina sul cuore è regolata dalla sua azione sul respiro, ed è quindi indiretta. Quando il respiro è molto accelerato, come nel cane, il polso è proporzionalmente eccitato, e quando quello è depresso, anche il polso si abbassa. Indipendentemente dal respiro, il cuore non è influenzato da questo alcaloide.
6.° In grandi dosi la criptopina produce dilatazione della pupilla.
Azione della codeina. Anche per la codeina regna la stessa contraddizione fra gli osservatori, che abbiamo veduto verificarsi nello studio della narceina. Dalle belle esperienze di Harley risulterebbe che l'azione della codeina sull'uomo si accorda con quella della morfina. Come questa essa possiedo virtù ipnotiche ed eccitanti. Negli individui che sono suscettibili di risentire l'azione ipnotica dell'oppio, essa produce sonnolenza, quando venga iniettata nel tessuto cellulare alla dose di uno a due grani, ma i suoi effetti durano poco tempo. Pare che col metodo [395] ipodermico due grani di codeina equivalgano ad un quarto di grano di morfina. Per lo stomaco si esigono dosi molto maggiori, ma all'amministrazione per questa via fa ostacolo la sua proprietà di indurre facilmente disturbi gastroenterici. Tutti risentono l'azione eccitante della codeina, che si manifesta coll'azione stimolante sul cuore e sui centri motori, coll'acceleramento del polso, colla contrazione del polso stesso, e i perturbamenti del vago.
Azione della tebaina o paramorfina. La tebaina agisce quasi unicamente sui centri motori, inducendo in essi quell'alto grado di eccitamento che produce il granchio, e che può riuscire fatale alla vita, arrestando i movimenti respiratorii. Direttamente questo alcaloide non ha azione sul cuore, e finchè l'azione eccitante è moderata, non si hanno che un legger acceleramento del respiro, qualche malessere per l'eccitamento soverchio del vago, insieme a un generale pizzicore dei muscoli. L'azione della tebaina è in generale fugace, e in ciò si ravvicina alla codeina.
Leidesdorf e Breslauer, studiando l'azione della papaverina sui maniaci, vennero a queste conclusioni:
1. La papaverina agisce su l'uomo come un soporifero.
2. Diminuisce la forza muscolare, e per questa ragione è utile nella mania.
3. Fa decrescere la frequenza del polso, tanto nei casi ove questa dipende da azione muscolare energica, quanto nei soggetti melanconici che si mantengono in calma.
[396] 4. L'azione sedativa della papaverina non è preceduta da uno stadio dl eccitamento.
5. Applicata ipodermicamente, o data internamente, non produce vertigini o alcun disturbo cerebrale: non cagiona costipazione, ma in molti casi ha un'azione contraria.
6. L'amministrazione sottocutanea dell'idroclorato di papaverina non cagiona alcuna azione pregiudizievole nella sede dell'injezione, o nelle parti circostanti.
7. L'azione della papaverina per regola si manifesta lentamente, da 4 a 7 ore dopo la injezione, nel più dei casi; e la sua potenza non è totalmente spenta che dopo 24 a 48 ore.
8. La papaverina agisce con effetto nei casi ove l'oppio e la morfina anche in larghe dosi sono state amministrate senza effetto.
9. La tolleranza di questo rimedio non ha luogo sollecitamente, e non si richiede un aumento di dose anche dopo un uso prolungato.
1O. La papaverina agisce come palliativo nei casi di eccitamento mentale, mania e perdita di sonno; sulla malattia mentale, o piuttosto sui processi morbosi dai quali questa dipende, non dimostra alcuna influenza sensibile.
11. Il miglioramento nella nutrizione degli infermi, che in molti esempi ha luogo dopo un continuato uso della papaverina, dipende dalla maggiore tranquiltità e dal ristoro del sonno.
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[397] Dopo aver studiato ad uno ad uno gli alcaloidi ipnotici dell'oppio, Harley passa a fare alcune considerazioni generali, che sono degne di un gran medico e di un acuto fisiologo. Egli trova che i principii costituenti dell'oppio sono come i membri di una famiglia, che posseggono gli stessi lineamenti, ma combinati in modo da dare ad ognuno di essi uno stampo individuale. Nella morfina noi troviamo associata l'azione ipnotica coll'eccitante, e prevale or l'una or l'altra secondo la costituzione nervosa dell'individuo. Quanto alla narceina, dobbiam notare che i suoi caratteri son mascherati dalla sua insolubilità. Essa insieme alla meconina presenta azione ipnotica così debole da sembrar nulla. Nella tebaina l'azione eccitante è massima, la soporifica è minima.
La codeina invece trova il suo giusto posto fra la morfina e la tebaina, dacchè come eccitante sta al disopra dalla morfina e al disotto della tebaina; e come ipnotico è più forte della tebaina, più debole della morfina. La criptopina, per quanto sembri singolare, non possiede un solo carattere fisiologico, che non sia comune anche agli altri membri del gruppo a cui appartiene. L'azione eccitante della criptopina è molto interessante, perchè serve a dimostrare il rapporto che esiste fra l'eccitamento cerebrale a il muscolare, fra l'eccitamento intellettuale e la convulsione.
Anche l'azione dell'oppio sta tutta quanta nella somma delle azioni de' suoi costituenti, cioè nell' ipnosi e nella convulsione; e la scala graduata dall'ipnosi alla convulsione sarebbe rappresentata in questo modo: morfina coi suoi deboli compagni, [398] la meconina e la narceina: la criptonina, la codeina e la tebaina. Se si dovesse formulare con una sola espressione l'effetto ultimo dell'oppio, si dovrebbe dire che esso stimola fortemente tutto il sistema nervoso. La sua azione sul cervello consiste in una paralisi delle fibre conduttrici fra gli organi del senso e il cervello da una parte e dall'altra fra i centri idealizzatori del cervello stesso.
Se le impressioni eccitanti nella parte intellettuale del cervello, simili alle rapide intermittenze di una robusta corrente galvanica possono paralizzare i conduttori, si ha la narcosi. Se invece un minor eccitamento cerebrale permette il passaggio alle correnti, ma rimangon troppo deboli per eccitare l'immaginazione, non si ha che l'ipnosi. In alcuni individui le impulsioni sono irregolari e il cervello è tutto quanto involto in un disordine, in cui tu trovi ogni forma di stupore, di delirio e di allucinazioni.
Nei centri motori avviene lo stesso di quanto si verifica nei centri delle idee, cioè nel massimo grado dell'eccitamento si ha la paralisi che accompagna lo stato analogo del cervello, che è il narcotismo.
Un minor grado di eccitamento si manifesta nei moti convulsivi e nel tetano, che piglia i muscoli del tronco e nell'inquietudine delle membra semiparalizzate e a questo stato si associa un subdelirio o uno stupore, che indicano una analoga ostruzione (?) anche nei conduttori delle idee.
Weikard racconta che l'amante di una signora, credendo di meglio assicurarsi una sera del di lei marito, gli diede del laudano liquido nella boccia che tracannava, ma ne ottenne un effetto contrario; [399] poichè il consorte, ogni sera assopito dal vino, rimase desto questa volta e scoprì finalmente il suo ospite.1
Tutti i disturbi toracici, che si osservano nell'avvelenamento coll'oppio, sono da spiegarsi coll'azione che esso esercita sul vago, sul frenico e sugli altri nervi respiratorii. La loro conducibilità è perturbata e diminuita, i forti impulsi passano irregolarmente con alcune intermittenze, e i muscoli son mantenuti in un legger tetano o alternano fra il tetano e una paralisi parziale. Di qui viene l'accumularsi del sangue nel cuor destro e la debolezza delle contrazioni cardiache, prodotta dall'azione dell'oppio sugli organi del respiro.
Se il potere conduttore dei nervi non è che un cambiamento molecolare, che varia di rapidità nei diversi individui; questa rapidità diversa misura la varia rapidità dell'azione e del pensiero; e alla massima intensità va quasi sempre compagno anche il rapido esaurimento. In questi individui l'oppio produce troppo rapidamente i movimenti molecolari dei nervi, per cui la polarità divien troppo intensa, le intermittenze sono irregolari e i conduttori son presto esauriti: ciò che si manifesta col delirio, col granchio e coi moti convulsivi.
In altri invece forti impressioni son necessarie per eccitare a sostenere i movimenti molecolari dei nervi; e piccole dosi di oppio producono un sonno

1 LAVAGNA. Esperienze ed osservazioni per determinare l'azione, gli effetti e l'uso dell'oppio nell'umano sistema. Genova, 1842, pag. 17.


[400] tranquillo. Ecco come l'oppio e la morfina possono produrre in un individuo il sonno tranquillo in un altro la convulsione.
È certo che in questa ardita teorica dell'Harley vi è molta parte di vero; forse più divinato che dimostrato; ma è pur certo che i suoi studj informati alla più sana e più moderna fisiologia ci permettono di vedere chiaro nei fenomeni più inesplicabili dei narcotici sul nostro organismo e maggior luce ci promettono per l'avvenire, quando nuovi fatti vengano ad arricchire il materiale ancor troppo povero della nostra scienza. L'unico torto che troviamo nell'illustre medico inglese è quello di occuparsi troppo e quasi esclusivamente dalla conducibilità diversa dei nervi, senza pensare alle cellule nervose centrali pensanti e motrici, dove pur convien cercare le cause del sonno e del sopore così come dell'eccitamento motore (convulsione) e dell'eccitamento ideale (delirio o fantasmagoria). Le nostre antiche esperienze sulla stricnina,1 così come le altre più celebri fatte dopo di noi, dimostrano che un nervo sanissimo può portare ad un membro sano e senza sangue avvelenato una corrente tetanica, così come gli alcaloidi dell'oppio e degli altri narcotici che producono la fantasmagoria, devono per la loro azione chimica indurre un movimento molecolare intenso e profondo nelle cellule che conservano le memorie delle sensazioni (che per noi sono le idee); in modo da riprodurle, mescolandole fra di loro e

1 MANTEGAZZA. Ricerche sperimentali sull'azione fisiologica della stricnina. Gaz. medica Lombarda, 1853.



[401] intrecciandole con una rapidità insolita e straordinaria. L'oppio non crea alcuna immagine nuova, ma ridesta le antiche e le intreccia in mille modi, come avviene nel caleidoscopio.
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Ecco gli elementi che costituiranno un giorno lo studio fisiologico dell'azione dell'oppio; oggi però non valgono ancora a spiegarci la voluttà dell'oppiofagia; e per intendere l'oppio come alimento nervoso, convien descrivere le sensazioni che si provano, dopo avere fumato, mangiato o bevuto il succo viroso del papavero sonnifero.
Io ho fumato l'oppio, ho preso dosi molto diverse di laudano senza essere malato, e ne ho mangiato una volta tal quantità, da poterla chiamare una dose velenosa, per cui posso descrivere per mia esperienza gli effetti svariati del succo tebaico.
Le voluttà dell'oppio possono ridursi a tre gruppi distinti, e che segnano anche per molti altri narcotici tre diverse forme dell'ebbrezza che corrispondono a tre diverse dosi della sostanza inebbriante; ed io chiamerei questi stadj: della calma beata, dalla fantasmagoria e del delirio.
Nel primissimo stadio di una forte narcosi e in tutto il periodo di una leggera narcosi prodotta da piccola dose di oppio, si prova una calma beata che riunisce in sè gli elementi di una coscienza piena di esistere e di un'assoluta mancanza del bisgono di cercare al di fuori di sè uno stimolo, un'occasione qualunque di attività. Questa calma beata ha diversi atteggiamenti, ma più che ad ogni altra cosa [402] rassomiglia a quella piena coscienza di una salute vigorosa, che si prova nei più bei giorni della giovinezza, e nel più bel mattino di un giorno di maggio, quando in noi vengono a intrecciare le loro armonie due primavere, quella della natura e quella della nostra vita. Io oserei confrontare questo stato con un leone in riposo e sonnacchioso.
Senz'aver nettamente distinto i diversi stadii del narcotismo oppiato, il De Quincey descrive stupendamente le sensazioni di questo primo stadio dell'ebbrezza.
"L'oppio rende serene ed equilibrate tutte le nostre facoltà, attive o passive; e per riguardo alla tempra e ai sentimenti morali in genere, ci communica una specie di calor vitale, che è approvato dalla ragione e che probabilmente accompagnerebbe sempre una costituzione corporea di una salute primeva o antidiluviana. L'oppio, come il vino, espande il cuore agli affetti benevoli, ma con questa rimarchevole differenza, che nel sùbito scoppio di tenerezza dell'inebbriamento alcoolico vi è sempre qualche cosa di impacciato e di passaggero, che ci fa ridere. Si stringe la mano, si giura eterna amicizia, si spargono lagrime, Dio sa perché, e la natura animale ha il sopravanzo. Invece l'espansione dei sentimenti benevoli prodotta dall'oppio non è un accesso febbrile, non è un parossismo fuggitivo; è un salutare ritorno a quello stato che proverebbe la mente, allontanando da essa una causa, che avesse profondamente irritato un cuore buono e giusto per natura.
"Il vino sembra condurre l'uomo all'assurdo [403] e alla stravaganza, e fino ad un certo punto sembra volatilizzare e disperdere l'energia intellettuale, mentre l'oppio sembra ricomporre ciò che fu agitato, concentrare ciò che era stato disperso. In breve, per dir tutto in una parola, un uomo ebbro di vino si sente in uno stato, in cui la parte umana, e troppo spesso la parte più brutale della sua natura, vien chiamata in azione, mentre il mangiatore d'oppio sente che la parte divina della sua natura predomina, che gli effetti morali si trovano in uno stato di serenità perfetta e che alta sopra tutto domina la gran luce della ragione maestosa."1
Un altro oppiofago descrive benissimo l'esaltamento intellettuale prodotto dall'oppio: "Opjum intensifies all the capacities for thought, with all the emotional capabilities; lifting the man to a higher plane of existence, where he may enjoy in panoramic perspective as it were, illusions no longer negations in seeming but veritable realities rather. The votary has now become a child in sensibility, a youth full-grown in vividness and splendor of conception, a more than man in copiousness of ideas and grasp of thought."2
É in questo stadio che l'oppio può esercitare un'azione afrodisiaca, la quale però è sempre indiretta, cioè si sente per via della fantasia; a meno che insieme al succo del papavero si trovi dello zafferano o qualche altra droga.

1 DE QUINCEY. Confessions of an english opium-eater. Second edit. in 16 vol. Edimburgh, 1863, pag. 199.
2 CALKINS. Opium and the Opium-appetite, etc. Philadelphia, 1871, p. 60.


[404] Nell'Oriente però l'oppio è creduto amico d'amore; e ve lo dice Cleyer: "Ad venerem enim ciere integrae nationes usum norunt, et in hunc se adhibent " e con altre parole lo ripete Jahn: "Foeminae Turcicae opio viros incitare in contubernium solent."
In questo primo stadio di ebbrezza si può desiderare il movimento ed io, dopo aver preso con un mio amico forti dosi di laudano, mi andava spesso aggirando per lunghe ore della notte nelle deserte vie di Buenos Aires o lungo le magiche sponde del Rio de la Plata, godendo con lui d'una serena contemplazione di quel mondo notturno. In generale però, appena la calma diventa più intensa; appena, direi, il tepore che ci innonda e ci penetra ogni fibra cresce d'un grado, si cerca la solitudine e il silenzio, perchè la folla ci opprime e perfino la musica, come dice De Quincey, ci sembra cosa troppo sensuale e grossolana. E' cosa assai singolare, che dopo aver preso l'oppio non si prova l'abbattimento o la tristezza che tien dietro ad un'orgia vinosa. De Quincey lo osservò per dieci anni, ed io lo provava per l'oppio e per la coca.
È allora che siam già sulla soglia delle gioje più intense e più deliziose, ed entriamo nello stadio della fantasmagoria. È allora che con Moore possiamo dare un addio ai profumi della terra, che passano come il sospiro dell'amante e ripararci sotto l'albero Tooba,1 la cui fragranza è il fiato dell'eternità.

1 L'albero Tooba é in paradiso, nel palazzo di Maometto, e tooba vuol dire beatitudine o felicità eterna.


[405]
Farewell ye odours of earth that die,
Passing away, like a lover's sigh;
My feast is now of the Tooba tree,
Whose scent is the breath of eternity.

È allora, che voi con tutta l'eloquenza dell'umana parola benedite quel

That juice of earth, the bane
And blessiug of man's heart, and brain
That draught of sorcery, which brings
Phantoms of fair forbidden thihgs.
Whose drops, like those of rainbows, smile
Upon the mists that circle man
Brightening not only earth; the white
Best grasping heaven, too, in their span.

È allora che in un volo di lirico entusiasmo vi proclamate felice, e dite a tutti di aver conquistato il Paradiso:

Joy, joy for ever! my task is done;
The gates are passed, and heaven is won.
Oh! am I not happy? I am, I am,
To thee, sweet Eden! how dark and sad
Are the diamond turrets of Shadukram,
And the fragrant bowers of Amberabad.
Joy, joy for ever! my task is done;
The gates are passed, and heaven is won!

Dalla beatitudine calma si passa poco a poco agli splendori della fantasmagoria per mezzo di lente oscillazioni, per immagine liete che si offrono spontanee dinnanzi alla nostra fantasia, e sono interrotte da calma senza pensieri. È la luce dell'alba [406] che lenta lenta si innalza dietro il monte, e diviene luce rosea; poi luce d'argento che penetra ogni cosa; poi luce di sole che dilaga, che divampa, che scintilla e indora il mondo. E'

A paradise of vaulted bowers
Lit by downward gazing flowers,
And watery paths that wind between
Wildermesses calm and green,
Peopled by shapes too bright to see
And rest, having beheld; somewhat like thee
Which walk upon the sea, and chaunt melodiously.

E mi si conceda pure ad ogni passo appello alla poesia, perchè mi aiuti a descrivere le delizie soprannaturali dell'oppio, perchè il suo linguaggio caldo e fantastico val meglio di una sterile e impotente descrizione a farci almeno divinar da lontano lo stato eccezionalissimo in cui si trova l'uomo durante lo stadio fantasmagorico del narcotismo. Ad occhi aperti o ad occhi chiusi le più deliziose e più svariate immagini passano dinnanzi a noi, mosse quasi da una celata lanterna magica; e si succedono, e si intrecciano con vicenda infinita. E che cosa siano quelle immagini, ve lo fa indovinare il poeta:

............. Things
Seen for the first time, and things, long ago
Seen, which he ne'er again shall see, do blend
Strangely and brokenly with ghastly things
Such as we hear in childhood, scorn in youth,
And doubt in manhood, save when seen.

[407] E io stesso ve lo dirò con maggiori particolari, quando vi discorrerò della coca, narcotico che ho studiato più d'ogni altro e che produce lo stesso stato fantasmagorico dell'oppio.
Mangiando o bevendo l'oppio, la fantasmagonia compare più tardi che fumandolo. Nei primi due casi può comparire soltanto dopo un'ora, ma può durare otto o dieci ore senza mai cessare, mentre fumando, si raggiunge subito la sfera celeste, ma vi si dura meno. Nè è a credersi che le immagini del narcotismo siano lascive: anche l'amore, come tutti gli altri elementi della natura, concede la sua nota all'armonia cosmica che beatifica il fumatore d'oppio; ma anche l'amore con tutte le sue seduzioni, con tutti i suoi trasporti è troppo poca cosa per lui, perchè abbia a fermarsi soltanto nei giardini d'Armida. A chi possiede il mondo, anche Venere è piccola cosa. Quanta misteriosa e fatale felicità si nasconda nell'oppio, lo sanno tutti quelli che l'hanno provato; e nelle alte sfere dei solitari pensatori, come nelle masse dei popoli che fanno dell'oppio la loro prima delizia, voi trovate le traccie ardenti di questo uragano di voluttà. Udite il De Quincey che dirige all'oppio queste infuocate parole:
"O giusto, o sottile, o oppio che tutto conquisti; eguale per il cuore del ricco e per quello del povero, ti porti un balsamo consolatore per le ferite che on saneranno mai e per le angoscie di quei dolori che danno allo spirito la tentazione di ribellarsi; oppio eloquente, che colla tua potente rettorica ci involi i propositi dell'ira e perori per la pietà, e attraverso ad una notte di sonno celeste richiami [408] dinnanzi al colpevole le visini della sua infanzia e gli lavi le mani dal sangue! O giusto, o equo oppio! Dinnanzi al tribunale dei sogni tu vai perorando per i trionfi dell'innocenza disperata contro i falsi testimonii, e confondi gli spergiuri e rovesci le sentenze di giudici iniqui. Tu edifichi, o oppio, colle fantastiche immagini del cervello e negli abissi dell'oscurità, città' e templi ben al disopra di Fidia e di Prassitele, ben al disopra degli splendori di Babilonia e di, Hekatompylos; e dall'anarchia dei sonno che sogna, tu richiami alla luce del sole il volto di beltà da lungo tempo sepolto, e volti benedetti della famiglia, mondi dalle brutture della tomba. Tu solo dai questi o doni all'uomo, tu solo hai le chiavi del Paradiso. O giusto, o sottile, o potente oppio!"1
Dalla altezza di una mente elevata balziamo nelle turbe del gregge umano, e là troviamo che fra i Rajpoot dell'India l'oppio è la prima delizia della vita. Quando uno di essi rende visita ad un altro gli dirige questa prima domanda: umul kya? hai tu preso il tuo oppio? Gli dirige questa prima of-

1 Il Calkins ha il torto di calunniare il De-Quincey e il Coleridge, dicendo che avevano piccolo ingegno e che le loro opere sarebbero quasi disprezzate, se non fossero curiose, come scritte da oppiofagi. Così pure è troppo severo contro il povero Lamartine, che negli ultimi anni della sua vita si era dato all'abuso dell'oppio. Egli dice del gran poeta francese:
Hei mihi qualis erat, quantum mutatus ab illo!

ripetendo con De-Pouqueville che l'oppiofago cessa di vivere prima di cessare di esistere.


[4O9]ferta: umul kao; prendi il tuo oppio. È nel gregge umano dell'Asia che troviamo uomini che si suicidano per non poter più comperar l'oppio; uomini che si riducono a vermi roditori di papavero, sagrificando dignità, ricchezza, salute a questo veleno affascinatore. E' nel volgo umano che troviamo quella donna di Brunswick negli Stati Uniti, moglie di un contadino, che consuma per 14 anni 6,500 lire di morfina; e una volta percorre 24 miglia d'un fiato per procurarsi l'alcaloide inebbriante.
Una leggenda di Maometto citato da Cooke ci dà la più esatta immagine del fascino oppiaceo.1
"Maometto era coricato sulla pietra sacra nel Tempio della Mecca e Gabriello venne a lui e gli aperse il petto, e ne levò il suo cuore e lo lavò in un Catino d'oro, pieno dell'acqua della fede e poi lo ripose al suo posto. Dopo di ciò gli fu portata una bianca bestia, più grossa di un asino, più piccola di un mulo, chiamata Al-Borak. Aveva un volto umano, ma le mascelle erano di cavallo e gli occhi erano giacinti, raggianti come stelle. Aveva ali d'aquila, tutte splendenti di raggi di luce, e tutta il suo corpo era sfavillante di gemme e pietre preziose. Su questo animale fu messo Maometto. Gabriello con lui si avanzò fino al primo cielo d'argento, picchiò alla porta e dopo alcune parole ebbe il benvenuto e la porta fu aperta. Qui Maometto salutò Adamo. Essi allora avanzarono al secondo

1 L'abitudine viziosa dell'oppio fu chiamata spesso opofagesi ed oppiofagia, e il Calkins vorrebbe invece chiamarla opodipsesis o opodipsia.


[410] cielo, tutto di acciaio pulito e di splendor sfavillante, e salutarono Noè. Essi allora entrarono nel terzo cielo, tutto tempestato di pietre preziose e troppo brillante per occhi mortali. Qui si vide Azzael, l'Angelo della morte, che andava scrivendo in un libro, i nomi di quelli che devono nascere e cancellando quelli che devono morire. Essi ascesero al quarto cielo, del più fino argento, dove videro l'Angelo delle lagrime, incaricato di piangere sui peccati dell'uomo, e di predire i mali che lo aspettano. Il quinto cielo era dell'oro più puro. Qui Maometto fu ricevuto e salutato da Aronne. Questo cielo era abitato dall'Angelo vendicatore. Egli sedeva sopra un trono circondato da fiamme e dinnanzi a lui stava un mucchio di catene roventi. Il sesto cielo era coperto da una pietra trasparente e vi abitava l'Angelo custode del cielo e della terra. Qui Mosè pianse, vedendo il Profeta che avrebbe più seguaci di lui. Maometto allora entrò nel settimo cielo di luce divina, dove egli vide parecchie cose meravigliose, che egli raccontò per istruzione dei fedeli. Egli entrò nell'Al Mamour, la casa dell'adorazione, e appena egli vi fu entrato, tre vasi gli furono offerti, uno con vino, l'altro con latte e il terzo con miele. Egli bevette del latte, e: Bene tu hai fatto, esclamò Gabriele. Se tu avessi bevuto del vino, il tuo popolo si sarebbe smarrito. Il profeta allora ritornò in terra, mentre l'Angelo era asceso al cielo."
E ben dice Cooke, l'Al-Morak dei moderni musulmani è l'oppio, per il cui mezzo essi ascendono al cielo dei cieli.
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[411] L'ultimo stadio dell'ebbrezza narcotica è la meno studiata, perchè la più rara; sia perchè pochi la raggiungono, essendo essa pericolosa; sia si confonde coi sintomi di un vero avvelenamento.
E' lo stadio del delirio; ed io l'ho dolorosamente provato. È allora che le immagini fantasmagoriche si succedono con tanta rapidità, si impongono con tanta prepotenza alla nostra attenzione, che ci minano completamente, ci sovrastano come un incubo; e noi siamo trascinati a descriverle ad alta voce o a lottare con esse o siamo anche forzati a crederle vere. Noi siamo allora in pieno delirio, che può essere gajo o oscuro, o più spesso può alternare le tinte funebri colle tinte infuocate; può intrecciarsi il ditirambo coll'inno della morte. E' allora che i Ceilanesi balzano furenti alle armi e, minacciando ognuno che incontrano, gridano: amock, amock, muori, muori.
Non è nostro compito di descrivere i sintomi dell'avvelenamento dell'oppio; dacchè quelli che lo usano come strumento di voluttà, lo prendono in dosi non velenose, e solo lentamente si ammalano o muoiono dopo molti anni di abuso. Ma Senza essere avvelenati, nel senso scientifico della parola, i grandi fumatori o gli instancabili mangiatori di oppio soffrono le loro torture; essendo impotente zimbello delle immagini fantasmagoriche, e pigliando queste un carattere terribile, invece di avere una fisonomia bella o voluttuosa. Invece di quei raggi di paradiso, dei quali Dante avrebbe ornato il suo cielo, avesse conosciuto l'oppio; invece di quei divini spettacoli accennati nei versi inglesi da noi trascritti; [412] è allora che l'oppiofago nei versi di Milton trova descritto lo spettacolo che gli sta sopra come incubo d'inferno:


Sights of woe
Regions of sorrow, doleful shades, where peace
And rest can never dwell, hope never comes,
That comes to all.

Come lo trova in quegli altri stupendi di Keats:

O dreams of day and night!
O monstrous forms! O effigies of pain!
O specker busy in a cold, cold gloom!
O lank-eared Plantoms of black weeded pools!

E come lo trovo descritto con magico stile dal De Quincey, il quale nelle sue confessioni, dopo the pleasures of opium sente il bisogno di descrivere anche the pains of opium; e per la sua descrizione domanda un pennello tuffato nell'orrore dei terremoti e dell'eclissi, come voleva averlo Shelley:

As when some great painter dips
His pencil in the gloom of earthquake and eclipse.

Egli dà un addio, un lungo addio alle felicità dell'estate e dell'inverno; un addio ai sorrisi e al riso, un addio alla pace della mente, ai sogni tranquilli, e alla benedetta consolazione del sonno. Per più di tre anni e mezzo al mangiatore d'oppio si apre una iliade di guai. Ecco alcune traccie fuggitive dei suoi tormenti.
[413] "I miei sogni erano accoimpagnati da una profonda angoscia e da una funerea malinconia e tali da non potersi esprimere con parole. Mi sembrava ogni notte di discendere realmente in crepacci e abissi tenebrosi, in profondità che tenevano dietro ad altre profondità, le quali mi sembrava impossibile di rimontare... erano impressioni suicidanti che non possono essere espresse colle parole. Il senso dello spazio e da ultimo anche il senso del tempo erano potentemente turbati. Edifizii, paesaggi, ogni cosa mi si mostrava dinnanzi in tali proporzioni da non potersi abbracciare coll'occhio. Lo spazio si espandeva e si amplificava in un'estensione di inarrivabile infinità che sempre si moltiplicava. Eppure ciò mi turbava molto meno della vasta espansione del tempo. Alcune volte mi sembrava di aver vissuto 70 e fin 100 anni in una notte; qualche volta mi si presentava alla mente una durata di tempo di molto superiore all'umana esperienza.
Le acque poco a poco cambiarono il loro carattere, e da laghi lucidi, splendenti come specchi, divennero mari e oceani. E allora avvenne un tremendo mutamento, che, svolgendosi lentamente, come una pergamena, mi promise un tormento straziante per molti mesi, e infatti non mi lasciò mai, sebbene ritornasse ad intervalli più o meno lontani. Fin qui il volto umano mi era apparso spesso nei miei sogni, ma senza prepotenza, senza alcun special potere di tormento. Ma allora incominciò a svolgersi in me quella malattia che chiamerei la tirannia del volto umano.... la faccia umana incominciò a comparire sulle acque agitate dell'oceano, [414] il mare mi pareva lastricato di innumerevoli faccie che guardavano il cielo: faccie imploranti, iraconde, disperate, faccie che sorgevano a mille, a miriadi, a generazioni. Infinita era la mia agitazione, mi pareva che la mia mente si dimenasse sull'ondoso oceano e si avvoltolasse sulle onde flagellate."
Il povero De Quincey aveva ricevuto la visita misteriosa di un malese; quest'immagine nel suo cervello affaticato dalla lussuria dell'oppio, divenne sorgente di mille tormenti: egli prova l'incubo dell'Oriente rovesciato sopra di lui. Ecco poche traccie di tante torture.
"Sotto la sensazione di un calor tropicale e di un raggio verticale di sole, io portai insieme tutte le creature, tutti gli uccelli e le bestie e tutti gli alberi e tutte le piante, usi e aspetti delle regioni tropicali e li riunii insieme nella China o nell'Indoustan. Per sentimento d'analogia sottomisi anche l'Egitto e i suoi Dei alla stessa legge. Scimmie, papagalli, cacatoes mi guardavano fisso, schiamazzavano, digrignavano, ciarlavano. Io correva nella pagoda e là restava inchiodato alla sommità del tempio e in secrete stanza per secoli. Io era l'idolo ed era il sacerdote; io era adorato; io era sagrificato. Io fuggiva dalla collera di Brama attraverso tutte le foreste dell'Asia. Vishnu mi odiava. Seeva stava in agguato per prendermi. Giunsi improvvisamente da Iside e da Osiride. Io avevo commesso un delitto, essi dicevano, e l'ibis e il coccodrillo ne tremavano. Mille anni io vissi e fui sepolto in tombe di pietra, colle mummie e colle sfingi, in camere strette nel cuore delle eterne piramidi. Io fui baciato con baci cancerosi da or[415]rendi coccodrilli, e fui trascinato e confuso con tutti gli ineffabili aborti fra le canne e i fanghi del Nilo.
"...Sopra ogni forma, sopra ogni minaccia e ogni pena, sopra ogni oscuro e cieco incarceramento, covava un senso omicida di eternità e di infinità. Meno poche eccezioni, non era che in questi sogni che entravano circostanze dell'orrore fisico. Prima eran sempre stati terrori morali e spirituali, ma qui gli agenti principali erano uccelli deformi o biscie o coccodrilli, e specialmente questi ultimi. Quel maladetto coccodrillo divenne per me sopra ogni altro l'oggetto di maggior terrore. Io era obbligato a viver con lui e (come sempre accade in questi sogni) lo era per secoli. Qualche volta io riusciva a fuggire e mi trovavo in case chinesi. Tutti i piedi delle tavole, i sofà, etc., divenivano subito dotati di vita; la testa abbominevole del coccodrillo e i suoi occhi occhieggianti mi guardavano, moltiplicati con diecimila ripetizioni, ed io rimaneva stomacato e affascinato...
"...Allora vennero subitanei allarmi, un precipitarsi qua e là; trepidazioni ed innumerevoli fuggenti, io non sapevo se per la buona o per la cattiva causa; tenebre e luce; tempeste e volti umani; e per ultimo, col senso che tutto era perduto, forme femminili, i cui lineamenti valevano per me tutto il mondo, ma concesse a me un sol momento, a mani intrecciate, con separazioni che rompevano il cuore e eterni addio, e con un sospiro come lo sospirarono le tombe dell'inferno, quando la madre incestuosa pronunciò il nome aborrito di [416] morte, e il suono fu ripetuto dall'eco - eterno addio - e di nuovo e ancora di nuovo ripeteva l'eco: eterno addio. "Ed io mi svegliai in convulsioni e gridai forte: Io non dormirò più!"
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E' facile capire come l'oppiofago, scosso per anni ed anni fra tante voluttà e tanti martirii, non possa sempre tener ragione fra le seste, e come anche la sua salute debba lottar fieramente contro tante e così intense emozioni. Dinnanzi a tanti e profondi turbamenti del sistema nervoso, la mancanza d'appetito, la dispepsia, la stitichezza, le scarse secrezioni non sono più nulla; e l'oppiofago, felice delle sue voluttà o affascinato dai suoi tremendi fantasmi, trova che tutti questi disordini sono poco male, e continua inesorabilmente per la sua via.
E' verissimo, che così come avviene per il vino, il caffè e il tabacco, anche per l'oppio v'ha una tolleranza diversissima nei diversi individui. Bibra fumò l'oppio più volte senza provarne alcun effetto, mentr'egli sente benissimo il narcotico preso per bocca. Un magistrato di Londra, già molto vecchio, citato da De Quincey, prese per calmare i dolori della gotta 40 goccie di laudano in una volta sola, e la notte seguente 60 e nel quinto giorno 80, senza provarne alcun effetto. Così è abbastanza noto il fatto riferito da Weikard, riprodotto dal nostro Lavagnas nel suo libro sull'oppio e da noi già citato.
Il dottor Mac Gillivray del Canadà vide un si[417]gnore di 37 anni e gran bevitore, prendere in una volta sola un dramma di morfina, venti minuti dopo quattro oncie di laudano, alla sera al ritorno dal teatro 15 grani di morfina. Reaumur racconta d'altra parte il doloroso caso della morte di un giovane a cui i compagni per chiasso avevano messo nel vino quattro grani d'oppio. Così si conoscono casi di morte avvenuta per mezz'oncia di laudano e un grano di morfina (Sievecking). Garcias dice di aver conosciuto una donna in Turchia di mente lucida, che prendeva ogni giorno dieci dramme di oppio.
Una donna morta di tisi a 42 anni, prese una dramma d'oppio al giorno per dieci anni. Un illustre letterato inglese, di cui parla Christison, di circa 50 anni, godeva discreta salute e da 25 anni prendeva laudano, e spesso in dosi enormi. Una signora di 55 anni, che godeva di buona salute, aveva preso l'oppio per vari anni e quando ne parlava Christison, prendeva tre oncie di laudano al giorno. Lord Mar, dopo avere preso il laudano per 30 anni, e qualche volta anche a due o tre oncie al giorno, morì di 57 anni. Una donna che aveva preso due oncie di laudano al giorno per molti anni, morì di 60 e più anni. Un altro letterato morto di 63 anni, aveva preso il laudano in eccesso, fin dell'età di 15 anni. Un signore che aveva 74 anni aveva prese mezz'oncia di laudano al giorno da 30 a 40 anni. Una vecchia moriva ottuagenaria a Leith e aveva

1 Per le dosi estreme d'oppio vedi Calkins, op. cit., pag. 170 e segg.


[418] preso mezz'oncia di laudano al giorno per lo spazio di circa 4O anni. Mahomet Rhiza, Khan di Schiraz, uno dei più famosi mangiatori d'oppio, era robusto ancora a 96 anni. Vissajee, celebre capo Eutchee citato dal dottor Burnes, aveva preso largamente l'oppio per tutta la sua vita, ed era vegeto e robusto agli ottant'anni. Furono strenui consumatori d'oppio l'eloquente e filantropo Wilberforce, il decano di Carlisle, dottor Isac Milnes, il primo Lord Erskine, Robert Halt morto di 66 anni e il gran satirico John Randolph di Roanoke (morto di 60 anni).
Smith conobbe molti fumatori d'oppio, che avevano 60 e 70 anni, Burnes alla corte di Runjeet Singh, osservò che l'uso dell'oppio non accorciava la vita ai viziosi. Il dottor Harper trovava quindici persone date all'uso dell'oppio, e la di cui età media era di 75 anni. Calkins parla di un capitano F. L. di Londra di sangue franco-inglese, che vive tuttora ed ha 104 anni, e da mezzo secolo mangia oppio, ed ora ne consuma 60 grani al giorno. Egli si alza sempre alle tre del mattino e fa una lauta refezione e legge fino alle 8, fa colazione, passeggia; pranza alle due; dormicchia e prende il tè alle cinque. Alle sette va a letto e dorme le sue sei ore di sonno tranquillo e non interrotto. Di carattere piacevole e d'amena conversazione, ha intatta la memoria, intatto l'udito, e solo indebolita alquanto la vista. Il Calkins parla di questo venerando soldato con entusiasmo, e lo saluta con questi versi affettuosi:
[419]
Let me embrace thee, good old chronicle,
That hast so long gone hand in hand with Time
Most reverend Nestor!

Queste osservazioni farorevoli alla longevità, e che condussero il dottor O'Saughnessy di Calcutta a dire che le longevità dell'oppiofago è proverbiale, sono contraddette da altre affermazioni. Il dottor Oxley a Singapore non trovava che un ottuagenario fra gli oppiofagi. Il dottor Madden al Bazar di Costantinopoli non vedeva che un solo vizioso che potesse chiamarsi vecchio. Con questi due fanno coro il Parker, il Macgowan, De Pouqueville, Oppenheim, Pohlman, missionario americano ad Amoy, Martin, Little, Palmer ed altri. Queste contraddizioni non provano secondo me nè in favore dell'oppio, nè contro di esso; ma dicono soltanto che le cause delle longevità sono molteplici e ancora poco conosciute.
Nessuno però spinse il vizio dell'oppio a più temerarie imprese del De Quincey, il quale prese più volte 10000 e fino 12,000 goccie di laudano al giorno, e per molti anni ne prese 8,000 goccie e per 52 anni fu il più grande mangiatore d'oppio del mondo; ciò che non gli impedì di vivere 75 anni e di scrivere 16 volumi.1 Egli però ebbe il raro merito di scendere ad un tratto dalla dose di 320 grani di oppio al giorno a quello di 40 grani, e di ridursi poi poco a poco a consumare tant'oppio che fosse d'accordo colla sua salute.

1 Thomas De Quincey nasceva a Greenhays presso Manchester il 15 agosto 1785 e moriva in Edimburgo l'8 dicembre 1859.


[420] Ma convien vedere anche il rovescio della medaglia; convien fare un processo di giustizia a questo angelico veleno, come con felicissima frase lo chiama il De Quincey. Coleridge fu un gran poeta, un gran filosofo, un gran mangiatore d'oppio, che incominciò a conoscerlo per far tacere i dolori reumatici, come De Quincey lo aveva conosciuto in occasione di un mal di denti; ma egli lasciò incompiute molte opere, e il suo ingenioo risentì i danni del lento avvelenamento; come conferma lo stesso suo complice, che doveva essergli il più naturale e il più eloquente avvocato. De Quincey anzi confessa che tutti i mangiatori di oppio sono affetti dalla malattia di lasciare le loro opere incompiute. Ecco come, il dotttor Medhurst descrive il fumatore d'oppio in China: "Il suo aspetto è languido; le sue guancie e le sue labbra scolorite; gli occhi spenti con profonde occhiaie e un aspetto selvaggio." Il fumatore d'oppio ha una fisonomia speciale, che non si può confondere con nessuna altra, e la sua pelle piglia un aspetto bianco cereo, come se la pelle avesse perduto tutto il suo adipe. Le cavità della faccia, le palpebre e gli angoli della bocca, la depressione all'angolo delle mascelle, le tempia, ecc., prendono un color bruno particolare, non eguale a quello che si prende in alcun'altra malattia cronica, ma come se una materia oscura fosse deposta sotto la pelle. Anche le labbra sono gonfie e protuberanti, forse per l'uso continuo della pipa. In una parola, un fumatore vizioso di oppio presenta il più triste aspetto, selvaggio, abbattuto; coll'occhio fisso, livido, [421] spento e un portamento sucido, debole e affranto. Aveva quindi ragione il prof. Lee di dire che l'oppiofago è in una volta sola il più abietto degli schiavi e il più disperato degli infelici.
Mustapha Shatoor, un mangiatore di oppio di Smirne, prendeva ogni giorno tre dramme di oppio crudo. Gli effetti visibilì del suo vizio non erano che molta allegria e lucidità degli occhi. Egli sentiva il bisogno di crescere ancora la dose dell'angelico veleno. Egli dimostratva vent'anni più di quelli che realmente avesse; il suo volto era pallido, le sue gambe sottili, le sue gengive consuate e i denti vacillanti; non poteva alzarsi dal letto senz'aver prima preso una mezza dramma di oppio.
Secondo Pouqueville i Theriakis sono incapaci di lavorare e quasi non sembrano più appartenere alla società. Verso il fine della loro carriera provano violenti dolori e son divorati da una fame incessante, nè il loro veleno può sollevarli dai loro tormenti: essi sono orribili a vedersi, privi dei loro denti, cogliocchi sprofondati nelle orbite, in un tremito continuo: essi cessano di vivere molto prima di cessare di esistere.
Neu Natse, chinese, in un rapporto a Sua Maestà il figlio del sole e della luna, lo informa che quando un tale è abituato da lungo a fumar l'oppio, sente il bisogno di quest'abitudine, la quale è distruggitrice del tempo, nemica della proprietà; eppur più cara della vita stessa. In quelli che fumano in modo esagerato, il fiato divien debole, il corpo emaciato, la faccia pallida e i denti neri. Gli individui si accorgono essi stessi del loro male; ma non [422] possono vincerlo. Esaminando i fumatori d'oppio, si troverà che son pigri e infingardi, senza uno scopo nella vita.
Il dottor Ball dice, dice che nei distretti chinesi si possono vedere scheletri ambulanti, famiglie, ridotte alla mendicità dai padri, e mariti dediti all'oppio, moltitudini senza casa e senza patria, che muoion per le vie, nei campi, sulle rive dei fiumi, senza alcuno che li assista vivi, o ne raccolga o ne celi le carogne, quando morti.
Un medico di Finang dice che gli ospitali e gli ospizii dei poveri sono ripieni di fumatori d'oppio. "In uno di essi, che era sotto la mia direzione, io aveva 60 poveri al giorno e cinque sesti fra essi eran fumatori di chandu. Gli effetti principali di questa viziosa abitudine sono lo stupore, la perdita della memoria, il deperimento di tutte le facoltà della mente; il dimagramento, la debolezza, il pallore del volto, il lividore delle labbra e delle palpebre, il languore e il luccicar dell'occhio, l'appetito distrutto e depravato. Al mattino hanno il più squallido aspetto, come se il sonno, benchè profondo, non li avesse ristorati. Hanno una straordinaria secchezza o bruciore nella gola, che li obbliga a fumare l'oppio. Se all'ora usata non fumano, provano una grande prostrazione, vertigini, torpore e lagrimazione agli occhi. Se la privazione dell'oppio è completa, appaiono fenomeni ben più terribili e provano freddo per tutto il corpo con dolori generali; e possono anche morirne. Il fumatore d'oppio può riconoscersi ai suoi occhi infiammati e alla sua fisonomia selvaggia, alle sue membra asciutte, alla sua an[423]datura vacillante, al viso pallido, alla voce fioca, e al muto splendore dell'occhio. Egli sembra la più abbandonata creatura che calchi la terra."
Ho King Shan, uomo pratico, dice che nulla vince la pipa dell'oppio nel far perdere il tempo e nel distruggere gli affari, dei quali impedisce l'andamento regolare. Il fumatore manca di attendere ai più importanti uffici, il negoziante manca ai suoi ritrovi e ogni cosa è da lui negletta.
Un letterato di Hong-Kong afferma che l'uomo più robusto, se si dà al fumar oppio, vede consumare poco a poco le sue carni e sparire, e la sua pelle pende come un sacco, il suo volto è cadaverico e nero, e le sue ossa nude come tronchi di legno.
De Quincey, quando più del solito abusava dell'oppio, pativa molto freddo.
Van Leent assicura che l'oppiofagia è una delle cause principali di degenerazione delle razze indigene dell'Arcipelago Indiano;1 e un acuto osservatore dell'India ha scritto che l'oppio ha tolto al Rajpoot metà della sua virtù, dacchè il suo valor naturale è divenuto ferocia e il suo stato abituale è una sonnolenta imbecillità.2
Anche Huc, Oppenheim, Madden e tanti altri dipinsero con colori molto neri i danni del fumare o del mangiar oppio, e tutto uno stuolo di compilatori di seconda e di terza mano travasarono nei loro libri le esagerazioni, le caricature della verità.

1 VAN LEENT. Les possessions neerlandaises des Indes Orientales. Archiv. de méd. navale. Juin, pag. 408, 1868.
2 The library of untertaining hnowledge. The Hindoos. London, 1834, vol. II.


[424] Ben più fedele interprete di questa è il dottor Oxley di Singapore, il quale confessa che l'uso smoderato dell'oppio conduce ad una precoce decrepitezza, che distrugge presto i poteri generativi e induce uno stato morboso in tutte le secrezioni; ma egli aggiunge che l'uso moderato non accorcia la vita, nè reca danno alla salute. Egli conobbe un uomo che per mezzo secolo aveva preso oppio impunemente ma con moderazione, e ne conobbe un altro a Malacca che aveva 80 anni e aveva sempre usato l'oppio con moderazione.
Alcune statistiche criminali della China e delle Indie provano che i più pericolosi malfattori non sono fumatori d'oppio, e che i delitti contro le persone sono commessi più spesso dagli ubbriaconi. L'oppiomano invece commette maggiori delitti contro la proprietà, onde appropriarsi il denaro necessario per comperare l'angelico veleno.
Anche il dottor Trailly, di Singapore, non ha trovato che il fumar oppio producesse maggiori malattie dell'alcool.
In Inghilterra l'uso del laudano e di altri oppiati è molto diffuso nella classe operaia. Nel 1856 il dottor Hawkins di King's Lynn, dopo aver fatta una profonda inchiesta su questa questione, assicurava che l'oppio era consumato principalmente nel Lancashire e in altri distretti che abbracciano i maggiori centri manufatturieri, come Sheffield, Manchester, Birmingham, Preston, Nottingham. Nella città di Preston, nel 1843, mila e seicento famiglie comperavano regolarmente dal farmacista il Cordiale di Godfrey, che è una soluzione oppiata.
[425] Secondo Anstie i poveri di Londra prendono il laudano anche per far tacere la fame. Calkins ha calcolato che nel 1867 negli Stati Uniti 78,400 libbre di oppio erano state consumate per il fine di inebbriarsi,1 e un farmacista gli assicurava che nella città in cui egli esercitava la sua professione, una volta non vendeva che 50 libbre di oppio ogni anno ed ora ne vendeva 300. La quantità del laudano spacciata era pur cresciuta quattro volte, sebbene la popolazione fosse appena cresciuta di poco.
Per guarire dall'oppiomani si richiede una potente volontà; e secondo Calkins val meglio decidersi ad un tratto a lasciare il vizio, che andare assottigliando la dose a poco a poco. Pare almeno che in molti casi l'astensione assoluta sia più facile della moderazioue. L'ultimo Imperatore della China si decise improvvisamente di lasciare un vizio che perturbava la sua felicità e distruggeva la sua salute; e vi riuscì. E vero però che il suo nome Taou-Kwang significava gloria della ragione. Calkins riferisce parecchi altri casi di nomini, che senza essere parenti del sole e senza portare un nome così illustre come Taou-Kwang, riuscirono a guarire dalll'oppiomania, sia col metodo perturbativo, col graduativo o col metodo di sostituzione, cioè o col cessare improvvisamente o lentamente dall'uso dell'oppio o col sostituirgli un eccitante meno pericoloso.
La cura medica degli organismi guastati dall'oppio si fa colla chinina, col ferro, coi tonici, cogli acidi

1 ALONZO CALKINS. Opium and the Opium-appetite, etc. Philadelphia, 1871, pag. 40 e 41.


[426] minerali, colla noce vomica, coi bromuri, colla lobelia. In Plinio trovasi scritto: bibitur artemisia ex vino adversus opium. Fu consigliata come ottima la luppolina mista all'acido fosforico, e in Oriente viene adoperato il betel; così come fra noi il caffè è creduto antidoto del succo del papavero.
Se nel bilancio dell'alcool si dovesse soltanto tener conto dei danni che procura, è certo, che dovrebbe esser proscritto dall'umana famiglia, come uno dei più funesti veleni; ma siccome l'alcool fa anche molto bene, nessuno getterà l'anatema contro di esso. Così è dell'oppio, il quale è preso da letterati e filosofi e uomini moralissimi d'Asia e d'Europa, ai quali aggiunge molte ore di felicità nella vita, senza arrecare alcun danno. Il Theriaki giallo e vacillante dei viaggiatori vale nella bilancia degli alimenti nervosi, quanto il quadro dell'ubbriacone europeo; e nel campo della morale l'uno vale quanto l'altro, ed entrambi segnano i due poli dell'abuso di due cose che la natura ha dato all'uomo, perchè ne facesse strumento di gioia e di civiltà; non veleno che abbrutisse o uccidesse.
Noi, dopo aver preso l'oppio più volte, e dopo aver a lungo viaggiato, senza atteggiarci a profeti, nè dichiarare come il De Quincey: questa è la dottrina della vera chiesa per rispetto all'oppio, di cui egli era il papa infallibile; noi diremo che l'oppio vuol essere usato con sapienza e prudenza anche dagli Europei, ch'esso è un gran ramo nell'albero della felicità e della pace e ripeteremo, come nel Re Enrico IV:
Fal. No abuse. Hal.
[427] Poins. No abuse!
Fal. No abuse, Ned, in the world, honest Ned, none. I dispraised him before the wicked, that the wicked might not fell in love with him, in which doing. I have done the part bf a careful friend, and a true subject. No abuse, Hal; none. Ned, none; no, boys, none.


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Edimburgh, 1863. - Specialmente in questi tre volumi si trova la storia delle voluttà e delle torture del celebre oppiofago inglese; ma sarà bene consultare la raccolta completa delle sue opere della quale citerò l'edizione più economica: THE WORKS OF QUINCEY. The English Opium Eater including all his contributions to periodical literature. Second edition in fifteen volumes. Edimburg, 1863.1 - JOHN HARLEY. The old vegetable neurotics, Hemlock, Opium, Belladonna and henbane, etc. London, 1869.

1 Mentre correggiamo le bozze ci giunge un sedicesimo volume pubblicato or ora ad Edimburgo e che è un supplemento inedito delle opere del De Quincey. Porta per titolo: Suspiria de profundis, being a sequel to the Confessions of an english opium-eater and other miscellaneous writings. Edimburgh, 1871, 1 vol. di pag. 534.