Paolo Mantegazza, "Quadri della natura umana - Feste ed ebbrezze", 1871, 2 voll., Milano, Bernardoni Edit.
[Vol. I, pag. 445]


CAPITOLO XV.


Un'escursione nei campi enologici. - Vini italiani e loro avvenire. - Vini francesi. - Il Rheingau e il Gläschen; vini del Reno e della Mosella. - II Tokäi e la sua mitologia; vini ungheresi. - Vini spagnuoli e portoghesi. - Vini greci. - Vini africani; Madera, Teneriffa e Constantia. - Vini americani e il Catawba di Longfellow. - Vini di Australia e bibliografia generale del vino.


Le razze della vite, le terre diverse e i diversissimi climi fanno d'ogni vigna un vino diverso; mentre l'arte poi può da ogni uva distillare cento vini; per cui anche oggi con un'arte in molti paesi poverissima e una natura sempre e dappertutto ricchissima, noi abbiamo tanti e così svariati vini che a tutti conoscerli e assaporarli non basterebbe la vita di un uomo, e un grosso dizionario basterebbe appena a dare il nome di tutti. Vini di pochi soldi all'ettolitro e vini da più monete d'oro alla bottiglia, vini plebei e vini olimpici; la vite ci offre tutti i liquori, tutti i sapori, tutte le forme dell'ebbrezza alcoolica. Se un uomo sano e sapientemente epicureo avesse nella sua cantina un rappresentante almeno d'ogni specie, o almeno d'ogni genere, o anche soltanto d'ogni famiglia di vini, sarebbe sicuro di poter scrivere nella sua vita molte e molte [446] ore albo lapillo; sarebbe sicuro di guarire forse la metà delle indisposizioni fisiche e i tre quarti delle morali, sol che ad ognuna di esse potesse contrapporre quella speciale, specialissima bottiglia. Ma pur troppo, la più parte degli uomini non soltanto manca di questo Olimpo sotterraneo, contravveleno e medicina di tanti mali sublunari, ma manca di una modesta cantina, manca perfino dei pochi soldi che, ne' paesi benedetti dalla vite potrebber bastare a rallegrare d'una sola popolana bottiglia il desco d'ogni giorno. E molti e molti muoiono senz'aver bevuto che alla domenica, e un vino così plebeo, così sguaiato e annacquato e sciupato, che a chiamarlo vino conviene fare la più sfacciata offesa che far si possa a tutto l'altro vino vero, onesto, bevibile. Quali abissi d'avvenire non ha mai dinnanzi a sè la civiltà, prima di portarci ad un più ragionevole riparto del bene e del male su questa terra!
Se la scienza fosse meno povera, noi dovremmo poter classificare i vini con un metodo naturale, e invece di un abbozzo più sistematico e divinatorio che naturale, che vi abbiamo presentato nel capitolo precedente, dovremmo potere coll'analisi chimica e l'azione fisiologica raggruppare i vini che più si rassomigliano fra di loro; sicchè potesse la classificazione scientifica servir di guida all'igiene degli individui, come all'economia gastronomica e al commercio. E invece, per non affermare troppe cose gratuite e per non risicare di scrivere troppi spropositi, noi dobbiamo ancora appigliarci modestamente ad una classificazione geo[447]grafica; così come i medici in caso simile, per non sbagliar troppo, studiano le malattie per ordine anatomico; e comincieremo quindi la nostra scorreria enologica coi

VINI ITALIANI

L'Italia per clima e topografia potrebbe facilmente essere il primo paese vinicolo del mondo e facilmente e in pochi anni potrebbe rivaleggiare colla Spagna e il Portogallo coi suoi vini di Sicilia, di Sardegna e del Vesuvio; mentre coi vini piemontesi e toscani potrebbe muovere fortunata guerra ai vini di Francia; senza poi parlare di tutti gli altri colli infiniti, or vulcanici, ora argillosi, or calcarei che potrebbero arricchire l'enologia europea di squisitissimi liquori. Già molti scrittori competenti hanno alzato il loro grido di guerra, e in questi ultimi anni si è già fatto molto, e molto si sta facendo per migliorare i nostri vini, e sono benemeriti fra tutti il Ricasoli, il De Blasiis, il Tubi, il Sambuy, il Gaetano Cantoni, il Florio, il Barone Di Stefano, e tanti altri, che coll'esempio e colla penna insegnano agli Italiani qual mina d'oro si nasconda nei nostri pampini troppo negletti. Io qui non devo darvi nè un compendio di enologia, e nemmeno un trattato di viticoltura, ma far soltanto la fisiologia [448] generale dei vini, colle sue principali applicazioni alla coltura generale; accennando e toccando più che descrivendo e trattando; e sono sicuro che molti nomi riusciranno nuovissimi per quei pochi stranieri che potranno leggere il mio libro; dacchè il primo torto dei nostri vini è quello di essere ignorati, e la colpa è nostra, nostra tutta e nostra soltanto. All'estero il solo vino d'Italia che si trova nella lista dei vini di lusso è il Marsala, perchè ha un tipo costante e perchè per merito dei suoi fabbricatori è riuscito a farsi conoscere anche al di là delle Alpi. Ma fuori di questo e di pochissimi altri è singolare l'ignoranza degli enologi stranieri sui nostri vini, e fra le mille prove che potrei citare in proposito, basti questa sola e valga per tutte: che il Shaw, che scrisse uno dei migliori libri di enologia e di cui noi abbiamo fatto ampio bottino; il Shaw, che passò tutta la sua lunga vita nello studio e nel commercio dei vini, non parla che del Marsala e leggermente; chiama il vino d'Asti praised, but very undeservedly (lodato, ma senza merito), il Lachryma Christi usually coarse, in taste and flavour (ordinario nel gusto e nel profumo); e osa dire che il Montepulciano è dolce, ma non da confrontarsi col Frontignan o il Rivesaltes!
Conviene dunque che gli Italiani in fatto di vini abbiano sopratutto di mira questi due scopi primarii, ai quali si subordinano poi tutti gli altri intenti minori, cioè di fare pochi tipi costanti e di farli conoscere all'estero. Eccovi intanto lo scheletro della nostra miseria.
Sicilia. — Marsala, fatto specialmente dalla casa [449] Florio e dalla casa Ingham; vino liquore, ottimo se vecchio e ben fatto, e che si riduce a pochissimi tipi ben definiti e conosciuti in commercio. In Inghilterra se ne beve in gran quantità, ma sotto il nome di Madera, o di Sherry, o di Brente, dal nome di una villa alle falde dell'Etna che apparteneva a Lord Nelson. Se ne esporta una grande quantità a Cette e a Marsiglia , dove è trasformato in Sherry e in Madera per esser mandato in Inghilterra e in America. Fra noi e in Francia è bevuto sotto il suo vero nome; ed è dei migliori vini nazionali per accompagnare l'ultima parte del pranzo. Per la sua azione può valere quanto abbiamo detto nello studio dell'alcool in genere; per cui può riuscire ora un balsamo ed ora un veleno, secondo la costituzione di chi lo beve.
Ecco il consumo del Marsala in Inghilterra:



Eccovi quanto ci riferisce sul Marsala l'Italia Economica nel 1870 del nostro Maestri:
"L'industria della fabbricazione e dell'esportazione del vino venne introdotta nella costa occidentale della Sicilia in sullo scorcio del secolo passato dalla [450] casa inglese Woodhouse. Attualmente sono tre le principali ditte commerciali che si occupano di questa industria, esse sono: Woodhouse, Ingham Whitaker e Comp., Florio e Comp., ed hanno i loro stabilimenti principali in Marsala, fuori della cinta daziaria lungo la spiaggia che prospetta il porto. Oltre che dalle tre ditte accennate, la manipolazione e l'esportazione del vino vengono pur fatte da molti privati, i quali tuttavia esercitano questa industria in più anguste proporzioni.
"II vino viene esportato comunemente in fusti chiamati botti o pipe. Ogni pipa corrisponde a quattro ettolitri. Si può desumere l'importanza di questa esportazione dal seguente prospetto, che indica la quantità di vino imbarcato a Marsala nell'ultimo quadriennio:



"Codesta produzione ed esportazione del Marsala devesi principalmente a tre proprietari che fabbricarono nel quadriennio 1866-69 le seguenti qualità:



[451] "La parte del Marsala spedita all'estero ha preso nel quadriennio 1865-69 queste direzioni:



"II Marsala è entrato in cabotaggio colle destinazioni sottoindicate:



Nel primo trimestre 1870 furono esportati dal porto di Marsala 19,395 ettolitri.
"Dal porto di Trapani nel quadriennio 1866-69 vennero imbarcate con destinazione all'estero le quantità seguenti di vino:
[452]


"La concia dei vini nelle fattorie della Sicilia consiste principalmente nell'aggiungere a più riprese dell'alcool al vino naturale. Però è da avvertire che così dalla ditta Woodhouse, come da piccoli produttori privati, viene ogni anno spedito a Malta ed a Tunisi una quantità ragguardevole di vino naturale non conciato, il quale mescolato ad altri vini, serve per l'uso comune.
"La maggior parte del vino conciato è spedito in Inghilterra, dove trova facile spaccio coi nomi di vino di Xeres e di Porto. Si temeva che la nuova tassa imposta sulla fabbricazione dell'alcool dovesse far elevare di troppo il prezzo del vino conciato in Sicilia ed impedire, perciò, la concorrenza che questi vini avevano finora fatto in Francia ed in Inghilterra ai vini spagnuoli e portoghesi. Ma in seguito alla provvida misura presa dal governo di accordare il drawback per i vini siciliani che sono esportati all'estero, l'industria dei vini in Sicilia non ha nulla da temere dalla tassa di fabbricazione dell'alcool.
"L'alcool che si adopera nella concia dei vini di Sicilia, è esclusivamente conseguito dal vino. Si distillano a questo fine: a) i vini deboli che non possono essere convenientemente conciati; b) i vini guasti; c) i vini che hanno già servito all'abbonamento delle botti.
[453] "Nelle fattorie di Marsala non si prepara che una piccola frazione dell'alcool necessario alla concia dei vini. La maggior parte dell'alcool viene conseguito nelle grandi distillerie di Alcamo, che sono di proprietà delle due ditte Ingham e Florio, e producono esclusivamente alcool destinato alla concia dei vini. Si ritira pure dell'alcool dalle distillerie di Riposto (provincia di Catania) e di Vittorio (provincia di Siracusa). L'alcool che si ottiene dalla distillazione del vino così nelle fattorie di Marsala come nelle distillerie di Alcamo e delle altre parti della Sicilia, misurato alla temperatura di 15 gradi del termometro centesimale, contiene in media l'ottanta per cento in volume di alcool assoluto.1
"La forza alcoolica naturale dei vini della costa nord-ovest della Sicilia oscilla secondo le differenti annate e i diversi vitigni, tra i 12 e i 15 gradi dell'alcoolometro di Gay-Lussac. Laonde sarebbe da ritenersi come ricchezza media: 13,5 gradi.2
"La quantità di alcool che si aggiunge al vino naturale, durante la concia, varia giusta la diversa

1 Nelle principali fattorie de' vini della Sicilia, per determinare la ricchezza alcoolica dei vini, si usa l'idrometro di Sikes, che è quello adoprato nelle dogane inglesi. Questo istrumento esprime la quantità di spirito di prova contenuto in cento volumi di un liquido. Si chiama spirito di prova una miscela di alcool e di acqua contenente il 58 per 100 di alcool assoluto. Nelle dogane italiane, come nelle francesi, si fa, e più ragionevolmente, uso dell'alcoolometro centesimale di Gay-Lussac, il quale indica direttamenie il volume di alcool assoluto contenuto in cento volumi di un liquido misurato alla temperatura di 15° del termometro centigrado.
2 Per offrire un termine di confronto, crediamo opportuno


[454] forza del vino naturale e la differente qualità del vino che si vuol ottenere. Le cifre seguenti indicano la ricchezza alcoolica delle diverse qualità di vini che si esportano dalle due ditte Florio e Ingham, e sono desunte da determinazioni istituite nel mese di maggio di questo anno nelle fattorie di Marsala.



di indicare le cifre che rappresentano la ricchezza alcoolica dei vini di alcune provincie lombarde:



[455] "Se ne levi Facon Porto e il Brown Syracuse; i vini di Marsala sono bianchi.
"II vino detto Sifone non viene esportato, ma si adopera per dar forza ad altri vini.
"II Brown Syracuse, più che vino, è liquore che si prepara e si esporta in piccolissima quantità.
"Per conseguire un vino, che sia nello stesso tempo dolce e forte (come per modo d'esempio il vino detto Sifone), si ricorre nelle fattorie dì Marsala ad un espediente ingegnoso. Si aggiunge al mosto prima che sia attivata la fermentazione, una considerevole quantità di alcool, il quale impedisce la metamorfosi dello zucchero in alcool, per cui parte dell'alcool aggiunto supplisce a quella porzione di alcool che avrebbe dovuto svolgersi naturalmente in seguito alla fermentazione.
"Dai dati suesposti si ritrae come la forza alcoolica media del vino, che si esporta dalla Sicilia, sia di 18 gradi. Ora ammettendo che le perdite dovute all'evaporazione dell'alcool ed alla preparazione delle qualità Sifone, ascendano complessivamente alla decima parte dell'alcool adoperato nella concia, si può ritenere che la quantità media di alcool a settantotto (78°) gradi che si adopera nella concia dei vini di Sicilia, è approssimativamente l'otto per cento, cioè deve conchiudersi che in media ad ogni ettolitro di vino si aggiunge un litro di alcool."
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I vini di Sicilia in generale sono troppo alcoolici e poco adatti a pasteggiare, meno forse il rosso di Melsimeri e pochi altri.
[456] Furono premiati più volte i vini del comm. Stefano Zirilli di Milazzo. De Blasiis li giudica convergenti verso il Marsala, fra i migliori vini da dessert che produca l'Italia, alcoolici forse un po' troppo, ma ben fatti, ben conservati e di perfetta limpidezza. Il Milazzo rosso, il Calabrese, la Malvasia, il Marsala superiore, il Faraone, la Lagrima, sono vini tutti eccellenti, e solo può riconoscersi non perfettamente consentanea allo scopo commerciale la soverchia varietà di tanti vini come prodotto di una sola regione, anzi di un solo Comune della ubertosa Sicilia. Da queste benigne critiche lo Zirilli si difendeva in una lettera tanto colta quanto gentile.
Sono celebri fra noi il Moscato di Siracusa e la Malvasia di Lipari. Shaw calcolava or sono pochi anni a 200,000 pipe la produzione di tutto il vino della Sicilia.
Dei vini napoletani tutti conoscono il Lacryma Christi, molto alcoolico e fragrante,1 il Capri bianco e rosso, entrambi tonici e deliziosi; il Falerno, i vini della Puglia e della Calabria; ma essi sono

1 Il Redi parla di quei vini rossi del Regno di Napoli, che son chiamati Lacrime, tra le quali stimatissime quelle di Somma e di Galitte. Le Lacrime d'Ischia, di Pozzuolo, di Mola, d'Ottaiano, di Novella e della Torre del Greco sono tenute in molto minor pregio, ancorchè sieno molto gagliarde e potenti. E continuando, cita il Chiabrera che con impareggiabile graziosissima gentilezza scherzò intorno al nome della Lacrima:

Chi fu de contadini il sì indiscreto,
Ch'a sbigottir la gente
Diede nome dolente
Al vin, che sovra gli altri il cuor fa lieto?
Lacrima dunque appellerassi un riso,
Parto di nobilissima vendemmia?


[457] tali e tanti che vorrei dire con Gian Alessio Abbatutis nell'Egloga terza della Musa napoletana:

Ca trovo ciento sorta
De vine da stordire,
C'hanno tutte li nomme appropriate:
L'Asprino aspro a lo gusto,
La Larema che face lagremare, ecc.


E vorrei anche ricordare lo spiritosissimo poeta napoletano Gabriello Fasano il quale, leggendo un giorno il Ditirambo del Redi, e fingendo d'essere in collera, perchè in esso non si lodavano i vini generosi di Napoli, rivoltosi con gentilezza ad un cavaliere comune amico, ebbe a dire: "Voglio fa venì Bacco a Posileco, e le voglio fa vede che differenze 'n c'è tra li vini nuostri e le di Toscana."
Mentre s'aspetta un catalogo dei vini italiani, pubblico qui una lettera gentilissima, con cui il De Blasiis, noto come uno dei primi enologi del nostro paese, mi informava dei vini delle provincie meridionali:

"Pregiatissimo signore,
"Mi reputo grandemente onorato dall'appello che fate alle mie cognizioni enologiche intorno ai vini in generale, e più particolarmente ai vini delle meridionali provincie sotto il rapporto delle loro qualità igieniche e nutritive, nello intento di trarne qualche partito nella monografia degli alimenti nervosi, che voi con la vostra ben nota solerzia e capacità vi accingete a pubblicare. Non so se potrò [458] corrispondere al vostro desiderio con quella larghezza che vorrei, nè se ciò che potrò dirvi potrà riuscire molto giovevole al lavoro monografico, cui sono rivolti i vostri studii; ma farò del mio meglio per accennarvi brevemente quel che conosco sulla materia, e che mi sembra potervi più interessare.
"La maggior parte dei vini delle provincie meridionali si distinguono per una qualità, anzi per un difetto, che è quello di non aver subìta una fermentazione corrispondente alla abbondanza del glucoso che si rinviene in quasi tutte le uve di queste regioni; sicchè questa sostanza, rimanendo in gran parte indecomposta, rende i vini alquanto dolci al gusto, ed alquanto pesanti allo stomaco: questi tali vini infatti, appunto per la prevalenza della parte zuccherosa sono molto nutritivi, ma per la deficienza in paragone dell'acido tannico, del tartarico e degli altri acidi, non risultano molto favorevoli alla buona digestione, nè possono senza inconveniente beversi in larga dose. Di tal difetto più o meno partecipano i vini cotti che si producono in parecchi distretti viniferi delle Puglie e degli Abruzzi, ed anche alcuni più pregiati vini liquorosi, come i moscati di Castiglione in Abruzzo, e di Trani in Puglia, lo Zagarese di Puglia ed i più rinomati vini di Calabria. Alcuni di questi vini con meglio intesa manutenzione si vendono asciutti o secchi, come suol dirsi: allora l'abbondante glucosio si trasforma in alcool abbondante del pari, ed i vini di certo divengono più pregevoli, e meno insalubri. Tali sono alcuni ben fatti ed assai vecchi vini cotti delle provincie di Teramo ed Aquila, che [459] simulano delle buone Malaghe e dei discreti Madera: tale è il vino del Capo Leuca in Terra di Otranto, il vino di Vico in Capitanata, ed alcuni dei più pregevoli vini di Rogliano, di Gerace e di altri paesi di Calabria. Questi non solo sono più accetti al gusto, ma se bevuti in assai discreta dose in fin di tavola, riescono di grande ajuto alla di gestione, e convenendo sopratutto agli stomachi stanchi e pigri, vengono chiamati a ragione il latte dei vecchi: correntemente però non possono beversi senza risentire ebrietà nel capo, e peso nello stomaco.
"Le provincie meridionali però sono atte a produrre eccellenti vini da pasto, la di cui fabbricazione già notevole in alcuni punti, comincia da qualche tempo a grandemente diffondersi, e surrogare la vieta maniera di vinificazione. Eccellenti vini da pasto bianchi sono in Terra di Lavoro e provincie contermini; nè solo la modesta Asprinia ivi riesce salubre e grata, ma vi sono i delicati vini di Capri, ed altri simili che si elaborano in quella ubertosa regione: negli Abruzzi ho io un po' di merito per avere con l'esempio e con i precetti promossa la fabbricazione di delicati vini bianchi, che io ho chiamati del Gran Sasso dal nome di quel gigante degli Appennini, che domina tutta la regione Aprutina. Città Sant'Angelo è il paese che prevale per tali vini; ma Montesileano, Atri, Teramo ed altri Comuni sono nella via di dare ottimi prodotti anch'essi in tal genere. Anche in Puglia, e specialmente nei Comuni di San Severo e di Chieuti, si fanno vini da pasto bianchi di buona [460] qualità. Quanto sieno salubri tali vini, niuno meglio di lei può giudicare; gli acidi e specialmente il tartrico, in essi leggermente prevalenti, la moderata presenza dell'alcool e la perfetta limpidezza, che naturalmente assumono nel giugnere a maturità, li rende non solo piacevoli a beversi, ma grandemente diuretici ed incapaci di cagionare ebrietà di mala natura anche se bevuti troppo abbondantemente. Dei non meno pregevoli e salubri vini rossi da pasto si producono in Tanraso ed altri paesi viniferi della provincia di Avellino; eccellenti vini rossi altresì in tutta la provincia di Terra di Lavoro vanno sotto il nome di Capri rosso; e negli Abbruzzi con l'essersi molto introdotto e diffuso qualche buon vitigno nero tratto di Toscana e perciò volgarmente detto Montepulciano, si fanno di già in non piccola copia vini squisiti, specialmente in Pratola, Solmona e Popoli dell'Aquilano, Tocco e Monoppello del Chietino e città Sant'Angelo, Castellammare Adriatico, Silvi ed altri comuni del Teramano. In questi vini predomina l'acido tannico, sì per la prevalenza di tale sostanza nell'uve dalle quali son tratti, e sì per la buona ed accurata fermentazione che il mosto subisce a contatto de' gusci e dei grappi; ciò li rende assai digestivi, e tonici, e convenienti molto agli stomachi deboli e poco attivi.
"Queste sono le notizie che posso darvi sui vini delle provincie meridionali che io conosco; e le idee accennate intorno ai medesimi sottometto senza pretensione a voi che siete maestro nelle scienze igieniche, e che con le analisi chimiche potrete giudi[461]carli meglio di me, che li ho giudicati col palato. Del resto, in qualunque altra cosa sul proposito credete che le mie conoscenze, quali che siano, possano esservi utili, disponete liberamente di me, poichè mi darete sempre un piacere ed un onore.
Credetemi intanto con sincera stima ed amicizia
"Chieti, 1° ottobre 1870.
obbedientiis.
"F. De Blasiis."

Toscana. — I vini di Toscana ebbero l'alta gloria di avere nel Redi tale un oratore, che nessun nettare degli Dei ebbe l'eguale. Il suo ditirambo non è soltanto uno dei gioielli della nostra letteratura, ma è un documento prezioso per la storia dei vini toscani nel seicento.
Per chi volesse oggi avere un'idea generale di quei rubini e di quelle ambre che in tante e sì squisite varietà distillano i colli etruschi, potrà trovare di che appagare il suo desiderio in questa lettera preziosa che il barone Dettino Ricasoli ebbe la cortesia di dirigermi.

"Sig. Prof. pregiatissimo,
"Il piacere che io avrei provato nel sentirmi da Lei chiamato a fornirle qualche informazione della quale valersi in alcuni dei molti e utili scritti nei quali Ella di continuo si adopera per il bene dell'umanità, e il decoro della patria, mi venne in parte scemato dal pensiero dell'indugio inevitabile che io avrei dovuto porre nell'invio delle poche no[462]tizie intorno i vini toscani da Lei richiestomi, trovandomi all'arrivo della sua lettera in corsa di qua e di là, e sempre lontano dalla mia abituale dimora che è questo castello, da cui oggi ho il bene di scriverle, e dove sono raccolti quei pochi appunti, che oggi le trasmetto, e ai quali non avrei potuto mai augurare così soddisfacente sorte.
"La regione della media Italia, e più specialmente la Toscana, pel suo clima, per la natura dei terreni, e per la copia delle sue colline, e dei suoi poggi, che con graduata elevazione si confondono infine con la catena degli Appennini, è stupendamente accomodata per la coltura della vite, e per la produzione di svariati vini, e tutti forniti di qualità buone sia per il gusto, sia per la salute. Essa fu sempre rinomata per questo prodotto della sua agricoltura, e solo dal declinare del secolo passato venendo ai nostri tempi abbiamo dovuto notare una sensibile decadenza dell'antica reputazione dovuta in grande parte all'eccesso della coltura della vite in ispecie nelle più basse pianure, e all'indifferenza invalsa sui metodi di vinificazione, nella scelta dei quali si poneva in antico la più grande cura, assistendoci premurosi, come si ricava dalle stampe di quei tempi, gli stessi proprietarii. Uno degli effetti di questo trasandamento di cura e di pensiero verso un prodotto di tanta utilità, è stato di ristringere notevolmente le località, che ancora conservano una qualche reputazione per la bontà dei vini in essi prodotti. In un tempo che da noi si dilunga poco più di un secolo, moltissime erano le località distinte per qualità di vini rossi, o bian[463]chi, e tutte da pasteggiare, con qualità distinte di gusto, come spesso rilevasi dalle descrizioni che è dato leggere. Io ho visitato alcune di queste località, sia per riscontrare se ancora vi fosse chi avesse conservato le pratiche antiche, nelle quali i campagnoli si mostrano così pertinaci, sia se coltivassero i vitigni da cui si estraevano i vini, che così deliziavano le mense dei nostri antenati, sia infine per conoscere se, almeno per tradizione, si avesse la memoria di questa pratica e rinomanza dell'agricoltura locale; ma nel più dei casi nulla vi ho raccapezzato di utile e concludente; anzi ho dovuto rilevare che il vitigno presso del quale ritraevasi il prelibato prodotto non era più coltivato con specialità ed esclusione di altre qualità, ma era confuso con moltissime altre varietà di vitigno, bianche e nere, tra le quali mi avvenne notare alcune, e molto diffuse, atte soltanto a dare molta copia di frutta, e un vino di qualità scadente. Notai però che le località, sia per l'esposizione, sia per la qualità e giacitura del suolo, non potevano desiderarsi più acconce alla coltura della vite e a fornire buoni vini quando l'arte del cultore torni a farsi intelligente ed accurata. Mi pare inutile di fare oggi un elenco di quelle località che in Toscana erano una volta molto accreditate per i vini bianchi o rossi che in esse si producevano; imperocchè sia più utile attenersi, finchè Ella non me ne faccia speciale richiesta, alla presente realtà delle cose. Certo è però che sui colli toscani trovansi così propiziamente riunite le condizioni per una felice maturazione e composizione di uva, che [464] nonostante la deplorevole trascuratezza che da tre quarti di secolo ha generalmente prevalso in questo così importante prodotto, quello che se ne ottiene è pur sempre di maggior pregio che non è quello ottenuto in molte altri parti d'Italia.
"La generalità dei vini toscani, siane pure vizioso il metodo della fermentazione, e della scelta e cultura dei vitigni, contiene in sè le qualità igieniche e quelle che dilettano il palato; sono vini sciolti, amabili e saporiti, e dotati di alcool in dose tale che non offende per l'eccesso, o rende frustrato il moderato uso del vino nel suo scopo igienico per deficienza.
"Le contrade della Toscana in cui si serbò, e forse anche si accrebbe la già antica e meritata rinomanza dei loro vini, sono il Chianti, il Montepulciano, e il Pomino. Nel Chianti va distinta, per i suoi prodotti più specialmante la Fattoria di Brolio; a Montepulciano sono i vini dei signori Bracci e Ricci che portano il vanto; e nel Pomino quelli del marchese Albizzi.
"Conviene dire, a onore dei possidenti toscani, e a speranza di futuri progressi in pro della ricchezza nazionale, che da tre a quattro anni mercè le Accademie Agrarie, e in special modo in grazia della Istituzione dei Comizii Agrarii una nuova vita si è suscitata tra mezzo gli agricoltori, e soprattutto tra i proprietarii maggiori, e in questa generale attenzione verso la patria agricoltura, egli è in special modo al vino che l'attenzione dei possidenti si è rivolta, lo che porge modo a sperare in un notevole miglioramento dei nostri vini.
[465] "I vini di Brolio sono quelli, come bene s'intende, che hanno formato più specialmente soggetto ai miei studii e alle mie esperienze. Di questi io ho avuto occasione frequente di ricercare e di rilevare le intime qualità, sia mercè l'uso su di me, sia per notizie da altri ricevutene. Essi sono notevolmente corroboranti, e incapaci di produrre sull'individuo una nociva alterazione, se non che al seguito di un abuso vero ed eccessivo. È dell'eccesso soltanto di questi vini che può risentirne nocevolmente il bevitore, e dev'essere un notevole eccesso. L'alcool che nei vini di Brolio si riscontra costantemente, spazia tra i gradi 10,5 e i 12,5; i vini di prima qualità, cioè, la qualità superiore, nella quale concorrono le uve maturate nelle più felici esposizioni e sui terreni meglio accomodati alla vite, ne contengono costantemente tra i gradi 11,5, e i gradi 12,5; quelli di 2a qualità tra i gradi 10,5, e i gradi 11,5: lo che fa per i primi, e per i secondi altrettanti volumi (litri) per ogni 100, perchè i vini sono riscontrati mentre segnano 15 gradi del termometro centigrado. L'acidità complessiva valutata in acido solforico risulterebbe da queste cifre, come pure l'acido tannico.



[466] Per l'acido acetico, per il tartrato di potassa, e per la calce si hanno le appresso risultanze:



"Risulta da queste analisi che la dose degli acidi è assai rilevante in questi vini di Brolio, ed io mi adopero da più tempo a ridurla a più ristretti confini, onde il prodotto guadagni di altrettanto in finezza senza perdere di quell'aroma e di quel sapore che fanno così graditi ed omogenei i vini di Brolio.
"Fin qui ho inteso parlare veramente dei vini rossi Toscani e specialmente dei rossi di Brolio, che sono quelli che alimentano la consumazione generale del paese, e che nelle qualità superiori ed invecchiati con fortuna possono pure apparire sulle mense in forma di bottiglie sopraffine, e in qualche caso rivaleggiare con le migliori qualità di vini rossi stranieri. Io ne ho delle prove dirette in questi vini di Brolio, che mi autorizzano a ritenere che il vino di Brolio può conservarsi per un numero di anni illimitato, pur sempre guadagnando pregio.
"Vero è che io non ho esempii di longevità straordinaria, ma serbo pure bottiglie di 30 a 40 anni che sono prelibatissime. Sulla forza e durabilità di [467] questo vino ho esempio singolare in un viaggio marittimo di due anni consecutivi. Imbarcai nel 1861 sulla nave dello Stato, l'Iride, alcuni caratelli: questa nave passò questi due anni nelle acque di Buenos-Ayres e quindi fece ritorno in patria. In questi due anni il vino subì l'opera di un secolo; si era spogliato dì parte colorante, e guadagnato una grazia ed un bouquet meraviglioso. Ho ripetuto queste esperienze tre o quattro volte più, e sempre col medesimo risultato.
"Nel discorrere dei pregi dei vini di Brolio, non pure ho inteso di parlare di ciò di cui ho piena conoscenza, ma eziandio penso che molte sieno le località in Toscana, dove si potrebbero ottenere i risultati stessi che qui si ottengono, quando vi si adoperi quello studio, e quello spirito di ricerca che qui si pratica. Qui abbiamo gli Annali della Cantina.
"Oltre il vino sopracitato, cioè il rosso andante, si fanno dei vini speciali, come l'Aleatico (eccellente), l'Occhio di pernice, la Vernaccia, la Malvagia, il Moscadello, il Tokaj, parte bianchi, parte rossi, e tutti distinti per aroma e grazia, ma di questi il commercio non è rilevante. Sebbene porgano occasione ad una bevanda molto gradita ed igienica, in ispecie l'Aleatico, che, spero, un giorno avere il contento di porgerle io stesso in questo mio Castello, e così Ella potrà riscontrare la verità delle notizie, che sono lieto di poterle trasmettere.
"II dubbio mi resta se con quanto ho già riferito abbia veramente, e pienamente, risposto al suo quesito; ma ove Ella non restasse appagato, non le [468] dispiaccia di ritornare a me nuovamente, e farmi richiesta di ciò, in cui io fossi restato manchevole potendo essere sicuro, che io sarei mortificato se Ella facesse diversamente.
"Con il più profondo ossequio sono lieto di professarmele
Brolio, li 2 novembre 1870.
Devotissimo
B. RICASOLI.

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Nella seconda fiera 1870 tenuta in Firenze figuravano i vini del prof. Vincenzo Amico, di Pozzi di Tavernelle in vai di Pisa; i vini di Massa Capolana (Arezzo), di Arcangioli Luigi; l'Aleatico ed altri vini di Montalbiolo Carmignano; diversi vini di Belvedere Galluzzo, di Borgo a Boggiano, i Montepulciani del Bracci, il vin santo di Cenine (Arezzo) I vini delle fattorie di Castelletti del Cattani Cavalcanti; i vini di San Sepolcro (Arezzo); dei vini di Siena, di Carmignano, di Fontanelle, di Ceciliano (Arezzo), i vini di Lacene nell'isola d'Elba, di Colline (Siena), di Donato ad Empoli, del Castello di Signa, di Palazzone e San Casciano dei Bagni (Siena), di Nozzole (Firenze), di Fossato a Monteargentario (Grosseto), di Montale, di Pistoja, di Serravalle, pur di Pistoja, di Pian di Ripoli (Firenze), di Tomerello a Campi Bisenzio, di Terriccio a Castellina Marittima (Pisa), i famosi Brolio, i vini di Caspie di Greve, di Montanina, di Giogoli (Firenze), di San Donato (Siena), di Montemoccoli all'Impruneta, ecc.
[469] Tutti questi nomi e molti altri si ridurranno fra pochi anni, appena l'industria vinicola avrà avanzato d'un passo, a pochi tipi ben conosciuti. La Toscana può vantarsi di dare alcuni dei più salubri e più saporiti vini rossi, dei vini di lusso nell'Aleatico e nel vin Santo, come pure dei vini aromatici dilicati (vermutte), e quando essa abbia riuscito a dar loro maggior durevolezza, potrà col Piemonte stare alla testa dei vini da pasto.
Alla fiera del 1870 furono premiati il Montepulciano del Bracci, il vino Ambra del Moriani di Firenze, l'Aleatico di Carmignano del sig. Filippo Attucci, ed ebbero menzione onorevole il sig. Nicolò Vecchi di San Gemignano, per vino Ambra del 1869; il sig. Pietro Chiarugi di Siena, per vino Santo del 1867, e il signor Gio. Battista Taccetti di Casole (Siena) per vermutte.
Vini dell'Umbria e delle altre provincie già pontificie, dell'Emilia, ecc. — Il vino d'Orvieto, vero oro liquido, è noto anche ai profani dell'enologia, ma le provincie che furono sotto il dominio delle chiavi papali danno altri vini eccellenti, e che si faranno anche migliori in avvenire.
Nella fiera fiorentina del 1870 figuravano il Brusco del Marchese Rondinelli Vitelli fatto a Città di Castello nell'Umbria, il vino moscato del conte Marescotti di Sant'Angelo Izzano a Spoleto, e il Sangiovese di Civitella di Romagna (Forlì) presentato dai signori Amaducci Davide e Filippo. A Rimini e in altri paesi di Romagna ho bevuto dei Sangiovese amari e spumanti che avevano più di otto anni e si conservavano dilicati ed ottimi.
[470] Nei vini dell'Emilia sono celebri il Lambrusco di Modena e in generale i vini bianchi e i moscati del Modenese.
Vini della Lombardia e della Venezia. — Un vino lombardo ebbe l'onore d'esser cantato dal Redi nei suoi versi immortali:

...............
Cantando spippola
Egloghe e celebra
Il purpureo liquor del suo bel colle,
Cui bacia il Lambro il piede,
Ed a cui Colombano il nome diede,
Ove le viti in lascivetti intrichi
Sposate sono in vece d'olmi ai fichi.


La Brianza dà vini rossi e bianchi molto aromatici e secchi, ma la loro riputazione non esce dal modesto circolo del Comune e della Provincia. I vini di Monterobbio e di Montevecchia sono fra i migliori. Il lago di Garda dà ottimi vini che seppero resistere a lunghi viaggi transatlantici.
In un'esposizione enologica fatta a Bergamo furono esposti non meno di 266 campioni di vino ed ebbero medaglie di argento quelli di Costa di Mezzate del sig. Camozzi Verteva, quelli di Predare del sig. Giovanni Morelli. Guadagnarono la medaglia di bronzo i vini di Almenno, di Pentita, di Ranica, di Ghisalba, di Colle Paste, di Caleppio, di Adrara San Martino. Fu data la menzione onorevole ad alcuni vini di Pontida, Redona, Grumello del Monte, Colle Paste, Trescorre, Cenate di Sotto, Villongo, Caleppio, Chiuduno, Viadanica e Sarnico.
[471] Le provincie venete furono rappresentate alla fiera fiorentina del 1870 dal vino di Montegalda (Vicenza), dal vino Cervarese di Padova, che imitava il Bordeaux, dal San Suo di Lendinaria (Rovigo), dai famosi vini di Valpolicella, che sono fra gli ottimi d'Italia, dal Roboso superiore di Conegliano (Treviso).
Vini della Liguria. — Famosissimo è il vino delle Cinque Terre, che ha forza, brio e profumo, di cui ci parla con lode anche il Redi nelle sue Annotazioni al Bacco in Toscana, da non confondersi col vino di egual nome ma toscano, e che ai tempi del Redi era giudicato pessimo.
Nella fiera dei vini del 1870 tenuta a Firenze figuravano fra i vini liguri quello di Perrina (Porto Maurizio) e il vino di Mesca (Spezia).
Il vino bianco di Nizza è uno fra i migliori per eccitare l'appetito, per rallegrare le colazioni campestri e cittadine. I Nizzardi usano molto dell'uva Brachetto, mischiandola colla Fuella, colla Trinchera e colla Claretta, e manipolandola all'uso dei vini santi. È un vino da frutta che può gareggiare coi vini santi e di paglia i più squisiti.
Vini di Sardegna. — Poco noti fino a questi ultimi anni, spiccarono ora il volo fino a Nuova Yorck e a Buenos Aires, dove furono ricevuti con vero entusiasmo. Son molto alcoolici, ma temperano la troppa forza col garbo dell'aroma. I meglio conosciuti son questi:
Varnaccia o Vernaccia: la migliore si raccoglie ad Oristano; ma il nome viene dall'uva perchè anche nel Bacco in Toscana trovate:

[472]
La Vernaccia
Vendemmiata in Pietrafitta


e il Redi, annotando i suoi versi, dice di aver voluto parlare della Vernaccia di San Gimignano, i pregi della quale son molto ben noti in Toscana.
Il Moscato di Bosa, il Canonao o cannonau di Alghero, i vini di Olliena e quelli dell'Ogliastra in generale, i Girò, il Moscato di Tempio, la Malvagia amara e dolce ed altri vini, quando saranno ridotti a tipi costanti, troveranno un sicurissimo spaccio sui mercati di Parigi, di Londra e dell'America. Nei miei Profili e paesaggi della Sardegna io dicevo, or non è molto: "che vi è una mina d'oro pressochè vergine ancora; eppure in essi vi ha tal varietà e ricchezza di tipi da poter far concorrenza in una volta sola alla Francia, alla Spagna e al Portogallo. Non è vero quel che molti van ripetendo, che la Sardegna non abbia che vini spiritosi che accendono il palato e devono essere meglio sorbillati che bevuti. L'Ogliastra ha vini rossi di pasto da star vicinissimi ai migliori della Borgogna e del Bordolese, ed io ho bevuto a Lanusey del vino rosso che meriterebbe una corona civica. In quel paese un operoso farmacista, Agostino Garrano, fabbrica vini così squisiti, che già furono cercati per l'esportazione transatlantica, e degno suo rivale è il parroco di quella città, nella cui cantina abbiamo trovato vini che non sdegnerebbe la tavola d'un lord."1

1 Mantegazza, Profili e paesaggi della Sardegna. Milano, 1870, pag. 206.


[473] Vini Piemontesi. — II Piemonte è certamente la regione d'Italia in cui si conosce meglio l'arte di fare buoni vini, e l'enologia vi fa ogni anno rapidi progressi, riducendo a pochi tipi ben conosciuti e costanti tutti i Barbera, gli Asti, i Grignolini e tutti gli altri profumati e vellutati liquori che ci dà la culla dell'indipendenza italiana. Mi duole di non poterne dare un catalogo completo, perchè lo domandai invano a parecchi sommi enologi del Piemonte.
I vini di Gattinara, di Ghemme, di Sizzano ed altri meno noti, quando sono molto vecchi, giungono a toccare le più alte pendici dell'amaro sublime, ed io ho veduto vendere del vecchio Gattinara a 800 lire all'ettolitro.
I vini dell'Astigiano danno liquori spumeggianti e leggeri, e aromatici e tonici. I Canneto hanno alquanto perduto della loro antica fama, perchè l'avidità del guadagno spinse gli agricoltori a troppo concimare le loro vigne, abitudine sempre cattiva; pessima poi nelle pingui colline della Lomellina. A Stradella il nostro Depretis fabbrica vini superbi, e chi ha la fortuna di essere uomo prudente e di aver deposto nei sacrarii sotterranei della casa dei Barbera, troverà molti anni dopo molte ore di sicura felicità e di ottima digestione. I Caluso sono veri vini di lusso, e che senza adulazione possono mettersi nella prima fila dell'aristocrazia vinosa. Lo stesso dicasi del buon Barolo, a cui io darei il primato di tutti i vini piemontesi, se non glielo contrastasse aspramente il Gattinara. Possono però trattarsi entrambi da buoni amici, perchè nessuno dei due è secondo all'altro.
[474] Nella seconda fiera di vini italiani in Firenze, ebbe medaglia d'argento Vincenzo Scarabelli di Casorzo (Alessandria) per vino Monferrato del 1869; ebbero medaglie di bronzo Giuseppe Casoletti di Alessandria per Grignolino del 1869 e per Moscato bianco del 1869; menzione onorevole lo stesso per Dolcetto del 1869, lo Scarabelli per Moscato del 1865; Carlo Gherlone di Asti per Barolo fino del 1869 e per Bracchetto del 1867; ma di certo nessuno vorrà giudicare la produzione enologica piemontese da questa fiera.
La provincia d'Alessandria è la più vinifera dell'Alta Italia e fors'anche la prima di tutto il Regno; basterebbe a provarlo l'

ELENCO DELLE UVE
DESCRITTE DALLA COMMISSIONE AMPELOGRAFICA
PER LA PROVINCIA DI ALESSANDRIA.1
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COLORATE.

Abdona*, Aleatico*, Anrà, Arlandino, Balaran; Balocchino, Balsamina*, Baraudo, Barbarossa, Barbera*, Barbesino, Barchet, Bertadura*, Bordolese, Bonarda*, Brachetto*, Calandrino, Calora, Cari*, Cenerina*, Cenerinone, Coccalona, Cortese nero, Croattone, Crova, Crovattino*, Crovetto, Crovino, Dolcet-

1 Negli Elenchi non sono comprese le uve esotiche di recente introduzione. Le uve segnate con asterisco sono anche state disegnate.


[475]to*, Frambuesa, Fresia*, Gajetto, Gamba di Pernice, Gentile, Grignolino*, Lambrusca*, Lambruschetta, Malaga nera, Malvasia (nera, rossa di Spagna ), Montepulciano di pianura*, Montepulciano di collina, Moradello, Moretto, Morettone, Mossano, Moscato nero e rosso, Nebbiolo*, Neretto (Anrè)*, Nerone, Passerina, Pignolo*, Pistolino*, Pollona, Prinassa (uva grigia), Regina, Rossarino*, Rossera*, Rossetto, Napoletana o Pulitana, Sneriolo, Schrus, Sorita, Tokai*, Uvalino*, Uvalone, Uvetta*, Verbesino, Vermiglio*, Vermietto, Zanello*.

BIANCHE.

Africana, Aleatico, Arseise, Balsamina*, Barbera*, Bianchetta, Bergamotto, Bertolino, Bonarda, Bottonetto, Carica l'asino, Cascarolo*, Ciolina, Citronino, Coccalona, Cortese*, Dura, Erbaluce*, Grignolato, Lacrima Christi, Madera, Malvasia*, Malvasia Greca, Mora e Moro, Moscatello, Moscato, Nebbiolo, Neretto, Ovata, Passeretta*, Pastora, Patlassa, Ravanellino, Rossese, Rovere, Timorasso*, Trebbiano*, Trebbianino o Verbesino, Uva Greca, Verdazzo, Verdea*, Vernaccia, Vespera.
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L'Italia Economica del 1868 dava queste cifre relative ai vini d'Italia. Il loro prodotto sarebbe di ettolitri 28,879,900, del valore di 1,014,700 migliaja di lire, così ripartito fra i varii compartimenti territoriali:

[476]


Alla stessa epoca l'importazione dei vini in fusti o in bottiglie si limitava a 166,388 ettolitri, mentre l'esportazione saliva a 295,573 ettolitri.


VINI FRANCESI.

La Francia ha senza contrasto il primato fra tutte le nazioni del mondo per l'abbondanza e la ricchissima varietà dei suoi vini, che dallo Champagne al Château-Lafitte, dal Frontignan allo Yquem, segnano tutte le note della più svariata gastronomia enologica; che di tipi costanti, traspa[477]renti, profumati, riuniscono tutte le preziose virtù dei vini, senza quasi possedere alcun difetto. Il vino di Francia ha tale e tanta influenza sullo spirito e sulla salute dei Francesi, che distruggerlo sarebbe accrescere la loro mortalità e trasformare profondamente il loro carattere. Immaginatevi che il popolo francese non bevesse più Champagne nè Bordeaux per un secolo e lasciate pure ad essi la birra e i vini vigorosi di Oporto e di Xeres; e voi avrete un altro popolo con diverse tendenze, con una diversa letteratura, con arti diverse; un popolo meno galante, meno gajo, meno spensierato della nazione che conosciamo.
Tutti i vini rossi, che si raccolgono da Château-Lafitte a Quinsac sulle rive della Garonne si chiamano in Inghilterra col nome comune di Claret, e fra noi così come in quasi tutti i paesi del mondo coll'unica parola di Bordeaux; e l'umana vanità invitò i falsificatori a procurare del Bordeaux anche a chi non potrebbe averne mai; ed io ricordo di aver bevuto del liquido rosso, d'un acidità aromatica abbastanza decente, che portava sopra un cartellino, più o meno dorato, un nome francese qualunque e che costava nell'Africa come, nell'interno d'America, due lire alla bottiglia.
Nel vino di Bordeaux vi è una gerarchia ben stabilita, come quella dei cavalli arabi o delle caste indostane. La più alta aristocrazia è occupata dai Medoc; al secondo posto stanno i St. Emilion presso Libourne e quelli di Bordeaux che si chiamano Graves; mentre un gradino più in giù vengono i vini di Côtes de Blaye, di Quinsac, di Camblannes [478] e di Palus, che alla lor volta hanno almeno cinque gerarchie, e le due ultime si chiamano bourgeois supérieur e petit bourgeois. Davvero che la gran nazione che ha scritto sul bronzo e sull'oro la parola soprannaturale di égalité, non la seppe scrivere sulle bottiglie dei suoi vini.
È nel Medoc che si trovano le vigne più celebri di Château Lafltte, Château Margaux, Château Latour, Mouton, Larox, Léoville, Pichon e Longueville, ecc.; e le parrochie che danno i migliori liquori sono Margaux, Pouillac, Saint Julien, Saint Estèphe, Listrac, Saint Laurent, Saint Seurin de Cadourne, e varii altri. Il triregno del Bordeaux appartiene senza contrasto a Château-Lafitte, a Margaux e a Latour, e rispetto a questi tutti gli altri vini del Bordelese possono chiamarsi di secondo ordine. La delicatezza straordinaria di questi liquori trascendentali non si deve soltanto alla topografia della vigna e alla natura del suolo in cui crescono, ma anche alle immense cure che prestano i proprietarii di quei luoghi ai loro vini, onde possano così conservar sempre la loro alta riputazione e sopratutto il loro altissimo prezzo. Conviene però sempre che la fortuna della stagione si associi all'arte; dacchè può aversi a Medoc del pessimo vino e dell'ottimo a Blaye, dove in genere non brulica che la plebe bordelese. Il Shaw, trovandosi or son pochi anni a Bordeaux, vi bevette del Château Lafitte del 1858, che costava L. 2500 all'hogshead, e del Château Lafitte del 1860, che si poteva avere per 125 lire.
Facendo un giudizio sintetico di tutti i vini bor[479]delesi, si può dire che i Medoc sono più delicati e più chiari, che i St. Emilion sono più oscuri, più pieni e più forti. I vini di Graves sono pure delicati, specialmente se raccolti a Talence, Pessac, Mérignac e Liognan. I vini di Côtes de Blaye sono meno aromatici, ma nelle buone annate riescono ottimi.
L'ottimo Château Lafitte, anche quando non ha che 18 mesi di vita, e non può quindi ancora essere affidato alle bottiglie, costa ai negozianti all'ingrosso 63 scellini per ogni dozzina di bottiglie.

Si parjure à son nom, à sa vertu première,
Lafitte n'ouvre pas les yeux a la lumière;
S'il ne s'arrête pas dens son erreur fatal,
S'en est fait pour toujours de son éclat natal.

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Voyez a Saint-Lambort cette petite tour?
C'est là qu'est le fameux domaine de Latour.
C'est le vin le plus riche et le plus coloré
Et pourtant il est fin, vif, délicat, ambré.
Quand il est dépouillé de son tannin par l'âge,
D'oenantliine et d'alcool c'est un noble assemblage.

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Vous voyez près d'ici le château de Lagrange,
Quatrième d'abord, une opulente main,
Pour un titre plus haut, changea son parchemin.

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Pichon de Longueville, en face de Latour,
Est élégant, musqué comme un homme de cour.
Dans son parfum, son ton, enfin dans tout son être,
[480] Il a l'étincelant éclat d'un petit-maître:
Et, quoiqu'il soit léger, coquet et sémillant
Son esprit est solide autant qu'il est brillant.

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Inclinez votre front, fléchissez les genoux,
Amis, Château-Margaux s'élève devant nous!
Voilà l'un des trois rois, l'un des trois dieux du monde!
Quand de ses feux d'été le soleil nous inonde.


Tutti questi vini dopo tre anni di botte e una buona chiarificazione coll'albume d'uovo, sogliono raggiungere il massimo della loro forza epicureica ad otto o dieci anni di vita. Possono avere anche una lunga e robusta virilità e una vecchiaja onorevolissima e serena; ma nell'apprezzare un vino troppo vecchio vi è quasi sempre maggior venerazione che voluttà; più rispetto che gusto.
Oggi per mezzo della ferrovia si accumulano nel Bordelese grandi quantità di uve che vengono dal Rodano, dall'Herault e da altre contrade vinicole, e servono anch'esse a far del vino eccellente e che passa in commercio con un falso battesimo. Molte case di Olanda, del Belgio e di Amburgo sogliono comperare l'uva di Bordeaux ancor sulla vigna o il mosto appena fermentato e che si possa conservare intatto fino alla primavera. Una volta poi che il materiale grezzo del vino si trova a Rotterdam o ad Amsterdam, l'industria enologica si perde nelle profonde viscere delle cantine olandesi; perchè convien ricordare che in quel paese di gin si ama assai il buon vino, e Shaw sentì ripetere una canzone in [481] lode del vino che gli Olandesi cantavano al bivacco delle guerre napoleoniche, e che gli ripeteva un vecchio ufficiale più che ottuagenario:

Ons Katrijntje is malade,
En dat van Zes flesjes Wijn,
Doctor Markus haar beziende,
Varbied haar den drank van Wijn.
Wiju, Wijn, Wijn, Wijn, Wijn.
En geft haar bittere medicijn.

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Loop gij voort al naar St. Velten,
Met uwe bittere medicijn,
Ik will drinken van de vode,
En niet uwe bittere medicijn,
Wijn, Wijn, Wijn, Wijn, Wijn.
En niet uwe bittere medicijn.

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Wijn te drinken is mijn leven,
Het zal ook mijn einde zijn.
Kom ik van den Wijn te sterven,
Wat zal dan mijn grafschrist zijn,
Wijn, Wijn, Wijn, Wijn, Wijn.
Dat zal mijn grafschrift zijn.

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Die hieronder legt begraven,
Heeft geleft juist als een Zwijn,
Is gestorven als een Varken,
Waarom zal dit zijn grafschrift zijn,
Wijn, Wijn, Wijn, Wijn, Wijn.

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In de Kelder, ondes't Kraantje,
Daar zal mijn begraafplaats zijn;
Komt er dan wat uit te lekken,
[482] Dat zal tot Verkwikking strekken;
Wijn, Wijn Wijn, Wijn, Wijn.
Dat zal tot Verkwikking zijn.

I vini bianchi di Bordeaux son degni fratelli dei rossi e principe fra tutti è l’Yquem, che alla sua volta è il re di tutti i Sauternes.

Là, les vins les plus fins de Sauterne et de Bommes
Vont aux nobles chasseurs prodiguer leurs aromes.
Le vénerable Yquem paraît au premier rang;
Yquem, si savoureux, si limpide et si blanc,
Qui porte le cachet de sa noble origine,
Et brille, transparent, comme une aigue marine.
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Dopo il Château Yquem, che fa classe da sé, abbiamo fra i premiers crûs dei vini bianchi bordolesi La Tour Blanche (Bommes), Peyraguey (Bommes), Vigneau (Bommes), Suduiraut (Preignac), Coutet (Barsac), Climens (Barsac), Bayle (Sauternes), Rieusec (Sauternes), Rabeaud (Bommes), e fra i deuxièmes crûs: Mirat (Barsac), Doisy (Barsac), Peixoto (Bommes), D'Arche (Sauternes), Filhot (Sauternes), Broustet-Nérac (Barsac), Caillou (Barsac), Suau (Barsac), Malie (Preignac), Romer (Preignac), Lamothe (Sauternes).
Nel Medio Evo l'Inghilterra non beveva che vini francesi e più precisamente bordolesi, ai quali si aggiungeva piccola quantità dei vini più ricchi della Grecia e delle coste del Mediterraneo, anche questi introdotti però nel tempo della Crociata. Fin dal secolo XIV più di 200 navi salpavano da Francia per l'Inghilterra cariche di vino.
[483] II prof. Michel, interrogato sull'antichità della coltura della vigna a Bordeaux, rispose: "La partie la plus ancienne des Rôles gascons est muette sur ce que nous voudrions savoir; mais les registres des douanes de Bordeaux et de Libourne, dressés au commencement du XIV siecle et conservés au Public Record Office, nous montre les navires anglais complétant leur chargement à Castillon, à Macon, à Margaux, et autres points du Médoc, ce qui annonce bien que ce sauvage et inculte pays ne l'était pas autant que l'on a voulu le dire, et que ses vignobles ne datent point d'hier. Comme nouvelle preuve à l'appui, on peut encore citer un acte publié par Reymer, dans lequel il est fait mention des vignes de Margaux en 1399, bien près de l'époque ou le Médoc était presente à Henri IV, roi d'Angleterre, come abondant en vivres.
"D'autres curieux me demandent aussi la raison du nom particulier que nos vins ont reçu des Anglais, qui les appellent claret. Voici en deux mots ma réponse, en attendant que je sois en position de l'appuyer par des preuves positives. Au moyen âge, on donnait le nom de claré à une boisson préparée comme il s'en consomme encore chez nos voisins, et les vins de Bordeaux reçurent le nom comme ils avaient recu la preparation ..."
I vini di Bordeaux vanno trattati con tutte le squisite maniere che esigono il loro merito e la loro alta posizione sociale. Ecco formulati questi riguardi da un profondo enologo di Bordeaux.
[484] La bontà del vino non vuol essere giudicata al suo arrivo, perché il viaggio ne altera il gusto.
Se la botte è incassata, toglietela dalla cassa.
Ponete la botte nella cantina, in modo che il cocchiume rimanga su di un fianco, e quindi coperta dal vino non permetta l'introduzione dell'aria.
Non assaggiate troppo spesso.
Dopo il riposo di circa un mese, mettetelo in bottiglie ben nette.
Non movete la botte onde il fondo non si mescoli al vino.
I turaccioli devono essere nuovi, di ottima qualità e forzati nelle bottiglie.
Con queste precauzioni il vino non diverrà mai acido.
Usate soltanto della miglior ceralacca; la comune ha sempre un cattivo odore che viene spesso comunicato al turacciolo e quindi al vino.
Quando lo svuotamento della botte è quasi compiuto, sollevatela adagino onde rendere il meno torbido possibile l'ultima parte del vino.
Separate le ultime bottiglie dalle altre, perché il loro vino è di qualità inferiore, e le bottiglie devono essere coricate e in una cantina asciutta.
Si deve usare grande attenzione, perché il vino non sia imbottigliato finché non si trovi in ottime condizioni, e l'operazione vuol essere fatta quando il tempo è bello.
Sebbene il vino possa beversi appena imbottigliato, non diventa ottimo che dopo alcuni mesi.
Avviene spesso che una casa che ha ricevuto dei nostri vini in lotti, dopo qualche tempo ne domandi [485] dell'eguale; ma se il primo vino è ancora nella botte, si troverà identico al secondo; ma se quello fosse stato imbottigliato, lo si troverà superiore al secondo per la ragione che i vini di Bordeaux migliorano assai più in vetro che in legno.
Quando si vuol bevere una buona bottiglia, deve aver riposato per un mese almeno, deve esser aperta senza scosse e vuol essere decantata in un'altra bottiglia prima di esser bevuta, onde il deposito non guasti l'aroma del vino.
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Siccome i vini bordolesi formano la parte principale del vino francese che vien bevuto in Inghilterra, sarà bene di dare in questo luogo le cifre che si riferiscono al consumo dei vini francesi in confronto di tutti gli altri.



Vini di Borgogna. — I dipartimenti francesi di Yonne, Côte d'Or, e Saône et Loire, son paesi benedetti, perché quasi in ogni palmo di terra danno un vino diverso, ma sempre delizioso, e che appar[486]tiene alla nobile famiglia di Borgogna, la quale può dirsi che abbia il suo cuore a Mâcon. È qui dove tra i vini principeschi avete i bei nomi di Richebourg, di Romanée-Conti, di Montrachet, di Meursault; tra i nobilissimi, ma pur secondi ai primi, avete i Volnay, i Pommard, i Chablis, i Pouilly, i Tonnere; e fra il mezzo ceto avete poi gli Auxerre, gli Epineul, i Maligny e i Fontenay.
I vini di Borgogna in generale piacciono più dei Bordeaux, che per molti riescono troppo austeri: aggiungete che nel popolo dei vini bordelesi vi ha una vera feccia, una plebe acida e rabbiosa; mentre fin nell'ultimo popolano dei Borgognoni voi trovate la stampa d'una razza nobile; trovate sempre un lontano ricordo di quel rosso brillante, di quel delizioso aroma così morbido, così vellutato, così soave che caratterizza i più alti rampolli di questa nobilissima famiglia.
La vigna di Clos-Vougéot è così celebre per i suoi vini che mi si assicura che quando un reggimento vi passa accanto, le presenta le armi. Quel che è certo si è che è circondata per ogni lato da un alto muro; per cui i ladri campestri indarno desiderano quelle uve privilegiate. Chambertin è di poco meno celebre del Clos-Vougéot; ma non dà che 150 botti di vino all'anno, mentre in commercio molti vini borgognoni usurpano il nome di Chambertin.
Convien ricordare che in Francia quasi tutti i vini rossi da tavola, che sono di una decente bontà, si chiamano Beaujolais o Petit-Bordeaux; così come i vini bianchi dello stesso valore si chiamano Châblis.
[487] I vini bianchi di Borgogna, che sono più conosciuti in commercio sono i Mâcon, i Pouilly, i Chablis, i Meursault, i Chevalier-Montrachet, i Montrachetainé, i Volnay, i Nuits, ecc.
Quando Shaw visita una cantina, per studiarne i vini, si cava di tasca il suo portafogli e prende al volo delle note che sono curiosissime; eccone alcune che si riferiscono ai vini di Borgogna:

Rossi.
N.° 868. Chambolle del 1859 — truly fine high character.
N.° 665. Chambertin, 1858 — exceedingly fine.
N.° 731. Clos-Vougeót, 1858 — very fine, but not equal io the Romanèe.
N.° 1. Moulin à vent, 1858 — capital great flavour.
N.° 942. Beaune, 1858 — first growth, high flavour, much body, fine.
N.° 716. La Tache, 1858 — superb for flavour and quality.

Bianchi.
N.° 786. Chevalier-Montrachet, 1858 — very fine, but too young.
N.° 787. Montrachet-Aîné, 1858 — immense price, an amazing high powerful fine flavour, with great full richness. I am assured that when it has been four or five years in bottle, it will be wonderfully fine.
Romanèe, 1857 — perfection.
La Tache, 1859 — splendid.
Volnay, 1854 — too old.

[488] I vini di Hermitage, senz'avere l'aroma né del Bourdeaux, né del Borgogna, hanno il vantaggio di essere più aspri, e di resistere meglio di quelli ai guasti del tempo. È usato per dar colore al Bordeaux, ma i palati delicati, squisiti ed educati non si lasciano ingannare da queste sofisticazioni.
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Fra i vini del mezzodì della Francia van celebrati quello di S. George a quattro o cinque miglia da Montpellier e il delicato Châteauneuf du Pape, presso Avignone. Sono pur ottimi i vini di Tavel, di Roquemaure, di Lédénon, di S. Gille (bianco), di Laudun e di Cavissor, tutti della Linguadoca.
Cette si può credere una sola osteria; tanti vi sono i negozianti di vino, i quali or sono appena cinque o sei anni sommavano a 204, e van sempre crescendo. Questa piccola città francese ha una brutta fama per l'adulterazione dei vini, ma in quest'accusa vi ha anche un po' di calunnia. Così è favoloso il racconto che vi si fa, che un mercante di Cette, che riceva alle nove del mattino una commissione di 50 barili di Oporto e altrettanti di Sherry e di Bordeaux, li prepara, senz'averli, per le quattro pomeridiane. Anche Marsiglia divide con Cette la stessa mala fama.
Celebratissimi in tutto il mondo sono i vini dolci, bianchi e profumati di Frontignan e di Lunel, e l'olimpico di Maraussan. Anche tutti i dintorni di Toulon, di Avignone e di Nîmes, dove avete colline calcaree o vulcaniche, avete sempre buon vino; né dovete dimenticare il delizioso vino liquore di Rivesaltes.
[489] In tutto il mezzodì della Francia si fa del vino, ma la maggior parte vien bevuta o venduta nel primo anno per lasciar vuota la botte alla raccolta che si aspetta; e si pone piccola cura nel fabbricarlo. Ciò non impedisce, che alcuni proprietarii ne facciano di squisito, ma esso muore ignorato come un genio incompreso, senza lasciare il suo nome alla storia.
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La prima gloria enologica della Francia è lo Champagne, un vero vino di creazione umana, dacché l'arte somma con cui è fabbricato, ha saputo fornire al palato e all'ebbrezza un nuovo mondo di pizzicanti voluttà e di una fugace e briosissima allegria.
Nelle campagne mollemente ondulate che stanno intorno a Rheims, crescono le uve destinate alle glorie dello Champagne.
Le uve si comprimono sei volte, separando il mosto delle prime tre compressioni dalle ultime, che danno un vino molto inferiore, ma che rinforzato dall'alcool è spesso preferito in Inghilterra. Il mosto dopo 15 o 20 ore di fermentazione si porta nelle botti, dove continua una fermentazione che poco a poco lo va chiarificando. Un tempo il Champagne era fatto sempre coll'uva di una sola vigna, ma da qualche anno si è trovato che la miscela di molte uve diverse raffinava assai il prodotto. Eccovi infatti alcune miscele che diedero vini squisitissimi nel 1857 e 1858.

[490]



In generale lo Champagne si fa con due terzi di uva rossa e un terzo di uva bianca: dalla prima riceve il corpo e la forza, dalla seconda la ricchezza, la delicatezza e il bouquet.
I vini di Champagne si imbottigliano in marzo, e quest'operazione è importantissima, perchè da essa dipende la brillante effervescenza e la perdita maggiore o minore di bottiglie che scoppiano per l'eccessivo sviluppo dell'acido carbonico. Si adopera un

1 Questa quantità suol dare 1200 dozzine di bottiglie.


[491] glucoenometro, onde assaggiare i vini; e l'esperienza ha insegnato che conviene aggiungere tanto zucchero candido che li porti ad una densità di 13° o 14°. Una volta si aveva in alcune cantine una rottura di bottiglie del 60 e del 70 per cento; ora la scelta del vetro e il perfezionamento dell'arte hanno ridotto questa cifra disastrosa dal 6 al 10 per cento. È vero che in alcuni anni di uve molto dolci si mette del ghiaccio nella cantina, per rinfrescarne la temperatura, e in alcuni luoghi la cantina stessa è una ghiacciaja. Ad onta di questo, appena il vino imprigionato incomincia a protestare contro il duro carcere, si sentono nel profondo della cantina detonazioni più o meno ripetute; e gli operaj che vanno a visitare la cantina e ad esaminare le bottiglie da vicino, portano maschere di filo di ferro per difendere la faccia dai proiettili vitrei che potrebbero ferirli.
Il vino imbottigliato in marzo suole aver compiuto la sua fermentazione in ottobre; e allora è un vino greggio che non può esser bevuto ancora, ma che spesso si vende ai grossi negozianti, che lo ingentiliscono e lo rinforzano alla loro maniera. Altre volte il proprietario lo mantiene in quello stato di selvaggia rozzezza, finché il compratore gli abbia egli stesso indicato come lo desidera. L'operazione di raffinamento che subisce lo Champagne è descritto in tutti i libri di enologia; e non è qui il luogo di parlarne per filo e per segno. Si tratta di sbarazzare le bottiglie dal deposito, raccogliendolo tutto nel collo delle bottiglie capovolte; si tratta di aggiungere zucchero candido e anche co[492]gnac al vino e di rinchiuderlo una seconda volta in più duro carcere, da cui non uscirà che per le glorie effervescenti del futuro.
Le bottiglie devono essere tenute sempre orizzontali, onde il turacciolo rimanga sempre bagnato e quindi, gonfiandosi, non lasci sfuggire l'acido carbonico e l'aroma.
Il buon Champagne conservasi per molti giorni, anche dopo averne bevuto mezza bottiglia, purché lo si chiuda di nuovo con un buon turacciolo. Il buon Champagne deve avere almeno cinque anni di vita e continua a migliorare fino a dieci anni, benché i volgari bevitori non amino vino troppo vecchio; perché il turacciolo non fa il suo salto brillante e la sua detonazione, e perché più è antico e minore è la sua effervescenza.
Lo Champagne vuol esser bevuto freddo, e non solo fresco; ma il migliore è quello che esce da una cantina freddissima e che non ha bisogno del soccorso del ghiaccio. Quando la cantina non è fredda abbastanza, lo Champagne deve essere messo per 10 minuti nel ghiaccio e non più. Un troppo lungo raffreddamento diminuisce l'aroma o lo nasconde alle papille del palato, che devono essere abbastanza sensibili per apprezzare tutti i sapori divini che cela nel suo profondo un buon Champagne. Barbara cosa è gettare il ghiaccio nello stesso vino!
Lo Champagne è divenuto nel nostro secolo il vino di lusso che non deve mancare ai lieti conviti né ai pranzi sontuosi, dacché lo schioppettio petulante dei suoi turaccioli, e la vulcanica effervescenza, e la letizia rapida e chiacchierina che dif[493]fonde intorno a sé lo fanno preziosissimo e desideratissimo. Nessun vino esalta più rapidamente gli individui nervosi, specialmente le signore, che lo Champagne; e la nebbia fantastica e iridescente che avvolge uomini e cose intorno agli spumeggianti calici del vino di Rheims fa dimenticare per pochi istanti le amarezze della vita, e ci fa vedere più roseo l'avvenire. Aveva ragione Amaury de Cazanove di cantare lo Champagne in questi versi.

Que le vieillard cherche un reste de vie
Dans le Bordeaux qui réchauffe les sens,
Pour charmer ses banquets la Jeunesse n'envie
Que le Champagne aux flots resplendissants.
______

Auprés de lui qu'est cette liqueur blonde
Du vieux Falerne au reflet si vermeil?
Notre Champagne a fait le tour du monde
A nos drapeaux victorieux pareil;
II est, joyeux, sous la mousse qui tremble,
Et semble
Dans le cristal, un rayon du soleil!
______

Invoque-le, Poète, dont la lyre
Devient rebelle, et ne rend plus de sons!
Ce vin inspirateur te versant le délire
Fera gaiment pétiller tes chansons!
Auprès de lui la Muse est infeconde,
Phaebus n'est bon qu'à donner du sommeîl
Notre Champagne a fait le tour du monde
[494] A nos drapeaux victorieux pareil;
II rit joyeux, sous la mousse qui tremble,
Et semble
Dans le crystal un rayon de soleil!
_______

Vous, froids Anglais, qui vantez notre France,
Et ses enfants au rire toujours prêts,
Avez vous soif d'amour, de gaîté, d'espérance,
Buvez, buvez! et vous rirez après!
Et vous verrez les brouillards de votre onde
Fuir dans les cieux en nuage vermeil.
Notre Champagne a fait le tour du monde
A nos drapeaux victorieux pareil:
II rit joyeux, sous la mousse qui tremble,
Et semble
Dans le crystal un rayon de soleil!
_______

Il famoso Sillery è così chiamato dal nome di un villaggio posto ai piedi di una schiera di colli, chiamati la Montagne, a poche miglia da Reims. Non è ora che una vigna di 100 acri, ma coltivata mirabilmente dalla vedova d'un maresciallo D'Estrèes, che aveva magnifiche cantine nel suo Château-Sillery. Essa comperava ai vicini le loro uve migliori e faceva del vino soprannaturale. Ora, passata la vigna ad altra proprietà, dà vini eccellenti o mediocri, secondo chi li fabbrica; mentre sulla Montagna abbiamo sempre le famosissime vigne di Verzenay, Muilly e Bouzy.
Il Sillery sec non mousseux, vino da palati principeschi e da borse rodschildiane si prepara la[495]sciando nella botte il vino migliore di Champagne per 16 mesi e nella parte più fresca della cantina, poi lo si imbottiglia e non lo si beve che otto o dieci anni dopo.
Lo Champagne è incoloro, perché non fermenta col mosto la fiocine dell'uva che dà il colore al vino. La varietà color ambra è per lo più colorita col fismes, che è un decotto di bacche di sambuco e cremor tartaro. Il Champagne rosé o rosso è colorito con maggior dose di fismes o con un po' di mosto colorito.
Il commercio dello Champagne ha creato grandi ricchezze ed è in continuo aumento, come può vedersi dalla seguente tabella:

[496]


[497] Quante ore di voluttà e di libertinaggio; quanto spirito di attici sali e quanto tanfo d'orgia; quanta lussuria e quanta fantasia; quanta felicità e quanti rimorsi in questi milioni di bottiglie! Se ognuna potesse contare le sue vicende, quante belle pagine per la storia morale dell'uomo!


VINI DEL RENO E DELLA MOSELLA.

L'industria dei vini del Reno è coltivata con vero amore, con una specie di orgoglio nazionale; con un profumo di poesia che si scorge dall'affetto con cui si lavora la vigna, fino al bicchiere rosso o verde con cui si sorbilla l'aureo liquore; frutto di tante fatiche e di tante carezze.
La vendemmia si fa in molti luoghi in tre periodi diversi, onde aver sempre uva perfettamente matura; e si va a tale esagerazione a questo riguardo che spesso si espone l'uva ai primi rabbuffi invernali e perfino al gelo. La prima raccolta è la più scelta; è l’Auslere dei tedeschi, e di quest'essenza alcuni proprietarii fanno una nuova quintessenza coobatissima, cavando il sottil dal sottile, come avrebbe detto il nostro Redi. Son per lo più fanciulli e donne che attendono alla vendemmia, e fanciulli son pure quelli che schiacciano l'uva, che si rompe anche con grossi cilindri di legno.
[498] I vini del Reno sono fra i più variabili e capricciosi che si conoscano. A Rüdesheim, a Geisenheim e a Johannisberg vi sono vini che portano lo stesso nome, e che valgono uno o valgono dodici; così come una stessa collina dà nel suo versante settentrionale un vino comune e nel meridionale un vino squisitissimo. E in alcuni anni il vino riesce tale in una contrada che non può essere bevuto che dagli abitanti del luogo; mentre in anni migliori lo stesso vino può raggiungere prezzi favolosi.
II paese più celebre per i suoi vini è il così detto Rheingau, sulla sponda destra del Reno fra Walluf e Lorch. È una zona che non ha che otto miglia in larghezza e 25 in lunghezza. Sono colline talvolta lavorate a ronchi come fra noi. Vi si coltivano quasi dapertutto viti di Riesling; ma vi si raccoglie anche molta uva di Oestreicher, Kleinberger e Kleb-Roth. Nel centro del Rheingau, quasi diamante della corona, poggia il castello di Johannisberg, dato in dono al Principe di Metternich dall'imperatore d'Austria, e dove si produce l'ottimo fra i vini del Reno e uno degli ottimi di tutto il mondo. Il prodotto annuo non è che di 320 a 400 aum, benché in Europa se ne venda sotto il suo nome una quantità molto maggiore. Si può comperarlo nello stesso castello al prezzo di L. 25 alla bottiglia; ma ve ne ha a 5 lire, benché fatto anch'esso con uva di Johannisberg.
Eguale in fama al Johannisberg è lo Steinberg, che si raccoglie fra Hattenheim e Erbach. Questa magnifica vigna fu un tempo del Monastero di Eber[499]bach, ed ora appartiene al duca di Nassau. Lo Steinberg ha il vantaggio di prodursi in quantità doppia di quella del vino metternichiano.
La più bella e più grandiosa vigna del Reno è quella di Rüdesheimer Berg. Distilla vini deliziosi e così ne dà di nobilissimi la vigna di Geisenheimer Rothenberg. Anche il vino di Marcobrunner è di aulica perfezione, e così dicasi dell'Hocheimer, il quale è pure fra i vini del Reno, benchè il villaggio che porta quel nome si trovi sul Meno. Gli Inglesi chiamano tutto il vino del Reno col nome di Hock; parola che deriva forse da Hochheim. Ingelheim dà vini rossi scarsi e squisiti, e quindi carissimi. I principali distretti vinicoli del Rheingau si possono ridurre a questi: Rüdesheim, Geisenheim, Winkel, Mittelheim, Oestrich, Hallgarten, Hattenheim, Erbach, Eltville, Assmannhausen e Lorch.
Il Palatinato o il Reinhessen sulla riva sinistra del Reno dà una quantità doppia di vino del Reingau; ma son tutti vini del Reno di second'ordine; e buoni anch'essi, dacchè in quel paese fortunato anche il vino di terzo rango, anche l'ultima plebe vinosa è di buona razza. Citerò fra i vini del Rheinhessen quelli di Nierstein, di Oppenheirn, di Bodenheim, di Laubenheim e di Scharlachberg presso Bingen.
La Baviera Renana dà pure buoni vini, ma che non appartengono mai alla più alta aristocrazia. I principali distretti viniferi di quel paese sono Deidesheim, Dürkheim, Forst, Wachenheim e Ungstein. Presso Würzburg avete i vini di Stein o di Leisten.
[500] La regione vinifera della Mosella si estende da Coblentz a Trèves, a cui si aggiunge anche una piccola zona al disopra di Trèves, sulla Saar, che si chiama Saarwein-Land. Il vino della Mosella è creduto il più antico fra i vini tedeschi; ha un color giallo verdastro; è semi-profumato, opportunissimo nei più caldi giorni dell'estate. In commercio si vende spesso sotto il nome di Mosella il vino del Palatinato, che costa meno.
Tutti hanno udito parlare dei dodici apostoli di Brema, i quali non erano che dodici grandi botti, che contenevano il migliore e più antico vino del Reno. Shaw assicura che quarant'anni or sono la città di Brema annunziò che tutto quanto il vino dei dodici apostoli era in vendita, e lo stesso autore si ricorda di averne bevuto, trovandolo anche assai mediocre. Eppure pochi anni or sono si pubblicava in tutti i giornali della Germania una storia della cantina di Brema, la più famosa cantina delle cantine tedesche; dove, fra le altre cose, era detto che in un dipartimento di quel sotterraneo tesoro, detto la Rosa, si conservava il Rosenwein, vecchio di due secoli e mezzo: "La cantina contiene inoltre sei grandi botti di Johannisberg e sei di Hochheimer, che rimontano al 1624. In un altro compartimento si trovano i famosi dodici apostoli, che contengono vini non meno preziosi, ma non così antichi come i primi. Quando si spillano dalla botte principe alcune bottiglie di Rosenwein, vi si sostituisce altrettanto vino degli apostoli, e questo si rimpiazza con altri vini ottimi, ma più giovani; per cui tutte le botti sono [501] sempre tenute piene. Una sola bottiglia di Rosenwein rappresenta oggi un immenso valore. Una botte di vino della capacità di 1000 bottiglie costava, nel 1624, 1200 lire. Calcolando gli interessi composti più le spese di cantinaggio, una bottiglia di quel vino costa oggi 10,895,232 lire, e un bicchiere o un'ottava parte della bottiglia 1,361904 lire. Il vino di Rosenwein e quello degli Apostoli non si vendono che ai cittadini di Brema. I soli borgomastri della città hanno licenza di cavarne alcune bottiglie e di mandarle in dono ai sovrani. Un cittadino di Brema può averne una bottiglia per 20 lire, dietro certificato del medico curante e col consenso del Consiglio Comunale. Anche un povero di Brema può ottenerlo gratuitamente, pur che adempia alcune formalità. Un cittadino ha pure il diritto di chiederne una bottiglia, quando riceva come ospite qualche celebre personaggio. La città di Brema mandava sempre a Goethe nel suo giorno natalizio una bottiglia di Rosenwein."
II vino del Reno è sempre profumato, leggero, esilarante, uno dei più digeribili che si conoscano. Nella mia prima giovinezza mi ricordo di averne bevuto dopo pranzo io solo cinque piccole bottiglie, incominciando dal Nierstein e gradatamente ascendendo al Rüdesheim, all'Hochheimer e allo Steinberg, e di non aver provato altro che una più lieta facondia e una leggera debolezza nelle gambe. Mentre assaporava quei nettari in bicchieri prima bianchi, poi verdi, poi rossi a piede verde, chiacchierava di scienza e di letteratura, e scriveva molte lettere.
[502] Di pochi vini credo che si possa più impunemente abusare che di quei del Reno. Essi hanno ispirato alcune fra le più belle poesie della letteratura tedesca; e di certo hanno influito anch'essi al suo splendido colorito. Basta rammentare che Goethe beveva quasi sempre fin quattro e cinque bottiglie al giorno dei migliori vini renani. Vedete in questi versi, se si possa dare una più felice trasformazione delle forze, di quella che avviene degli eteri del Reno in poesia:


NELLA FRESCA CANTINA.

Im kühlen Keller sitz ich hier, auf einem Fass voll Reben,
Bin frohen Muth's und lasse mir vom Allerbesten geben,
Der Küper zieht den Heber voll, gehorsam meinem Winke,
Reicht mir das Glas, ich halt's empor, und trinke, trinke, trinke.
Mich plagt ein Dämon, Durst genannt, doch um ihn zu verscheuchen,
Nehm ich mein Deckelglas zur Hand und lass'mir Rheinwein reichen.
Die ganze Welt erscheint mir nun in rosenrother Schminke;
Ich könnte Niemand Leides thun, ich trinke, trinke, trinke,
Alleinmein Durst vermehrtsich nur beijedem vollen Becher,
Dies ist die leidige Natur der echten Rheinweinzecher!
Doch tröst ich mich, wenn ich zuletzt vom Fass zu Boden sinke,
Ich habe keine Pflicht verletzt, ich trinke, trinke, trinke.

Vedete quanto sien belli questi versi, nei quali è descritto il moto di circolazione del vino; dall'uva nella tina, nella botte, nella bottiglia, nel bicchiere, nella gola, nel sangue, nella poesia che cade in rugiada dal cielo e ridiventa vino:

[503]
KREISLAUF DES WEIN'S.

Aus der Traube in die Tonne,
Aus der Tonne in das Fass,
Aus dem Passe, dann, o Wonne,
In die Fiasche und in's Glas.
Aus dem Glase in die Kehle,
Aus der Kehle in dem Schlund,
Und als Blut dann in die Seele,
Und als Wort dann in den Mund;
Aus dem Worte etwas später
Formt sich ein begeisternd Lied,
Das durch Wolken in den Aether
Mit dem Menschen Jubel zieht.
Und im nächsten Frühling wieder
Fallen diese Lieder fein,
Dann als Thau auf Reben nieder,
Und sia werden wieder Wein!


E' famosa in tutta la Germania questa Canzone in lode del vino del Reno:

RHEINWEINLIED.

Bekränzt mit Laub der lieben vollen Bacher,
Und trinkt ihn fröhlich leer!
In ganz Europa, ihr Herren Zecher,
Ist solch ein Wein nicht mehr!
_______

Er kommt nicht her aus Ungarn, noch aus Polen,
Noch wo man frankmänn' sch spricht!
Da mag Sanct Veit, der Ritter, Wein sich holen
Wir holen ihn da nicht.
[504] Wie wär er sonst so edel, wäre stille
Und doch voll Kraft und Muth!
Ihn bringt das Vaterland aus seiner Fülle
Wie wär'er sonst so gut!
_______

Er wächst nicht überall ima deutschen Reiche
Und viele Berge, hört,
Sind wie die weiland Kreter, faule Bäuche,
Und nicht der Stelle werth.
_______

Thüringeus Berger, zum Exempel, bringen
Gewächs, sieht aus wie Wein.
Ist's aber nicht; man kann dabei nicht singen,
Dabei nicht fröhlich sein.
_______

Im Erzgebirge dürft ihr auch nicht suchen,
Wenn Wein ihr finden wollt.
Das bringt nur Silbererz und Kobaltkuchen
Und etwas Lausegold.
_______

Der Blocksberg ist der lange Herr Philister,
Er macht nur Wind, wie der:
D'rum tanzen auch der Kuckuk und sein Küster
Auf ihm die Kreuz und Quer.
_______

Ara Rhein, am Rheia da wachsen unsre Reben,
Gesegnet sei der Rhein!
Da wachsen sie am Ufer hin, und geben
Uns diesen Labewein!
_______

So trinkt, so trinkt, und lasst uns alle Wege
Uns freu'n und fröhlich sein!
Und wüssten wir wo jeraand traurig läge
Wir gäben ihm den Wein.
_______

[505] Un vero buongustajo di vino del Reno non lo beverà mai in un bicchiere comune, e, secondo il valore e l'età del vino vorrà avere un gläschen verde o rosso o bianco. So di un signore, che invitato spesso a tavola da un arciduca austriaco, si indispettiva assai di vedersi mescere il vino del Reno in calici comuni; e a tanto giunse il suo dispetto da portarsi in tasca un gläschen verde, e di porlo sulla tavola, onde bere degnamente il nettare renano. Il bicchiere nazionale del Reno è cantato in una briosa canzone tedesca.

DAS GLÄSCHEN.

Ich nehm' mein Gläschen in die Hand
Vive la Compagnia!
Und fahr damit in's Unterlaud,
Vive la Compagnia!
Vive la, vive la, vive la va
Vive la, vive la hopsassa
Vive la Compagnia!
_______

Ich nehm' mein Gläschen wieder empor,
Vive la Compagnia!
Und halt's an recht und linke Ohr
Vive la Compagnia!
Vive, etc.
_______

Ich setz mein Gläschen an den Mund,
Vive la Compagnia!
Und trink'es aus bis auf den Grund,
Vive la Compagnia, etc.
[506] Dem Gläschen ist sein Recht gescheh'n,
Vive la Compagnia!
Was unten ist, muss oben steh'n.
Vive la Compagnia, etc.
_______

Das Gläschen muss nun wanderen,
Vive la Compagnia!
Von einem Freund zun anderen,
Vive la Compagnia!
Vive la, vive la, vive la va,
Vive la, vive la hopsassa,
Vive la Compagnia!
_______

E dalla poesia balzando alla statistica, ecco le cifre che dimostrano il consumo del vino del Reno in diverse epoche e in confronto del consumo di tutti gli altri vini presi insieme:



Per valutare esattamente il valore di queste cifre converrà ricordare che molto vino del Reno, che viene da Rotterdam imbarcato per l'Inghilterra, non è che una miscela di altri vini o un intingolo vinoso preparato in Olanda; a un dipresso come lo sherry che giunge a Londra da Hamburg.


[507]
VINI D'UNGHERIA.

Shaw pochi anni or sono calcolava a 360,000,000 di galloni la produzione vinosa dell'Ungheria, e sarebbe molto maggiore, se quel paese avesse più facili vie che conducessero i suoi prodotti al mare. Le varietà del vino ungherese sono infinite e se ne conoscono più di 600.
Il vino comune che si beve in Ungheria è quasi sempre mediocre e spesso cattivo, perchè pare che i contadini tendano più a farne molto che ad averlo buono. Szemere, ungherese e giudice competente di enologia, dice che tutti i vini del suo paese sono puri, naturali, genuini. Se i suoi compatriotti coltivano bene le vigne, ma fabbricano male il vino, egli dice però che la loro patriarcale onestà non lascia dir loro la più piccola menzogna, e si può affidarsi all'età, al battesimo, alla bontà di un vino che vi vende un proprietario ungherese. Il vino che vi si dà non è mai anacquato, non adulterato, non rinforzato coll'acquavite, esso è il genuino prodotto della terra, del sole e della rugiada. Dio lo fa insieme a noi, non il chimico nè il droghiere.
Anche quelli che ignorano la posizione geografica dell'Ungheria, sanno però che in un paese di questo nome vi è un vino che porta il nome di Tokay, e che è una specie di nettare degli Dei, di nettare imperiale, che solo principi e sovrani possono cen[508]tellare. Nel catalogo dei vini che vi offre qualunque albergatore d'Europa, vi è in fondo, nel posto di onore, scritto anche il Tokay, con un prezzo favoloso, ma di certo meno favoloso del vino stesso, che forse brilla per la sua assenza nella cantina di chi lo offre agli avventori milionarii. Che se qualche eccentrico ospite lo domanda, avrà per risposta che la piccola partita di bottiglie che si aveva è finita; o, che è peggio ancora, vedrà offrirsi un vino bianco più o meno mediocre, ma che imbottigliato in vasi misteriosi e circondato da tante misteriose emozioni, sembrerà di certo ai nove decimi dei bevitori un vino nec plus ultra, una vera fenice del mondo vinifero.
Il Tokay, vino mitologico, ha una origine olimpica. Una volta viveva un nobile ungherese, il quale dopo aver raccolto nelle sue terre quante viti gloriose e famose potè avere da ogni parte d'Europa, mandò a chiamare il suo astrologo, e mostrandogli una vigna gli disse:
— Signor astrologo, datemi l'oroscopo di questa vigna: prospererà essa o no?
— Si, perfettamente.
— E il vino sarà buono?
— Eccellente.
— In quanti anni?
— In quattro anni, ma voi non ne beverete mai.
— Che cosa dite, o briccone? Morirò io forse prima di quel tempo?
— No, ma nei miei oroscopi io leggo che voi non beverete mai di questo vino."
Scorsi i quattro anni, il cantiniere portò al gen[509]tiluomo di quel vino, e mentre questi stava per metterlo alle labbra, si ricordò delle predizioni dell'astrologo e mandò per lui.
— O pazzo, direte voi ancora che io non beverò, di questo vino? Guardate questo bicchiere che sta nelle mie mani, ebbene, quando io l'avrò vuotato, vi farò frustare per i vostri falsi vaticinii.
— Vi è molto cammino ancora tra la coppa e le labbra; disse l'astrologo.
Appena aveva egli pronunciate queste parole che un servo, irrompendo nella camera, gridò: — Signor padrone, tutto è perduto, tutto è perduto! uno stuolo di cignali ha invaso la vigna; correte, correte! — II gentiluomo, afferrando una lancia, corse ad incontrare il nemico, attaccò il più grosso cignale, ma questi saltò sopra di lui e lo sbranò, adempiendosi così la predizione dell'astrologo.
Ad onta di questa triste storia le vigne del Tokay continuarono a crescere, ed altri gentiluomini più fortunati continuarono a bere di quel vino, e, aggiunge il cronista, continuarono forse ad ubbriacarsi.
Questa è la poesia; vediamo ora la prosa. Il distretto vinifero che dà il Tokay ha forse un'area di 24 miglia quadrate, ed ha il suo nome dalla città dello stesso nome che si trova nel suo centro. Prima del 1848 in Ungheria nessuno, che non fosse ungherese, poteva possedere un palmo di terra ungherese, e lo stesso imperatore d'Austria non possedeva; due vigne al Tokay che in qualità di successore di San Stefano; ma queste amministrate male davano uno dei peggiori vini di quel distretto, benché il [510] nome di Tokay imperiale lo additasse al pubblico come un nettare insuperabile. Tutto il distretto era posseduto da cento proprietarii ungheresi, i quali si accontentavano di un palmo di terra per poi mettere nella cantina una bottiglia di Tokay e per poter avere un pretesto a recarsi colà nel tempo della vendemmia a farvi baldoria, e darvi splendide feste. Il prodotto medio annuo del Tokay era pochi anni or sono di 1,500,000 galloni, mentre il Tokay imperiale non giunge ai 50,000 galloni.
I proprietarii del Tokay lo bevono quasi tutto, e pochissimo ne rimane al commercio. Aggiungete questa circostanza che quel vino è giudicato in Ungheria come un potente ristoratore delle forze; per cui vien prescritto come preziosa medicina ai convalescenti. Di qui il suo prezzo favoloso. Quando fu venduta in Inghilterra la cantina di quel vecchio libertino che si chiamava il duca di Quensberry o semplicemente il vecchio Q, le bottiglie di Tokay furono vendute L. 2,500 alla dozzina.
Ho bevuto anch'io una volta la mia bottiglia di Tokay imperiale, e l'origine aulica poteva farmi credere di non essere stato canzonato; ma confesso che il suo aroma dolciastro non era olimpico.
II vino di Meneses è giudicato eguale al Tokay; sono invece vini di secondo ordine quelli di Aedenburg, Rusth, SS. Gyorgy e Ofen. Fra noi si incomincia a consumare in carnevale del vino di Ungheria, che ci giunge in bottiglie più che gigantesche, mostruose; e quel cratere messo in mezzo ad una tavola affollata e chiassosa riesce un degno monumento gastronomico. Consiglio ai nostri mila[511]nesi buongustai, che fanno ghirlanda intorno a quella piramide di Bacco, di cantare in coro il ditirambo ungherese di Fr. Hunak.

Gaudeamus igitur,
Hungari dura sumus!
Nam dat vinum copiosum,
Jam in uvis gloriosum,
Almus sol et humus.
Coelitus vindemia
Tollit vinitores:
Vinum vetus ebibemus;
Homo locum praeparemus,
Clamant potatores.
Semiusti clausimus
Spatium aestatis;
Sed autumnus restaurabit
Debiles, et Bacchus dabit
Novam vim prostratis.
Gaudeamus igitur,
Hungari dura sumus!
Vino patrio et more,
Jubilantes uno ore:
Caetera sunt fumus.


VINI DI CRIMEA.

Anche la Russia ha del vino, e del buono. Sulla costa meridionale della Crimea il principe Woronzow possiede tre terre, dove suo padre con ingenti spese e infinito amore educò le viti più prelibate di Francia, di Spagna e di Germania. I vini che vi [512] si ottengono a Massandra, Aïdanil e Aloupka, tanta rossi come bianchi, son giudicati da Shaw molto squisiti e di un delicatissimo aroma. Si producono annualmente circa 5,000 galloni di vino rosso e altrettanto di bianco.
È interessante questo foglio distaccato dal portafogli di Shaw, e, dove egli, percorrendo l'Europa, notava le impressioni del suo palato finissimo e educatissimo.
1.° Massandra, bianco del 1857; leggiero, morbido, fino, allo aroma.
2.° Aïdanil, bianco del 1857; più pieno del primo, vino finissimo, grande aroma.
3.° Massandra, bianco del 1856; eccessivamente fino, alto aroma.
4.° Aloupka, bianco del 1856; perfettissimo.
5.° Aïdanil, bianco del 1856; alquanto dolce, finissimo, delicato, alto aroma.
6.° Aloupka, rosso del 1858; di gran corpo in confronto col bianco, aroma fino, che sta fra il Borgogna ed il Bordeaux.
7.° Aloupka, rosso del 1856; di corpo pieno (full body), aromatico, ma aroma e sapore, come di vino mischiato.


VINI SPAGNUOLI E PORTOGHESI.

II vino di Xeres è uno tra i migliori vini di Spagna e del mondo, e l'Inghilterra, che ne consuma la parte maggiore e migliore, nel 63 dava il [513] 43 per cento del consumo generale di vino al prediletto Sherry. Una volta, anzi, tutti i paesi del mondo andavano in Inghilterra a prendere tutto il loro Xeres; ma oggi invece lo si imbarca direttamente da Cadice per l'America, l'Australia, la Russia, ecc. Io stesso ne ho bevuto di eccellente in diversi paesi dell'America spagnuola, ed era venuto direttamente dalla madre patria.
Il distretto vinifero di Xeres e di Porto Santa Maria non è che di 25,000 acri, che danno circa 250,000 butt (eguale a 108 galloni) di vino all'anno; ma lo stesso terreno potrebbe dare un prodotto molto maggiore, se fosse dedicata alla vigna anche quella parte, dove oggi si seminano i cereali. Nella baia di Cadice si imbarca però molto vino bianco, che porta il nome di Xeres e che invece proviene da Malaga, o da altre parti della costa spagnuola, o dai paesi posti fra Xeres e San Lucar, o nei colli che stanno intorno a Cordova; senza parlare di tutto quel Xeres fabbricato coi vini bianchi e l'alcool e l'acqua e lo zucchero di tutto il mondo, e che portato a Cadice ne riparte poi per l'Inghilterra ed altri paesi colla patente netta.
I veri Xeres del commercio si distinguono dal loro colore, or bruni (brown sherrys) or dorati (gold sherrys), or pallidi (pale sherrys), e al diverso colore si associano diverse qualità di profumo e di gusto e una diversa età. Spesso però i Xeres buoni son coloriti con un pochino di mosto d'uva ridotto colla cottura a molta concentrazione.
Nei terreni leggermente sabbiosi, che stanno fra [514] Xeres e San Lucar sul Guadalquivir, si raccoglie il famosissimo Manzanilla (nome spagnuolo della camomilla) che sembra avere un leggero profumo di camomilla, e a cui pare che si aggiunga anche il fiore. È pur molto celebre l'amontillado, nome che deriva dalle parole à la montilla, cioè al colle di Montilla presso Cordova. Il Paxarete, di illustrissimi natali, si ha a quindici miglia più al sud e da uva così matura e appassita da sembrar zibibbo. Quando è vecchio è piuttosto un liquore che un vino, e serve a dare preziosa soavità ai sherry che hanno bisogno di essere medicati. Così si chiama Doctor un Xeres eletto che serve a migliorare gli altri. Godeva di grande rinomanza anche il Tintilla o Tinto de Rota, dato dalle vigne coltivate sulla baia opposta a Cadice.
Il Xeres è un vino che è andato crescendo di valore con un moto uniformemente accelerato. In alcuni prezzi del 1812 troviamo che all'imbarco sulle coste spagnuole valeva da 24 a 45 sterline al but, mentre nel 1862 troviamo saliti questi prezzi da 31 a 57 sterline. Una delle prime case commerciali di Xeres nel 1864 dava il catalogo dei suoi prezzi, e la scala era segnata da 53, 57, 64, 73, 81, 92, 97, 108, 120, 300, 600 e 1000 sterline. Già molti anni or sono Shaw, visitando Xeres, aveva veduto nelle più celebri cantine del paese una botte che si mostrava con molto rispetto, e dinanzi a cui si ripeteva sempre la stessa giaculatoria: è un vino che vale 25,000 lire la botte; ma non lo si vende, e serve a benedire o sublimare con qualche stilla profumata le qualità più fine di Xeres, che si mandano all'estero.
[515] II Xeres, sopratutto quando è giovane, si conserva più squisito nelle botti che nelle bottiglie, dove perde quella soave e forte rotondità, che è uno dei suoi pregi principali. Non è che dopo cinque o sei anni di carcere vitreo che il Xeres ascende di un gradino nell'Olimpo gastronomico, e si prepara a glorie maggiori. E' questo uno fra i vini molto alcoolici che invigorisce senza irritare, che innalza di molte note la fisica nostra dignità senza troppo incendiare le viscere. Io ne ho bevuto per più settimane a tavola una bottiglia e di quello che aveva fatto sei mila miglia di mare; e non ne ebbi che vantaggio alla salute e vigore ai nervi.
Alcuni scrittori, ricordando il sherris sack che si trova in Shakespeare, affermano che il Xeres doveva essere conosciuto in Inghilterra fino da or sono centocinquant'anni; ma la cosa non sembra bene accertata.
Ecco il consumo del sherry in epoche diverse:



Malaga è celebre per il suo vino, ma forse più ancora per la sua squisitissima uva appassita, che si trova in tutte le parti del mondo. In quel paese [516] il ricco commercio dell'uva ha forse impedito un maggior sviluppo dell'industria del vino, il quale potrebbe essere migliore e di più ricche varietà. Fra noi il vino di Malaga ha una riputazione antichissima e direi quasi ieratica; ma è quasi sempre un manicaretto da droghiere, un intinto di sciroppi e di spiriti mal cucinati e mal digeriti. Io ho bevuto del vero Malaga molto vecchio, e l'ho trovato un buon vino da liquore, da sorseggiarsi fra il cacio e la frutta, prima di prepararsi a ricevere degnamente una tazza di Moka. Molti medici tedeschi e italiani, troppo ignoranti di gastronomia e di igiene, prescrivono il Malaga, quando vogliono dare ai loro malati un vino alcoolico eccitante; mentre se conoscessero meglio le condizioni dell'industria europea e del commercio dei vini, dovrebbero prescrivere uno dei tanti vini generosi che ci danno la Sardegna e la Sicilia, senza ricorrere a falsi intingoli o a vini spagnuoli di oscurissima origine.
Il vino di Alleante è dolce ed alcoolico, più conosciuto di molti altri che il sole e i colli spagnuoli distillano in grande quantità, senza però raggiungere mai grande fama. Tarragona è il porto in cui si imbarca la maggior parte del vino catalano, che si esporta specialmente nell'America meridionale; dove a Buenos Aires e Montevideo è la bevanda più comune e più economica. Si usa anche in Francia, (Cette, Marsiglia) per dar forza e colore a molti vini francesi. Nell'America spagnuola questo vino si chiama carlon; costa poco ed è così nero da sembrar inchiostro: insipido e indigesto, quasi sempre alcoolizzato per resistere al viaggio. Io, che ne ho [517] bevuto per parecchi anni, non gli seppi trovar altro merito che quello di lasciarsi allungare coll'acqua, senza troppo protestare, né troppo tormentare il nostro palato e il nostro ventricolo. Per mostrare l'immensa quantità di vini catalani che viene esportata dalla Spagna, dirò soltanto che nel solo mese di giugno del 1864 da Barcellona a Tarragona furono imbarcati per l'America del Sud 14,175 pipe di vino rosso, in 32 navi spagnuole.
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Nella mia prima giovinezza ebbi la fortuna di fare una visita alla cantina di Sua Maestà il re di Portogallo, e vi ho bevuto in magnifici bicchierini smaltati e dorati varie e divine soluzioni di oro, che avevano 20, 50 e 100 anni di vita, e che secondo il mio parere d'allora, avrebbero dovuto dare una longevità più che centenaria a quei fortunati mortali della reggia lisbonense, che ogni giorno a mensa e a cena potevano imbalsamare il cuore ed il paracuore con quei sovrani liquori. Illusioni di giovinezza; perché funesti avvenimenti mostrarono che nella Casa di Braganza si moriva più che altrove, ad onta di quelle splendidissime soluzioni d'oro celate nelle viscere profonde del Palazzo di Ayuda.
Quasi ogni vigna portoghese può dare un nettare, che la stirpe della vigna e il terreno e gli eterni soli così consentono; ma nessun vino portoghese è cosi celebre quanto l'Oporto, delizia dei più robusti bevitori dell'Inghilterra e della Russia, balsamo ineffabile dell'umana vecchiaja.
[518] Gli Inglesi danno tanta importanza ad avere del buon Oporto, che non solo hanno stabilite parecchie case in quella città, che non fanno altro che il commercio dei vini; ma questi signori hanno quasi tutti una villa in pieno distretto vinifero, onde potere al tempo della vendemmia scegliere le migliori uve e coi loro proprii occhi attendere alla fabbricazione del prezioso liquore. Né ciò basta: vi è una Compagnia, detta Alto-Douro Company, la quale non permette che un sol barile di vino sia affidato al commercio europeo, senza che essa lo abbia conosciuto e gli abbia rilasciato un passaporto, un certificato di buona condotta, che si chiama il bilhete. La Compagnia ha tanta onnipotenza, da stabilire anche la qualità di vino che deve essere esportata in un anno; per cui avviene talvolta, che un proprietario che possiede venti barili di vino, non possa avere il bilhete che per dieci, e gli altri barili perdono la metà del loro valore, non potendo avere il bilhete per viaggiare impunemente in ogni luogo e mostrare la loro faccia al sole. Nel 1833 l'antica Compagnia, che datava fin dal 1756, fu abolita; per cui regnò l'anarchia per dieci anni; ma nel 1843 il Governo portoghese credette bene ristabilirla, con gran danno del commercio del vino, come la pensano almeno i pratici dei luoghi e delle cose vinarie.
La terra promessa, l'Eldorado dell'Oporto è il Corgo superiore, paese benedetto, di cui gli scrittori inglesi ci danno perfino la carta geografica; ed è una zona di terra che sta sulle rive del Douro, ed ha una lunghezza di 24 miglia e una larghezza di 14.
[519] In un libro del 1788 (A Treatise on the wines of Portugal, since the Establishment of the English Factory at Oporto, anno 1727, by John Croft S.A. S. Member of the English Factory at Oporto, and Wine Merchant, York) troviamo alcune notizie molto interessanti sull'introduzione dell'Oporto in Inghilterra, fatto che, secondo Croft, si assoderebbe ad una decadenza delle vinicoltura in Italia. "Sono circa cento anni che i vini di Portogallo sono importati in Inghilterra, e ciò avvenne più precisamente durante il regno della regina Anna, nella decadenza delle vigne di Firenze ......; ma prima ancora dell'introduzione dell'Oporto fra noi si importavano in Inghilterra i vini Ribadavia della Gallizia."
Fin dai più antichi tempi, sembra che il vino di Oporto fosse condito e tinto in diversi modi, come ce lo dice il barone Forrester:
"Per fare un vino nero, forte e ricco si segue questo metodo: l'uva raccolta in tini aperti, buona e cattiva insieme ai graspi, vien calpestata da uomini e lasciata fermentare. Quando il vino è mezzo fermentato si trasporta nella botte, dove vi si aggiunge dell'acquavite, nella proporzione di 12 a 25 galloni per ogni pipa di mosto; e così la fermentazione è arrestata. Si colorisce poi con bacche secche di sambuco, e vi si aggiunge nuovo alcool." E qui, interrompendo il dotto barone, diremo che ogni pipa di vino viene ad essere condita all'ultimo, con venti galloni di acquavite, e allora il vino è considerato dal negoziante bastantemente forte.
[520] Anche il Shaw, in tempi vicinissimi a noi, dice che siccome la Compagnia dell'Alto Douro esige nei vini colore oscuro, corpo forte (strong body) e ricchezza; così oltre a coltivare uva molto colorita, come sono las tintas e il mourisco, aggiungeva al vino molta acquavite forte, il succo delle bacche di sambuco, dello zucchero e del jeropiga, che è un siroppo di mosto a cui coll'aggiunta dell'alcool si impedisce di fermentare.
È certo però che si continua ad aggiungere alcool ai mosti della campagna del Douro; perché gli Inglesi sono abituati a trovare un certo grado di forza nel vino d'Oporto; non già perché essi abbiano bisogno di spirito per essere migliorati o conservati a lungo. Pare che un tempo l'Oporto che si beveva in Inghilterra, non fosse così forte, come quello che si beve oggi; perchè gli scrittori moderni di enologia e che hanno passato la sessantina ricordano che mezza dozzina di amici bevevano spesso una dozzina di bottiglie di Oporto; e che le liete brigate sentivano anche il bisogno di rinforzare il vino, facendolo seguire d'uno o due tumbler di brandy-and-water. Più che nelle diverse quantità dell'alcool nell'Oporto d'allora e in quello dell'oggi, credo debba ricercarsi la ragione della differenza nel grado di temperanza, molto minore un giorno di quello che lo sia oggi. Io so che per beversi a tavola una bottiglia di Oporto, conviene essere uomo di ferro e agguerrito alle battaglie di Bacco, mentre nelle Reminiscenze del Captain Gronow, dove è descritta la società inglese del 1815, è detto che parecchi di quel tempo eran uomini [521] da tre o quattro bottiglie; e i lord Panmure, Dufferin e Blayuey erano six-bottle men; il che vuol dire che erano uomini che bevevano sei bottìglie d'Oporto (!) al giorno. È vero, soggiunge il buon capitano Gronow, che se la società del 1815 ci apparisse dinanzi agli occhi, come soleva essere dopopranzo, i nostri contemporanei direbbero in coro che i nostri antenati dopopranzo non eran capaci che di andare a letto.
Nelle stesse Memorie troviamo citato un signor Twistleton Fiennes, uomo molto eccentrico, e il più grande epicureo dei suoi giorni, che beveva l'assenzio e il curaçao, come fossero acqua, e faceva colazione con frittate di uova di fagiani dorati della China. Una volta, dice il capitano Gronow, io gli procurai un nuovo cameriere, il quale al primo entrare al servizio di Fiennes, lo trovò che usciva allora dal pranzo, e gli domandò se avesse bisogno di qualche cosa, a cui esso rispose: Mettete due bottiglie di sherry sul mio tavolino da notte e venite a svegliarmi posdomani.
Ciò avveniva in un tempo, in cui alle buone tavole inglesi non si bevevano che Oporto, Xeres e vini del Reno. Il Bordeaux e il Borgogna erano creduti cosa troppo povera, sottile, acqua da lavare (poor, thin, washy stuff). E Prynne, già molti anni prima, in un suo libro sull'eccesso del bere (Superfluity in Drink) aveva detto che ai suoi tempi in Inghilterra il bever molto era creduto una cosa honourable; ed egli se n'intendeva in fatto d'igiene perchè lasciò scritto:

Lever a cinq, diner a neuf
Souper a cinq, coucher a neuf,
Fait vivrà d'ans nouante et neuf.

[522] Era pure usanza fra i negozianti e gli industriali di Manchester di dare agli amici un gran pranzo nei due giorni della settimana in cui si aveva mercato, e alcuno aveva tal folla di commensali assetati da dover per ogni desinare procurarsi otto o dieci pipe di vino; ed eran pranzi due volte romani, dacché più d'una volta si sedeva al martedì e non si partiva da tavola che giovedì.
I vini portoghesi d'ogni genere consumati in Inghilterra dal 1787 al 1795 formano più del 70 per 100 del consumo totale di vino; e la quantità loro giungeva a 4,000,000 galloni per una popolazione di 12,500,000 abitanti. Nel 1831 non se ne beveva che il 44 per 100, cioè 2,207,734 galloni per 23 milioni di abitanti. Nel 1863 se ne beveva il 24,90 per 100, cioè 2,618,680 galloni per una popolazione di 29,900,000. Ecco le cifre di riscontro che abbiamo dato per gli altri vini;



Ora è un secolo, una pipa di Oporto1 non costava che 6 od 8 sterline, alla fine del 700 costava

1 Una pipa portoghese corrisponde a 117 galloni.


[523] già da 14 a 18; al principio dell'ottocento da 30 a 70; e questi prezzi con piccole differenze si conservano fino ad oggi, eccettuando sempre le piccole partite di vecchie bottiglie, le quali son sempre vendute a prezzi di amateur. Così com' io conosco l'Oporto, e ne ho bevuto dell'ottimo tanto in Portogallo come in Inghilterra e nell'America, è uno dei migliori vini del mondo; è altamente eccitante, tonico e inebbriante. Ha molti tipi diversi, secondo che appartiene all'epoca in cui i bevitori e i negozianti non avevano per questo vino che un grido solo: colour, colour, colour! oppure secondo che è più o meno chiaro; ma in tutte le sue varietà è sempre un vino della più alta sfera dell'Olimpo enologico; è sempre un liquore degno di essere bevuto da un gran popolo e di irrorare ventricoli d'acciajo fuso, come son quelli delle razze anglosassoni.
Prima che l'Oporto e il Sherry divenissero quasi gli unici vini dell'aristocrazia inglese, si beveva, molto vino di Lisbona in Inghilterra, ed era eccellente; e vi era il secco e vi era il molle; dacchè non v'ha quasi varietà di vino che non possa dare la provincia di Estramadura. Il Lisbona, il Bucellas, l'Arinto, il Termo son vini bianchi; mentre il Colares, il Lavradio e, tanti altri, son rossi.


[524]
VINI GRECI.

La Grecia, che elevò il Dio del vino ai più alti scanni dell'Olimpo, facendone il figlio prediletto di Giove, ebbe nella remota antichità vini squisiti, che ad esser meglio conosciuti oggi sui mercati d'Europa, non abbisognano che di un po' più d'arte e di reclame. La Grecia moderna ha trovato sempre facili mercati ai suoi vini in Russia ed in Turchia, ma da qualche tempo si vanno stringendo vincoli enofili fra essa e l'Inghilterra, così come si sono mandati in Francia molti giovani greci, per impararvi l'arte di fare il vino. A Venezia fino a questi ultimi tempi si consumava e si apprezzava il vino di Cipro, ricordo di tempi gloriosi per quella repubblica.
In molti paesi della Grecia si serba l'antico costume di mischiare al vino nuovo, della colofonia, della calce e del catrame; così come a Cipro si aggiunge al così detto vino Commanderi un terzo del suo volume di catrame, onde renderlo più soave e più dolce. Napoli di Malvasia nella Laconia dà il famoso Malvasia, celebrato un tempo sopratutto in Inghilterra, e che si associa nella storia alla morte di Giorgio Duca di Clarence. La piccola Isola di Santorino era tutta coperta di vigne, pochi anni or sono, e benchè piccolissima, era così affollata di viti da dare essa sola il decimo di tutto il vino greco. Nei tempi antichi alcuni dei vini più [525] celebri venivano dai dintorni di Smirne, e oggi a Costantinopoli si beve moltissimo vino dell'Isola di Tenedor e delle pianure di Troia.1


VINI D'AUSTRALIA.

Shaw dice francamente di aver più volte bevuto, del vino d'Australia, ma di non aver mai avuto la voglia di beverne un secondo bicchiere, dopo averne preso il primo. Una sola volta lo trovò abbastanza buono, ma si trattava di una sceltissima collezione di bottiglie mandate da Melbourne ad un ricco proprietario. Egli crede che nè il suolo nè il clima di quel remoto continente riesca favorevole alla vite, la quale non vi trova neppure quelle amorose cure delle quali ha bisogno dal primo giorno di gennajo all'ultimo di dicembre, essendo ancora scarsissima la popolazione e molto alto il prezzo del lavoro.
Le vigne abbondano a Beechworth e in tutta la contrada che sta intorno ad Albury nel New South Wales; e in quel paese i migliori fabbricatori di vino sono i tedeschi. Il distretto di Hunter River è il paese più vinicolo dell'Australia, e pochi anni or sono uno scrittore di Sydney poteva parlare di certi signori Wyndham, che dalla loro vigna di

1 Vedi Libro IX Odissea, e Anacreonte Ode XIX.


[526] Balwood raccoglievano 1,4000 galloni di vino, è del signor Lindemann, che ne raccoglieva 6000 galloni da una vigna di circa 20 acri di estensione.
I signori Ritchie e Farrington, che stanno forse alla testa del commercio del vino coloniale a Vittoria, classificano in questo ordine i vini dell'Australia Meridionale, indicando dall'1 al 6 la ricerca che ne fa il commercio australiano. Bianchi, Erlana 4; Verdeilho 5; Pedro Ximenes 1; Malvasia 2; Moscatello 3; Hock 1; Riesling 3. Rossi. Hermitage 6; Richeburg 3; Constantia 2. I vini sud-australiani si vendono a Melbourne da 20 a 25 scellini ogni dozzina di bottiglie; oltre la tassa di 3 scellini al gallone, che vi deve pagare. Alcuni sono d'avviso che i vini dell'Australia meridionale potranno presto rivaleggiare coi migliori vini di Francia e fors'anche superarli.


VINI AFRICANI.

II vino di Madera è il più celebre fra i vini africani, ed è messo da molti fra i portoghesi, perchè quell'isola appartiene al Portogallo: lo stesso varrebbe chiamare inglese il vino del Capo di Buona Speranza. Prima che l'oidio invadesse quel paradiso terrestre, Madera dava ogni anno da 25 a 30,000 pipe di vino, delle quali da 10 a 15,000 erano esportate e le altre erano bevute nell'Isola o distillate. In [527] quell'epoca le varietà più delicate di vini portavano i nomi di Sercial, Boal e Malmsey. Cernier notava già da una ventina d'anni prima della comparsa dell'oidio (1852-1853) che il vino di Madera era caduto in discredito, perchè le esigenze del commercio erano superiori alla produzione e insieme all'ottimo si vendeva anche il mediocre e il cattivo, per cui il Xeres pigliò poco a poco il posto del Madera.
Ripiantate le vigne distrutte e combattuto l'oidio collo zolfo, incominciò dal 1860 a risorgere il vino di Madera. Abbiamo sott'occhio queste cifre, che rappresentano la nuova produzione:

1860 circa 500 pipe;
1861    "    400   "
1862    "    500   "
1863    "    900   "

Cifre ancora meschine, quando si ricordi che il 1852 produsse 27000 pipe. Cinque o sei case commerciali posseggono ancora del vecchio Madera, anteriore alla comparsa dell'oidio, ma costa perfino 160 sterline (4000 lire) alla pipa. Ad onta di questa povertà di vero vino di Madera, il commercio dà Madera a chi no vuole; ma è fabbricato a Cette, e Marsiglia et ubique.
Eccovi alcuni dati, che dimostrano il consumo generale del Madera in epoche diverse:

Nel 1831 consumo 209,127 galloni cioè 3,56 % di tutti i vini
  "   1841       "       107,701         "         1,58         "
  "   1851       "         71,025         "         1,14         "
  "   1859       "         29,566         "         0,41         "
[528]
Nel 1860 consumo 28,242 galloni, cioè 0,39 % di tutti i vini
  "   1861       "       28,749         "          0,27          "
  "   1862       "       31,906         "          0,32          "
  "   1863       "       29,671         "          0,28          "

II vino di Madera, come io l'ho bevuto nell'isola stessa, e di quello anteriore all'epidemia oidica, è secco, ambrato, più aromatico del Xeres, più soave del Marsalla; uno fra gli ottimi vini liquori.
Vini di Teneriffa. —Il vino dell'Isola di Teneriffa fu celebre fin dai primi tempi, in cui le Isole Canarie furono conquistate dagli Spagnuoli; e in Inghilterra fin da tre secoli or sono il vino canario era conosciuto col nome di Canary Lack. Nelle Curiosities of Literature di Disraeli troviamo un passo curiosissimo di uno scrittore del 1663; in cui il caffè introdotto da poco, vien messo a confronto col vino di Canaria:

When they, but men, would speak as the gods so,
They drank pure nectar as the gods trink too.
Sublim'd with rich canary sack: shall then
These less than coffee's self, these coffee men;
These sons of nothing, that can hardly make
Their broth, for laughing how the jest does take,
Yet grin, and give ye for the wine' s pure blood,
A loathsome portion, not yet understood,
Syrup of soot, or essence of old shoes,
Dasht with diurnals, and the book of news?

Pare che il consumo annuo del vino di Canaria fosse un tempo di 150,000 galloni, ma anche prima tanto il Madera quanto il Teneriffa furono poco dimandati sui mercati inglesi, che ne erano i primi [529] consumatori, appena Giorgio IV incominciò a preferire lo sherry agli altri vini alcoolici.

As clever Tora Clinch, while the rabble was bawling,
Rode stately thro' Holborn, to die in his calling,
He stopp'd at the George a bottle of sack,
And promised to pay for it when he came back.
His waistcoat and stockings, and breeches were white;
His cap had a new cherry ribbon to tie't
The maids to the doors and the balconies ran,
And said "Lack a day!" he's a proper joung man.1

Io ho bevuto ad Orotava del vino bianco che ho trovato poco diverso del buon Madera d'altri tempi.
Vino del Capo. — Questo vino, che ebbe anche i nomi di South-African e Constantia, subì varie vicende a seconda che fu difeso da un dazio di protezione, o fu abbandonato alle sue proprie forze, onde nella lotta dello struggle after life si avesse a conquistare il suo posto al sole. Finché pagava una tassa inferiore della metà di quella degli altri vini, era importato in Inghilterra in grandi quantità e mischiato ad altri vini, serviva a fare del falso sherry. Tolta la protezione, il vino del Capo decadde, come qui vedesi da queste cifre:



1 Swfit. Verses on Clever Tom Clinch, 1727.


[530] Shaw, il quale parla con troppo disprezzo del vino del Capo, confessa però di aver bevuto due o tre volte del Constantia che era ottimo (remarkably fine), e racconta, che ne giungevano alcune volte dei carichi in Inghilterra abbastanza buoni (tolerably good). In queste parole vi è un diploma di compatimento, un succés d'estime; un accessit, ma non un premio.


VINI D'AMERICA.

I vini americani sono poco conosciuti, benchè la vigna trovi nel vasto continente di Colombo tal varietà di terre e di climi da poter dare tutti quanti i tesori dell'Olimpo enologico che possiede l'Europa. La scarsa popolazione e la molta ricchezza di quei paesi rendono più facile agli Americani il comperare vini stranieri a carissimo prezzo che il farne di proprii; ma ciò li espone anche a bevere alcuni liquidi inebbrianti rossi e bianchi dai mille e svariati battesimi, ma che non ebbero il menomo contatto colla vitis vinifera.
Negli Stati Uniti le vigne più celebri si trovano nell'Ohio, nel Missouri e nell'Indiana. Si fa del vino anche nella Virginia occidentale, nello Stato di Nuova York, nella Pensilvania e nel Maryland. Sono celebri fra tutti i vini di Cincinnati e specialmente quelli che provengono dalle grandi vigne dei signori Longworth e Zimmermann, i quali sono di[531]venuti famosi per il loro Catawba splendente. Negli Stati del Nord e del Nord-Ovest si fanno vini di ogni specie, imitando i più riputati d'Europa; ma Shaw assicura che hanno tutti uno speciale odore e sapore americano, che non piace neppure agli Americani, i quali preferiscono i vini europei. Negli Stati Uniti si suol sorbire una bevanda fatta di Isabella, di Catawba dolce, zuccaro, liquori e ghiaccio pesto. Altre bevande consimili portano gli strambi nomi di cocktail, brandy-smash, mint-julep, cobbler, hot tom and jerries, slings, greased liglitning, ecc. e si sogliono succhiare, con una cannuccia di paglia, come fanno gli Argentini col mate.
Lo Scuppernong è un vino della Carolina, che rassomiglia al vino del Reno, ma è più dolciastro e non regge a lunghi viaggi. In California si hanno già buoni vini, e i più famosi portano i nomi di Angelico, Aliso, Porto e Champagne. La casa Sausserain e Comp., nel 1858 produsse 9400 galloni di Aliso bianco e 4000 galloni di Aliso rosso; 9000 galloni di Angelico e 1000 galloni di acquavite, in tutto 23000 galloni. Si dice che nello stesso anno il distretto di Angelos abbia dato 200,000 galloni circa di vini di varie qualità. Da quel tempo in poi una Compagnia tedesca ha in un solo anno piantato mezzo milione di viti a circa venti miglia di distanza da Angelos. I vini di California possono, senza arrossire, sostenere il confronto con quelli d'Europa, e già se ne vendono a Brema, ad Amburgo e a Parigi.
Anche nel Canada si studiava pochi anni or sono [532] la coltivazione della vite, e i vini fatti in quel freddo paese furono già lodati da Bay, da Drummond e da W. J. Bickle di Quebec, che è vecchio negoziante di vini e che dovrebbe poter dare profondi giudizii in proposito.
Il vino di Catawba ebbe l'onore di esser cantato dal Longfellow in quei suoi bei versi:

CATAWBA WINE.

This song of mine
Is a song of the vine,
To be sung by the glowing embers
Of wayside inns,
When the rain begins
To darken the drear Novembers.

Is not a song
Of the Scuppernong
From varm Carolinian valleys,
Nor the Isabel
And the Muscadel
That bask in our garden alleyst:

Nor the red Mustang
Whose clusters bang
O'er the waves of the Colorado,
And the fiery flood
Has a dash of Spanish bravado.

For the richest and best
Is the wine of the West,
That grows by the Beautiful River;
Whose sweet perfume
Fills all the room
With a benison on the giver.

[533] And as the hollow trees
Are the haunts of bees
For ever going and coming
So this crystal hive
Is all alive
With a swarming aud buzzing and humrning.

Very good in its way
Is the Verzenay,
Or the Sillery soft and creamy:
But Catawba wine,
Has a taste more divine
More dulcet, delicious and dreamy.

There grows no wine
By the haunted Rhine,
By Danube or Guadalquivir,
Nor an island or cape,
That bears such a grape
As grows by the Beautiful River;

Drugged is their juice
For foreign use;
When shipped o'er the reeling Atlantic;
To rack our brains
With the fever pains.
That bave driven the Old World frantic.

To the sewers and sinks
With all such drinks,
And after them tumble the mixer;
For a poison malign
Is such Borgia wine,
Or at best but a Devil's Elixir.

While pure as a spring
Is the wiine I sing;
And to praise it, one needs but name it;
For Catawba wine
Has need of no sign,
No tavern bush to proclaim it.

[534] And this song of the vine
This greeting of mine,
The winds and the birds shall deliver
To the Queen of the West
In her garlands dressed,
On the banks of the Beautiful River.

Il Perù ha vini celebrati. Il vino di Pisco, detto anche Jerez de Pisco, si produce in valli profonde a 44° di latitudine sud, irrigate dall'acqua che sgocciola dagli eterni ghiacci delle Cordigliere. Nell'interno della provincia di Tarapaca, fra 20° e 30° di latitudine sud, e a più di 3400 piedi d'altezza dal mare, benché ancora a' piedi delle Ande, si produce in piccola quantità dell'ottimo vino bianco e rosso, che si dice di Pica. Io ne ho bevuto del rosso che aveva otto anni di età, e che era davvero eccellente. Era un vino-liquore, dolce, aromatico e molto alcoolico.
Un altro vino peruviano si ha dalla provincia di Mocquebar. Shaw dubita assai della autenticità del vino peruviano (peruvian sherry] che si beve a Londra; e crede che sia semplicemente del vino fatto in Inghilterra, e che dopo una gita di piacere o un viaggio igienico sulle Coste del Perù, se ne ritorna a Londra.
La Bolivia dà vini eccellenti in quella parte dove il clima concede la vita alla vite; e chi abita nelle provincie argentine di Salta e Jujùi può assaggiarne qualche volta. Ho udito io stesso rinomatissimi fra gli altri quelli di Cinti.
Fin dal 1500 il Padre Acosta parla nel suo libro, "del Perù et Chile oue sono uigne, et si fa [535] uino, et molto buono, et ciaschedun giorno cresce assai in quantitade. Perch'è grande ricchezze in quella terra, come in bontade, perche s'intende meglio il modo di farlo. Le uigne del Perù sono comunemente in ualli calidi, oue sono fossi, dai quali la rigano a mano, perché la pioggia del Cielo non è nei piani, et nei monti non le hai a tempo. Sono parti, oue si adacquano le uigne ne' cui fossi, né dal cielo, et sono in grande abondanza, come nella valle di Yca. Similmente nelle fosse, che chiamano di Villacuri, ove fra alcuni luoghi arenosi morti si trouano alcuni fossi, o terra bassa di incredibile freschezza tutto l'anno, et non mai ui pioue, ne meno ui sono fossi di acque. Ouero hanno auto di acque. La cagione è l'essere quel terreno spongoso, et il succhiare l'acqua, che cascano dai monti, et si perdono per quei luoghi arenosi. Ouvero se è humidita del mare (come altri pensarò) si deue intendere che lo scolare per l'arena faccia, che l'acqua non sia sterile et inutile come il filosofo significa. Sono così cresciute le uigne che per sua cagione le decime delle chiese sono o 5 o 6 tanto di quelle che soleuano essere già uinti anni. Le ualli più fertili di uigne sono uittore intorno di Areguipa, Yca nei termini di Lima, Caracato in quei di Chuquiano. Portasi questo uino in Potosi ed al Cuzco et in diuerse parti et è grande auanzo. Perché uale con tutta l'abondanza una botte, o rubio cinque, o sei ducati. Et se è di Spagna (che sempre se ne porta nelle Flotte) uale diece o dodici. Nel Regno di Chile si fa uino, come quello di Spagna. Perché è la medesima temperie di aere. Se nondimeno si conduce nel Perù si guasta."

[536] Io ho nella mia cantina vini eccellenti della Repubblica Argentina. Ebbi già occasione altre volte di lodare il vino rosso di Cafayate, cbe si ha nei Valles Calchaquies della provincia di Salta; e dissi che è un Borgogna alla quinta potenza, un tesoro di nerbo, di sapore, di voluttuosa amarezza. L'illustre zoologo tedesco Burmeister, ridotto a mal partito dagli strapazzi di lunghi viaggi nell'America meridionale e logorato da profuse diarree, fu restituito alla scienza dal vino di Cafayate, a cui prestò d'allora in poi culto di riverenza e di gratitudine. Io ne portai in Europa, or sono parecchi anni, e nel passare la linea si intorbidì e divenne alquanto acido. La solforazione però lo restituì all'antica sua dignità.
Posseggo anche del vino bianco assai vecchio di Riobamba nella provincia di Rioia, ed è un vino di lusso, dolce, ma molto profumato e che da una più tarda vecchiaia aspetta sempre nuove fragranze. Oltre la Rioja, anche San Juan, Mendoza, Cordoba, Catamarca, danno vini per lo più bianchi, e che hanno un grande avvenire.


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