Paolo Mantegazza, "Quadri della natura umana - Feste ed ebbrezze", 1871, 2 voll., Milano, Bernardoni Edit.
[Vol. I, pag. 327]


CAPITOLO XIII.

L'alcool e la sua fisiologia


Il primo selvaggio che, avendo abbandonato all'aria il succo di un frutto e avendolo bevuto più tardi già fermentato, se ne inebbriò e il primo alchimista che, distillando un succo così fermentato, ottenne l'acquavite, non si figuravano di certo quale arma nuova e potente essi avessero trovato per combattere le battaglie della civiltà, quale nuova fiamma avessero data ai vizj e ai delitti umani. L'alcool ha esercitato sulla civiltà umana una influenza maggiore della polvere, maggiore del telegrafo e della locomotiva, appena eguale forse a quella della stampa. Supponete per un momento astemia tutta l'umana famiglia e voi avrete un mondo nuovo di uomini nuovi, con nuove leggi, con diverso sviluppo di civiltà, e moralità diversa; con diverse malattie, con diversi modi di vivere e di morire.
Non vi ha quasi facoltà umana, che non venga modificata in bene o in male dall'alcool; e così come molti uomini sotto il sole son nati per una botti[328]glia bevuta con mano più generosa dal loro genitore, così migliaia e migliaia di uomini muoiono o non nascono per sola influenza dell'alcool; e mentre esso popola ogni giorno con orrenda fecondità i brefotrofi e i manicomii e le carceri e le galere di mille parassiti sociali; così ogni anno distrugge un popolo, là dove la civiltà caucasica viene in contatto coll'indigeno americano. Deve essere ben potente questa sostanza che può prolungare una preziosa esistenza e può far morire nel fior dell'età il giovane più gagliardo; che può condurre al suicidio e dare alla vita alcune delle sue ore più liete, che può dare ali al genio del poeta e condurre il genio all'idiozia; che può portarci all'eroismo e all'abbrutimento; al sacrifizio di sé stesso e all'omicidio; che può tendere i nervi al lavoro e condurre alla mendicità; e che è in una volta sola una delle molle più potenti al progresso, così come una delle piaghe più luride dell'umanità, che in una volta sola è miele e fiele, balsamo e veleno. Eccovi messo sotto gli occhi il bene e il male che genera l'alcool, segnando solo a grandi tratti e l'uno e l'altro.

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[330] La conclusione pratica di questo bilancio, anche senza l'aiuto delle cifre, è troppo facile a ricavarsi: è cento, è mille volte maggiore il male prodotto dall'abuso dell'alcool che il bene che l'uomo ne ha ricavato dall'uso sapiente. La logica di questo ragionamento non renderà però astemia l'umana famiglia, dacché l'uomo non ha mai rinunciato ad alcuna delle sue conquiste, anche quando queste si chiamavano la polvere da guerra, il fucile ad ago, l'alcool, l'acido prussico. È nostra missione fatale andare allargando ogni giorno, ogni ora il campo delle nostre conquiste; è nostro compito sublime piegare al bene le armi come i veleni, la polvere come l'alcool.
La storia chimica, fisiologica, medica, igienica, economica e morale dell'alcool sarebbe da sola un'opera colossale a cui mal basterebbero la scienza e l'ingegno d'un uomo solo; io non devo tracciarvi che la fisiologia generale, onde serva ad illustrare i miei quadri della natura umana.
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II selvaggio e l'uomo più colto della civiltà moderna bevono colla stessa voluttà le bevande alcooliche e per la stessa ragione; perché esse mutano rapidamente e profondamente il modo di sentire e di pensare; perché suscitano a lieto tumulto le più care reminiscenze, perché sono fra i più potenti e più facili generatori di piaceri. Meno rare eccezioni, l'uomo che ha bevuto l'alcool vede il mondo attraverso un prisma roseo e iridiscente: se lieto sente più piena la coscienza della vita; se debole, [331] dimentica la debolezza; se triste, calma o cancella il dolore dalle sue sensazioni. Se timido non allungava prima la mano verso il frutto proibito, dopo aver bevuto, è audace conquistatore; se prima numerava con angosciosa lena i troppi anni vissuti o i pochi soldi posseduti, dopo aver libato l'alcool si sente meno vecchio e men povero di prima. L'alcool è la poesia di chi non è poeta, la giovinezza di che non è più giovane; è la ricchezza di chi non è ricco, è la forza di chi non è forte; e qual meraviglia dunque se in ogni tempo e in ogni luogo l'uomo cerchi nel fondo d'una bottiglia questi tesori che si chiamano la poesia, la giovinezza, la ricchezza, e la forza? Molti e molti uomini passarono una lunga vita senz'aver mai provato altra poesia fuor di quella che si trova sotto un turacciolo di sughero, e anche i loro amori non ebbero altre ispirazioni che quelle venute dall'alcool vestito in uno dei suoi mille travestimenti di birra o di vino, di gin o di chicha. Qual meraviglia dunque se tanto si beve, se sempre si è bevuto e sempre, si beverà? Un fatto etnologico ci mostra che presso alcuni popoli il non bevere è giudicato sacrificio crudele quanto il non amare. Infatti la Casta dei Macha-veru (calzolaj) dell'India può mangiare montone e pesce; ma deve astenersi dalle bevande spiritose e quasi a dare loro un compenso di questa privazione è loro permesso di sposare quante mogli vogliono.
Goethe, in una delle sue sintesi più ardite e più potenti, e in cui il volo lirico s'accoppia così mirabilmente alla profonda conoscenza del cuore umano lasciò scritto: La gioventù è l'ebbrezza senza il vi[332]no. In queste poche parole sta chiusa tutta la storia della più bella fra le età della vita, così come è ritratta la vera fisiologia dell'alcool. Bevere vuol dire esser giovane; giovine forse per un'ora sola; giovine forse oggi per ridiventar più vecchio domani; ma quando mai l'uomo potendo rinuncia, non dico ad un'ora, ma a cinque minuti di voluttà? E nell'ebbrezza, che non è abbrutimento, non abbiamo noi tutte le virtù e i vizii della gioventù? Non vi abbiamo noi e il tumulto impetuoso dei sensi e le facili fantasie; non abbiamo noi la beata spensieratezza di chi è ricco sfondato, e i sogni dorati e la loquacità espansiva, e l'imprudenza e l'inprevidenza; non abbiamo noi nella gioventù come nell'ebbrezza la scintilla che scocca e sparisce, il razzo che solca l'aria e scompare; lo schioppettio dello spirito e le vertigini della danza, non abbiamo noi il sangue caldo e la mente leggera; il cuore pieno e la borsa spensierata? Goethe ha detto che la gioventù è l'ebbrezza senza il vino; ed io modestamente aggiungo: l'ebbrezza è la gioventù senza misura di tempo.
Falk distinse l'ubbriachezza in tre stadj, descrivendoli mirabilmente: sono il rausch, la betrunkenheit e la vollheit o besoffenheit.1
Uno scrittore inglese del tempo della Regina Elisabetta distingue le seguenti specie del genere ubbriaco. Il primo è l'ubbriaco scimmia, che salta, canta e balla; il secondo è l'ubbriaco leone, che

1 Virchow. B. Handbuch der speciellen Pathologie und Therapie. B. 2, Abth. 1. Erlangen, 1855, pag 295 e seg.

[333] rompe stoviglie e vetri e ogni cosa, ed è disposto a litigare con tutti; il terzo è l'ubbriaco porco, pesante, balordo, sonnolento che domanda nuove bevande e vestiti per coprirsi; il quarto è l’ubbriaco pecora, che si crede sapiente quando non, può pronunciare una sola parola diritta; il quinto è l’ubbriaco cotto (maudlin drunk) che piange di tenerezza mentre sta bevendo e vi bacia, dicendovi: Capitano, io ti amo, e tu non pensi a me com'io lo faccio, ed io potrei amarti meglio, e allora si mette un dito nel suo occhio e grida. Il sesto è il marlin-drunk 1 che è ubbriaco, ma prima di alzarsi si rende sobrio; il settimo è l’ubbriaco capra, il quale nella sua ebbrezza non pensa che alla libidine; l'ottavo è l'ubbriaco volpe, che è astuto, come lo sono parecchi olandesi, i quali non fanno contratti che in uno stato di ubbriachezza.
È pure interessante il trovare come latini e italiani chiamassero bagnato un uomo ubbriaco, sia perché per ubbriacarsi convien ingolar molto liquido, sia forse perché l’osceno vomito bagna i beoni. Il Redi, che nel suo Ditirambo cantò il

Cavalier sempre bagnato

dedica a questa parola una nota, al solito arguta ed erudita; e cita Plauto che fa dire a Pseudolo, che si accorge di esser briaco "Profecto aedepol ego nunc probe abeo madulsa". I latini chiamavano madidi quei che avevano bevuto a sodo e madere

1 Questa parola non si può tradurre, perché è nata dal nome di un famoso bevitore inglese, che si ubbriacava sempre a quel modo.


[334] l’esser ubbriaco o aver bevuto assai. Tibullo lib. II, eleg. I:

Vina diem celebrent, non festa luce madere
Est rubor, errantes et male ferre pedes.

E nello stesso lib. II, eleg. 5:

At madidus Baccho sua festa Palilia pastor Concinet.

Ovidio nel terzo dell'Arte:

Turpe jacens mulier multo madefacta Lyaeo.

Uvidus disse ancora Orazio. Lib. IV, od. 5, ad Augusto:

Longas o utinam, dux bone, ferias
Praestes Hesperiae, dicimus integre
Sicci mane die: dicimus uvidi,
Quum Sol Oceano subest.

Anche cotto con bellissima immagine latina e italiana è lo stesso che ubbriaco. Petronio diceva:

Anus recocta vino
Trementibus labellis.

E avete (Morg. XIX, 131)

E quand'egli era ubbriaco, e ben cotto,
Ei cicalava per dodici putte.


E Antonio Alemanno ne' sonetti alla Burchiellesca:

Vorrei costì dal Tibaldeo sapessi,
S'un crudo senza legne esser può cotto.


[335] E Pier Salvietti nel Brindisi manoscritto:

Oimè! quasi per gli occhi
Escemi 'l vin, che pur mandai di sotto
E non so adesso qual umor mi tocchi
Di far da Lanzo cotto.

E Bernardo Giambullari nella continuazione del Ciriffo Calvaneo:

A Ciriffo gli piace, e il vetro succia,
Senza lasciar nel fondo il centellino;
Ed è già cotto, e preso ha la bertuccia,
E dice che vuol fare un sonnellino.

L'ebbrezza alcoolica è l'ideale delle ebbrezze. La caffeica è troppo rara ad aversi e troppo intellettuale per piacere a molti; la narcotica è troppo d'egoista e pericolosa, per cui noi vediamo farsi ogni giorno più universale l'uso dell'alcool; sicché fra poco uomo sarà sinonimo di animale bevitore d'alcool; mentre l'oppio, l'haschisch, la coca, il caffè, il tè avranno probabilmente per molti secoli ancora una distribuzione geografica distinta.
Sono molte le ragioni che rendono l'alcool di un uso più generale in confronto di tutti gli altri alimenti nervosi. Innanzi tutto l'ebbrezza alcoolica è facile e pronta e non abbisogna di una lunga educazione degli organi come quella dei narcotici. L'alcool apre il tempio delle sue gioie ai profani e ai sacerdoti, senza bisogno d'iniziazione, senza bisogno delle prove crudeli di una malattia o di un avvelenamento che convien subire per diventar fumatori di tabacco o di oppio.
Aggiungo che l'ebbrezza alcoolica ha per carat[336]tere speciale una facile espansione; per cui il piacere raddoppia col contatto degli uomini, e i nappi che circolano in una lieta brigata fanno scoccare infinite scintille, che divampano nel tumulto chiassoso d'una vera festa. I caffeici son piccola parte, sono adorni secondarii d'una festa, mentre il vino da solo basta a far festa; tanto allarga a vasti campi l'atmosfera delle sue gioie. I narcotici poi son tali egoisti da esser banditi dalle feste, a meno che la loro influenza si limiti al solletico e al profumo.
Un ultimo elemento, che sta tutto in favore degli alcoolici, è la loro infinita varietà; per cui si piegano alle esigenze dei climi, delle età, dei gusti, dei temperamenti, e ogni uomo nato sotto il sole può cercare e trovare l'ebbrezza che più convenga ai suoi nervi e al suo cervello; può trovarla nell'orzo come nell'uva; nel latte di cavalla o nel frumentone; nel succo d'arancie o nel succo della palma.

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Nella mia Fisiologia del piacere trovate tracciata l'analisi dei piaceri dell'ebbrezza alcoolica e nuovi elementi di queste gioie troverete in questo volume, dove ho tentato di ritrarre l'abbrutimento dell'orgia e la poesia dell'onesta ebbrezza.

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Seneca e Petrarca con vigoroso pennello seppero dipingere l'uomo ubbriaco, cosi come il primo l'aveva veduto colla corona dell'imperatore romano, e il secondo col triregno papale.
[337] Udite il maestro di Nerone, che dipinge l'alcoolismo:
Inde pallor, et nervorum vino madentium tremor, et miserabilior ex cruditatibus quam ex fame macies; inde incerti labentium pedes, et semper, quales in ipsa ebretiate, titubatio; inde in totam cutem humor admissus, distentusque venter, dum male assuescit plus capere, quam poterat, inde suffusio luridae bilis, et decolor vultus, tabesque in se putrescentium, et retorridi digiti articulis obrigescentibus, nervorumque sine sensu jacentium torpor, aut palpitatio sine intermissione vibrantium. Quid capitis vertigines dicam? Quid oculorum auriumque tormenta, et cerebri exaestuantis verminationes?.1
E il Petrarca, nella prima sua epistola, in cui rappresenta il pericolo della barca e l'incapacità del pilota così si esprime:
Haec inter, vino madidus, aevo gravis ac soporifero rore perfusus, jam jam nutitat, dormitat, jam somno praeceps atque (utinam solus) ruit... heu quanto felicius patrio terram sulcasset aratro quam scalmum piscatorium ascendisset.
È un canonico che così descrive Papa Benedetto XII, il quale diede occasione al proverbio: bibamus papaliter.
Gli Spagnuoli distinguono bene le due varietà dell'ubbriachezza; cioè la cupa, triste, letargica e la lieta e chiassosa. Il Redi cita Don Sebastiano da Covarru-

1 Seneca. Epist. 95, § 16.

[338]vias Orozco, il quale nel Tesoro della lingua castigliana alla voce mona (scimmia), dopo aver accennato l'origine di tal voce soggiunge: "Estas monas appetecen el vino y las sopas mojadas en el; y aze diferentes efetos la borrachez en ellas, porqué unas dan en alegrarse mucho, y dan muchos saltos y bueltas; otras se encapotan, y se arriman a un rincon, encubriendose la cara con las manos. De aqui vino mona triste al hombre borracho, que està melancolico y caido (non caldo, come dice l'edizione Barbèra) y mona alegra a que canta y baila y se huelga con todos." Questi due diversi effetti dell'ubbriachezza, così bene accennati dal Covarruvias, non furono ignoti agli antichi Latini. Laberio nella Citerea, citata da Nonio Marcello alla voce: Ebriulari: "Ebruliati mentem hilarem arripiunt." Pel contrario Plauto nel Curculione: "Operto capite, calidum bibunt tristes, atque ebrioli incedunt." Da questo ebriolus di Plauto e dal verbo ebriulari, ebbe origine la voce brillo in significanza di avvinazzato o di cotticcio, e forse ancora la parola brio che esprime una ilarità o espansione di cuore e di fronte, e una certa commozione e vivacità di spiriti simile a quella allegria che dona il vino in qualche buona quantità assaggiato. Non è però che la voce greca , colla quale Aristofane nei Cavalieri intende uno che abbia cioncato più del dovere e che perciò sia allegro più del solito, non si accosti molto alla voce toscana brillo, e particolarmente se l'ypsilon si dovesse pronunziare alla moderna, come un i e non l’u francese. Quei varii e pazzi effetti del vino che fa la monna allegra e la [339] monna malinconica, sembrano adombrati da Orazio (Lib. III, Od. 21):

O nata mecum consule Manlio,
Seu tu querelas, sive geris jocos,
Seu rixam et insanos amores,
Seu facilem, pia testa, somnum.1

L'azione fisiologica dell'alcool fu studiata profondamente in questi ultimi tempi da fisiologi e da medici. Fino ad oggi, tenendo dietro a vedute jatrochimiche esagerate, ad idee preconcette, si era creduto che l'alcool si bruciasse nel nostro organismo, che ossidandosi desse luogo prima ad aldeide e ad acido acetico, poi ad acido carbonico ed acqua; per cui venne chiamato un alimento respiratorio o combustibile per eccellenza. Le ultime ricerche e principalmente le esperienze di Perrin hanno riformato completamente le nostre idee sull'azione fisiologica dell'alcool. La scienza in questo modo è venuta a giustificare luminosamente la mia divinazione, con cui fin dal 1858 io avevo classificato l'alcool fra gli alimenti nervosi.2
Perrin in seguito a ricerche intraprese con Ludger, Lallemand e Duroy e pubblicate in un lavoro premiato dall' Accademia delle scienze di Parigi,3 dimostrò che l'alcool opera sull'organismo come un vero agente dinamico, che passa nel sangue, che [340]

1 Redi, Annotazioni al Bacco in Toscana.
2 Mantegazza, Sulle virtù igieniche e medicinali della coca e sugli alimenti nervosi in generale. Memoria premiata. Ann. Univ. di medicina. Vol. CLXVII.
3 Du róle de l'alcool et des anesthésiques dans l'organisme. Paris, 1860.



esercita un'azione diretta e primitiva sui centri nervosi; secondo la dose ne modifica, ne pervertisce o ne abolisce le funzioni, che non si trovano nel sangue né nell'aria espirata traccie delle sue trasformazioni, che si va accumulando nel cervello e nel fegato, e che dopo aver prodotto colla sua presenza un numero infinito di perturbamenti esce dall'organismo per le solite vie di eliminazione.
Il dottor Rabuteau ha provato con nuove esperienze che l'uso dell'alcool, rallentando le combustioni organiche interne, rende perciò meno sentito il bisogno del nutrimento, abbassa la temperatura ed il polso, accresce i liquidi di eliminazione e specialmente l'orina, diminuendo però il carbonio, e del 25 per 100 l'urea. È conosciuto specialmente nella pneumonia dei bevitori quanto beneficio arrechi la pozione del Fod (semplice acquavite); invece d'aumentar la febbre, la diminuisce. La difficoltà sta nel cogliere il momento opportuno per amministrarlo; l'alcool bene amministrato scongiura spesso molte malattie al loro principio, per cui il volgo non va lontano dal vero quando cerca di strozzare una malattia incipiente con una buona dose di vino, e ciò stimolando gli emuntori alla depurazione dei sangue, poiché l'alcool costituisce l'uno dei migliori diuretici; così sotto l'ingestione di 100 c.c. di alcool a 36 gradi la secrezione delle orine aumentò da 5 a 6 volte: però l'eliminazione orinaria era sempre maggiore bevendo l'alcool a digiuno che a stomaco pieno, poichè in quest'ultimo caso l'alcool riesce diluito.
L'alcool dunque, ben lungi dall'attivare le combu[341]stioni, le rallenta, e diminuisce quindi l'esalazione dell'acido carbonico. Una volta introdotto nel sangue, dove se ne può dimostrare la presenza con metodi rigorosi, si elimina per l'orina, il polmone e la pelle. Poche ore dopo aver bevuto poco più di mezzo litro di vino (da 600 a 700 centimetri cubici, contenente circa 80 grammi di alcool) voi emettete della orina che distillata darà un prodotto capace di bruciare. Secondo Perrin i polmoni di un uomo che ha bevuto, continuano per circa otto ore ad eliminare alcool.
Anche il dottor Adolfo Lieben potè dimostrare la presenza dell'alcool nell'orina, dopo aver preso dosi moderate di vino.1
Alcuni antichi osservatori, facendo l'autopsia di ubbriaconi, avevano notato l'odore spiritoso emanato dal cervello; ma Perrin per il primo ebbe la gloria di dimostrare sperimentalmente che i centri nervosi assorbono l'alcool. Egli distillò 440 grammi di polpa nervosa di cani uccisi in stato di ubbriachezza e ne ottenne grammi 3,25 di alcool capace di ardere. La stessa quantità di sangue, analizzata in analoghe condizioni, non ne diede che 3 grammi. In un uomo che morì 32 ore dopo un'orgia alcoolica, 20 grammi di polpa nervosa diedero abbastanza di alcool per poterlo dosare, mentre 20 gr. del suo sangue ne contenevano una quantità tre volte minore. L'alcool si accumula pure nel fegato che, a peso eguale, ne contiene più del sangue, più del cervello, quando l'alcool è stato assorbito dal

1 Untersuchungen Naturlehre. T. X, pag. 667.


[342] ventricolo; ne contiene invece meno, quando fu injettato direttamente nelle vene.
Le bevande alcooliche, prese in dosi moderate, producono sempre una diminuzione dell'acido carbonico esalato, e questa varia dal 5 al 22 per 100. È forse per questa principalissima ragione che l'alcool rallenta la distruzione degli organi; rende meno necessaria l'alimentazione; è, come lo chiama il Moleschott, una cassa di risparmio per l'organismo.
Sono ancora poco conosciute le modificazioni dell'urea prodotte dall'uso dell'alcool. Perrin trovò in dieci esperienze comparative che le bevande alcooliche non modificano sensibilmente la composizione dell'orina; ma siccome ne aumentano la quantità, così hanno per ultimo risultato di attivare leggermente l'escrezione dell'urea. Nell'alcoolismo cronico invece la secrezione orinaria diminuisce e W. Smith vi trovò diminuita l'urea, e accresciuto invece l'acido urico.
Benchè Godfrin, in un suo lavoro pubblicato da poco tempo,1 affermi dogmaticamente che l’alcool diminuisce la temperatura di un grado almeno, e forse molto più in caso di malattia, noi amiam meglio con Perrin dire che quantunque egli abbia constatato una leggera diminuzione del calor animale sotto l'influenza del regime alcoolico, è però molto difficile ottenere risultati rigorosamente veri su questo punto delicato di osservazione; conviene riportare con ogni riserva il frutto dei proprii studii,

1 Alfred Godfrin. De l’alcool, son action physiologique, ses applications thérapeutiques. Paris 1869.


[343] facendo appello a nuove ricerche. L'asserzione di Godfrin, appoggiata a sole due osservazioni, è troppo temeraria davvero. Io non mi fermo sull'esperienza di Tscheschichin, il quale, injettando in un coniglio da 10 a 15 grammi di alcool, vede la sua temperatura cadere da 38° a 36°,5. Son questi veri avvelenamenti che non possono spargere alcuna luce sulla azione fisiologica e igienica delle bevande spiritose. Io do molto peso invece alle parole di Smith1, quando egli ci dice che l'alcool aumenta la forza del cuore, fa affluire il sangue verso le parti periferiche; per cui abbiamo una perdita più considerevole di calore alla superficie; che coincide del resto con una sensazione più intensa di calore, essendo la pelle in realtà più calda.... Modifica i rapporti fra la circolazione centrale e la periferica e diminuisce quindi la produzione del calore animale.
Anche Ringer e Richard in recenti esperienze hanno constatato l'abbassamento notevole della temperatura per l'alcool.2
Io invece, prendendo la temperatura con tutte le possibili precauzioni, ho trovato che gli alcoolici aumentano nell'uomo la temperatura dell'orina.3 Io ho variato la bevanda alcoolica, ma l’ho presa sempre in dosi moderate, ed ho verificato che al senso dì calore prodotto dall'uso alquanto generoso del-

1 Medico-Chirurgical Transactions. 1856 e 1859.
2 Medical Times and. Gaz. 1866.
3 Mantegazza. Della temperatura delle orine in diverse ore del giorno e in diversi climi. — Ricerche esperimentali, nella Gaz. Medica lombarda. Milano, 1862.



[344]l'alcool corrispondeva un leggero aumento anche nella temperatura dell'orina.
Ha ragione dunque Perrin di dire che il problema rimane ancora sospeso; che ai fisiologi dall’avvenire rimane aperta una bellissima serie di ricerche che ci riveli una delle pagine più importanti della fisiologia dell'alcool.
Anche Gubler si occupò dello studio dell'alcool. "Avuto riguardo alle alterazioni prodotte dall'alcool sulla cute, o intatta o priva d'epitelio o ferita, Gabler riferisce soltanto le cose cognite universalmente e descrive con tutta precisione e chiarezza lo stato dei capillari dapprima contratti, poscia dilatati e, tendenti alla stasi ed al trasudamento, come pure l'avvenimento di un'escara, della coagulazione del sangue (quando l'alcool viene injettato nelle vene), e via dicendo. Parimenti sono esposti con chiarezza i noti fenomeni tanto dopo un uso moderato di alcool, quanto dopo quantità esuberanti. Secondo, l'opinione di Gubler (contro quella di Buchheim) l'alcool si decompone nello stomaco, mentre il muco assume la parte di un fermento, o si cangia in acido acetico, sotto la contemporanea azione del calore del corpo, e viene tanto più presto assorbito dalle vene assorbenti dello stomaco e degli intestini, con quanto meno impeto agisce sulle mucose relative, e quanto più piccola è la quantità delle materie contenute nello stomaco, che d'altronde vi si trovano. Sebbene avviluppato nel sangue, per così dire, dall'albumina, da esso portata a coagulazione, tuttavia in tutti gli organi glandolari e negli altri ancora in contatto col san[345]gue, risveglia le note azioni eccitanti. I fenomeni consecutivi di questo passaggio dell'alcool nel sangue, a seconda della intensità loro, vengono ristretti alle conosciute forme morbose dell'ebbrezza, della ubbriachezza, e dell'avvelenamento alcoolico acuto. Questa pittura dei gradi suddetti dell'alcoolismo acuto non è marcata da nuove vedute proprie di Gubler, eccetto che si voglia qui calcolare l'idea dell'autore, secondo la quale l'essenza del delirium tremens dovrebbe consistere in una mancanza del mezzo eccitante, d'altronde anomalo, divenuto già necessario nell’organismo. Lo stesso dicasi della descrizione del reperto anatomo-patologico dietro un avvelenamento alcoolico acuto, con esito letale. Fa menzione quindi dei detti di Boudanowsky, secondo i quali la mielina (?) dei tubi nervosi, dietro l'alcoolismo, offre la medesima intossicazione anormale, come intossicamento per gas irrespirabile; viene a parlare del coloramento in azzurro da lungo tempo impugnato da Frerichs, della cresta dei polli, messi in stato di ubbriachezza alcoolica, e spiega colla diminuzione dell'ossigeno del sangue l'abbassamento della temperatura del corpo dì 1-9, 5° (Dumenil) (?), osservato nell'alcoolismo, come anche la diminuzione dell'acido carbonico esalato, che sotto eguali condizioni continua per ore; inoltre il sopore e gli altri disordini nelle funzioni cerebrali, l'intorpidimento delle forze muscolari e via dicendo; Gubler si esprime con molta indecisione sulla genesi dell'asfissia nell'intossicamento alcoolico. Contro l'opinione di Bouchardat, che l'alcool sia un mezzo di nutrizione e respi[346]ratorio tanto rapidamente combustibile, e che abbia una affinità per l'ossigeno del sangue molto maggiore, che i corpuscoli del sangue (a quali per ciò viene sottratto l'ossigeno), Gubler adduce che questa azione chimica energica delle combinazioni ternarie, come quella dell'alcool, è a priori inverosimile (?) ed è ancora confutata perchè non tutto l'alcool viene combusto nel corpo, ma in parte viene di nuovo esalato, inalterato, dalla cute e dai polmoni. Gubler crede parimenti, che Lallemand, Perrin e Duroy vadano troppo oltre, quando essi, fondandosi sul fatto mentovato, e sulla scoperta dell'alcool nello siero dei ventricoli cerebrali (Wepfer) e nelle altre parti del corpo, negano qualunque ossidazione dell'alcool nell'organismo. Finchè non sia constatato il peso equivalente delle quantità di alcool rinvenute nelle cose ingerite, nelle indicate parti del corpo, nei liquidi, nelle secrezioni, ecc., come anche nell'aria esalata, egli è dovere di considerare tale opinione come un'ipotesi gratuita, tanto più che le osservazioni pubblicate da Baudot e H. Schulinus dicono il contrario. Gubler ammette tanto un'ossidazione parziale dell'alcool, quanto un passaggio del medesimo inalterato, che in parte si verifica nelle ingestioni di dosi grandi e tossiche. Il fatto che, prendendone piccole dosi, si elevano la temperatura del corpo ed anche le forze, non trova perciò opposizione nell' abbassarsi della temperatura, dimostrato di sopra obbiettivameate, e nella minore quantità dell'acido carbonico esalato durante il medesimo; poichè questa diminuzione del calore e dell'acido carbonico è temporaria e non [347] dura mai più di due ore, od anche perchè forse l'alcool passato nel sangue, durante questo tempo, possiede la capacità di legare sì intimamente l'acido carbonico, che per così dire ne resti velata la sua presenza (?). Non essendo mai in istato l'ossigeno libero di scacciare l'acido carbonico, così questa ipotesi spiegherebbe tanto il colore oscuro del sangue, riferibile alla difettiva ossidazione dei corpuscoli, come pure i fenomeni di eccitazione, descritti in caso di accumulo di acido carbonico, non che i sintomi dell'intossicamento alcoolico acuto, simulando l'asfissia. Fatta astrazione da questo effetto dell'alcool, che esiste inalterato nel sangue, come si è detto, Gubler ammette eziandio una combustione parziale del medesimo, e considera come suoi prodotti gli idrati binarii di carbonio, l'ossido di carbonio e l'idrogeno, i quali come le unioni organiche propugnate da Duchek (aldeide, acido acetico ed ossalico) non furono trovate da nessun chimico nel sangue e nelle secrezioni degli avvelenati per alcool.
"Gubler al pari degli altri non sa dare alcuno ragguaglio sull'azione, che l'alcool esercita sulle parti integranti dei centri nervosi o dei nervi, nè può stabilire nulla, sulle proposizioni emesse in questo rapporto da Luidimar Hermann per l'etere, il cloroformo, ecc. Per certo colla sua asserzione, che l'alcool imbeva i centri nervosi, e ciò possa fare senza ostacolo, poichè il liquido cerebro-spinale non contiene albume, non si guadagna nulla. Dagli organi centrali nervosi, come l'acqua assorbita da una spugna, l'alcool deve produrre eccita[348]mento o stupore, ed anzi secondo le teorie di Lallemand-Perrin deve agire come alcool e pel proprio contatto: secondo l'opinione degli antichi (della ossidabilità dell'alcool durante il suo fermarsi nell'organismo) all’incontro deve agire per iscambio dinamico o sostanziale (?) delle parti chimiche costituenti. Gubler crede che avvenga l'uno e l'altro, e giacchè i bevitori, come è noto, prendono meno alimento e tuttavia non scapitano (?) nelle forze, sostenuti dalla diminuzione dell'acido carbonico esalato, egli si attiene all’opinione già seguita da Perrin, secondo la quale le bevande alcooliche deprimono l'attività dell'ossidazione e perciò inducono un bisogno minore di alimenti. Quindi l'alcool, preso con moderazione, ecciterebbe per un lato il sistema nervoso; per altra parte però, si opporrebbe allo stesso tempo ad uno smoderato consumo materiale e giocherebbe una parte simile a quella del tè, del caffè e della coca; introdotto nel corpo in eccesso, sarebbe in istato di produrre l'impoverimento del sangue in ossigeno, torpore, anestesia, paralisi e fenomeni di asfissia (non di rado letali).
"Francis E. Anstie (Lancet, I. 4 1868) cerca dì spiegare il vantaggio terapeutico dell'alcool nelle malattie febbrili per ciò, che stando ai tentativi praticati da Duprè, da Schulinus e da lui stesso, egli ritiene l'alcool per un mezzo di nutrizione. Anstie rappresenta come false le asserzioni di Lallemand, Duroy, Perrin, contradditorie a questa opinione e pensa che la quantità di alcool rinvenuto nell'orma, dopo l'amministrazione di 45 gr. (negli [349] animali da esperimento, tranquilli), non raggiunga più di 3 centigrammi, e venga ancora in minor copia eliminato dal corpo attraverso la cute ed i polmoni. La quantità, che manca, durante il suo tragitto per l'organismo animale, deve essere stata decomposta o ossidata. I prodotti che ne nascono ci sono ancora sconosciuti nella loro chimica composizione, tuttavia saranno o presto o tardi messi in chiaro per le ricerche chimico-fisiologiche assiduamente a tale scopo dirette.
"Secondo Anstie l'alcool giuoca la parte di un mezzo nutritivo, consumato nello scambio materiale fino ad un minimo, soltanto in quei casi di malattia acuta febbrile, in cui il di lui uso apporta forza al corpo e compensa alla continua perdita del medesimo, a modo che la forza, che di nuovo s'aggiunge, non si rende sensibile per un elevamento di temperatura. In questo caso, sotto l'uso a modo di esperimento di piccole dosi di questo rimedio, non avviene mai nè rossore della faccia, nè eccitamento e narcosi, e tanto la mancanza di questi fenomeni, e il non presentarsi dell'alcool nella orina e nella esalazione polmonare ci dimostrano che questo medicamento conviene nel caso concreto di cui si parla. Anstie confessa ancora, che dapprima dà (sempre?) l'alcool a modo di sperimento e regola sempre la dose da usarsi a seconda della natura della malattia e della individualità dell'infermo. Se adunque l'alcool appare indicato, in allora viene tollerato fino a 28 oncie di acquavite per giorno (Hanfield Iones), non solo senza eccitare la narcosi, anzi producendo un miglioramento nello stato dell'in[350]fermo la diminuzione della febbre e la scomparsa di ogni altro sintonia rilevante. Per la qual cosa si è cercato di constatare il carattere dell'alcool, come mezzo di nutrizione, appartenente agli idrati di carbonio, perchè dietro l'uso di esso la temperatura non si eleva, come si deve verificare in caso di ossidazione di un mezzo di nutrizione respiratoria nel senso di Liebig, ma piuttosto è costante, se pure non si abbassa d'alquanto. Anstie vede di potere opporre a questa obbiezione, che anche durante il passaggio nello scambio materiale di altre sostanze, da tutti riconosciute come mezzi di nutrizione, non avviene un elevamento della temperatura del corpo. Per conseguenza l'alcool, senza suscitare il calore, serve a riparare la forza organica dei muscoli, dei centri nervosi e delle glandole secernenti quando esista febbre, ed in caso di consumo materiale abnormemente aumentato. Per altra parte, quando in simili casi non venne somministrato all'organismo un nutrimento facilmente assimilabile, la metamorfosi retrograda della materia, dovendo farsi a spese dei tessuti e, delle parti organiche costituenti il corpo, così risulta, che l'alcool somministrato sotto queste circostanze, necessariamente si oppone a quei processi che conducono a poco a poco alla distruzione, e soddisferà ad una indicazione vitale, in caso che si presenti il collapso. Inoltre Anstie crede con Barnes (Lancet, 1867, pag. 502), che l'alcool in certe malattie riferibili ad un virus, agisca vantaggiosamente colle sue proprietà antisettiche, che impediscono la rapida ossidazione delle parti costituenti il sangue.
[351] "Anche Parkeze e Wollowicz studiarono l'azione dell'alcool, sopra un soldato sano ed intelligente, nell'età di 28 anni, di altezza media e di medio peso, il quale per otto giorni fu sottoposto ad una dieta semplice e nutritiva con sola bevanda acquea. Negli altri sei giorni successivi, la dieta essendo la stessa, l'individuo prese alcool, il primo giorno un'oncia, il secondo due, poi quattro, sei, otto oncie. Dipoi egli bevè per altrettanti giorni acqua soltanto. Per tre giorni successivi prese dodici oncie di acquavite al giorno (eguale a sei di alcool assoluto), e finalmente per altri tre giorni acqua di nuovo. Quale fu il risultato? Quale l'azione fisiologica dell'alcool sull'uomo sano?
1.° Il peso misurato due volte al giorno rimase immutato. 2.° La temperatura presa all'ascella ed al retto non apparve alterata, se pure non subì un leggerissimo aumento. 3.° L'effetto sensibile dell'alcool si notò nella circolazione, esso aumentò il numero delle pulsazioni cardiache di 13 per %, ed aumentò il lavoro meccanico del cuore di 1/5. 4.° Inalterata si trovò l'eliminazione dell'azoto per l'orina; non vi fu segno di aumentata combustione o di ritardata metamorfosi dei tessuti. 5.° La cosa istessa è a dir si relativamente all'acido fosforico. 6.° Le escrezioni alvine sono tanto poco mutate quanto lo sono le orinarie. 7.° Lo svolgimento di carbonio per i polmoni non fu determinato. 8.° Riguardo alla eliminazione dell'alcool pei polmoni, pelle, orina, intestini, gli autori affermano il fatto di qualche eliminazione, ma non sono in grado di dire se tutto l'alcool sia eliminato o una parte di esso sia distrutto. 9.° Una quantità più [352] piccola di alcool sotto forma di acquavite sembra tanto potente quanto una quantità maggiore di alcool assoluto. 10.° Una o due oncie di alcool assoluto, date a dosi refratte in 24 ora ad un uomo sano, parve che aumentassero l'appetito; quattro oncie lo diminuirono in modo considerabile ed una quantità maggiore lo abolirono. 11.° Gli autori riconoscono grandemente benefico l'uso pratico dell'alcool nel favorire un manchevole appetito, nell'eccitare un cuore debole, nel rendere più celere una languida circolazione capillare: eglino avvertono tuttavia gravemente che con una dose soverchia possa essere distrutto, il cuore indebitamente eccitato, e la circolazione impropriamente aumentata. Finalmente essi rigettano l'idea di applicare al vino ed alla birra alcune deduzioni che sono state ricavate dal modo di comportarsi dell'alcool puro e dell'acquavite."
L'alcool eccita il cuore, e quindi accelera i polsi; è meno conosciuta la sua azione vasomotoria, che pure è la più importante a studiarsi e quella che ci guida forse a fare le più preziose distinzioni fra l'azione delle diverse bevande alcooliche, dacchè il giudicarle dalle sole proporzioni dell'alcool che esse contengono è un grossolano errore.
La coscienza di tutti ha già giudicato prima dei dotti che le azioni delle bevande alcooliche son molto diverse fra di loro, e ognuno conosce per propria esperienza che l'una è utile, l'altra dannosa alla salute; l’una è un vero balsamo, l'altra può essere un vero veleno. Anche nei libri della scienza, trovate qua e là le prime linee di una fisiologia comparata delle bevande alcooliche.
[353] Trousseau riconosce proprietà fisiologiche speciali nel vino di Champagne, nel vino del Reno, e in alcune specie di acquavite, e Liebig fa analoghe distinzioni. Bouchardat afferma che l'ebbrezza del vino esercita modificazioni meno pronte e meno profonde sull'innervazione e sulla digestione dell'ebbrezza da acquavite. Zimmermann, parlando dei vini acidi che si raccolgono dalle vigne dell'Aar, della Reuss e della Limat, dice che generano la podagra, mentre assai poco dispongono alla renella e ai calcoli orinarii. Secondo Bouchardat la birra dispone alla glucosuria; secondo i medici di tutti i paesi, dispone all'obesità e ad una forma speciale di uretrite. Rufz e Huppè accusano il tafià di produrre un ebetudine caratteristica, un'ebbrezza pesante, triste, insolente e cattiva. L’assenzio è in questi ultimi anni studiato a parte degli altri alcoolici, e noi vedremo più innanzi le gravi accuse che gli son mosse. Io stesso racconto nei miei Elementi d'igiene, che in Entrerios ho veduto gli Argentini chiamare calida l'acquavite con anici, fresca l'acquavite comune e cordiale il gin.
Queste sono voci di scienziati che fanno coro col volgo per affermare che le bevande alcooliche vanno studiate non solamente coll'alcoometro nella mano, ma anche con un'analisi più sottile degli altri loro componenti, fra i quali si contana alcuni eteri capaci di inebbriare l'uomo a dosi quasi omeopatiche.
La scienza però non è rimasta muta del tutto, e lo Smith, studiando l'azione di diversi liquori, trovò già questo importantissimo fatto, che l'ac[354]quavite e il gin diminuiscono l'attività della funzione respiratoria, mentre il rhum l'accresce sempre; ed io, citando altrove questi risultati dell'illustre fisiologo inglese, aggiungeva, che nella Giammaica è noto da lungo tempo che il rhum misto all'acqua è assai meno dannoso dell'acquavite egualmente allungata d'acqua. Morin ha dimostrato che gran parte dei dannosi effetti dell'acquavite di cereali, di barbabietole e di patate è dovuta alla presenza dell'etere butirrico, che si forma a spese dell'acido butirrico e che è un vero veleno.1
In tanta oscurità io vorrei osare di portar qualche pallido lume, che accenni ad un nuovo indirizzo di queste ricerche. Osservando attentamente la diversa tolleranza per le bevande alcooliche nei varii temperamenti; osservando le strane antipatie e le più strane predilezioni di molti per una speciale bevanda alcoolica, trovai che uno dei criterii importanti, che con un taglio netto separa tutte le bevande spiritose in due grandi classi, è la loro azione sui nervi vaso-motori periferici; per cui ora esse gonfiano e dilatano i vasi della pelle, rendendola rossa, calda, sudante; ora ristringono i vasi, rendendo la pelle pallida e secca. Spesso alla secchezza della cute si associa uno stato analogo delle labbra. Questo stato spasmodico dei muscoli vasali va d'accordo, anche con un malessere generale, con una iperestesia molesta, con perturbamenti più o

1 Morin. Journal de Chimie médicale. Mars, 1851. - Considérations chimiques sur les eaux-de-vie. Précis de l'Académie de Rome, 1859-1860.


[355] meno gravi della nutrizione generale, se l'azione della bevanda alcoolica è intensa e durevole. Ciò che è più singolare si è che questo stato, direi irritativo, dei nervi vaso-motori periferici, prodotto da alcuni alcoolici, si verifica spontaneo in molte persone specialmente di sesso femminile, di costituzione delicata, di corpo magro, di nervi molto irritabili.
Non posso ancora classificare tutte le bevande alcooliche nell'una o nell'altra di queste categorie; nei paralizzanti e negli eccitanti vasomotori; ma fin d'ora però basterà per le applicazioni dell'igiene privata che ognuno segua questo criterio empirico.
Quando un individuo eccessivamente irritabile e magro beve un vino o un liquore, e in seguito vede impallidire la pelle, prova una sensazione di secchezza alla cute o alle labbra, è quasi sicuro che quella bevanda alcoolica poco conviene alla sua salute, che anzi gli è dannosa; è poi quasi sicuro che insieme a quei fenomeni egli proverà un'irritazione generale, uno stato convulsivo, un senso di calore esagerato. - A lui converranno invece quelle bevande, che dilatano i vasi della pelle, rendendola rossa, calda, e sudante; fenomeni che si accordano quasi sempre con un piacevole eccitamento.
Ho quasi sempre osservato che le bevande che riescono dannose alle persone da me sopra abbozzate sono invece utilissime agli uomini di opposta costituzione, a quelli che hanno assai sviluppati il sistema muscolare e l'adiposo, o meglio l'uno e l'altro insieme e che sopratutto hanno organi respiratorii ben organizzati, poco vulnerabili.
Quasi sempre chi non tollera il Marsalla e gli al[356]tri vini secchi e molto alcoolici, trova invece molto vantaggio nell'uso della birra e dei vini dolci e spumanti; chi non tollera il gin, può bevere utilmente il cognac, e cosi via. - So benissimo di accennare cose troppo vaghe e sfumate; ma in un campo così annebbiato ogni più piccolo barlume di luce può riuscire opportuno; può, se non altro, ispirare qualche idea feconda di ricerche sperimentali.
La scelta della bevanda alcoolica che meglio conviene alla nostra salute, è un dei problemi più importanti della vita dell'individuo; una buona scelta può bastare a prolungar di molti anni una preziosa esistenza, cosi come una cattiva scelta può abbreviarla, e, quel ch'è peggio, avvelenarla con mille guaj e mille malanni. Eppure oggi l'uomo che leggesse tutte le memorie scientifiche stampate in questo secolo sull'azione dell'alcool, che studiasse coscienziosamente tutti i trattati e tutti i libri elementari d'igiene, tutte le storie e i rapporti delle Società di temperanza, si troverebbe ancora ignorante come prima dinanzi a questa solenne domanda: Devo io bevere birra o vino; devo io empir il mio nappo di Barbera o di Grignolino, di Bordeaux o di Oporto?
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Pochissimi sono gli organismi che possono vivere impunemente senza alcool; per tutti gli altri uomini, storpiati e sciupati dalla incompleta nostra civiltà, una bevanda spiritosa opportuna è alimento ed è medicina; è un potente medicatore della cattiva costituzione, come una cura preventiva di molti malanni. Non dimentichiamo che i nobili inglesi, che [357] ci sorprendono colla loro robusta longevità, colla loro vigorosa e operosissima mente, sono i più sapienti e coscienziosi bevitori del mondo, e dinanzi ad essi i nostri signorotti nella scienza della cantina, sono ancora selvaggi nudi e crudi, dai volti tatuati e dalle mani adunche.
Quando la medicina sarà più igienica che farmaceutica, quando la chimica sarà più fortunata, noi miglioreremo gli organismi mal nati con migliaia di vini diversi, distillati dalle vigne di tutto il mondo, e con milioni di liquori che il laboratorio avrà saputo creare. Certe combinazioni multiformi di eteri, di alcool, di tannino, di zucchero e di sali si adatteranno a certe combinazioni organiche e le equazioni della chimica esterna e della chimica vitale ristabiliranno l'equilibrio, modificando lentamente, ma sicuramente, le cellule nervose centrali, e per esse i nervi e gli organi che ne dipendono. Ricordiamo soltanto che spesso una delle prove più sicure che noi siam malati o che una grave affezione ci rode le viscere, è un profondo e insolito disgusto per il nostro prediletto alimento nervoso. Fra i mille esempii che potrei citare eccovi il primo che mi corre sotto la penna.
Narrasi di Antonio Tebaldeo che lungo tempo avanti la sua morte sì ridusse a guardare il letto, altro male non avendo se non la perdita del suo gusto per il vino. E infatti in una lettera di Gerolamo Negro a Marco Antonio Micheli1 leggete queste parole: "II Tebaldeo vi si raccomanda. Sta

1 Lettere di Principi, Vol. III, pag. 38.


[358] in letto, nè ha altro male che non trovare gusto del vino. Fa epigrammi più che mai, nè gli manca a tutte l'ore compagnia di letterati. È fatto gran francese, inimico dell'imperatore, implacabile."
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Questa è la fisiologia dell'alcool; passiamo ora alla sua ricca e proteiforme patologia.
L'alcool avvelena rapidamente o lentamente, presentandoci l'alcoolismo acuto o cronico.
Nel primo voi avete in principio l'eccitamento di tutte le funzioni, poi le vertigini, il tumulto muscolare, il delirio. Il volto, injettato e sudante sulle prime, impallisce e scompone i suoi lineamenti, prendendo la fisonomia della mania; più tardi gli sfinteri si rilasciano, l'ubbriaco non è padrone delle sue orine e delle sue feci; è insensibile, stupido e paralitico; perde i sensi, il moto, e il pensiero, la pupilla si dilata ed egli è in uno stato di morte apparente, è apoplettico. - Mentre l'ubbriaco ci presenta questo quadro generale che colpisce anche gli occhi meno osservatori, i suoi patimenti sono molteplici e profondi. Egli non digerisce, o vomita, o ha forti dolori alla regione del fegato; il respiro è dapprima celere e affannoso, poi lento e stertoroso, e qualche volta vi è un vero asma, e il sangue ingorga il polmone e il muco riempie i bronchi, simulando una vera asfissia. I battiti del cuore sono precipitosi, le vene giugulari si gonfiano, le arterie del collo battono con molta energia, e il volto si injetta.1

1 Lancereaux. Pathologie de l'alcoolisme dans le Diction. Enciclopédique. Paris, 1803.


[359] L'alcoolismo acuto può aver forma apoplettica o convulsiva, e può uccidere con emorragie encefalitiche, meningee o polmonari. Dévergie vide 14 volte sopra 40 la morte tener dietro all'ubbriachezza, e Tardieux cita parecchi casi di morte dovuta alla stessa causa. Sussmilch ci racconta che il numero degli individui morti a Londra, durante l'ubbriachezza, fu di 27 dal 1686 al 1710, e di 499 da1711 al 1735, e di 631 dal 1736 fino al 1758. Non posseggo cifre più moderne di queste, ed è doloroso che le statistiche non aprano una finca per gli ubbriaconi uccisi direttamente e rapidamente dall’alcool.
L'alcoolismo cronico è una lunga malattia: più che malattia è una iliade di guaj, è tutto un organismo contorto, deformato, degenerato dalla lenta e inesorabile influenza dell'alcool. Lancereaux, Peinnetier, Magnus Huss, Zschokke , Morel, Tomenff, Contesse e molti altri ci diedero preziose monografie dell'alcoolismo cronico, il quale ha una ricchissima bibliografia. Io ne parlerò a larghi tratti.
La gastrite cronica semplice è una delle affezioni più comuni del ventricolo fra i bevitori, e, quando dura a lungo, ci presenta la mucosa indurita e pigmentata, in uno stato di catarro continuo, e qualche volta anche con incipiente degenerazione grassa. L'infiammazione adesiva è lesione frequente dell'alcoolismo cronico, mentre la flemmonosa suppurativa è rarissima.
La gastrite alcoolica ulcerosa è molto più rara nei bevitori della gastrite semplice, e fu illustrata dal Leudet. A queste diverse forme di affezioni gastriche conviene associare il rammollimento della mucosa del ventricolo.
[360] L'intestino tenue di raro è affetto; non così il cieco, il quale presenta spesso le stesse lesioni dello stomaco, e queste furono vedute dal Lancereaux anche nel crasso.
La dispepsia è uno dei principali sintomi dell'alcoolismo cronico ed ha una forma speciale, con frequente vomito di muco, il vomitus matutinus di Hufeland, con sensazioni dolorose d'ogni maniera. Insieme a questi patimenti gastrici i malati soffrono di coliche, di borborigmi, ora di diarrea sierosa, ed ora di ostinata stitichezza; ora anche presentano diarrea colliquativa con evacuazioni emorragiche di forma dissenterica, od anche vera melena. Questo triste corteggio va quasi sempre compagno di un notevole dimagramento. Pennetier ha dedicato una bella tesi alla gastrite nell'alcoolismo,1 e descrive negli ubbriachi una gastrite semplice acuta, l'ulcero acuto del ventricolo, la gastrite semplice cronica, l'ipertrofia del ventricolo, gli stringimenti pilorici, l'ulcero semplice cronico e le infiltrazioni purulente sottomucose.
Il fegato è fra tutti i visceri addominali il più maltrattato dall'alcool e ci presenta le due forme patologiche più comuni della steatosi e della cirrosi.
La degenerazione adiposa del fegato fu trovata da tutti gli osservatori assai frequente nell'alcoolismo, e Lancereaux solo la trovava 70 volte su 90 ubbriaconi.
La cirrosi è pur frequentissima nell'alcoolismo e

1 Georges Pennetier. De la gastrite dans l'alcoolisme. Thèse, Rouen, 1865.


[361] il fegato cirrotico ebbe in Inghilterra il battesimo pieno d'ironia crudele, di gin-drinker's liver (fegato del bevitore di gin). Aron ha dedicato una monografia allo studio dell'itterizia grave prodotta dall'alcoolismo.
L'alcoolismo produce nel peritoneo in genere, nel mesenterio e nell'epiploo, ora depositi adiposi ed ora l'infiammazione adesiva, che furono finamente studiate dal Lancereaux.
Le forme patologiche più comuni dell'alcoolismo cronico, sono la laringe-bronchite, la congestione acuta del polmone con o senza infiltrazione sanguigna, la pneumonite, l'indurimento cronico e la tubercolosi granulosa.
Uno dei casi più singolari di idropisia prodotta dall'abuso degli alcoolici, è quello che cita il Graves. Egli conobbe un uomo di forme atletiche e direttore di una fabbrica, in cui vi erano 600 operaj. Era attivo e di mente lucidissima; eppure beveva un bicchiere di acquavite ogni tre quarti d'ora, cioè 18 o 20 bicchieri al giorno. A 35 anni morì in pochi giorni per idropisia.
Fra le vene pare che la porta e l'arteria polmonari soffrano più spesso delle altre per l’influsso dell'alcool, e l'infiammazione adesiva è l'alterazione che si riscontra più spesso. Anche le arterie nei bevitori vanno soggette a facili ateromazie; il pericardio è disposto ad ammalarsi di infiammazioni adesive; e il cuore perfin nella sua configurazione esterna ha una fisonomia particolare, tanto è intima e profonda l'azione del lento avvelenamento alcoolico. Avete un cuore grosso, ma molle, in uno stato [362] di ispessimento del ventricolo sinistro e del setto interventricolare.
La milza d'ordinario è voluminosa, molle, friabile, spesso sparsa di piccole macchie emorragiche.
Il cervello siccome dà le pericolose sue voluttà all'ubbriacone, cosi ci presenta nel cadavere un ricco quadro di lesioni. La dura madre può presentare neoplasmi che sono il frutto di infiammazioni adesive, e le alterazioni dell'aracnoide e della pia madre son così frequenti nei vecchi ubbriaconi che soccombono ad accidenti cerebrali, che il Lancereaux non esita a dire che non mancano mai le pseudo-membrane con grande tendenza ad emorragie.
L'istologia patologica dell'encefalo è ancora un desiderio della scienza, ma fin d'ora però si può dire che il cervello e il cerveletto presentano alterazioni più comuni e più profonde, quanto maggiore è la ricchezza vascolare della sostanza nervosa centrale. Nei casi gravi anche l'occhio solo, senza l'ajuto delle rivelazioni del microscopio e d'una scienza che ha di là a venire, ci fa vedere il cervello dell'ubbriacone preso da una peri-encefalite diffusa atrofica.
Quando si parla di cervello e di nervi è più facile constatare i turbamenti delle funzioni che quelli dell'organo; e nell'ubbriacone voi avete una plejade di mali nervosi e quel delirium tremens che è conosciuto anche dai profani dell'arte medica.
L'infelice bevitore comincia a provare, appena si mette a letto, sensazioni dolorose, principalmente alle estremità inferiori, e sono punzecchiamenti, stiramenti, dolori d'ogni forma, e a queste vere allucinazioni della sensibilità tengono poi dietro l'iperestesia, [363] e l'anestesia. L'ubbriacone ha quasi sempre il capo dolente, e al mattino appena alzato soffre di vertigini insopportabili e anche nella giornata quando fa movimenti improvvisi intorno a sè stesso. Di notte la veglia è continua e tormentosa, e il poco sonno stentato ed anche doloroso.1
Quanti guasti faccia l'alcool nei campi dell'intelligenza umana, vedetelo da queste cifre:
Bayle attribuisce all'abuso delle bevande alcooliche un terzo dei pazzi da lui osservato. Sopra 1979 alienati ammessi a Bicêtre dal 1808 al 1813, se ne contano 126 per abuso dell'alcool; su 264 alienanazioni osservate nelle donne della Salpétrière, 26, secondo Esquirol, dovevano essere unicamente attribuite all'abuso del vino. Su 150 donne dementi, Royer-Colard ne trova 6 che devono la pazzia al vino. Casper poi trova, esaminando un rapporto ufficiale che riguarda Berlino, che quasi il terzo dei pazzi poveri lo è per l'abuso dell'aquavite. Sopra 12007 casi di alienazione in Inghilterra, 1799, cioè quasi il quindicesimo, riconoscono per causa del loro male l’intemperanza (Carpenter). Deboutteville e Parchappe, nel periodo compreso tra il 1° luglio 1825 e il 31 dicembre 1843, trovano, in un periodo di 18 anni, la cifra del 28 per 100. Moul non conta meno di 200 malati per 1000, nei quali l'affezione mentale è dovuta alla stessa causa. Sopra 1595 casi osservati a Maréville, 115 volte se ne accusano gli alcoolici. (Archambault, Thèse de Motet).
Veduto il male, vediamone i progressi.

1 Lancereaux, Op. cit.


[364] Dal 1826 al 1835 entrano a Charenton 1557 pazzi; 134 lo devono all'alcool: è l'8 per 100.
Dal 1857 al 1864 entrano a Charenton 1146 pazzi; 277 lo devono all'alcool: è il 24 per 100.
A Bicêtre, Contesse trova 1000 casi di alcoolismo su 5238 casi di delirio, cioè il 19,09 per 100. In 7 anni, cioè dal 1855 al 1862, lo stesso Contesse vide accrescersi straordinariamente il numero dei pazzi ubbriachi; questi cioè raddoppiano; e il numero del 12,78 per 100 aumentò al 25,24.1
Le forme della pazzia degli ubbriaconi che occorrono più frequenti sono la mania, la lipemania, l'imbecillità e la demenza.
La forma maniaca è il delirium tremens o la follia alcoolica acuta di alcuni autori. Sono esacerbazioni, veri accessi del male che durano alcuni giorni e possono anche uccidere il malato.
La lipemania degli ubbriaconi si distingue sopratutto per le allucinazioni; ora ha forma d'accessi che ricompajono a lunghi intervalli, ed ora continua lenta e inesorabile per mesi ed anni, lasciando poi dietro di sé l'imbecillità, la demenza e la paralisi generale.
L'imbecillità e la demenza formano l'ultima scena della mania e della lipemania alcoolica, ma talvolta compajono senz'essere precedute da altri turbamenti intellettuali.
Il dottor Motet ci ha dato un prospetto della diversa frequenza con cui si mostrano queste varie forme di alienazione alcoolica nell'uomo (U) e nella donna (D).

1 Lancereaux, op. cit.


[365]


[366] La vita patologica dei muscoli nell'ubbriacone ci presenta il tremito, le scosse, il granchio, le contratture, le convulsioni, la paralisi.
Fra i sensi la vista è la più minacciata dall'alcool e gli oculisti hanno descritto un'ambliopia alcoolica.
Poco è noto sulle alterazioni istologiche del midollo spinale e dei nervi nell'alcolismo; ma sappiamo che i muscoli ci presentano spesso la degenerazione grassa, e così pure le ossa. Falcke ha descritto una artropatia propria dell'alcoolismo.
In alcuni casi la malattia di Bright non ha altra causa che l'abuso delle bevande spiritose, benché il Lancereaux, così competente in questo genere di studi, creda esagerato il valore eziologico che si dà all'alcoolismo per spiegare le degenerazioni dei reni.
Il catarro della vescica è frequente nei bevitori, e i testicoli spesso atrofici portano all’impotenza e alla assoluta mancanza di desiderii erotici. Alcune malattie della pelle negli ubbriaconi son note anche al volgo, il quale sa leggere sul volto le abitudini dell'intemperanza.
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Per quanto siano ancora incomplete la fisiologia e la patologia dell'alcool, pure vi troviamo i fili conduttori che valgono a guidarci nel labirinto delle sue potenti influenze sul movimento intellettuale e morale delle nazioni. Anzi, se noi possedessimo intera la fisica dell'alcool, potremmo arrivare a stabilire un'equazione, in cui di contro alla sua chimica azione [367] sugli elementi dell'organismo noi avremmo la statistica completa dei suoi effetti morali, dacché la storia economica e morale dell'alcool non è che un risultato ineluttabile delle sue azioni fisiche e chimiche sul corpo vivo; ma questa è scienza ancor così lontana da noi che può sembrar poesia; e i metafisici hanno ogni diritto di sfondar porte aperte, quando un razionalista dell'avvenire vuol stabilire equazioni di fìsica sociale per le quali mancano ancora gli elementi del calcolo.
Gettando uno sguardo sul prospetto, in cui graficamente ho tracciato il bene e il male che produce l'alcool, potete già spiegarvi ormai l'igiene delle bevande alcooliche; potete intendere perchè possano in dose fisiologica esser così utili all'operajo che mangia poco e molto lavora; perchè possano prolungare la vita; perchè siano un ristoro al dolore, una fonte di piaceri. Potete pure dall'altra parte spiegarvi tutta la quantità di vita e di salute che va miseramente consunta nell'abuso delle bevande spiritose. L'igiene dell'alcool ci vien spiegata dalla sua fisiologia; così come le gravi malattie dei centri nervosi, e il delirio, e la demenza, e le paralisi ci son spiegate dallo studio della patologia sperimentale e dell'anatomia patologica. Tutto questo per la vita dell'individuo, che per quello della specie molto ci rimane ancora a dire.
L'alcool eccita gli organi d'amore in modo fugace, suscita molti desiderii e, annebbiando la ragione, rende l'uomo più audace, e la donna meno pudica. E questo il piccolo seme che genera una foresta, è questa una formola generale che racchiude un vo[368]lume di storia. L'alcool è il più potente degli afrodisiaci indiretti, perchè è il più potente nemico del pudore; e per questa via ha generato migliaja di inutili figliuoli, ha seminato il mondo di bastardi, ha popolato gli ospizii di trovatelli, ha cresciuto il censo alla prostituzione, ha scritto negli archivii del delitto stupri e attentati al pudore senza fine. La fecondità imprevidente e gli attentati al pudore sono i guai più diretti che si devono all'azione immediata dell'alcool sugli organi genitali, ma non sono i soli.
Vivi desiderii e poco pudore trascinano l'uomo alla prostituzione, all'imprevidenza o al delitto; ma appena di poco trabocca la bilancia dell'uomo ebbro, l'impotenza si accorda in osceno connubio colla lascivia, e la virilità mal sicura dell'oggi aspetta più tardi l'impotenza precoce e completa; così come la fecondità imprevidente dell'individuo s'accorda colla sterilità della specie. Qualche volta il pudore trovò un potente alleato alla difesa nella barcollante virilità dell'uomo ebbro; ma le generazioni inferme e rachitiche, nate dagli assassini amplessi degli ubbriaconi non trovarono ancora uno schermo contro l'alcool nelle leggi, nella religione e nella scienza.
Ocellus Lucanus, antico filosofo greco, parla dei cattivi effetti dell'intemperanza dei genitori sulla prole, e Plutarco trova l'imbecillità nei figli dei padri ubbriaconi, e ci racconta come Diogene, incontrando un giovanetto stupido gli dicesse: tuo padre ti ha generato durante l'ubbriachezza.
Lippich raccoglie venti osservazioni di genitori ubbriaconi, e trova che il prodotto medio dei loro matrimonii è di 1 a 3 figliuoli. Da altri calcoli egli [369] conchiude che l'alcool soffoca in germe i due terzi dei nascituri. Giuseppe Frank crede che le donne ubbriacone abbiano grande tendenza all'aborto, e Lancereaux conferma questa credenza colle proprie osservazioni; Bacone stesso dice di aver veduto nascere molti imbecilli dagli ubbriaconi. Darwin dice che tutte le malattie prodotte dall'abuso degli alcoolici sono ereditarie, trasmissibili fino alla terza generazione, e che quando la causa persiste, si vanno aggravando poco a poco finchè la famiglia si spegne. Roesch, Mason, Cox, Lippich, Friedrich attribuiscono all'ubbriachezza dei genitori un'influenza funesta sulla salute dei figli, i quali sono disposti alle congestioni cerebrali, all'idrocefalo, all'idiotismo ed anche alla demenza.
Secondo Bruhl Cramer, l'ubbriachezza abituale del padre avrebbe sulla costituzione della prole un'influenza peggiore di quella della madre. Demeaux raccolse alcuni casi di epilessia, di paralisi congenita, di alienazione mentale e di idiotismo che si accorderebbero con uno stato di ubbriachezza del padre nel momento della concezione. Dehant e Vousgien pubblicarono altre osservazioni in conferma di quelle di Demeaux. Lancereaux, dopo aver citato i fatti raccolti dagli altri, conclude che il figlio dell'alcoolismo muore spesso in età infantile per convulsioni, o vive idiota o imbecille. Adulto egli ha una speciale fisonomia, ha lo sguardo stupido, una grande mobilità nervosa, uno stato nevropatico molto analogo all'isterismo, convulsioni epilettiformi, idee tristi; è malinconico e ipocondriaco. Il [370] figlio dell'ubbriacone è spesso un secondo ubbriacone; è uomo immorale, depravato, cinico.1
Un'eloquente statistica ci mostra tutta l'immensa influenza assassina dell'alcool. A Londra la metà dei bambini muore prima di aver raggiunto i tre anni; mentre nei quacqueri, celebri per la loro temperanza e sobrietà, la metà dei bambini giunge ai 45 anni. Hanno dunque ragione i popolani di Rouen di chiamar l'acquavite coi nomi di la roulante e la cruelle.
Pare che da qualche tempo alcuni operai irlandesi si ubbriachino coll’etere, prendendone da due o tre grammi misti coll'acqua, o fra due sorsi di acqua.
L'alcool conduce spesso al suicidio. Renaudin, su 4595 suicidi, ne trova 530 che si son data la morte per l'ubbriachezza abituale. Schlegel dice, che il vizio del bere è la causa principale del suicidio in Inghilterra, in Germania e in Russia. Nel 1829 duecento suicidii ebbero luogo a Londra in seguito all'abitudine delle bevande spiritose. Casper, studiando i documenti ufficiali, trova che il quarto degli abitanti di Berlino che hanno attentato alla propria vita, dal 1812 al 1821, erano ubbriaconi.
II bevitore diventa suicida perchè l'imprevidenza e l'inerzia lo conducono alla miseria, e perchè l'ozio gli niega il denaro bastevole per comperarsi l’unica gioia di cui è capace. L'ubbriacone ha bisogno ogni giorno di maggiori dosi di alcool per portarsi allo stato di esaltamento che gli è neces-

1 Lancereaux, Op. cit.


[371] sario quanto l'aria che egli respira; e ogni giorno l'ozio lo rende più povero mentre l'imprevidenza lo fa più ricco di figliuoli che gli domandan pane. Altre volte invece l'abbrutimento precoce del bevitore gli va chiudendo ogni giorno la porta delle più oneste gioie. Senza i cari affetti della famiglia e le salutari compiacenze del lavoro, senza i conforti dell'amicizia o i lampi dell'ambizione, egli è ridotto all'unica voluttà dell'ebbrezza; ma anche questa coppa si avvelena sempre più pei mille malanni fisici che lo tormentano; per cui viene ad avere in uggia la vita e se la toglie. E l'ubbriachezza darebbe una cifra molto maggiore di suicidii, se l'alcool insieme all’abbrutimento della miseria, o alla noia della vita non indebolisse anche i muscoli e la volontà; talchè l'uomo, pur odiando resistenza e bestemmiandola ogni ora, non ha il coraggio di togliersela; nè ha nerbo che tasti per raccogliere l'energìa di una gagliarda risoluzione. Anche questi fantasmi però che muoiono col ventre idropico o le gambe paralitiche, sono veri suicidi, dacchè coll'alcool si avvelenano e muoiono per sola influenza di quel veleno che volontariamente vanno sorbendo. Nei miei Elementi d'igiene e altrove troverete esempi di questa fatale alienazione della mente; per cui l'uomo non vede, non cerca, non vuole che una cosa sola; l'alcool che lo ecciti, che lo stordisca e lo uccida. È mania che genera l'abbrutimento, o l'abbrutimento che genera una mania; ma in ogni modo è un circolo vizioso, fatale, ineluttabile, che non si rompe che per passare alla bara anatomica o al manicomio.
[372] Roesch afferma essere principalmente la crapula che rende la morte volontaria tanto comune oggidì. Schlegel assicura essere questo vizio la principale causa di suicidio in Inghilterra, Allemagna e Russia. Casper ricorda, giusta documenti ufficiali, che il quarto degli abitanti di Berlino, che hanno attentato ai proprii giorni dal 1812 al 1821, erano di gente data ai liquori. Brierre de Boismont, dietro proprie ricerche, rileva che il numero degli individui che si danno la morte sotto l'influenza dell'ubbriachezza semplice o dell'alcoolismo, forma circa l'ottavo dei suicidi di Parigi. Sui 239 infermi dall'autore sopra citati come affetti da alcoolismo acuto o cronico, 5 donne e 31 uomini si distinguevano per le loro idee o tentativi di suicidio.
Drouet, che cita questi fatti, crede di doversi mettere dal punto di vista delle circostanze che han dominato la loro determinazione, e di classificarli in parecchie categorie.
Alcuni, qualificati a torto di suicidi nella loro cartellina medica, non han mai sognato di metter fine ai propri giorni, bensì sonosi inconsideratamente slanciati in mortali pericoli, la cui evidenza, sfuggiva al loro momentaneo accecamento. Essi erano allora sotto l'impero di allucinazioni o d'impulsi istintivi rapidi, che loro toglievano il giusto apprezzamento delle cose del mondo reale.
Si limita a citarne alcuni casi presi fra le proprie osservazioni, e quelle del collega Masbrenier.
Un individuo a 37 anni trovavasi al bordo del fiume quando gli par di sentire la voce di uno de' suoi amici che gli grida; Se io fossi al tuo po[373]sto mi getterei nell'acqua! Ed obbedisce ciecamente alla sua allucinazione, e si sarebbe annegato senza pronto soccorso.
Un altro, dell'età di 30 anni, crede di essere seguito da un sergente maggiore e da un volteggiatore con cui avea avuto una violenta discussione durante la giornata, e, volendo sfuggirli ad ogni costo, si slancia nella Senna senza riflettere di non saper nuotare.
Un terzo, perfettamente calmo da parecchi giorni, usciva dall'asilo insieme ad altri infermi per ripigliare il lavoro dei campi, quando ad un tratto, nel mentre attraversa il ponte gittato sul canale della Marna, è preso da spavento, ascoltando una voce che lo minaccia, e salta il parapetto senza saper che si faccia. Fortunatamente uno dei suoi compagni, sequestrato come lui per alcoolismo, ma in quel momento più ragionevole, si slancia subito all'acqua e lo riconduce sano e salvo alla sponda.
Questi diversi casi sono quasi analoghi a quello riferito da Brierre de Boismont nel suo Traité des hallucinations. Un individuo prova gravi dispiaceri domestici, ai quali non crede potersi sottrarre diversamente se non coll’abbandonarsi ad una continua ubbriachezza, Questo stato non tarda a produrre un disordine delle sue facoltà intellettuali. Un giorno infatti crede di vedere una straordinaria immagine che gli fa segno di seguirla; si alza, le corre dietro e cade nella via: era passato per la finestra! Glielo condussero tutto stordito dalla caduta; credeva ancora di vedere il fantasma, e non rispondeva che confusamente. Alquanti giorni d'i[374]solamento e d'astinenza lo rimisero prontamente in senno.
Certi infermi, spinti al suicidio dalle loro domestiche sventure, dal cattivo andamento dei loro affari, o da qualche altro analogo motivo, han chiesto all'ubriachezza il coraggio necessario per metter fine ai proprii giorni. Altri che cercavano soltanto l'oblio dei loro mali nell'abbrutirsi con i liquori inebbrianti han ceduto, sotto l'impero dell'alcoolismo, al pensiero d'un suicidio concepito nell'animo loro da un certo tempo, ma sempre allontanato fin che avevano goduto della loro completa ragione.
In una terza categoria, la più numerosa di tutte, van messi gli alienati presi da alcoolismo con allucinazione e predominio d'idee di persecuzione, i quali han voluto trovare nella morte un termine alle loro immaginarie sofferenze. Eccone alcuni esempii.
Un tale dichiara d'essersi gittato nell'acqua per sfuggire alle malvage intenzioni ch'egli leggeva sul viso di tutti quelli che lo circondavano.
Un altro ha preso il partito d'annegarsi, onde sottrarsi alle spaventevoli allucinazioni da cui era assediato ed alla persecuzione della gente.
Altri due individui, presi da alcoolismo cronico con predominio d'idee di persecuzione, sono morti all'asilo, dopo essere stati nutriti entrambi per lungo tempo la mercè della sonda esofagea. Il primo era risoluto a lasciarsi morir di fame per evitare di sentir dire male di lui e per sfuggire alle sue immaginarie persecuzioni: avea 47 anni. L'altro, di 50 anni, è soccombuto allo stesso modo [375] in uno stato d'invincibile lipemanìa, dopo aver fatto parecchi tentativi di suicidio. La loro autopsia non ha rivelato veruna lesione nervosa caratteristica od interessante.
Parecchi infine di quelli che si distinguevano pei loro tentativi di suicidio sotto l’influenza della sovraeccitazione alcoolica, si sono trovati di poi nell'impossibilità di dare alcun particolare sulla loro condotta durante il delirio: aveano completamente obliato i loro trascorsi.
L’ubbriachezza, colpa essa stessa, genera la colpa; e basta consultare i tristi annali del delitto per trovare che le popolazioni delle carceri e delle galere, e i miserabili che montano il patibolo sono quasi tutti tolti dallo stuolo degli ubbriaconi. I legislatori che furono severi contro l'ubbriachezza, la considerarono come vizio in sè stesso che degrada l'uomo, che gli fa violare i più sacri doveri della famiglia e del cittadino; ma vollero anche, esagerando le pene, punire un'abitudine che conduce inesorabilmente a colpe maggiori.
Solone puniva di morte l'arconte ubbriaco, e Aristotile vedeva nell'ubbriachezza una circostanza aggravante della colpa: Aristotiles ex Pittaci sententia, non modo non excusat ebrium nulla modo quum delinquit, sed majore poena afficiendum esse vult quam si idem fuisset extra ebrietatem (Zacchias). Innocente III destituiva i sacerdoti che si ubbriacavano; e un editto di Francesco I di Francia (1536) puniva della prigione l'ubbriaco che dava pubblico scandalo, e condannava a pene afflittive e infamanti gli ubbriaconi incorreggibili.
[376] Anche ai nostri giorni l'Inghilterra, la Svezia, la Prussia, altri Stati della Germania e dell'America meridionale, infliggono pene agli ubbriachi. Nel codice prussiano, fra gli altri, è detto che chi per giuoco o per ubbriachezza non può sovvenire ai proprii bisogni e a quelli della famiglia è condannato alla prigione. Nel Mecklemburg Schwerin (nel 1843) l'ubbriacone che turba l'ordine pubblico è condannato alla detenzione, e in caso di recidiva a pene corporali; il debito degli ubbriaconi per bevande spiritose non è riconosciuto ed è loro interdetta la osteria.1
I giuristi discussero a lungo e discutono ancora sulla responsabilità degli ubbriachi; ma io sono del parere di Aristotile, e trovo che avevano ragione gli indigeni dell'America del nord, quando, accusati di aver uccisi alcuni Inglesi, risposero queste parole: Siete voi che ci avete venduto il rhum; siete voi che ci avete resi insensati. Voi stessi avete smarrita la vostra ragione, bevendo con noi. A voi la colpa, se vi uccidiamo qualcuno dei vostri. È il rhum che fa tutti questi mali.2
Perfino i Puritani adoperavano le bevande alcooliche come strumento di frode contro i poveri Indiani, ubbriacandoli e facendosi poi cedere a vil prezzo le loro terre e le loro pelliccie.3
Tourdes ha perfettamente ragione là dove dice che l'ubbriachezza può ora aggravare la responsa-

1 TOURDES , Alcool. Médecine Légale nel Dict. Encyclop.
2 Deunlap's. History of New-York. Vol. I, pag. 69.
3 Carlier. Op. cit., vol. 1, pag. 372.



[377] bilità del colpevole ed ora diminuirla; è un elemento che insieme a molti altri vuol essere volta a volta studiato e pesato, onde assegnare il grado della colpa e la misura della pena. E come mai potremo noi assimilare, per esempio, e mettere sulla stessa linea questi due fatti che pur son tolti dalla pratica d'ogni giorno?
Un uomo abbrutito da lungo uso di bevande spiritose, ubbriacone da molti anni, nello stato di demenza abituale stupra una innocente giovinetta.
Un libertino si ubbriaca per darsi il triste coraggio di violare una fanciulla e vi riesce.
L'alcool ebbe parte importante in questo due colpe; ma parte diversa, e in faccia alla coscienza umana e alla giustizia ebbe anzi parte opposta, diminuendo la colpa nel primo caso, aggravandola nel secondo.
Nei delitti contro le persone e le proprietà l'alcool, oltre all'influenza indiretta che esercita come elemento che abbrutisce e istupidisce, che coll’imprevidenza conduce alla miseria, e dalla miseria conduce al delitto, ha pure una più diretta potenza al mal fare; più diretta ancora di quella che si osserva nel suicidio e negli attentati al pudore. L'alcool indebolisce la ragione e rinforza il braccio, oscura la coscienza e accende la passione; è quindi il più sicuro alleato del delitto; e nelle lotte fra il dovere e le passioni, fa la parte del demone tentatore nelle battaglie fra il diavolo e l'angelo custode del mito cattolico. I primi delitti, e sopratutto quelli meditati, furono commessi in uno stato d'ubbriachezza; il braccio dell'uomo alcoolizzato corre [378] più veloce, più sicuro alla vendetta, all'assassinio, alla strage; cosi come la mano del ladro ubbriacone entra più temeraria nella saccoccia del prossimo. Impedire l'ubbriachezza è quindi una via sicura di assottigliare le statistiche del delitto; e non invano la temperanza fu messa da tutti i popoli e in tutti i tempi fra le prime virtù.
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L'ubbriachezza si previene o si punisce, e moralisti e legislatori in ogni tempo si adoperarono a combattere l'alcool e la innumerevole coorte de' suoi guai.
L'educazione e l'istruzione sono le migliori medicine per l'alcoolismo: esse agiscono lentamente ma sicuramente, e basta numerare gli ubbriaconi di un paese e classificarli per classi sociali, onde toccar con mano la potente influenza della coltura sulla passione dell'alcool. Chi sa intendere le sante gioie della famiglia, chi sa godere dei piaceri intellettuali, non può spegnere la propria ragione, la propria dignità nel fondo di una bottiglia.
L'associazione di molti che si mettono insieme per combattere un vizio comune e cementano con voto solenne di giuramento l'amore del bene e l'amor proprio per conseguire un fine sublime, ha generato le società di temperanza, sorte a Baltimora secondo alcuni, secondo altri a Boston nel 1813. Dove il male era maggiore, ivi nacque il medico. Basta ricordare che sino dalla fine del 1600 negli Stati Uniti, e specialmente poi a New-York, l'idea fissa era [379] quella di far fortuna per abbandonarsi all'ubbriachezza. Molti negozianti giovani e vecchi si perdevano in questa via di disordine, e terminavano la loro carriera col fallimento.1
La prima società di temperanza di Boston proibiva l'abuso delle bevande alcooliche, ma ne concedeva l'uso; non ebbe però che risultati incerti, e nel 1826 molti onorevoli cittadini di Boston si riunivano per far voto solenne di assoluta astinenza dall'alcool. Pare che nell'uomo molte volte la temperanza sia meno facile del digiuno. Nel 1820 si calcolava che 30,000 persone fossero addette alla società di temperanza di Boston, e alla fine del 1829 l'America del Nord aveva già 1000 società di temperanza; fra le quali 11 erano istituzioni dello Stato. La mortalità che da sei anni era del 24 1/6 per 100, dopo due anni di vita delle società di temperanza non era più che del 17 1/2 per 100.
Nel 1831 si tentò di bandire l'alcool dall'armata americana, e ne avevano fatto dimanda gli ufficiali stessi, dopo aver riconosciuto che l'ubbriachezza era causa principalissima delle diserzioni. Nel 32 il Ministro della marina decretava che ogni marinajo in servizio dello Stato che avesse rinunciato alla sua razione di grog, avrebbe avuto un compenso in denaro; e questa misura riusciva feconda di bene.
Nel 1834 a Filadelfia si fondava un Unione della temperanza, la quale aveva per iscopo di accordar fra di loro tutte le diverse società di temperanza, e fu verso quell’epoca che si potè dimostrare con

1 Carlier, Op. cit. vol. 2, pag. 101.


[380] una preziosa statistica che le navi condotte da marìnaj temperanti davano una cifra molto minore di accidenti. Per persuadersi di tutto il bene ottenuto in pochi anni da queste istituzioni basterebbe leggere l'ottavo rapporto della Società americana di temperanza del 1835, dove è detto: "Due milioni circa di persone hanno cessato dal bevere bevande spiritose e più di 8000 società di temperanza contano oggi 1,500,000 membri: 4000 distillerie almeno furono chiuse; più di 6000 negozianti hanno abbandonato il commercio degli spiriti, e più di 12000 capitani marittimi non bevono più a bordo, e più di 12000 ubbriaconi non bevono più una sola goccia di bevanda spiritosa."
Nel 1829 si fondava in Irlanda a New-Ross la prima società di temperanza e ne' miei Elementi d'igiene potete trovare un cenno della diffusione di questa istituzione in Europa.
L'istituzione delle società di temperanza fu dunque benedetta fin dal primo momento in cui Hawkins, piangendo di pentimento colla sua innocente bambina, poneva a Baltimora la prima pietra delle future società, fatto commovente che ci fu narrato con tanta squisitezza di sentimento da quell'anima gentile della Frederika Bremer nei suoi viaggi negli Stati Uniti. Quel paese, diceva io un giorno, parlando della prima società di temperanza in Italia, è davvero una palestra di tutti i sistemi sociali, è un giardino d'acclimazione in cui si sperimentano tutte le umane follie e tutte le generose aspirazioni, dalle pazzie dei Mormoni alle società di temperanza. In un campo di libertà infinita una razza vigorosa [381] presenta tutte le possibili forme dell'umana attività, servendo così di scuola alle nazioni inerti per stanchezza o per schiavitù.
In Italia fu tentato dal dottor Luigi Chierici nel 1864 di fondare una società di temperanza, e se ne inaugurò in Torino la istituzione. Io fino d'allora tentai di giudicare del merito intrinseco di questo pensiero, tenendomi lontano dalla fede fanatica, con cui si vede in ogni nuovo programma, in ogni intreccio di bandiere e di nuove presidenze un avanzamento dell'umana società, e alieno dallo scetticismo che critica ogni cosa nuova che voglia uscire dalla strada maestra dell'avanzamento misurato e legale.
Fin d'allora io non potevo dividere col dottor Chierici la saldezza delle sue convinzioni sull'avvenire di queste società in Italia; e pur troppo io ebbi ragione. Qui fra noi gli abusi degli alcoolici sono troppo leggieri, perchè possano destare un'unanime reazione, che si organizzi in una robusta e numerosa società. D'altronde lo spirito di associazione è debole ancora, la tenacità del volere non è una delle nostre virtù nazionali; e contro questi ostacoli negativi, che oppongono un'inerzia onnipossente, si spense il buon volere del Chierici. Forse lo scopo della temperanza, non può bastare a costituire un nucleo di nuoven associazioni, ma potrebbe benissimo raggrupparsi intorno a società già esistenti, sicchè i vantaggi economici si associassero al proposito di una temperanza assoluta. Noi crediamo che le società operaie di mutuo soccorso già esistenti potrebbero prefiggersi anche lo scopo della temperanza e di questa fare argomento delle loro istituzioni e dei loro re[382]golamenti, sicchè ad un tempo solo si conseguissero scopi diversi. Dove lo spirito d'associazione è debole e inerte, non conviene sperperare una forza preziosa, facendone tanti e piccoli centri. Ciò che è debole va sorretto, appoggiato a robuste colonne, fecondato dall'alito potente di molteplici scopi; non diviso, nè sminuzzato in mille parti, sempre più piccine e più deboli.
Prima del Chierici altri in Italia avevano pensato a prevenire l'ubbriachezza. Il prof. Riberi assegnava un premio a chi meglio avesse avvisato dei danni che recano le bevande spiritose o fermentate. Conseguì il premio il dottor Lorenzo Gemignani da Lucca col suo Catechismo sull'uso delle bevande fermentate e spiritose presso di noi Italiani (Torino,1848). Il dottor Pietro Riccobelli scrisse un lavoro Dei danni provenienti alla salute umana dal moderno abuso delle bevande spiritose e specialmente dell'acquavite (Milano, 1816); il prof. Michele Buniva pubblicava in Torino nel 1833 la sua lezione intorno le principali bevande ed in ispecie intorno la birra, e il Bellingeri dava alla luce nel 1840 una dissertazione sull'influenza del cibo e delle bevande nella fecondità e proporzione dei sessi nelle nascite del genere umano. In questo suo scritto, che l'Istituto di Francia giudicò degno di menzione onorevole, Bellingeri, parlando del vino, non solo lo volle contrario alla fecondità, ma l'incolpò di favorire piuttosto i concepimenti femminini che maschili. In altra memoria (Dell’influenza del vino sulla generazione. Torino, 1846) conchiude che il vino e specialmente il suo abuso è contrario alla generazione, ca[383]giona l'aborto o la prole nasce meschina e rimane debole ed imbecille.1
Questo è il poco che si è tentato di fare in Italia contro l'alcoolismo.
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Dove non soccorreva lo spontaneo volere degli individui, il governo e le leggi tentarono più volte di impedire l'ubbriachezza con tasse sulle bevande e pene pei bevitori.
Da Carlo Magno in poi la Francia ebbe molti editti relativi alla repressione dell'ubbriachezza. In Germania Massimiliano I nel 1500, proibisce le associazioni dei bevitori. Carlo V, Massimiliano II e Rodolfo emanano analoghi decreti ed i sacerdoti ricevono l'ordine di adoperare le predicazione contro i bevitori. Simili misure vengono prese nell'Elettorato di Sassonia, nel Margraviato di Brandeburgo, nel Ducato di Würtemberg. Nel 1582 a Francoforte sul Meno si proibisce la vendita dell'acquavite, perchè si era osservato che essa aumentava la mortalità della popolazione.
Nel 1691 il duca di Brunswick emana un decreto contro le bevande e i bevitori, che è preceduto da questo curioso considerando: "Essendo divenuto notorio che il popolo adopera l'acquavite, non più come medicamento e come mezzo di facilitare la digestione, scopo proprio per cui fu inventata e prescritta, ma bensì come bevanda

1 Corradi, Dell'igiene pubblica in Italia. Milano, 1868, p.301.


[384] quotidiana, cioè come strumento e mezzo di intemperanza, e che quelli che si danno a questo genere di vita assassina, finiscono per perdere la loro salute la loro ragione e la loro fortuna, è stato ordinato, ecc."
Nel 1718 un editto speciale apparve in Prussia contro gli ubbriaconi. A Londra il numero delle nascite diminuì a tal segno nel 1726, che l'autorità fece un'inchiesta su questa causa di spopolamento, e si credette doversi ricercare nell'abuso dell'acquavite. Questa fu multata di tasse, e dal 1758 in poi si ebbe un gran miglioramento della pubblica moralità.
Leggi severe furono pure pubblicate in Svezia in Inghilterra, nel Würtemberg e in altri paesi.1
Nelle prime leggi delle colonie inglesi in America (1636-1671) leggete: "Ogni uomo ubbriaco sarà punito con un'ammenda ed esposto in pubblico con uno scritto in cui sarà indicata la sua colpa.2"
Hildreth ci racconta, che nella speranza di distruggere l'abuso del rhum, una delle piaghe della giovane Virginia, si colpì con una tassa l'importazione di questo liquore, e si proibì di venderne senza aver ottenuta una speciale licenza; ma sgraziatamente la tassa non tardò ad essere soppressa come nocevole al commercio e di difficile percezione.3
Fra noi, quando la finanza italiana ridotta al-

1 Lancereaux, Op. cit.
2 Carlier, Op. cit., vol. I, pag. 173.
3 Hildreth, History of the United States of America. Vol. I, pag. 514.



[385] l'estremo, cercava un àncora di salvamento, il governo preferiva tassare il pane e non l'alcool.
In Russia, in Polonia e in Svezia, dove gli ubbriaconi bevono quasi esclusivamente acquavite dei cereali si tentò di guarirli, mettendo loro in tutti i cibi l'olio infetto che si trova nell'alcool di grano. Talvolta con questo modo i bevitori prendono in orrore l'acquavite e guariscono dal vizio. Un medico svedese curò con altro mezzo, egualmente bizzarro, l'alcoolismo, e il suo metodo dimenticato per lungo tempo fu rimesso in favore da Nasse. Questo mezzo consiste nel guarire i bevitori coll'abuso della bevanda. Si aggiunge alcool a tutti i cibi e a tutte le bevande dell'ubbriacone, e dicono che qualche volta l'ubbriacone guarisca. Nasse però confessa di averlo anche talvolta veduto morire.
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L'alcool rallegra e abbrutisce quasi tutti i popoli della terra; e se ancora esiste qualche tribù nera o gialla che lo ignori, verrà ben presto a conoscerlo coi rapidi progressi della razza caucasica che tutto vuol invadere e tutto possedere. È singolare come ogni popolo abbia il suo alimento nervoso prediletto, ma s'innamora dell'alcool appena lo conosce; per cui questo può dirsi l'alimento nervoso più cosmopolita. Dove la religione comanda l'astinenza dalle bevande alcooliche, come nei popoli maomettani, il gusto per l'ebbrezza non è men vivo, e a quanto si dice i violatori del Corano son molti. Io ho veduto inebbriarsi con egual pas[386]sione i negri di molte stirpi, i bianchi di molti popoli, gli Indiani del Paraguay come quelli della Pampa.
Nei paesi freddi si beve in generale assai più che nei caldi, benchè gli studj recenti abbiano voluto dimostrare che l'alcool raffreddi l'organismo invece di riscaldarlo. Più che il clima però nel gusto degli alcoolici entra la razza; e gli Italiani, gli Spagnuoli, i Portoghesi conservano le loro abitudini temperanti anche nelle regioni fredde; mentre ho veduto gli anglosassoni bevere a josa anche al Brasile e sotto l'equatore africano.
La Svezia è forse fra tutti i paesi d'Europa quello in cui si beve con maggior passione. Fin dal 1715 Dalsthröm con energiche parole si sforzava di correggere i suoi paesani dal vizio dell'ubbriachezza; ma quelle parole non ebbero alcuna influenza moralizzatrice, dacchè le cifre della statistica svedese ci mostrano un continuo progresso nel consumo degli alcoolici. Così la Svezia nel 1786 consumava ogni anno 5,400,000 kannor di acquavite1, nel 1831 22,000,000 di kannor. Nel 1837 per una popolazione di 3,000,000 di abitanti si contavano 170,000 distillerie che producevano annualmente 180 milioni di quarter,2 per cui ogni abitante ne avrebbe consumato 60 quarter. Magnus Huss ci dice che ai tempi nostri si può calcolare che la Svezia produca circa 200 milioni di litri d'acquavite, che vengono consumati quasi tutti in paese; per cui, escludendo

1 Ogni kannor equivale a due litri circa.
2 Il quarter svedese è eguale a 0,32717 litri.



[387] i bambini e le donne, ogni svedese consumerebbe da 80 a 100 litri d'acquavite all'anno.
L'Inghilterra fu sempre un paese di gagliardi trincatori. Smollett nella sua storia ci racconta come nel 1751 i bettolieri pubblicassero avvisi, nei quali era detto che per un penny si poteva ubbriacarsi nelle loro osterie, che per due pence si poteva cadere ubbriachi morti, e che si riceverebbe gratuitamente della paglia per coricarvisi fino al ritorno allo stato normale. In un rapporto presentato al Parlamento inglese trovo che nel 1862 le sole distillerie della Scozia fabbricarono 596,063 ettolitri d'alcool; cioè il 52 per cento di tutta la produzione inglese, valutata ad 1,134,861 di ettolitri. La Scozia nel 1862 consumò 200,012 ettolitri di spiriti. Nello stesso paese, nell'anno che è finito col San Michele del 1862, 94,908 persone furono chiamate ai tribunali per ubbriachezza; 63,255 riconosciuti colpevoli, 7000 circa condannati al carcere. Nell'anno antecedente solo 82,176 persone furono accusate di ubbriachezza, e 54,123 riconosciute colpevoli. Nel 1862 il coroner trovava che 145 uomini e 66 donne erano morti in causa dell'ubbriachezza. Statistiche serie sembrano provare che in tutta l'Inghilterra muoiano ogni anno 50,000 persone per colpa dell'alcool, e 10,000 ne muoiano in Russia. Di questo paese ho scritto cose curiose nei miei Elementi d'Igiene, ed'ora aggiungerò che nel 1764 Schlozer pretendeva che nella sola città di Pietroburgo morissero ogni anno 635 persone per l'acquavite. Roenh afferma che nel 1822 Berlino aveva 1520 venditori di acquavite, e quando quella città giunse ad avere [388] 199,283 abitanti, essa aveva, secondo Casper, 6540 botteghe di venditori d'acquavite; il quarto delle case della metropoli prussiana. Roesch trovava pure mostruoso il consumo di liquori nell'Assia superiore, e Lehmann trovava di dover ripetere la stessa cosa per Berna. La piccola città di Kislezz non ha che 1900 abitanti, ma conta 26 distillerie d'acquavite di patate, e molti ne bevono fin 4 choppen al giorno.
Anche in Francia l'uso degli alcoolici cresce smisuratamente da molti anni in qua. Ecco il consumo, dell'acquavite in diverse epoche:
Anno 1728   ettolitri 368,857
          1828                906,337
          1848             1,088,302
II consumo annuo dal 1842 al 1846 incluso fu in media di 1,475,000 ettolitri, e da quell'anno in poi andò ancora crescendo. L'abuso dell'alcool anche per la Francia sola è maggiore nel nord che nel mezzodì. Anche i Vosges, anche la Brettagna e la Normandia sono fra i paesi più bevitori della Francia. Jules Simon ci fa sapere che a Rouen si vendono in un anno 5 milioni di litri di acquavite, senza il sidro, il vino e la birra. Ad Amiens, aggiunge, si vendono ogni giorno 80,000 bicchieri di acquavite; valgono 4000 lire e rappresentano quindi 3500 chilogrammi di carne, o 12,121 di pane.1
Per Parigi abbiamo cifre molto esatte, e anche

1 Jules Simon, L'ouvrier. Paris, 1862, pag. 730.


[389] là, e più che mai, il consumo dell'alcool va crescendo ogni anno. Ogni abitante consumò in Parigi:
dal 1825 al 1830: litri 8,96 all'anno: 0,024 al giorno
  "  1831  "  1835:   "    8,74    "          0,023     "
  "  1836  "  1840:   "  10,15    "          0,021     "
  "  1841  "  1845:   "  11,14    "          0,031     "
  "  1846  "  1850:   "  11,03    "          0,030     "
  "  1851  "  1854:   "  14,25    "          0,039     "

Negli Stati-Uniti la marea alcoolica cresceva ogni anno, finchè nel 1828, come vedremo, le Società di Temperanza l'arrestarono. In quell'anno il consumo annuo dell'acquavite era di 327,128,968 litri, "27 per ogni abitante; cifra al disotto del vero, perchè dai 12 milioni di abitanti d'allora, converrebbe dedurre i fanciulli e le donne. Era in quell'epoca che gli Stati-Uniti scrivevano nella statistica dell'anno queste due cifre obbrobriose: 300,000 ubbriachi; 30,000 uccisi dall'alcool. Nel 1842 il dottor Samuel Forry contava nell'armata degli Stati del Nord 1370 casi di ubbriachezza, di cui 5 terminati colla morte; e nell'armata degli Stati del Sud 2616, con 58 morti. In queste cifre sommate insieme troviamo 408 casi di delirium tremens.
I Nagah nell'Assam son molto dediti ai liquori. Un viaggiatore racconta che il figlio del Capo di Aqui bevette d'un fiato una bottiglia di rhum, e due minuti dopo il quarto d'un altra, senza provare che un po' d'abbattimento passaggero.1 Una

1 Quarterly Oriental Magazine. Calcutta, giugno 1825.


[390] statistica ufficiale, uscita recentemente in luce, dimostra che nell'Irlanda nel 1869 furono citate davanti i tribunali 88,878 persone per ubbriachezza, e per disordini cagionati in istato di ubbriachezza. Il numero degli ubbriachi di quell'anno supera del 7 per cento quello dell'anno antecedente. La statistica dimostra pure che in Inghilterra e nel paese di Galles, nel 1868, in una popolazione a un di presso uguale a quella dell'Irlanda, il numero delle persone incriminate per ubbriachezza fu solamente di 28,581, meno del terzo delle persone incriminate in Irlanda nel 1869. Ma il paragone sarebbe stato meno sfavorevole per l'Irlanda se si fosse posto l'occhio sulla statistica inglese del 1869, perchè si viene a riconoscere da quest'ultima, uscita di fresco, che i casi d'ubbriachezza nel 1869 aumentarono su quelli del 1868 in Inghilterra quasi fino al 10 per cento. Il numero degli ubbriachi accusati in Inghilterra e nel Galles nell'anno 1869 fu di 122,310, dei quali 89,859 uomini e 32,451 donne; e convinti d'ubbriachezza furono 93,638, dei quali 72,869 uomini e 20,769 donne. Nell'Irlanda, l'anno 1869, sopra poco più di un quarto della popolazione dell'Inghilterra e del Galles, furonvi accusate d'ubbriachezza 88,878 persone, delle quali 72,408 uomini e 16,470 donne; e convinte 78,693, delle quali 64,986 maschi e 13,707 femmine.
________

L'alcoolismo è malattia di tutte le età, ma specialmente degli adulti. Lancereaux trova i suoi [391] malati fra i 25 e i 60 anni; Magnus Huss in 139 ne trova
dai 23 ai 29 anni 14
  "  30  "  39    "    44
  "  40  "  49    "    57
  "  50  "  57    "    23
  a           65    "      1
Anche nel bere la donna è più morale di noi. Magnus Huss in 132 ammalati d'alcoolismo trova 123 uomini e 16 donne. Morel in 200 non vede che 13 donne. In 170 casi di delirium tremens, Bayer non conta che 7 donne. Bang a Copenaghen in 456 casi della stessa malattia non vede che 10 donne. Hoegh-Guldberg, non ne trova 1 in 173 casi. Kruger-Hausen, solo in 16. Lancereaux trova che queste cifre son troppo favorevoli alla moralità del sesso gentile; dice di aver trovato rapporti aritmetici meno parziali per le donne, ma non da le sue cifre.1 Sull'influenza delle professioni non posseggo dati precisi. Pare però che i fabbri, i fornai, i becchini, i muratori, i falegnami, le prostitute paghino un maggior tributo all'alcoolismo.
La tendenza al bere è molte volte ereditaria, talvolta è il frutto di qualche malattia, o della convalescenza di alcuna di esse o di uno stato nevropatico particolare; ma a questo riguardo i pochi materiali raccolti sono insufficienti a tracciare anche l'abbozzo di una teorica.

1 Lancereaux, Op. cit.



[392]
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