Paolo Mantegazza, "Quadri della natura umana - Feste ed ebbrezze", 1871, 2 voll., Milano, Bernardoni Edit.
[Vol. I, pag. 304]


CAPITOLO XII.


I Payaguas. - Etimologia. - Loro scomparsa graduata. - Caratteri fisici, fisonomia, tatuaggio. - Loro guerre. - Ferocia degli Indiani vinta da quella degli Spagnuoli. - Loro lingua. - Il pay e la pipa sacra. - Orecchini di canna e disegni. - Un anello di crine. - Industrie. - Armi. - Istinto commerciale. - Reliquiae payaguorum.

Benchè nulla si perda di quanto nasce e di quanto muore, e benchè sulla bilancia della natura l'eterno equilibrio mai non si muti; è pur doloroso veder cancellate per sempre alcune forme della materia viva, che a noi son così strette per tanti vincoli di simpatia e di fratellanza. E che ci importa se la quantità di materia rimane eternamente la stessa, quando noi vediamo sparire non solo un uomo, ma tutta intiera una razza d'uomini; quando vediamo travolti in quell'abisso, che tutto ingoia e nulla restituisce, non solo gl'individui, ma anche le specie. La scienza ha interpretato la morte, togliendole l'orrore del nulla e la crudeltà della distruzione, ma noi creature d'un giorno ci innamoriamo delle forme che come noi nascono e come noi muoiono dopo un giorno di gioja o di pianto; e ad onta della scienza il nostro cuore rimane profondamente scoraggiato e [3O5] addolorato dinanzi ad una nazione che si assottiglia, si dilegua e sparisce.
Nella storia dell'avvenire, quando i secoli si conteranno per giorni, si dirà che i Payaguas erano una tribù indiana che diede il nome ad un fiume; e tutte le vicende di un popolo robusto, fiero, amico delle battaglie e dell'indipendenza, che ebbe forse i suoi Napoleoni e i suoi Macchiavelli, che contrastò passo a passo il terreno dei suoi padri e le acque dei suoi fiumi all'invasione degli Spagnuoli, saranno chiuse nell'etimologia d'una parola.1
Paraguay vuol dire Payagua-y, fiume o acqua dei Payaguas, che al tempo dei primi conquistatori occupavano le isole e le acque di quei paesi da Santa-Fè fino allago dei Xarayes. - Questa etimologia era però troppo semplice e sopra tutto troppo naturale, perchè i filologi se ne avessero a contentare. Essi sono abituati ad una ginnastica acrobatica, che li lascia poco soddisfatti dei movimenti tranquilli e naturali. E infatti vedete gli uni cercare l'origine della parola paraguay nelle tre voci

1 Gli antichi scrittori di cose americane chiamano i Payaguas ora con questo nome ed ora con quello di Agaces. Sono gli Indiani che uccisero quindici uomini a Cabot alla foce del Bermejo. - Quando si tratta di nomi dati agli Indiani conviene andar molto guardinghi. I primi conquistatori, poco studiosi di filologia, chiamarono più d'una volta una tribù dal nome del paese o da una parola di scherno o di offesa con cui altri indigeni la chiamavano. Così ho veduto viaggiatori illustri chiamare una tribù indiana con una parola che voleva dire amici, e molti e molti crearono una nazione immaginaria nell'America meridionale, battezzandola con un nome che significa barbari.


[306] guaraniche para colori variati; gua corona e y acqua; perchè gli Indiani di quel fiume si ornavano spesso il capo di fiori. Altri dicono che il fiume merita corone o che il lago Xarayes gli forma una corona, e altri ancora vanno a cercare l'etimologia in un uccello abbondantissimo su quelle rive, il paraqua, l'Ortalida parraqua dei zoologi. Quasi non bastassero ancora tutte queste opinioni, voi avete il Rengger il quale vi spiega che para vuol dire anche mare e qua-y, sorgente o buco d'acqua. Se noi non ci accontentassimo dei Payaguas, che, abitando come soli padroni le acque d'un fiume dovevano battezzarlo del loro nome, ameremmo meglio ricordare il cachique Paragua, che verso il 1537, pochi anni dopo la scoperta, comandava ai Guarani di quel paese1.
I Payaguas eran molte migliaja ai tempi della conquista: Azara ne contava mille; io credo di non andar molto lontano dal vero, affermando che or son dieci anni non eran più di trecento, e che fra mezzo secolo non ne esisterà uno solo. Eppur son gente robusta e fra le razze più alte dei due emisferi2; eppur son gente che vive in clima salubre,

1 Demersay, Histoire physique, économique et politique du Paraguay, Vol. I, pag. 93 e P. Bautista, Serie de los señores gobernadores del Paraguay, ecc., nella Collezione di De-Angelis, Tom. 2, pag. 187.
2 Il Demersay misurò otto payaguas dai 18 anni insù e trovò la loro statura media di 1 metro e 781 millimetri; che sarebbe quindi di otto centimetri e un millimetro maggiore di quella trovata dal D'Orbigny nei Patagoni, che pur furono creduti fin qui gli uomini più alti del globo. L'altezza minima trovata



[307] benchè caldo, che molto si muove nelle piroghe. Hanno però in sè stessi il germe della loro distruzione, ed è tale da uccidere una nazione di uomini di ferro. Essi fanno abortire le loro donne oltre la seconda o la terza gravidanza, e rifuggono talmente dal mescolare il loro sangue con quello dei cristiani e degli altri indigeni, che mettono a morte le loro donne, quando son convinte di aver concesso i loro favori ad uomo d'altra razza. Aggiungete a questo germe interno di annientamento un soffio gagliardo di distruzione venuto dal di fuori, coll'introduzione delle bevande spiritose, di cui sono tenerissimi, e capirete subito come i Payaguas siano destinati a scomparire dalla faccia della terra, senza versar neppure la loro goccia di sangue in quella gran coppa d'amore, dove tutti gli uomini portano il loro tributo a formare un'unica famiglia, forse indefinitamente cosmopolita. I Payaguas bevono sempre, cambiando il pesce, la legna e il foraggio per i cavalli in acquavite della pessimi qualità; e se essi non son sempre ubbriachi, non è perchè arrivino a qualche riposo d'intemperanza, ma solo perchè non hanno sempre quattrini in tasca. Un tempo anzi, appena avevano trasformato in alcool il frutto del

dal Demersay è di 1,75; la massima di 1,81. Le donne son più basse e la loro statura non giunge che alla media di 1,66. A questo proposito convien notare che nelle razze indigene d'America le differenze nell'altezza della statura sono nei diversi individui assai minori che fra noi; dove le circostanze esterne son così svariate da sottoporci ad influenze profondamente diverse e che fanno oscillare l'uomo medio in confini ben maggiori che fra le razze poco civili.


[308] loro lavoro, non sapevano resistere all'impazienza di bever subito, e senza poi tempo in mezzo, si mettevano a cioncare per le vie dell'Asuncion, dove cadevano sconciamente avvinazzati. Il nuovo governo ha loro severamente proibito di bevere in città, sicchè portano alla loro playa il fuoco che li ha a consumare.
I Payaguas non son grassi, ma muscolosi, e adoperando le braccia al remo più spesso che le gambe alla corsa, mostrano uno spiacevole squilibrio fra i muscoli di sopra e quei disotto. È incerto se il loro nome voglia dire attaccato al remo, ma è certissimo che essi sono veri anfibii; e quando non sono sull'acqua, remando e pescando, son sdraiati sulle arene dei fiumi, ubbriachi o sonnolenti. Il loro colore differisce di poco da quello degli altri indigeni dell'America meridionale, ed io l'ho già rassomigliato altre volte a quello del cuoio appena conciato. Hanno i loro capelli neri, lunghi e grossi, e se li lasciano cadere dove vogliono, raccogliendoli talvolta sul vertice con un nastro di lana rossa o di pelle di scimmia, quando vogliono farsi più belli o più autorevoli. L'aspetto generale della loro fisonomia è piacente, e dimostra la forza e la fierezza più che l'intelligenza o la dolcezza del cuore: hanno occhi piccoli, ma non chinesi, naso lungo e in tutto europeo, zigomi poco elevati e il labbro inferiore sporgente alquanto dal superiore. Lavater redivivo direbbe subito che l'esercizio del coraggio e della fierezza ha piegato loro la bocca a quel modo. Con tutti gli altri Indiani da me veduti, di moltissime razze, dividono la calma e la quasi assoluta immo[309]bilità dei muscoli della faccia; per cui con leggerissimi movimenti esprimono la gioja e il dolore, la compassione e la collera. Come quasi tutti gli indigeni dell'America meridionale hanno mani e piedi piccolissimi.
Non ho mai veduto una donna dei Payaguas, che potesse chiamarsi bella. Quando gli occhi sono piccini e muti, quando la pelle è fangosa, quando la bocca è grande e non esprime che la fame o la voracità, quando presto il volto si arruga, non saprei dove la bellezza potesse trovare un rifugio. Di certo, non nel corpo, perchè sebbene diritto è troppo informe e d'una grassezza cascante. Della loro moralità posso dire che, ad onta della pena di morte con cui son punite le loro infedeltà coniugali, esse non approvano colla loro condotta il puritanismo spartano delle loro leggi.
Così la natura li ha fatti: essi poi per conto proprio fanno qualcosa di peggio. Si strappano i peli delle sopracciglia, e mi pare che non abbian bisogno di fare altrettanto di quelli della barba e dei mustacchi, avendoli da natura appena visibili.
Nei dì di festa si dipingono d'azzurro la fronte, le guancie e il mento, e le loro fanciulle, quando s'accorgono di esser puberi, si tatuano il volto, incidendo con una spina una linea, che dalla radice dei capelli attraversa il fronte e scende sul naso e il labbro superiore e che tingono poi col frutto della Genipa americana. All'epoca del matrimonio questa linea vien prolungata fin sotto il mento. E' azzurra o violetta, e non si cancella che colla putrefazione del cadavere. Pare che ai tempi di Azara [310] le donne aggiungessero a questi semplici tatuaggi alcune altre linee di vario disegno e che tingevano in rosso col frutto dell'urucù (Bixa orellana), ma nè io, nè il Demersay abbiam potuto vedere questi screzii.
Qualche cosa di più orrido fanno le donne payaguesi per render più brutto il brutto della natura, dacchè esse si comprimono il seno con forti cinghie dall'alto al basso, sicchè possono allattare i bambini dietro le ascelle o al disopra delle spalle.
Pare che un tempo questi Indiani andassero tutti nudi, ma io non li ho veduti che con qualche cencio indosso, e nudi non ho trovati che i loro bambini e i fanciulli impuberi, a un dipresso come fanno gli abitanti più poveri, creoli e meticci del Paraguay. Le loro donne sanno tessere una stoffa di cotone con cui si cingon le reni. Altre volte si foggiano una camicia o busto senza collo e senza maniche e che somiglia assai al tipoy dei Guarani. Bizzarri costumi, penne, conchiglie o squame di pesce non ho veduto che sul corpo del pay, così come l'abbiam trovato nella festa della playa.
I Payaguas sono astuti, ma prima di esser furbi furono forti. Stretti in angusto confine, fra le razze barbare e crudeli del Gran Chaco, che occupavano la riva destra del Paraguay e le razze guaraninitiche che li circondavano per ogni altra parte, essi seppero mantenere la loro potente e piccola individualità di mezzo a tanta prepotenza di influenze straniere. Nè il piombo degli Spagnuoli avrebbe bastato a distruggerli senza l'ajuto dell'agua ardiente, nemico più spietato del piombo. Alla guerra nac[311]quero, vissero in guerra, e moriranno in guerra; dacchè anche ai nostri giorni non hanno ancora rinunziato alle scorrerie sulla riva destra del fiume, dove, raddoppiando la forza coll'astuzia, sbarcano di soppiatto, rubano, incendiano, ammazzano e poi ritornano alle loro piroghe e ai loro toldos della riva sinistra. Nel Gran Chaco non vanno mai più in là di pochi passi, perchè terribili, quando hanpo un arco e un remo, son vili dinanzi alle tribù che nascono, vivono e combattono a cavallo. Scorrerie e guerre colle varie tribù del Chaco ebbero molte volte prima della conquista e, venuti gli Spagnuoli, li attaccarono fin dentro le mura dell'Asuncion, e le fortezze di Arecutacuà e dell'Angostura furon fatte per essi soli. Attaccarono più volte anche i Portoghesi, quando ritornavano carichi d'oro dalla ricchissima provincia di Cuyabà. Si può dire che dal cinquecento fino alla metà del secolo scorso vivevan sempre con le armi in pugno, or vincendo ed or perdendo contro i nuovi invasori, finchè un'orribile disfatta toccata loro verso il 1741 per merito del governatore Don Raffaele De Moneda li fece ravvedere e li persuase a concludere un trattato di pace che non violarono mai fino al dì d'oggi. Chi è famigliare colla storia moderna di quei paesi sa benissimo come il dottor Francia facesse mille blandizie a questi Indiani e per farsene strumento di tirannide e per uno di quei capricci di ingiusta benevolenza tanto comuni nella storia dei tiranni d'ogni tempo e d'ogni paese.
Non vorremmo però che troppo si accusassero i poveri Payaguas delle loro crudeli scorrerie, del [312] massacro di Juan de Ayolas avvenuto nel 1542 e di altre simili amenità, perchè essi vissuti sempre di caccia, di pesca e di guerra non trovavano di certo esempii di vita più esemplare nei nuovi stranieri venuti dalla Spagna. Anzi, per amor di giustizia, accanto ai delitti di quel popolo nudo, selvaggio e irreligioso vogliam mettere un delitto orrendo fatto da questo altro popolo vestito, civile e cristiano.
Nel 1678, sotto il governo di Don Felipe Rege, gli Indiani del Chaco vennero a raccogliersi in grandi turbe sulla riva destra del Paraguay proprio in faccia all'Asuncion. Si fingevano amici e dicevano di voler vivere da buoni vicini cogli Spagnuoli; ma stavano invece preparando una sorpresa e una strage che vendicasse antiche offese. Una donna indiana scoprì la congiura ai capi degli Spagnuoli, i quali simularono amicizia ancor più schietta e più calda degli altri. Don José d'Aballos, luogotenente governatore si finse amoroso della figlia del Cachique principale e la domandò in sposa, promettendo un'alleanza franca e durevole. Vestitosi da indiano, e messosi fra i selvaggi, firmò il trattato di pace e invitatili poi all'Asuncion, nello stesso dì delle nozze, insanguinando in modo inaudito il letto della sposa, fece trucidare i nuovissimi alleati; e per molto tempo ogni anno al 20 Gennajo si festeggiarono il tradimento e la carneficina; mostrando così che il yaguar del deserto può esser vinto in astuzia e crudeltà dal gatto incivilito.
L'organismo cerebrale dei Payaguas deve aver una struttura semplicissima, se dobbiamo giudicarlo [313] dai suoi prodotti. La loro lingua profondamente diversa da quella dei Guarani e degli altri indigeni del Chaco è dura, gutturale e fra le meno note di tutte le lingue americane. Tutti gli scrittori, che credettero trovare un'analogia fra l'asprissima lingua dei payaguas e il dolce idioma dei Guarani, si travasarono d'uno in altro libro lo stesso errore. Più volte io invitai un mio amico payaguà a volermi ripetere una stessa parola e una stessa frase, perchè io le potessi scrivere e sempre mi trovai impotente all'ardua impresa. Il mio povero orecchio doveva attraversare un'irta siepe di aspirate e di ruggiti, di gk, gt, kl, gd, hghk; e la mia penna non trovava modo di metter in carta quei suoni barbareschi.
Ouseley, che studiò profondamente le lingue indigene del Paraguay e del Chaco, mi diceva che i Payaguas vogliono mantenersi isolati dai contatti stranieri anche per mezzo della loro lingua, e non vogliono rivelarla ad anima viva. Una volta a forza di preghiere e di doni generosi credette aver sedotto un payaguà a rivelargli la sua lingua, e approfittando della sua profonda perizia nell'eufonia americana, stava raccogliendo le parole che quell'indiano gli andava dettando; ma dopo pochi giorni s'accorse che il fido amico si burlava di lui, inventando parole e frasi senza senso. Non so se il Demersay sia stato più felice dell'Ouseley, ma nella sua opera sul Paraguay non ci diede che pochissime parole del vocabolario payaguà, come hyock, naso, hyachàldi, bocca, hyakeguada, orecchio, hyaka, mento, hyesiguè, coscia, hytchanga, dita.
[314] Poverissimi di idee aritmetiche come i loro vicini guarani, non contano che sino al quattro, dicendo: heslè, tiakè, tiakeslarne, tipegas.
L'ignoranza profonda in cui siamo della lingua payaguà ci tiene chiuso affatto il mondo delle loro credenze morali e religiose, e solo in qualche opera antica di missionarii e di cronisti potremmo trovare qualche pallida luce, resa ancora più incerta dalla fantasia esuberante e dai pregiudizii mistici di quelli scrittori.
Merita un cenno il rispetto in cui essi tengono il loro medico o pay che vien messo al disopra di tutti e persino del loro re; molto diversi in questo dai moderni europei, che tollerano il medico più di quel che lo apprezzino, e più vicini al vecchio Omero che lo crede degno di valere quanto una mezza dozzina di colonnelli. Dello strano metodo con cui il pay cura le malattie ho discorso nelle mie lettere mediche sulla America Meridionale, dando uno schizzo della medicina degli indigeni americani1; e là ho narrato come quel buon uomo, mezzo mago e mezzo ciarlatano, si ubbriachi col tabacco, e balli e succhi le parti dolenti, facendo da vescicante e da mignatta ad un tempo; e là ho pure narrato come le disgrazie del medico si paghino a caro prezzo con bastonature o peggio, sicchè l'ultimo medico ch'io conobbi, più furbo degli altri, non voleva intraprendere la cura di chi fosse gravemente ammalato, dicendo che lo spirito non voleva che guarisse.

1 MANTEGAZZA, Lettere mediche sull'America meridionale. Vol. 2, pag. 283; o Rio de la Plata e Tenerife. Ediz. 2a, Milano, 1870, pag. 458.


[315] Aveva proprio ragione Tacito di dire improbus labor magnae custodia famae. Il medico dei Payaguas ha i più grassi bocconi e la miglior acquavite; ha il più alto posto della gerarchia sociale; è giusto che s'abbia le bastonate, quando non può guarire i moribondi. Anche i popoli civili fanno lo stesso coi loro ministri e i loro deputati. Rovesciata la pelle e spolpate le oossa, si trova che lo scheletro dei diversi popoli è più che non sembri dappertutto la stessa cosa.
Lo strumento sacro del pay merita una descrizione, perchè può darci una certa misura dell'abilità artistica di quelli Indiani, ed io l'ho fatta figurare qui appresso, credendo esser pochi che lo posseggano, così come lo adopera il pay; dacchè questi artisti indigeni vendono a molti stranieri pipe rozze e con pochi disegni per poter insaccar molti reales con piccola fatica.
La pipa sacra dei Payaguas è un prisma quadrato e pesantissimo di legno guajaco, della lunghezza di 44 centimetri, forato in tutta la sua lunghezza, e da una parte porta una boccuccia d'altro legno che si mette in bocca; mentre all'altra estremità è scavata ad imbuto onde ricevervi del tabacco: è quindi un vero portasigari gigantesco. Per persuadersi dell'abilità di quelli Indiani convien ricordare che il guajaco del Paraguay è uno dei legni più duri che si conoscano; e un falegname francese, che mi allestì una cassettina di quel legno incorruttibile e profumato, dovette rompere tre pialle delle migliori fabbriche inglesi. I Payaguas fanno quelle pipe col fuoco e le scolpiscono con pietre aguzze o frammenti di ferri avuti dagli Europei.
[316]


           Pipa sacra dei Payaguas.

[317] La pipa sacra è in tutte le quattro faccie scolpita, e nella tavola unita potete vedere i disegni grotteschi e fantastici di quello strumento magico. Una è occupata tutta quanta da un serpente a sonagli, dalla vipera che è anche per essi l'emblema della medicina. Altrove vedete dipinta una caccia del cervo e gli animali più comuni di quel paese, quali il yaguar, la sariga, il tapiro, il rospo, i pesci. Infine, avete anche l'uomo guerriero e gli spiriti e i draghi. Il payaguà ha chiuso in piccolo spazio la natura e la fantasia, il mondo dei sensi e quello della poesia, le cose umane e le divine; quasi volesse concentrare tutte le forze naturali e soprannaturali in quello strumento con cui voleva scongiurare la malattia; quasi si studiasse di convocare tutti gli elementi del creato per combatter le battaglie contro la morte: fantastico accozzo di puerili immagini e di sublimi aspirazioni; abbozzo grottesco d'arte, di scienza e di fantasia. E poi sopra tutto ciò campeggia l'immagine del serpe, che ha così profondamente commosso l'animo di tutti i popoli primitivi, che in esso vedevano un animale che senza membra scivolava e spariva, che senz'armi palesi feriva e spariva, che senza artigli e senza denti visibili, senza far sangue, uccideva e fischiava, mandando fuori la bifida lingua, e battuto fino a morirne si torceva e si ergeva; contrastando a lungo contro la morte, e pur nella morte lasciando nei monchi lacerti una reazione, una convulsione, una minaccia. Qui fra noi la vipera di Esculapio, come là fra i Payaguas la vivora de cascabel o il crotalo; ma sempre la stessa fantasia umana percossa allo stesso modo fra gli [318] ulivi della Grecia come fra le palme del Paraguay.1

1 Esculapio era adorato qualche volta in Grecia sotto la figura di un serpente che si alimentava nel suo santuario ad Epidauro e a Titanè. Tutti sanno poi che il Dio della medicina era rappresentato con un bastone, intorno a cui s'attorcigliava un serpente.
La consacrazione di questo rettile pare straniera al culto primitivo di questo Dio, perchè non ne troviamo alcun cenno nella religione vedica. Deve essere senza dubbio un'importazione d'origine fenicia, perch il Dio fenicio Aschmoun o Esmon fu confuso dai Greci col figlio di Apollo. Pare che la proprietà del serpente di cambiar la pelle fosse per i Greci il simbolo della salute, del ritorno alla vita, per cui anche Igea fu rappresentata con un serpente in mano, così pure Atenea che era adorata dagli Ateniesi come una dea medica sotto i nomi di Igea e di Peonia; e il cui culto passò poi a Roma col sopranome di Medica. La figura di questo rettile era posta del pari ai piedi della statua di Fidia, e si nutrivano serpenti vivi in onore di questa dea.
Il serpente figurava presso i Greci anche come un mezzo di divinazione. Secondo l'autore del trattato sull'astrologia che si attribuiva a Luciano, un serpente era posto sotto il tripode della Pitia a Delfo James. Il padre degli Iamidi aveva dovuto il suo nome all'esser nato sul fiore d'una viola dove due serpenti erano venuti a dargli il cibo. Tiresia trovò un giorno sul monte Cilleno due serpenti che gli valsero il potere di cambiar di sesso. L'indovino Mopsus morì in Libia delle morsicature d'un serpente, e Melampus doveva la sua virtù profetica a due serpenti ch'egli aveva salvati dalla morte e che gli avevano leccate le orecchie. Così i serpenti hanno una parte nelle leggende dell'indòvino Polyidus, dove compaiono come divinità medicatrici e profetiche.
Anche nel Medio Evo i serpenti erano fra i primi strumenti di stregonerie, e alcuno spiegava la loro virtù profetica, perchè sono in contatto immediato colla terra, sorgente d'ogni ispirazione.



[319] La pipa sacra dei Payaguas è alla sua estremità ornata di teste di chiodi d'ottone, e qua e là con specchietti castonati e impiastricciata di bianca creta.
Il gusto artistico di questi Indiani si può giudicare dai disegni bizzarri ed eleganti che scolpiscono sopra alcune cannuccie lunghe un decimetro, e che uomini e donne portano nel lobulo dell'orecchio nei dì di festa. In questi disegni copiati dal vero potrete ammirare la simmetria e la varietà di quelle linee, dove predomina però quella forma d'ornato che chiamasi greca. Dopo aver incisi quei disegni li coloriscono col succo dell'urucù, sicchè le figure rosse in fondo giallo, formano un tutto che può piacere anche ai più esigenti buongustaj dell'arte.
L'urucù è molto adoperato in America da diverse tribù indiane, che lo preparano coi semi della Bixa orellana e se ne servono per tingere la faccia, o i vestiti, o le penne, ecc. L'ho veduto vendere sui mercati del Brasile e del Paraguay, dove i creoli lo usano per dare un bel colorito a diverse vivande.

Tutto questo vi racconta l'eruditissimo Maury, e il Preller nella sua mitologia greca vi dice che il serpente era il simbolo del Dio della medicina per la sua vitalità sempre rifiorente.
È noto poi a tutti come i serpenti fossero adorati come divinità da un gran numero di popoli selvaggi, e molte popolazioni indo-europee li avevano in conto di divinità famigliari e domestiche.
Vedi MAURY. Histoire des réligions de la Grèce antique, ecc. Tomo 2., pag. 463; Tomo 1, pag. 450. - PRELLER. Griechische Mythologie. Leipzig, 1854. Tomo 1, pag. 326.



[320]


         Orecchini di canna dei Payaguas.


[321] Disegni consimili si ammirano anche sulle loro freccie, sui loro archi e sulle zucchette di varie dimensioni che fanno loro uffizio di scatola, e dove le donne conservano i loro fili, i loro aghi, e gli uomini il loro tabacco e i loro articoli di tintura.



In una visita che feci alla playa, stetti ammirando per qualche tempo una piccina sui dieci anni, che con crini di cavallo, bianchi e neri, intrecciava un bellissimo anello, con una greca bianca che spiccava sul fondo nero. Io lodai con calore quella giovane artista, ed essa, messasi all'impegno di far presto e di far meglio, finì in pochi momenti l'opera sua, e me la porse con un piglio d'ingenua compiacenza. Io l'accettai, e le diedi in cambio pochi soldi.
[322] I Payaguas fanno a mano alcune stoviglie d'argilla cotta a bassa temperatura e fragilissima, ma le sanno coprire di una vernice vitrea e dipingerle di vani colori: son cose più belle per il loro disegno che durevoli al loro scopo.
Quelli indiani concentrano poi tutta la loro abilità meccanica e il loro povero genio artistico nella fabbrica delle loro armi, che sono la macana, una specie di pagaia (remo); l'arco e le freccie. L'arco è più lungo d'un metro; di legno molto elastico e duro ed esige molta forza per esser maneggiato. È coperto sempre di una sottile corteccia bruna, ravvolta mille volte sopra sè stessa come un nastro di seta; e quando vogliono accarezzare con più amore la loro arma prediletta, oltre le corteccie ornano l'arco con bei disegni di cotone e di lana a vari colori. Le freccie son lunghe un metro e più e fatte di due pezzi, cioè di una canna leggera e ornata di penne e di un pezzo di legno durissimo (palo de lanza) che finisce colle due solite punte laterali, e che porta al disotto di queste altre intaccature. Spesso lo induriscono al fuoco e lo tingono in rosso coll'urucù. Questo secondo pezzo della freccia entra nell'altro per un cono assottigliato, e v'è assicurato con molti giri di filo di una bromelia (ananas) che credo quella stessa che i Guarani chiamano uvirà. Dello stesso filo è fatta la corda robusta che serve a tender l'arco.
Questa è l'arme prediletta dei Payaguas, che maneggiano meglio delle altre e che foggiano diversamente e con diversi legni, secondo che deve essere adoperata per la guerra, per la caccia o per la pesca.
[323] Ai nostri musei d'Italia ho regalato archi e freccie dei Payaguas e tutti hanno ammirato la perfezione e l'eleganza di quelle armi. Sebbene inferiori nel tirar d'arco ai Cainguas, che forse vincono tutti gli indigeni d'America nel ferire un uccello al volo o nel colpire un frutto a grandi distanze, questi Indiani sbagliano di raro nel cogliere il segno; e quel ch'è singolare, e che hanno comune con altri indigeni del continente di Colombo, sogliono spesso diriger la punta dell'arco all'oggetto che vogliono colpire, e poi, innalzandolo verso il cielo, tirano in nodo che la freccia, facendo una parabola, ferisca nella sua caduta. In questa guisa essi ponno tirare ad animali o nemici che stanno dietro ad un folto cespuglio, ad un albero od anche ad un muro, e i più abili fra essi raggiungono quasi il prodigio, tirando ad oggetto che non possono vedere, purchè da un suono o da un rumore possano calcolare la loro precisa posizione.
I Payaguas non coltivano piante nè allevano animali domestici, ma pescando e cacciando e cogliendo i frutti che dà loro la prodiga natura di quei paesi, riducono all'espressione più semplice e più selvaggia il lavoro dell'uomo, in questo caso poco diverso dalla rapina d'una fiera. Quando però li vedete nelle loro piroghe, lunghe quattro o cinque metri, terminate in punta alle due estremità e scavate col fuoco nel tronco di un timbò; quando li vedete lasciarsi portar dalla corrente o lottar contro di essa, muovendo i remi in perfetta cadenza, come farebbero i marinaj della Regina d'Inghilterra, dovete pur dire che molte volte il selvaggio si spiega con una ener[324]gia invincibile più che coll'intelligenza bambina. E più ancora accusate l'inerzia e non la stupidezza, quando vedete i Payaguas portar il foraggio del deserto e le legna e il pesce alla città dell'Asuncion; e li sentite con pessimo spagnuolo o pessimo guarani, ma con molta eloquenza di gesti, portare a cielo il valore delle merci che vogliono vendere e ribassare assai il valore delle merci che vogliono comperare.
Io nei pochi mesi che passai nel Paraguay aveva stretta tale amicizia con quelli Indiani, che non passava un giorno che non ricevessi in casa mia le visite di parecchi di loro, e sempre avevano qualcosa da vendermi; ed ora un arco colla mezza dozzina di freccie, ora un pezzo di tronco di guajaco o orecchini di canne o miele delle foreste o altro di simile. E sempre ammirava lo spirito commerciale e le arti infinite con cui studiavano di cambiare il poco in molto, e il molto in moltissimo, toccando tutti i punti sensibili della curiosità, dell'amor proprio e della benevolenza. Quando poi ebbi ad adoperarmi per lunghi giorni onde avere una copia fedele della pipa sacra del pay; allora l'avidità del guadagno e la diplomazia dell'arte commerciale giunsero a tal grado in quei buoni Indiani che fui più d'una volta tentato di dire: Non è vero che l'uomo sia un animale intelligente nè una scimmia antropomorfa che parla, nè un bipede senza penne; è un animale che compra e che vende.
Ecco le poche reliquie di un popolo che si va spegnendo sotto gli stessi nostri occhi senza dare alla nuova civiltà americana nè una stilla del suo sangue, nè un moto del suo pensiero.