Paolo Mantegazza, "Quadri della natura umana - Feste ed ebbrezze", 1871, 2 voll., Milano, Bernardoni Edit.
[Vol. I, pag. 265]


CAPITOLO XI.


Patologia delle feste. - La crudeltà. - Fiere e supplizii negli spettacoli antichi. - Ferocia dell'età media e dell'epoca moderna. - Sangue e libidine nelle feste indiane. - Schizzo di feste fisiologiche e patologiche nell'India. - Due feste messicane antiche. - Lussuria e oscena ebbrezza. - Le feste dei matti in Francia.


Per gradi insensibili si passa dalla fisiologia alla patologia, non essendo esse che due pagine dello stesso libro, due momenti della stessa vita. L'amor della lotta e una nobile ambizione ravvivano una giostra, che può essere il più vago ornamento di una festa; ma se il furore della battaglia riscalda di troppo i combattenti, può ridestarsi quella crudeltà che ogni uomo ha nel sangue per lontano atavismo, e la festa può esserne insanguinata. Così in una festa l'amore può divenire libidine, la lieta e garrula ebbrezza può farsi oscena orgia, l'amor proprio vellicato può trasformarsi in tirannia, e il vago contrasto dei colori e delle scene può mutarsi in grottesco ditirambo. E tutto ciò senza uscire dall'angusta cerchia del piccolo mondo europeo o coloniale; chè, vagando per isole e continenti, possiamo trovare uomini sempre crudeli, e pei quali il sangue delle vittime è il profumo più caro d'una festa, e [265] la libidine sfrenata il più cercato ornamento d'un dì festivo.
La crudeltà è troppa parte dell'uomo, perchè possa essere studiata leggermente a proposito delle feste ma qui convien dire che essa è una delle forme patologiche più comuni delle feste selvaggie o delle feste semiselvaggie dei popoli civili. Le giostre, i tornei, i combattimenti dei galli e dei tori, e le ecatombe di molte feste africane, e le stragi indiane stanno qui a proclamare altamente questa dolorosa verità. Sfioriamo la storia.
"Primo spettacolo d'animali fu quando l'anno di Roma 502 vennero introdotti nel Circo gli elefanti presi a' Cartaginesi con la vittoria di Lucio Metello in Sicilia; ma combatter non si fecero che alla metà del susseguente secolo nell'edilità di Claudio Pulcro, se ne stiamo a Fenestelia riferito da Plinio, anzi solamente ai tempi di Pompeo, se ne stiamo a Seneca e ad Ascanio Pediano. Nè d'altre bestie cominciarono combattimenti se non dopo la seconda guerra Punica, ridotta l'Africa Cartaginese in una specie di servitù. In fatti la prima menzione ch'io ne trovo nell'istoria Romana, è nell'anno 568, quando Marco Fulvio celebrò con maggior apparato che mai per l'addietro i Giuochi nella guerra Etolica promessi in voto. Narra Tito Livio, che allora oltre al certame de gli Atleti veduto in Roma la prima volta, fu data una caccia di leoni e di pantere. Che questa fosse la prima, l'argomento da Livio stesso che diligentissimo nel riferire i giuochi di tempo in tempo, non ne fa anteriormente menzione alcuna, quando però nei libri che man[266]cano non l'avesse fatta. Ben lo sa egli dell'essersi vent'anni dopo ne' giochi Circensi cominciato ad accrescere la pompa con esporre 63 pantere, 40 orsi ed alcuni elefanti. Ma ampliandosi il lusso e la ricchezza di mano in mano, Marco Scauro nella sua edilità fece mostra di 150 tigri e di 5 coccodrilli e dell'ippopotamo. Silla, nella sua pretura, di cento leoni e questi sciolti, dove prima soleano introdursi nel Circo legati, affermandolo Seneca. Ma vinse di gran lunga tutti gli oltrepassati Pompeo Magno nei giuochi celebrati per la dedicazione del suo Teatro. Dopo tutti gli altri spettacoli furono impiegati nelle Cacce gli ultimi cinque giorni. Vi si videro 410 tigri, 500 leoni, elefanti saettati per uomini d'Africa, lupo cerviero, rinoceronte e strane bestie fin d'Etiopia. Cesare altresì divise in cinque giorni le sue Cacce dopo la guerra civile, facendo veder per la prima volta il camelopardo, e facendo combatter nell'ultimo cinquecent'uomini a piedi, trecento a cavallo e venti elefanti, indi altrettanti con le lor torri difese da sessant'uomini. Nel numero parimente dei gladiatori ei sorpassò di molto quanto sino allora s'era veduto, avendone posti insieme quando fu edile 320 paja, come si ha da Plutarco".1
E queste stragi sono ancora un nulla, se dobbiamo credere ad Eutropio, il quale racconta che nelle solennità della dedicazione del Colosseo fatta da Tito, si ammazzassero 5000 fiere; e Dione le porta a 9000.
La crudeltà si univa al ridicolo negli spettacoli

1 MAFFEI. Op. cit., pag. 9.


[267] romani che duravano tutto il giorno, e nella mattina si preludeva con mostre di minor pompa e fierezza. Il Maffei ricava quest'uso dalla similitudine che dà Ovidio del cervo destinato a perire nella mattinevole arena e dalla menzione che fa Seneca del riso che destava la mattina nell'Anfiteatro il toro e l'orso legati assieme, ammazzati poi l'uno e l'altro dal cignale. Nè minori artifizi di crudele voluttà si usavano nel portare improvvisamente dinnanzi agli occhi degli spettatori le belve destinate ad uccidere e ad essere uccise. Infatti si legge in Erodiano che i leoni uccisi nell'Anfiteatro da Commodo sorsero da sotterranei. "Ma siccome nel campo or si ergean macchine, che figuravano montagne, or si piantavano veri alberi, che formavan boschi, così alle volte occulte cave faceansi, dalle quali uscian d'improvviso animali. Il poeta Calpurnio ne fa fede, narrando in un'egloga, come nelle caccie date dall'imperador Carino, si vide cader talvolta il terreno, e aprirsi voragini, da cui bestie scappavan fuori".
Tutti sanno quanto sangue umano corresse nel circo antico; e nell'orecchio di tutti risuona ancora il supremo saluto dei gladiatori al Cesare romano, reso immortale da uno dei più grandi pittori del secolo: Ave Caesar, morituri te salutant. E tutti ricordiamo con raccapriccio Commodo, che sul trono del mondo si vantò di esser stato gladiatore e d'aver vinti o uccisi moltissimi reziarii. "I supplizi ancora, poich'erano in figura di spet-

1 MAFFEI. Op. cit., pag. 233.


[268]tacolo, soleano eseguirsi scenicamente, prendendo spesso i motivi dal nome. Fin quando i gladiatorii giuochi si facean nel Foro, narra Strabone di quel ladro Siciliano, che si facea chiamar figliuolo dell'Etna, e servì quasi d'intermezzo; poichè posto sopra un'alta macchina, che figurava il monte Etna, cadendo questa tutto ad un tratto, precipitò il reo tra le gabbie delle fiere, che parea covassero in quelle montagne e ne fu lacerato. Modi somiglianti si tennero nell'Anfiteatro con Orfeo, Laureolo, Dedalo e Leandro, mentovati da Marziale".1
Aperte le dighe al sangue, correva e correva e spumeggiava, facendo talvolta inorridire i pietosi spettatori, e perfin Caligola...
"Scagliata la rete indarno, davan mano i reziarii al tridente. ... Essendo una volta cinque reziarii restati soccombenti ad altrettanti secutori, e dovendo esserne trafitti, uno di essi, ripigliato il tridente, tutti i vincitori uccise; la fierezza del qual fatto fu deplorato fin da Caligola." Era dunque questo Caligola più pietoso di Eliogabalo, che nelle sommità del Lusorio si fece apprestare triclinio, cioè luogo per la mensa, e mentre desinava, facea per sè solo far caccia di fiere e pugne di malfattori ... "
A grandi salti balziamo per queste rupi insanguinate.
"Agnello, scrittore ravennate, nelle Vite degli Arcivescovi ci ha solo lasciato memoria di un giuoco, e senza però nominare quale si fosse, che solea usarsi a' suoi tempi dal popolo di Ravenna. E dice che vecchi, giovani, donne e fanciulli uscendo fuori [269] della città combattevano tutti ferocemente tra loro. Ed osserva che verso l'anno 690 a tanto trascorse la licenza della moltitudine, che vi furono molti morti e feriti, e fu per la città come se le fosse avvenuta una vera perdita di battaglia".1
In tutta Italia si facevano in occasione di feste, spettacoli che terminavano con stragi e ferite, e citerò solo il Muratori, il quale ci fa sapere che fin dall'anno 1199 aveva San Piero Parenzo esortato gli Orvietani ad astenersi dagli omicidii in occasione dei giuochi, e ciò lo prova colle seguenti parole di un autore innominato del tempo che scrisse la vita del Santo: "Prohibuit Urbevetanos in Carnisprivio a bellorum conflictibus abstinere, quia eo tempore sub ludi occasione multa consueverant homicidia perpetrari."
"In Roma non ostante che in questo secolo (XIV) fosse il popolo turbato dalle fazioni ed in assai misero stato, tuttavia in questa città il lusso era grande e vi si celebravano magnifiche feste, tra le quali celebre è la giostra dei tori fattasi nel Colosseo l'anno 1332, nella quale rinnovossi in quel luogo da tanti anni deserto ed abbandonato uno spettacolo non men degli antichi orribile e sanguinoso. Si cinse a questo effetto l'Anfiteatro di palchi di tavole riccamente adobbati di drappi di porpora, e così sopra vi sedettero tutte le Dame romane, le più famose per nobiltà e per bellezza. Giunsero nell'Arena i cavalieri, tra' quali contavansi, oltre altri nobili Romani, i figliuoli dei si-

1 MANZI, Op. cit., pag. 7.


[270]gnori di Rimini e di Ravenna, ciascuno riccamente vestito coi colori della sua bella, portando nel cimiero l'impresa di lei, e fatto di sè mostra pomposa al popolo ed alle donne, fieramente batteronsi contro dei tori, e ne rimasero per grandissime sventure morti dieciotto e nove feriti, stati essendo uccisi undici tori. A tal sanguinoso fine riuscì quella festa, ed i corpi dei morti furono con pompa accompagnati dal popolo alla chiesa di S. Giovanni in Laterano e di S. Maria Maggiore, ove, ebbero onorevole sepoltura".1
E prima di lasciare i tori, noi li vogliamo accompagnare fino ai nostri giorni; infatti leggiamo nei giornali inglesi di quest'anno:
"Un combattimento di tori è stato dato in Inghilterra da una società spagnuola; la folla che si trovava nell'Agricultural Hall non ha potuto applaudire che alla morte di tre tori. Al momento in cui il quarto toro si precipitava nell'Arena, dispostissimo a difendersi contro gli attacchi dei toreadores, il signor Caleman, segretario della Società protettrice degli animali, scavalcò la barriera e si oppose alla continuazione dello spettacolo. Questa interruzione diede luogo a serie reclamazioni della folla stizzita; tuttavia si sciolse, ed alcuni giorni dopo i toreadores comparivano davanti il tribunale di polizia di Clerkenwell per rispondervi di una prevenzione di crudeltà contro gli animali. Il giudice pronunciò contro ognuno dei prevenuti una condanna di 20 scellini di multa o sette giorni di prigionia."

1 MANZI. Op. cit., pag. 26.


[271] Anche oggi, mentre scriviamo, a molte feste spagnuole e americane prendono parte i combattimenti di tori e le riñas de gallos, o lotte di galli.
In tutte le società bambine, la crudeltà e la ferocia sono elementi fra i più preziosi d'ogni festa; e l'entusiasmo della lotta e le trepidazioni e la sete del sangue serpeggiano d'uomo ad uomo e fanno palpitare all'unisono immense moltitudini di gaudenti.
La crudeltà è ponte naturale a discorrere delle oscenità festive, dacchè un misterioso vincolo associa il sangue alle vampe della libidine. Nelle feste religiose dell'india oscenità e crudeltà vanno spesso d'accordo.
"Nel pellegrinaggio al tempo di Jagannat, si porta fuori sopra un gran carro l'idolo mostruoso, col gran ceffo nero e la bocca rossa, ed è trascinato da migliaia e migliaia di donne, uomini e fanciulli. Sul carro e sulla torre più di 100 fra sacerdoti e satelliti dell'idolo si fanno portare e la libidine e la crudeltà si associano in nefando connubio. Un gran sacerdote recita strofe oscene dicendo: "Questi versi son la delizia del Dio; e il suo carro non si muove che quando il canto gli piace. Il carro si arresta e un fanciullo di 12 anni fa cose oscene, innalzando inni di ardenti lodi al gran Dio; la folla nitrisce di libidine e tira il carro. Dopo alcuni minuti si arresta ancora; e allora un vecchio ministro dell'idolo con una verga fra le mani la muove in modo sconcio... E poi i pellegrini fanatici si gettano sotto il carro, e stritolati, coperti dalla folla con piccole monete, in segno di ammirazione; poi portati al carnajo, dove gli avoltoj e le [272] iene ben presto lasceranno bianche le loro ossa nel bianco deserto, dove non si ode che il frangersi delle onde."1
L'India ci presenta molte forme di feste fisiologiche e patologiche, e perchè la scienza sia sagrificata al quadro, ve ne presenterò alcuni schizzi.
Nel Rajpoot la prima festa dell'anno è quella di Vasanti, la Dea della primavera: comincia il 5 del mese di Maghen e dura 40 giorni. Durante questo periodo predomina la maggior licenza e la plebe si ubbriaca. Anche le più serie persone che, in altri tempi arrossirebbero ad una allusione poco delicata, vanno intorno come baccanti, recitando versi i più osceni in lode dei poteri della natura. In quest'epoca di democrazia e di confusione di tutte le classi sociali, il selvaggio Bhil e il fiero Mêr lasciano la foresta e la montagna e scendono a mischiarsi a quel baccanale. E' durante questa festa che si celebra l'Ahairea, o caccia di primavera. I vestiti che si portano in quest'occasione son tutti, o in parte, verdi e sono distribuiti dal principe fra i suoi capi e seguaci. L'ora per disporsi a uccidere il cignale in onore di Gauri, la Cerere indiana, è fissato esattamente dall'astrologo reale. L'esito della caccia è un augurio di felice avvenire, per cui ogni impegno vien preso per trovar la fiera e ucciderla.
Più s'avanza il mese di Phâlguna, e il baccanale cresce di forza; ad ogni passo trovate per le vie pattuglie di persone, che si gettano l'un l'altro una

1 BUCHANAN, Christian Researches, pag. 22-28 - Transactions of the Royal Asiatic Society. Vol. III, pag. 253-260.


[273] polvere scarlatta, o sciolta nell'acqua se la schizzano con siringhe. Nell'ottavo giorno del mese, chiamato enfaticamente il Phâg, il Rana raggiunge le regine e i loro servi nel palazzo, e l'orgia continua più scapigliata che mai. Lo spettacolo più brillante è il giuoco dell'hôlî, che si fa a cavallo in faccia al palazzo. Ogni capo che vi prende parte ha una gran quantità di proiettili formati di sottili lamette di onice o di talco, che contengono la polvere scarlatta, che chiamano abîra, e che si gettan l'un l'altro, incalzandosi, fuggendo e caracollando.
Questa scena rammenta in tutto i Saturnali di Roma. L'ultimo giorno o poonum pone fine all'hôlî, quando tutti i capi sono avvisati di aspettare il loro principe e di accompagnarlo in processione al chongan o il loro Campo di Marte. Nel centro vi è una specie di padiglione alto, a cui si ascende per una gradinata, e tutto aperto. Là il Rana passa un ora, ascoltando i canti in lode di Holica, mentre una canzone scurrile gli ricorda che l'alta gerarchia non dispensa dalla licenza dell'orgia primaverile. In quel frattempo i buffoni si mescolano alle cavalcate, gettando polvere rossa negli occhi ai circostanti e innondando le loro vesti di acqua sanguigna. Nell'ultimo giorno il Rana festeggia i suoi capi e si distribuiscono i Khanda narsal, o spade o noci di cocco, fra i capi e quelli che il re vuol onorare. Le spade però son di latta dipinta arlecchinescamente in varie maniere, accordandosi col burlesco dell'atmosfera, dacchè la Dea della primavera vuole che si moltiplichino e non che si distruggano gli uomini. Alla sera del 40° giorno si brucia l'hôlî e si [274] accendono grandi fuochi, dove si gettano varie sostanze ed anche l'abîra, e intorno ballano gruppi di fanciulle. L'orgia continua fino a tre ore dopo l'alba del nuovo mese di Cheyt; dopo di che tutti si bagnano, cambiano i loro vestiti, ritornano ad essere uomini seri; mentre principi e capi ricevono doni dai loro servi.
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Nel giorno sette del mese di Cheyt (o Chaitra) le matrone Rajpoot celebrano le feste di Sitla (o Sitalâ), la Dea dei fanciulli. Il suo reliquario in Mewar è posto sulla cima di un colle isolato nella valle di Oodipoor, dove tutte le donne maritate del paese si recano colle loro offerte. Continua pure il culto della Dea della primavera.
Le signore di Oodipoor, accompagnate dai loro signori, al 15 del mese, vanno fra i boschetti e i giardini, dove incoronati di rose, di gelsomini o di leandri, si fanno assieme per far festa e rallegrarsi.
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La più classica fra tutte le feste indostane è quella che i Rajpoot celebrano durante 9 giorni (numero sacro al potere creatore) in onore della benefica Gaurì, e che è chiamata la festa dei fiori. Gaurì è un altro nome di Bhavani, la moglie di Siva, divinità che sotto molti rapporti ha strette analogie Con Venere e con Cerere. Questa festa ha luogo nell'equinozio di primavera, quando la natura tropicale è nel suo più magico splendore; e la Gaurì matronale getta il suo mantello d'oro sulle bellezze della verde Vasanti. Allora i frutti rallegrano l'oc[275]chio, l'aria è imbalsamata da aromi e il papavero scarlatto fa contrasto colle spighe dorate del grano. La cerimonia comincia all'entrata del sole in Ariete (il principio dell'anno indostano) col foggiare immagini di terra di Bhavam e di Siva, che si mettono insieme. Si scava allora una piccola fossa nel suolo, in cui si semina dell'orzo. Quel terreno si inaffia continuamente e si riscalda perfino con mezzi artificiali, finchè il grano incominci a germogliare. Allora le signore, dandosi la niano, intreccian danze intorno a quel campicello, invocando la benedizione di Bhavam sui loro mariti. Le giovani pianticelle son poi strappate e presentate agli sposi, che le portano sui loro turbanti. Per vari giorni si compiono altri riti nelle case e nei palazzi, noti soltanto agli iniziati; e si vanno ornando le immagini che devono essere portate in processione al lago.
Finalmente giunge l'ora e le naccare marziali e le artiglierie della sommità del Castello di Eklingghur annunziano che Gaurì ha incominciato la sua escursione. La cavalcata si riunisce sopra la magnifica terrazza, e il Rana circondato dai suoi nobili si dirige a certi battelli di forma così primitiva come quelli che portarono gli Argonauti alla Colchide. La scena è stupenda, perchè il paese si innalza ad anfiteatro dalla riva del lago fino alla cresta del colle, su cui stanno il palazzo e le case dei capi. Ogni torre, ogni balcone è pieno di spettatori, e sulle gradinate di marmo tu vedi una densa massa di donne vestite d'ogni colore e colle treccie ebanine, ornate di rose e di gelsomini. Tutto un popolo [276] è raccolto a godere, senza ebbrezza e senza lussuria tutto un popolo cogli occhi intenti verso Tripolia, aspettando il comparire di Gaurì. Finalmente compare la processione, e nel mezzo si vede la Dea, tutta gialla, piena di perle e di oro, mentre due bellezze agitano intorno al suo capo il châmara d'argento (ventaglio fatto colla coda del yak) e le più favorite giovinette come avanguardie la precedono con verghe d'argento, e tutte cantando inni. All'avvicinarsi della Dea, il Rana e i suoi ministri si alzano e rimangono in piedi finchè la Dea è seduta sul trono, presso la sponda del lago e allora tutti si inchinano, e il principe entra in barca con tutta la sua Corte. Le donne formano allora un circolo intorno alla Dea, e con passo misurato e varie graziose inclinazioni del corpo, battendo a quando a quando le palme a certa cadenza, girano intorno all'idolo cantando inni in onore della Dea dell'abbondanza, dell'amore e della cavalleria, con aneddoti e motti e lazzi a doppio senso, che fanno sorridere i capi. La festa è tutta di femmine e nessun uomo può mescolarsi a quell'onda di donne; e perfino Iswara, il marito di Gaurì, non chiama sopra di sè l'attenzione, nella sua forma ascetica e mendicante e implorando anch'egli un dono dalla madre universale. Si crede che la Dea si stia bagnando durante tutto il tempo della funzione, e un tempo era punito di morte l'uomo, che si fosse frammischiato a quella folla. La Dea vien poi ricondotta al palazzo nella stessa guisa con cui fu portata al lago. Il Rana va intanto visitando sul lago le altre immagini della Dea, mentre un coro di donne [277] canta inni e preghiere, e alla sera un gran fuoco d'artificio compie la festa.
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La festa di Kâmadeva, il Dio d'amore, si celebra durante gli ultimi giorni della primavera. Sebbene i venti caldi abbiano cominciato a soffiare, e i fiori e le erbe vadano già perdendo della loro freschezza; la rosa continua a fiorire anche nei più caldi mesi dell'estate, porgendo le più profumate ghirlande alle belle fanciulle Rajpoot. Esse ne ornano durante la festa le loro treccie lunghe e nere come una notte tempestosa d'inverno, e si intrecciano anche ghirlande di gelsomino bianco e giallo, e di fiori di magra e di champaca. Degli stessi fiori fanno braccialetti e collane, e nel loro fervore per il Dio d'amore mostrano lo stesso entusiasmo che i loro mariti dimostrano nel culto del Marte indostano. Ma in nessun luogo l'adorazione di Kâmadeva è più ardente che fra le donne di Oodipoor, la città del sol nascente, dove, durante tutta la festa, esse invocano il Dio degli Dei con canti ed inni composti dai sacri bardi dell'antichità.
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Il Norâtri, o festa di nove giorni, celebrata dai Rajpoot in onore del Dio della guerra, incomincia nel primo giorno del mese indiano di Asoj. Durante questa festa, che è propria delle tribù più marziali, il culto della spada ha luogo con gran pompa e cerimonia. Il principe, dopo il digiuno, le abluzioni e le preghiere, si fa portare dalla sala d'armi [278] la gran scimitarra a due punte, l'emblema di Marte, perchè riceva gli omaggi della Corte. Vien portata poi in processione alle porte di Krishna, dove vien data al Raj-Yogi, o capo dei guerrieri monastici del Messico, da cui vien posta sull'altare di Hesi, il Dio delle battaglie. Alla sera, al suono di naccare, sono raccolti i capi e i loro seguaci, e tutti sen vanno alla stalla reale, dove si sagrifica un buffalo in onore del cavallo di guerra. La cavalcata si dirige poi al Tempio di Devi. Il Rana, sedendosi a fianco del Raj-Yogi, dà al vecchio guerriero due monete d'argento e una noce di cocco, e dopo aver fatto omaggio alla spada, se ne ritorna in processione al palazzo. Nel dì seguente si sagrificano varie vittime, alcune sul Campo di Marte, altre nel tempio di Amba Mata, la madre universale. Le cerimonie durano nove giorni, durante i quali, fra gli altri riti, gli elefanti e i destrieri magnificamente ornati, dopo un bagno nel lago sacro, ricevono l'omaggio dei loro cavalieri. Nel nono giorno la gran scimitarra è riportata al palazzo dal Capo dei guerrieri monastici, che riceve un vestito di gaia, mentre il secondo nel comando, che durante la festa ha fatto varie pratiche austere, ha la sua patera ripiena di monete d'oro e d'argento. - Tutta la corporazione di Yogis è allora invitata ad una festa, si fanno dei doni ai capi, e la cerimonia finisce coll'adorazione della spada, dello scudo e dello sperone, che ha luogo nel palazzo. Alle tre del mattino il principe si ritira al riposo, e il Norâtri è finito.
[279] La festa delle lampade, che si celebra alle Idi di Karttikeya in onore di Lakshmi, la Dea della prosperità, è una delle feste più brillanti del Bajast'han e si chiama Dewaldi; ed ogni città, ogni villaggio, ogni accampamento vi presenta uno splendore di luci. Per intiere settimane prima della festa le officine lavorano alla fabbrica delle lampade, e dal palazzo alla capanna del contadino ognuno ne prepara a suo capriccio, secondo i mezzi dei quali dispone. Stoffe, oro e confetture si portano al tempio di Lakshmi a cui è consacrato il giorno della festa. Il Rana in quest'occasione onora il primo ministro, andando a pranzo da lui, e questo primo ufficiale di Stato, che appartiene sempre alla casta dei mercanti, versa dell'olio in una lampada di terra cotta che tiene il principe, e la stessa libazione d'olio vien concessa ad ogni intimo conoscente del ministro. In questo giorno ogni devoto di Lakshmi tenta la sorte dei dadi e, secondo la sorte, ne augura fortuna o miseria per l'anno successivo; e ciò fanno il principe, il capo, il mercante e l'artigiano.
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Al nove e al dieci d'aprile, si celebra il famoso Dhôlijâtra o festa dei flagellatori, in onore di Kali. La folla che si riunisce in quest'occasione a Calcutta è immensa. Strumenti musicali svegliano i devoti di buon mattino, e la moltitudine, di cui una parte munita di fiaccole, si muove per ogni via accompagnata da numerosi fanatici, che danzano, torturandosi in cento guise diverse. La vista di queste torture è insopportabile: chi si trapassa con ferri [280] acuti la lingua, e chi si getta dall'alto sopra un letto di acute punte, chi si caccia degli uncini nei fianchi, facendosi per essi sollevare. Fuori di questo spettacolo la scena è animata e pittoresca. La musica tempesta coi tamburri e le trombe gli astanti, che hanno faccia e abiti bianchi tutti sparsi di polvere rossa, incoronati poi di ghirlande di fiori. Intanto girano trofei a varii disegni tirati nei carri da cavalli o da bovi.
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Ad Allahabad nel mese di settembre si celebra la festa di Râma e Sita, che dura parecchi giorni, ed è una rappresentazione drammatica della storia e delle avventure di Râma. E festa non religiosa, per cui vi prendon parte anche i Mussulmani. Râma, suo fratello Lakohmana e la sua promessa sposa Sita, son rappresentati da tre fanciulli sui dodici anni. Portano un arco dorato nella sinistra e una sciabola nella destra; i loro nudi corpi son coperti quasi intieramente di gingilli d'oro e di orpelli; sul capo hanno una corona di orpello, faccia e corpo impiastricciati di carbone, calce e cinabro, e in tutto rassomiglianti alle statue delle divinità indostane. In un giorno speciale compare anche Hanumah, il generale delle scimmie, col corpo coperto di peli e una gran coda, con una grande armata di uomini mascherati e con code, e il corpo tinto di endaco. Vi sono finte battaglie, purificazioni e nuovo matrimonio di Sita. Oggi questa festa è del tutto innocente, ma prima che la polizia inglese avesse detto la sua parola in questi affari, i [281] poveri fanciulli che avevano divertito il pubblico colle loro rappresentazioni drammatiche, erano avvelenati colle confetture che loro si apprestavano sul finire della festa, colla santa intenzione di far assorbire i loro spiriti dalla divinità che essi avevano rappresentato.
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La festa più celebre dell'India è il Pongol, che si celebra negli ultimi tre giorni dell'anno. In quest'occasione i devoti indiani consacrano tutta la giornata a visite e ad ossequii. Questi complimenti si fanno, perchè sta per spirare il mese di dicembre di cui ogni giorno è fatale, e perchè gli tien dietro un mese, di cui ogni giorno è fortunato. Per allontanare i malefici effetti del dicembre, verso le quattro del mattino molti sannyasis vanno di porta in porta, picchiando sopra una lastra metallica, e facendo un chiasso d'inferno. Il popolo che si sveglia, presenta offerte espiatorie e sagrifica a Siva. A quest'intento, ogni mattina, le donne ripuliscono uno spazio di circa due piedi quadrati dinnanzi alla porta della casa, stendendovi bianchi lini sparsi di fiori. Su questi panni mettono poi delle piccole pallottole di sterco di vacca, fissando in ognuna di esse un fiore di limone. Queste pallottole sono rinnovate ogni giorno e conservate fino al finir della festa, quando le donne, dopo averle riunite in un corbello, le portano in gran processione, accompagnate dalla musica, nella piazza pubblica o in qualche luogo deserto.
Il primo giorno si passa in festa. Nel secondo, sacro al sole, le donne maritate si purificano, ba[282]gnandosi vestite. Escite tutte inzuppate d'acqua, apparecchiano a ciel sereno latte e riso in onore del Dio degli ostacoli. Nel terzo giorno solo gli uomini fanno festa, e rendon culto alla vacca, l'emblema di Bhavani. Vengon aspersi d'acqua santa; i devoti si prostrano dinnanzi alla vacca, che porta le corna dipinte a varii colori, col collo inghirlandato di fiori o con collare di noci di cocco o altri frutti. Quando nel muoversi, questi frutti cadono, son raccolti e conservati come preziose reliquie. Gli animali consacrati sono allora condotti in corpo attraverso i villaggi, accompagnati e seguiti da una folla di popolo, che assorda l'aria con discordi strumenti. Durante quel giorno quelle vacche fortunate possono andare e fare quanto vogliono e pascolare in ogni campo. La festa finisce col pigliar dai templi le immagini degli Dei e col portarle in gran pompa e in processione al luogo, in cui fu raccolta la sacra mandra. Molte bajadere stanno dinnanzi alla folla, e fermandosi di quando in quando, dilettano il popolo coi loro movimenti lascivi e i loro canti scurrili.1

1 Queste non son che poche feste fra le mille che celebrano gli Indostani, e ne abbiam preso la succosa ma pittoresca descrizione dalla Library of Entertaining Knowledge. The Hindous. Vol. l, pag. 224 e seg. - Per chi bramasse più particolari informazioni basteranno questi cenni bibliografici: Dubois, Descriptions of the character, Manners and Customs of the people of India, pag. 386-389. - Ward's-View of the history etc. of the Hindoos, vol. 2 pag. 22. Ediz. 3.a - WILIAM JONE'S. Dissertation on the lunar year of the Hindoos, in the Asiatic Researches, vol III, pag. 257-293.


[283] Accanto alle feste indiane, patologiche per lascivia o per crudeltà, vogliam mettere due quadri di antiche feste messicane, descritte con inimitabil ingenuità dal Padre Acosta; voglio dire la festa del giubileo e la festa dei mercanti.
"I Messicani non furono meno curiosi nelle sue solennitadi, et feste le quali erano di robbe meno ornate; ma di sangue humano più care. Della festa principale di Vitzilipuztli già è stato detto di sopra. Fra questo la festa dell'Idolo Tezcatlipuca, era molto solenne. Veniua questa festa di Maggio, et nel suo Calendario haueua nome Tozcolt. La medesima nondimeno ogni quattro anni concorreua con la festa della Penitenza, nella quale si credeuano, che li fussero perdonati i suoi peccati, sacrificauano in questo giorno un prigione, c'haueua la similitudine dell'Idolo Tezcatlipuca, ch'era alli decenoue di Maggio. Nella sera di questa festa ueniuano i Signori al tempio, et portauan un uestimento nono simile a quello dell'Idolo, il quale gli era messo da i Sacerdoti, gli altri uestimenti, et guardandoli con tanta riuerenza, come ne i altri trattano gli ornamenti, et anco più. Nella cassa dell'Idolo, ui erano molti adobbamenti, et ornamanti di gioie, e altre cose, et brazaletti di piume ricche, che non seruiuano a nulla, se non di stare là, lequal cose adorauano, come il medesimo Dio. Sopra il uestimento, col quale l'adorauano questo giorno, metteuano particolari insegne di piume, brazaletti, ombrelle, et altre cose, accomodate in questa guisa leuauano uia la cortina della porta, perchè fusse visto da tutti, et nell'aprire usciua una dignitade [284] di quelle del Tempio vestito nella medesima maniera, ch'era uestito l'Idolo, con un fiore in mano, et con un picciolo flautino di creta, di suono molto acuta, et uolto alla parte di Oriente, lo toccaua, et uolgendosi all'Occidente, et al Settentrione, et al Mezo giorno faceua il medesimo, et hauendo suonato, faceua le quatro parti del Mondo, denotando, che li presenti, et li assenti, lo udiuano, metteuano il dito in terra, et prendendo terra, con quello se la metieua in bocca, et la mangiaua in segno di adoratione, et il medesimo faceuano tutti i presenti, et piangendo si gittauano in terra inuocando l'oscurità della notte, et il uento, et pregandoli, che non li abbandonassero, ne li odiassero, o che li finissero la uita, et dessero fine a tanti trauagli. Quanti si patiscono in quella. Et nel toccare questo picciolo flauto, i ladri, i fornicarij, gli huomicidi, od altra sorte di peccatori sentiuano grandissimo timore, et affanno, et alcuni di tal maniera si commovevano, che non poteuano dissimulare di non hauer peccato, et così tutti quelli non dimandauano altra cosa a i suoi Dei, se non che i suoi delitti non fussero manifesti spargendo molte lacrime con grande compuntione, et pentimento offerendo grande quantitade di Incenso per placare i Dei. Gli huomini ualorosi, et tutti i soldati uecchi, che seguitauano la militia nell'udire il picciol flauto, con grande angonia, et deuotione dimandauano à Dio delle cose create, et al Signore: per lo quale uiuiamo, et al Sole, con altri suoi Dei principali, che gli dessero uittoria contro i suoi nemici, et forze per prendere molti cattiui, per honorare i suoi sacrifioij, si faceva la detta cerimonia [285] diece giorni auanti la festa, ne i quali il Sacerdòte suonaua il flautino: perche tutti fossero presenti a quella adoratione di mangiare terra, et adimandar à gli Idoli quello che uoleuano, facendo ogni giorno oratione, alzando gli occhi al Cielo, con sospiri, et gemiti, come gente, che si dolevano delle sue colpe et peccati: quantunque questo dolore, non fusse se non per timore della pena corporale, che li davano, et non per l'eterna, perchè affermano, che non sapevano, che nell'altra uita fusse pena così stretta, et così si offeriua alla morte senza alcuna pena, credendo di fuggere in quella. Venuto il primo giorno dalla festa di questo Idolo Tezcatlipuco, tutta la Città si uniua nel circo del Tempio, per celebrar in questo medesimo modo, la festa del Calendario, c'habbiamo detto, che si chiamaua Toxcoalt, che vuole dire cosa secca. La quale festa tutta s'indriza à dimandare acqua dal Cielo, nel modo, che noi altri facciamo le rogationi, et così faceuano questa festa sempre al Maggio: nel qual tempo in quei paesi è maggior necessitade di acqua. La sua celebratione incominciaua a i noue di Maggio, et compiua a i decenove. Nella mattina dell'ultimo giorno, i Sacerdoti portauano fuora un portatoio molto adobbato con cortine, et cendali di diuerse sorti, questo portatoio haueua tante stanghe quanti erano i ministri, che l'haueuano da portare, tutti i quali uscivano dipinti di nero con la zazzera lunga fatta in trezze nella mitade, con cinte bianche, et con uestimenti alla liurea dell' Idolo. In cima di quel portatoio metteuano la persona dell'Idolo segnalato per quello officio che essi chiamano similitudine [286] del Tezcalipuca, et prendendolo nelle spalle lo portauano in publico, al piede de i gradi. Vsciuano subito i fanciulli, et le fanciulle religiose di quel Tempio, e con una corda grossa circondata di Maiz rostido, et circondano tutto il portatoio con quella, metteuano subito una filza del medesimo al collo dell'idolo, et nel capo una ghirlanda. La corda si chiama Toxcalt, significando la siccitade, e sterilitade del tempo. Vscivano i fanciulli circondati con una cortina di rete, et con ghirlande, et filze di Maiz rostito, le fanciulle uestite di noui adobbamenti, con filze del medesimo al collo, et ne i capi portauano mitre, fatte di uerghette tutte coperte di quello Maiz, co i piedi, et bracci coperti di piume, et le guancie piene di colori, cauauano fuora nel medesimo modo filze di quello Maiz rostito, et se lo metteuano i principali sopra il capo, et al collo, et in mano vn fiore. Pui c'haueuano posto l'Idolo nel suo portatoio, in quello luogo haueuano grande quantitade di frondi di Manguei, le cui foglie sono larghe, et spinose. Messo il portatoio sopra le spalle, de i sopradetti lo portauano in processione dentro il circuito del cortile del Tempio, portandolo innanzi a se duoi Sacerdoti, con i Turibuli incensando spesso l'idolo, ed ogni volta, che dauano l'incenso all'Idolo, alzauano il braccio più alto che poteuano verso l'Idolo, et verso il Sole, dicendogli, che così salissero le sue orationi al Cielo, come ascendeua quel fumo in sù. Tutta l'altra gente, che stava dentro dal cerchio del Tempio, uoltandosi intorno, verso quella parte, oue andaua l'Idolo, portavano tutti in mano una corda fatta di filo di Manguei noua, di un [287] braccio, con un groppo dal capo, e con quella si disclplinauano dandosi grandi colpi nelle spalle: della maniera, che qui si disciplina il Giouedì Santo, tutto il circuito di cortile, e i merli erano pieni di rami, e fiori, parimenti ornati, e con tanta verdura, che partoriua grande contento, compita que sta processione ritornauano ad alzar l'Idolo al suo luogo, oue lo collocauano. Vsciuano subito grande quantità di gente, con fiori accomodati in diversa maniere, e empiuano tutto l'altare, e il drappo ricco, e tutto il cortile, che pareua adornamento di sepoltura. I sacerdoti metteuano queste rose di sua mano dateli dai giouanetti del Tempio, finchè vene erano, e restaua quel giorno di scoperta la camera senza velo. Fatto questo tutti ascendeuano ad offerire cortine, cendali, gioie, pietre preciose, incenso, legnami resinosi, mazoche di Maiz, e coturnici, e finalmente tutto quello che in simili solennitadi costumauano offerire. Nell'offerta delle Coturnici, ch'era de i poveri, usauano questa ceremonia, che le dauano al sacerdote, e prendendole li tiravano il capo, e le gittauano subito al piede dell'Altare, oue li uscisse il sangue, e così faceuano di tutte quelle, che offeriuano, ciascheduno offeriva altri cibi, e frutti secondo le sue forze; le quali erano al piede dell'altare de i Ministri del Tempio, e così essi erano quelli, che li prendeuano, e portauano alle camere, che iui haueuano. Fatta questa solenne offerta andaua la gente a mangiare a i suoi luoghi e case, restando la festa cosi suspesa, finchè aueuano mangiato. In questo medesimo tempo i giouanetti, e giouanette del Tempio, con gli ad[288]dobbamenti riferiti si occupauano in seruire all'Idolo tutte quello, che gli era stato dedicato a lui per suo mangiare, le qual cose cocinauano: altre donne ancora, c'haueuano fatto uoto di occuparsi quel giorno nel far da mangiare all'Idolo, seruendo iui tutto il giorno, e così veneuano iui tutte quelle c'haueuano fatto uoto nel far del giorno, e si offeriuano al Preposito del Tempio, accioche li comettessero quello, c'haueuano da fare, e lo faceuano con molta diligenza, e cura. Portauano poi fuora tante differenze, e inuentioni di mangiare, che era cosa marauigliosa. - Fatte queste uiuande, e uenuta l'hora di mangiare tutte quelle, le donzelle usciuano del Tempio in processione ciascheduna, con una cestella di pane in una mano, e nell'altra una scudella di quelle menestre, gli andaua inuanzi un uecchio, che seruiva per scalco, con un habito molto ridicoloso, veniua uestito, con una soprapellizza bianca, che gli arriuaua fino a mezagamba sopra un giupone, senza maneghe, come un colletto di cordouano rosso, haueua un luogo di maniche ale, e da quelle usciua una cintura larga dalla quale pendeva nel mezo delle spalle una zucca mezzana, la quale per un picciol buco c'haueua, era tutta piena di fiori, e dentro a quella diuerse cose di superstitione, andaua questo uecchio così adobbato, innanzi a tutto l'apparato molto humile, melancolico, e col capo basso, e nell'arriuare alla posta, ch'era al piede de i scalini faceua una grande riuerenza e ritirandosi da una parte arriuauano le fanciulle con le uiuande, andauano ponendole in fila, arriuando ad una ad una, con molta riuecenza.
[289] Poichè le haueuano poste tutte tornaua il uecchio a guidarle, e ritornauano à i suoi monasteri. - Essendo queste entrate tutte usciuano i giouinetti, ministri di quel Tempio, e prendeuano di là quelle uiuande, e le portauano nelle camere delle dignitadi, e dei Sacerdoti, i quali haueuano digiunato cinque giorni di lungo, mangiando solo una una uolta al giorno, separati dalle sue donne, e non usciuano del Tempio quei cinque giorni, percotendosi fortermente con corde, e mangiando di quella uiuanda diuina (che così la chiamauano) tutto quello, che poteuano, della quale non era lecito à niuno mangiarne se non a loro. Hauendo compiuto di mangiare tutto il popolo ritornauano a congregarsi nel Cortile del Tempio a celebrare, e a uedere il fine della festa, e all'hora cauauano fuori uno schiavo, c'haueua rapresentato l'idolo vestito, e addobbato, e honorato, come il medesimo Idolo, e facendoli tutti riuerenza lo presentauano a i sacrificatori, facendoli tutti riuerenza, i quali al medesimo tempo uscinano, e prendendoli i piedi, e le mani il maggior Sacerdote gli apriua il petto e li cauaua il cuore, alzandolo con le mani quanto poteva, et mostrandolo al Sole, et all'Idolo, come disopra è stato detto. Morto questo, che rappresentaua l'Idolo, andauano ad un luogo consacrato, et deputato per tale effetto, et usciuano i giouanetti, et le giouauette con l'addobbamento sopradetto, oue suonando le dignitadi del Tempio ballauano, e cantauano, posti in ordine presso al tamburro, e tutti i Signori, adornati con l'insegne, c'haueuano i giouanetti, ballanano dietro a quelli. In questo giorno ordinaria[290]mente non moriva altro, che questo sacrificato. Percioche solo di quattro in pattro anni, morivano atri con lui, et quando questi moriuano era l'anno che chiamano del Giubileo, et del perdono de i peccati. Compito di suonare, mangiare e bere nel tramontare del Sole andauano quelle giouanette a i suoi officii, e prendeuano un grande piatto di creta pieno di pane impastato con mele, coperte con un panno lauorato con teschi, e ossi di morti incrociati, portauano la colatione all'Idolo, e salivano fino al Cortile, che stava innanzi alla porta dell'oratorio, e iui ponendolo, veniua lo scalco se gli incuruaua inanzi al medesimo ordine, che l'haueuano portato. Usciuano subito tutti i giouanetti posti in ordine, et con una canna in mano, andauano a garra a i gradini del Tempio affaticandosi di arrivare l'uno più presto dell'altro al piatto della colatione. Et le dignitadi del Tempio auertiuano, che più presto li arriuasse, et quale fusse il primo, il secondo, il terzo, et quarto, che li arrivasse non tenendo conto de gli altri, che tutti confusamente giongeuano à quella colatione, la quale portauano come grande relique. Fatto questo li quattro che primi giunsero, erano presi nel mezo delle dignitadi, e anciani del Tempio, e con molto honore li metteuano nelle camere, premiandoli, e dandoli molti buoni addobbamenti, e da quel tempo in poi li rispettauano, e honorauano come huomini segnalati. Compita la festa della colatione, e celebrata con molto gaudio et strepito dauano licenza à quelle giouanette, che haueuano seruito all'Idolo, e à i giouanetti perche se ne andassero, e cosi se ne an[291]dauano gli uni tra gli altri. Nel tempo, che usciuano stauano i giouanetti de i Collegii, e delle Scuole alla porta del Cortile con pallotte di Geneuro, et con herbe in mano, et con quelle le lapidauano, burlandole, e schernendole, come gente, che si partiva dal servitio dell'Idolo. Andauano con libertade di disponer di se à suo piacere, et con questo si daua fine alla solennitade.


Della festa dei mercanti che usarono i Coluteci.

Quantunque si abbia parlato molto del colto dei Messicani uerso i suoi Dei: nondimeno perche si chiamaua Quelzcalcoatl, et era Dio di gente ricca haueua particolare ueneratione, et solennitade, si dirà qui, quello che raccontano della sua festa, la quale si solennizaua in honore del suo idolo, in questa forma. Quaranta giorni inanzi i mercanti comprauano uno schiauo ben fatto senza alcuna macchia, ò segno, cosi d'infermità come di ferita, ò colpo. Vestiuano questo con gli addobbamenti dell'Idolo istesso, et avanti, che lo uestissero lo purificauano, lauandolo due uolte in un lago, che chiamauano de i Dei: e poi, che lo haueuano purificato lo uestiuano nel modo ch'era vestito l'Idolo. Era molto riuerito in questi quaranta giorni, per quello ch'egli rappresentaua. Lo metteuano di notte in una gabbia, come è stato detto; perche non fuggisse, et la mattina subito lo cauauano della gabbia, et lo metteuano in un luogo eminente, oue lo seruiuano, dandoli da mangiare cose preciose: poiche haueua mangiato li metteuano al collo filze di fiori, e molti rametti in mano. Andaua la sua [292] guardia molto compita con molta altra gente, che l'accompagnaua, et andauano con quelle per la cittade, il quale andaua cantando, e ballando per tutta quella, per essere conosciuto per similitudine dal suo Dio. Nel cominciar à cantare usciuano delle sue case le donne, e i fanciulli a salutarlo, e ad offerirli offerte, come al suo Dio. Noue giorni inanzi alla festa ueniuano inanzi à lui duoi vecchi molto venerabili delle dignitadi del Tempio, e ingenocchiandosi inanzi à lui, li diceuano con voce molto humile, e bassa: Signor saperai, che di quà a noue giorni ti compisse il trauaglio di ballare, e cantare perche allhora morirai: il quale era obbligato rispondere, sia molto in buon'ora. Chiamauano questa cerimonia Neiolo Maxitr Ileztli, che vuol dire apparato, lo mirauano con molta attentione, se si contristaua, ò se ballaua col solito piacere, e se non lo faceua con quella allegria, ch'essi desiderauano, faceuano certa superstitione schiffa, la quale era, che andauano subito à prendere i rasoij del sacrificio, e lauauano il sangue, ch'era in quelli attaccato dei sacrificii passati, et con qvelle lauature li faceuano una beuanda mischiata con un'altra di cacao, e gliela dauano da bere, perche diceuano, che faceua tale operatione in lui, che restaua senza alcuna memoria di quello, che l'haueuano detto, et quasi insensibile, ritornando subito all'ordinario canto, e dicono di più che con questo mezo il medesimo con molta allegria si offeriua alla morte, essendo faturato con quella beuanda, cercauano di tuorgli questa maninconia, perche l'haueuano per molto male augurio, et pronostico di [293] alcuno gran male. Gionto il giorno della festa à meza notte, poiche l'haueuano molto honorato di musica, e incenso lo prendeuano i sacrificatori, e lo sacrificauano al modo di sopra detto, facendo offerta del suo cuore alla Luna, e dipoi lo volgeuano all'Idolo, lasciando cadere il corpo giù per li gradi del Tempio, dal qual luogo lo prendeuano quelli, che l'haueuano offerto, ch'erano i mercanti de i quali era questa festa. Portauano quello à casa del più principale, e lo faceuano accommodare in diuerse uiuande per celebrare nel far del giorno il banchetto, e mangiare della festa, dando prima il buon giorno all'Idolo, con un picciolo ballo, che faceuano mentre che veniua giorno, e si cucinava il sacrificato. Si congregauano poi tutti i mercanti à questo banchetto e specialmente quelli, c'haueuano negocio di comperare, e vendere schiavi, il cui carico era di offerire ciaschedun anno uno schiauo per la similitudine del suo Dio. Era questo Idolo de i più principali di quella terra, come è stato: e così il Tempio, nel quale staua era di molta auttoritade. Questo haueua sessanta gradi per salirvi in quello, e nella sommità di quelli si formaua un pato di mediocre larghezza, intorniato con molta diligenza, in mezo à quello vi era vna piazza grande, o rotonda in forma di forno, e l'entrata stretta, e bassa per entrare, nella quale bisognaua abbassarsi molto. Questo Tempio haueua le camere, che gli altri, oue si ritirauano i Sacerdoti giouanetti, e giouanette, e di fanciulli, come è stato detto, a i quali era presidente un Sacerdote solo, che di continuo iui resedeua, il quale era, come un settima[294]nero: perche posto caso, che hauesse di continuo tre ò quattro cure, e dignitadi in qual tu vuoi Tempio, seruiua à ciascheduno vna settimana senza uscir di là. L'officio del Settimanero di questo Tempio, doppo la dottrina de i fanciulli era, che ogni giorno nell'hora, ch'el Sole tramontaua, suonaua un grande tamburro, facendo segno con quello, come noi siamo soliti suonare all'oratione. Era così grande questo tamburro, che il suo rauco suono si vdiua per tutta la Cittade, e nell'vdirlo, si metteuano in tanto silentio, che pareua, che non ui fussero huomini sbarrandosi i mercanti, ritirandosi la gente: della qual cosa restaua ogni cosa in grande quiete, e riposo. Nell'alba, quando si faceua giorno, un'altra volta toccaua il tamburro, col quale daua segno, che si faceua giorno, e così i uiandanti, e forestieri si preparauano con quel segno per fare i1 suo viaggio essendo stati fino allhora impediti all'uscire della Città. Questo Tempio haueua un cortile mediocre, nel quale il giorno della sua festa si faceuano balli, e feste, e molto gratiosi intermedi, per la qual cosa in mezo di questo Cortile vi era vn picciolo teatro di trenta piedi in quadro diligentemente intonicato, il quale ornauano di rami, e addobbauano per quel giorno con quella maggior politezza, che fosse possibile, circondandolo tutto di festoni fatti di diuersi fiori, e penne, mettendoui dentro molti augelli, conigli, e altre cose diletteuoli, oue concorreua tutta la gente insieme, c'haueuano mangiato. Vsciuano i rappresentanti, e faceuano intermedi col farsi sordi, sfrediti nella uoce, zoppi, ciechi, e manchi, venendo à dimandare [295] sanitade all'Idolo, i sordi rispondendo fuor di proposito, li sfrediti tossendo, i zoppi zoppicando, diceuano le sue miserie, e querele, con le quali cose faceuano ridere molto il popolo: altri vsciuano in nome di picoioli animali, l'vno vestito come scarauaggio, e l'altro come rospo, e altre come lucertole, etc. Et iui incontrandosi rifeniuano i suoi officij, e ritornando ciascheduno per se toccauano alcuni piccioli flauti, che dauano à gli ascoltatori grandissimo gusto, perche erano molto ingegnose: fingeuano nel medesimo modo molte farfalle, e augelletti di colori molto diuersi, cauando del Tempio i giouanetti uestiti in questa forma, i quali salendo in un'arbore, che iui piantauano i Sacerdoti del Tempio li tirauano con zarabottane: e haueuano in difesa di uno, e in offesa dell'altro gratiosi detti; coi i quali tratteneuano i circostanti, la qual cosa conclusa faceuano moresche, e balli con tutti questi personaggi, e si finiua la festa, e soleuano far questo nelle feste più principali."1

1 Nella descrizione di queste due feste non è detto che la vittima un mese prima di morire era favorita da quattro bellissime fanciulle, che portavano il nome delle prime Dee, e che dovevano dividere con lui il talamo. La ragione di questo silenzio è forse a cercarsi in una nota curiosissima del traduttore Giovanni Paolo Gallucci, Salodiano e Accademico Veneto, la quale dice: "Non paia strano all'Auttore di questa Historia, nemeno a chi l'ha letta nella lingua Spagnuola, che in questo quinto libro manchino molte cose scritte da lui, che si legono nello Spagnuolo, perchè così è piacciuta a i superiori, c'hanno ordine di vedere le cose, che si stampano, a i quali non solo siamo sforzati obedire, ma dobiamo obedire volontieri." - Vedi anche PRESCOTT, History of the Conquest 0f Mexico. Ediz. 7°, London, 1854, pag. 25.


[296] Fra noi la libidine non forma quasi mai elemento di una festa; e se la gioia e l'ebbrezza universale mordono i nervi pruriginosi dei più libertini, essi celano i loro desiderii e la loro lussuria, sicchè la nota dell'amor fisico tace nel concerto della festa. Convien risalire ai baccanali e saturnali antichi, alle feste indiane e a qualche festa boliviana per troovare esempii di feste libertine. Le feste scapigliate del carnevale, che si chiudono fra le pareti domestiche o in pubbliche sale da ballo, sono orgie della gola e della lussuria, non vere feste; e s'hanno a studiare nel loro terreno naturale, bastando qui l'averle ricordate.
L'ebbrezza nelle sue forme più brutali può insudiciare una festa di amici come la più solenne delle feste religiose o nazionali; ma fra i popoli civili è quasi sempre piccola macchia di pochi individui che non dilaga mai fino a disonorare la gioia di tutti; mentre nel cerchio ristretto di grossolani epicurei, o fra i popoli selvaggi, l'ubbriachezza può essere il primo dio della festa, tenendo luogo dell'arte, dell'entusiasmo e di tutti gli elementi più elevati del piacere. Ne abbiamo avuto un esempio nella festa di quei poveri indiani sulle spiaggie arenose del Paraguay.
Anche l'amor proprio che eccita e ravviva le feste, può dar loro forma morbosa, quando divenga tirannide di un solo contro tutti, quando flagella le moltitudini coll'oltraggio, quando ecciti i vincitori a danzare sul capo dei vinti; quando, violando ogni consuetudine e le più elementari leggi, cerchi lo strano, il bizzarro, il goffo.
[297] Il Medio Evo ci presenta alcune forme grottesche di feste, nelle quali la religiono e il ridicolo si associano in vincolo assurdo.
La festa dei pazzi, che per tanti secoli si celebrò in molti paesi d'Europa, è un vero frutto bastardo del paganesimo e del culto cattolico, un baccanale cristiano; un mostro che riuniva le maggiori follie e le più strane bizzarrie di due religioni. L'origine di queste feste deve essere antichissima, dacchè troviamo in Sant'Agostino che raccomanda di punire quelli che avessero preso parti a queste empietà, e vediamo nel 663 il Concilio di Toledo che fa ogni sforzo per abolire questa festa; mentre leggiamo in Cedrenus che Teofilatte, patriarca di Costantinopoli, l'aveva introdotta nella sua diocesi.
Nelle Cattedrali di Francia si eleggeva un Vescovo o un Arcivescovo dei pazzi, e la sua elezione era accompagnata da cento buffonate. Questo vescovo officiava pontificalmente dinnanzi al popolo portando mitra, corna ed anche la croce arciepiscopale. In alcune chiese si eleggeva anche un papa dei pazzi, a cui si davano gli ornamenti e gli attributi del papato.
Questi vescovi, questi arcivescovi, questi papi dei pazzi, avevano un corteggio di sacerdoti non meno pazzi di loro: mascherati e col viso dipinto saltavano, schiamazzavano, danzavano nelle chiese e si facevan trascinare per le vie in carri pieni di spazzatura, che gettavano al popolaccio che faceva ressa per vederlo. Uno scrittore del tempo era così inorridito da queste brutture che scriveva: "en un mot c'ètoit [298] l'abomination de le dèsolation dans le lieu saint, et dans les parsonnes qui par leur ètat devoient avoir la conduite la plus sainte."
In una lettera diretta al Clero di Francia nel 1444 dall'Università di Parigi, e dove si parla di questa fusta, è detto che sacerdoti e chierici si vestivano da buffone, da donna, o si mascheravano nelle foggie più mostruose. Non contenti di cantare nel coro canzoni oscene, mangiavano e giuocavano ai dadi sui sacri altari, a fianco del prete che celebrava la messa. Mettevano sozzure nel turibolo, correvan per le chiese saltando, ridendo, cantando, pronunziando parole oscene e facendo più osceni atteggiamenti. Andavan poi vagando per le vie della città...
In un registro della Chiesa di S. Stefano di Dijon, che rimonta al 1494, è detto che durante la Festa dei matti si rappresentava una specie di farsa sopra un teatro dinnanzi ad una chiesa, in cui si rasava il prechantre des fous, e si dicevano molte oscenità. Nello stesso registro del 1521 si legge che i vicarii correvan per le vie con pifferi, tamburi ed altri strumenti e portando lanterne dinanzi al prechantre des fous, a cui spettavano specialmente gli onori della festa.
Nel secondo registro della cattedrale d'Autun, Rotarii, che comincia col 1411 e termina nel 1416, è detto che alla festa dei pazzi, follorum, si conduceva un asino, cantando: hè, sire àne, he, hè, e che molti si recavano alla chiesa vestiti in foggie grottesche. Questo asino era coperto da una gran cappa sacerdotale. In un antico manoscritto della chiesa di Sens si trova tutto l'office des fous.
[299] Questa festa fu celebrata in quasi tutte le chiese di Francia per molti secoli durante l'ottava del Re e nei libri sacri si trova indicata col nome di Festum fatuorum in Epiphaniâ et ejus octavis. Si celebrò anche in Inghilterra, e forse fino al 1530, perchè in un inventario della chiesa di York di quel1'epoca, sono indicati una piccola mitra e un anello per il vescovo dei pazzi. Anche in Germania, la Spagna e in Italia, queste follie non erano ignote.
Nel 1444 la voce autorevole della Sorbonne lanciò i suoi fulmini contro queste feste, ma esse trovarono sempre dotti difensori. Questi dicevano: "i nostri antenati gravi e santi personaggi, hanno sempre celebrato queste feste, possiam noi forse seguire migliori esempii? D'altronde la follia che ci è naturale e che sembra nata con noi, si dissipa almeno una volta all'anno con questa dolce ricreazione, anche le botti di vino scoppierebbero se non si aprissero per dar loro dell'aria; noi siamo tutti quanti botti mal fasciate, che il vino potente della sapienza farebbe rompere, se lo lasciassimo bollire con una continua divozione. Bisogna dunque dare qualche volta dell'aria a questo vino, onde non si perda e si spanda senza profitto."
L'autore del Traité con tre le paganisme du roi-boit, assicura che un dottore in teologia sostenne pubblicamente ad Auxerre sulla fine del secolo XV, che la festa dei matti non era meno accetta a Dio della festa dell'Immacolata Concezione, e che sopra questa aveva poi il vantaggio di un'antichità molto maggiore.
Questi avvocati furono ben più potenti degli ac[300]cusatori, perchè vedonsi scagliarsi contro di essa e sempre senza successo il Concilio di Sens del 1460 e del 1485, le Costituzioni Sinodali della di Chartres del 1550, gli Statuti sinodali di Lyon del 1566 e 1577, il Concilio di Toledo del 1560, il Concilio provinciale di Aix nel 1585 e infine il Concilio provinciale di Bordeaux tenuto a Cognac nel 1620. Più di tutti questi corpi religiosi e laicali poterono contro le feste dei matti il buon senso cresciuto e la civiltà progredita, come dice il Chevalier De Iaucourt in un articolo assai erudito dell'antica Encyclopedie di Diderot.
Non lascerò queste feste patologiche senza tracciare un abozzo, di quella che si celebrava a Viviers.
Si incominciava per eleggere un abate; e all'elezione concorrevano preti, chierici, e canonici. Eletto l'abate, si cantava un Te Deum; e l'eletto era portato sulle spalle degli elettori in una casa dove si riuniva tutto il Capitolo. Tutti si alzavano al suo arrivo, non escluso il vescovo: si faceva una splendida colazione, dopo di che il basso coro da una parte e l'alto coro dall'altra si mettevan a cantar parole senza senso, facendo un duello di schiamazzo, in cui una parte si sforzava di far assordar l'altra. "Sed dum earum cantus saepius et frequentius per partes continuando cantatur, tanto amplius ascendendo elevatur in tartum, quod una pars cantando, clamando E Fort Cridar vincit aliam. Tunc enim inter se ad invicem clamando, sibilando, ululando, cachinando, deridendo, ac cum suis manibus demonstrando, pars victrix, quantum potest partem adversam deridere conatur et supe[301]rare, iocosasque trufas sine taedis breviter inferre. A parte abbatis HEROS alter chorus et N0LIE NOLIERN0; a parte abbatis AD FONS SANCTI BACON, alii KYRIE ELEISON, etc.
Tutto questo finiva con una processione che si faceva tutti i giorni dell'ottava. Finalmente il giorno di San Stefano compariva il vescovo pazzo o il Vescovo dei pazzi, episcopus stultus. Era anch'egli un giovane chierico, ma diverso dall'abate. Egli era eletto fin dal giorno degli Innocenti dell'anno precedente, ma non godeva dei diritti della sua dignita che nei tre giorni di San Stefano, San Giovanni e degli Innocenti. Dopo aver, vestito gli ornamenti pontificali, in cappa, mitra, seguito dal suo elemosiniere in cappa e che portava sul capo invece di berretto un piccolo cuscino, andava a sedere sul seggio episcopale, e, assistendo al divino uffcio, riceveva gli stessi onori di un vescovo; Alla fine dell'ufficio, l'elemosiniere diceva a piena voce: silete, silete, silentium habete; e il coro rispondeva: Deo gratias. Il vescovo dei pazzi, dopo aver detto l'adjutorium, dava la sua benedizione, e l'elemosiniere pronunziava con gravità le indulgenze dispensate, augurando mali al fegato, rogna ed altri simili malanni:

De part mossenhor l'évesque
Que Dieu vos done grand mal al bescle
Avec una plena banasta de pardos
E dos des de raycha de sot lo mento.


Nei giorni seguenti si ripetevano le stesse goffe cerimonie, ma si variavano le indulgenze. Nel se[302]condo giorno per esempio si auguravano al popolo mali di denti e code di cavallo:

Mossenhor quez ayssi presenz
Vos dona XX banastas de mal de dens
Et a vos donas a tressi
Dona una cua de rossi.1

Crudeltà sfacciate o medicate; ardori di lotte o meglio furori di pugna; libidini furiose; ebbrezze oscene, forme morbose della superbia e grottesche combinazioni del mistico col buffonesco formano gli elementi patologici più importanti delle feste, ma non sono i soli. L'uomo attinge molte delle sue gioie alle sorgenti del male, e come queste sono infinite nella loro varia natura, così variamente si intrecciano a formare una festa. Le poche linee da noi tracciate, i pochi quadri da noi esposti al lettore nella prima parte del libro possono bastare per una fisiologia generale delle feste e delle ebbrezze. Di più non avremmo potuto dire senza invadere i campi della storia che non sono i nostri; e d'altronde nel far la fisiologia morale dell'uomo, convien sempre aver a mente che tutto si intreccia, in modo che a

1 Per maggiori particolari su queste feste, specialmente in Francia, vedi le opere di Pierre de Blois; Thiers, Traité des jeux. Histoire de Bretagne. Tomo 1, pag. 586. Mezerai, Abrégé de l'histoire de France, tomo I, pag. 578, edizione in 4°; Lobineau, Histoire de Paris, tomo 1. pag. 224. - Marlot, Histoire de Rheims, tomo 2. pag. 769. - Du Tillot, Mémoires pour servir à l'histoire de la fête des fous. Lausanne, 1751 in 4°.


[303] voler dare una monografia completa di un solo fenomeno, converrebbe dare la storia di tutto l'uomo, dacchè ogni filo attraversa e tocca tutti gli altri fili del tessuto, e da ogni centro emanano correnti che con moto centrifugo invadono tutti gli altri campi del pensiero e del sentimento. A noi poco importa che l'analisi sia grossa e incompleta, purchè sia analisi vera, distacco di cose aderenti; non rottura violenta di cose unite; sicchè ci rimangano fra le mani organi e non tritumi; e un giorno si possa facilmente ricomporre con una sintesi naturale tutte le parti del mosaico, che, con paziente lavoro, avevamo disgiunte. Possiamo noi, mezzanamente almeno, aver raggiunto questo scopo supremo e che abbiam sempre mirato cogli studii innamorati di tutta la vita.