Paolo Mantegazza, "Quadri della natura umana - Feste ed ebbrezze", 1871, 2 voll., Milano, Bernardoni Edit.
[Vol. I, pag. 214]


CAPITOLO X.

Analisi delle feste. - Elementi fisiologici e patologici che le compongono. - La socialità e l'amore. - L'amore della patria e i diversi entusiasmi. - Feste nazionali. - Una festa ferroviaria. - Affetti di famiglia e sentimento religioso. - Ebbrezze e danze. - Le gioie dei cinque sensi nelle feste. - Gli spettacoli. - Una festa italiana, una francese, una portoghese, ed una inglese. - Le feste degli antichi peruviani. - Concetto artistico di una festa. - La ricchezza e lo sfarzo. - Esempi. - Elementi minori e combinazioni diverse.


Dopo aver dato uno sguardo alle variopinte ghirlande, colle quali l'uomo suole incoronarsi, conviene che crudelmente noi le pigliamo ad una ad una, e scomponendole cerchiam di scoprire l'artifizio con cui furono intrecciate. È il duro compito che ci siamo assunto fin dalle prime pagine del nostro lavoro, e dovessimo giungere stracchi e zoppi alla fine del nostro viaggio, vogliamo pur toccare la meta; quand'anche non avessimo altra gloria che quella d'aver tentato di stringere insieme l'arte e la scienza in campi che insieme esse non avevano ancora esplorato.
L'analisi chimica di una festa mi ha dato questi elementi:
Sentimento della socialità.
Fosforescenze o lampi d'amore.

[215] Entusiasmo del sentimento patriottico, o affettuoso, o mistico.
Ebbrezza in tutte le sue forme e quindi anche il ballo.
Gioie dei cinque sensi.
Splendori, ricchezze, forme fisiologiche dell'amor proprio.

Questi elementi, in quantità diverse e non misurabili ancora da alcuna bilancia umana, trovansi in tutte le feste, diversamente combinati, ma siccome l'uomo porta sempre seco tutto il bene e tutto il male che stanno chiusi entro la buccia della sua pelle e sotto la volta del suo cranio; così anche nelle feste appaiono, or sfacciati ed or sonnolenti molti elementi del male; per cui l'analisi rivela in molte feste alcuni componenti patologici, che studieremo a parte e che possono ridursi ai seguenti:
Crudeltà.
Libidine.
Forme oscene dell'ebbrezza.
Forme patologiche dell'amor proprio.

Le diversa misura del bene e del male, che si versa nella coppa di una festa, le dà il valore morale; e ogni popolo e ogni tempo vi lasciano una delle impronte più marcate del loro carattere.
____________

Dire che alle feste conviene la folla e che, escluse le famigliari, esse sono più brillanti, quanto più densa essa si fa assieme a tripudiare; è lo stesso che dire che al sangue conviene l'aria, che all'oc[216]chio si deve la luce. Nel mar delle moltitudini affollate a godere si spengono i rancori degli individui e le piccole amarezze dell'amor proprio, e tace perfino, o almeno si nasconde, quella cronica e rabida invidia che separa le classi sociali. Nelle feste anche gli ottimati s'abbassano verso le plebi; i potenti fanno gazzarra cogli infimi, e almeno nel tumulto della gioia si può credersi arrivati alla repubblica universale. L'entusiasmo si riscalda poi col crescer dei corpi e dei gridi e del tumulto, e, mentre l'uno all'altro rimanda la gioia cresciuta, anche il numero diviene sorgente nuova di gioie agli occhi innumerevoli; sicchè i gaudenti son nel tempo stesso spettacolo e spettatore.
L'artista o l'anfitrione della festa gode alla sua volta di leggere negli occhi di molti la gioia ch'egli ha creato, e l'amor proprio soddisfatto raddoppia in lui l'entusiasmo di più liberali e più splendidi tributi alla gioia di tutti. Quante feste incominciate con sfarzo misurato ruppero nel mezzo dell'entusiasmo le dighe della più sicura avarizia; sciolsero i nodi alle borse meglio custodite; sicchè il bilancio del domani si trovò poi ben diverso di quello di ieri. I giuocatori, i filantropi, tutti i buoni e cattivi speculatori del denaro altrui ben conoscono questa legge della fisiologia generale delle feste; e più d'un avaro è sorpreso, e più d'un economo è fatto generoso dall'improvviso apparire d'una lista di soscrizioni, o è trascinato dinanzi alla ruota della fortuna.
Nell'oceano delle folle addensate per godere, dove l'individuo par che sparisca, per divenire una goc[217]cia che, insieme alla pleiade di infinite moltitudini di altre goccie, si innalza, si agita, si gonfia e spumeggia, v'ha un calore che vince ogni altro calore; v'ha una luce che sovrasta ogni altra luce; ed è l'amore. Fra quella folla dove i nomi sembran cancellati per lasciare l'unico posto al numero, v'hanno sguardi che si cercano e s'incontrano: nel tumulto più chiassoso dell'entusiasmo, fra i flutti più burrascosi dell'ebbrezza di tutti, vi sono occhi che si lanciano lampi; v'hanno contatti subitanei e subito rotti che corruscan faville; e anche dal petto dei meno fortunati, che non hanno due occhi da cercare, sorge una fosforescenza calda e amorosa che cerca e incontra altre onde e altre fosforescenze di simpatia; dacchè impunemente non si possono incontrar mai in alcun luogo e in alcun tempo uomini e donne che possano amarsi o desiderarsi. Nelle feste ogni uomo si adorna del migliore vestito, così come ogni donna intreccia al suo crine il più bel fiore del suo giardino, e i profumi della giovinezza e della bellezza si incontrano per l'aria, innamorando i sensi, formando e disciogliendo ad ogni passo mille deliziose combinazioni. In ogni festa l'amore è presente, benchè non figuri nella lista dei convitati, o nel programma ufficiale; non fa tumulto, ma sparge fra la moltitudine i suoi tesori sempre profusi e sempre intatti.
____________

La festa ha sempre o dovrebbe sempre avere un sentimento che l'ispira e che, facendo vibrare in unisono le fibre di molti, li porta all'entusiasmo. [218] Ora è la patria, ora la religione, ora uno dei tanti affetti di famiglia, di consanguinei o di amici che ispira la festa; ma sempre il sentimento deve far sentire le sue note più alte, perchè la gioia tocchi le sfere più eccelse e più splendenti.
Apriamo gli archivii della storia.
"Io non mi fermerò a lungo a descrivere il giuoco del Ponte di Pisa già conosciuto da molti, veduto rinnuovarsi a' nostri giorni ne' passati anni e descritto ed illustrato nel caduto secolo dal conte Ranieri Borghi con un ampio Trattato, che abbiamo a stampa. L'origine di esso si pretende antichissima, e credesi che fosse ne' principi del secolo XI allorchè i Saracini tenevano la Sardegna, i quali sbarcati essendo improvvisamente di notte ai lidi Pisani, penetrarono col loro esercito nella città, ma volendo passare il ponte in sull'Arno che la divide, furono vinti e posti in fuga dal popolo mosso alle armi da una matrona, detta Chinsica Ghismondi, la quale era accorsa a darne avviso alla Signoria. Per la qual cosa si ordinò che il giorno primo di Gennaro giocosamente si combattesse dagli abitanti in memoria di questo fatto. La città perciò dividevasi in due parti, dette di Banchi e di Borgo, che combattevano con targoni e scudi di legno. Da prima si facea alle porte di Lucca, ma si fermò di poi che si facesse in sul Ponte, e concedevasi la vittoria a quella parte, che fugandone l'avversario rimanea padrone del Ponte."1
Così la festa di San Bartolomeo, detta della Por-[219]

1 Manzi, Op., pag. 36.


chetta, che i Bolognesi celebravano nel giorno 24 Agosto, era un ricordo di una vittoria.
____________

"In Venezia oltre il giuoco della Regatta celebravasi in questo secolo con grande apparato la festa detta delle Marie, la quale si continuò a fare in ogni anno fino ai tempi della guerra di Chiozza l'anno 1379, nel quale stato essendo sospesa pe' travagli della Repubblica, rimase dipoi affatto dimenticata. Attirava questa festa in Venezia gran folla di gente dalle terre vicine, ed i Signori Veneziani in tale occasione solevano tra loro grandeggiare nella pompa e nella magnificenza degli apparati, banchettandosi scambievolmente con balli, canti ed altri passatempi. Pochi giorni innanzi alla festa che cadeva alli 2 di Febbrajo nel giorno della Purificazione di Nostra Donna, ragunavansi in una Chiesa i Capi delle contrade, ed ivi gittavasi la sorte a quali contrade vi appartenesse l'adornamento delle Marie, valutandosi la spesa di ogni contrada a ducati mille. Erano queste Marie dodici Donzelle scelte tra le famiglie dei cittadini, che precisamente vestivansi con cotte ricamate di oro e di argento, e ponevansi loro in testa corone d'oro ed al petto fascie di gioie che a tale effetto toglievansi del tesoro di San Marco. La cura dei rimanenti ornamenti commesso era a' principali delle contrade, i quali facevano a gara di superarsi tra loro nel gusto e nella ricchezza. Adornate queste Donzelle in tal modo, salivano sopra certa scafa a ciò preparata, e seguite da gran numero di brigantini e [220] di gondole tutte parate a festa, si portavano a San Marco a levare il Doge e la Signoria, e partendosi di là ne andavano tutti insieme alla Chiesa di Santa Maria Formosa, ove cantavano una Messa solenne, terminata la quale riconducevansi le Marie in sulla istessa scafa in trionfo pe' canali della città con suoni e con canti. E così praticavasi pei tre dì che durava la festa. Intanto le Donzelle di mano in mano passavano avanti la casa dei parenti loro ivi fermavansi, e in balli, canti, conviti, ed altre gioie ivi consumavano il resto della giornata. Questa festa ebbe origine da alcune Donzelle rapite dai Corsari Triestini l'anno 943, i quali sapendo che nella festa della Purificazione della Vergine facevansi molti sponsali dal Patriarca nella Chiesa di San Pietro a Castello, ne vennero di notte con due galee, e nascostisi nel Vescovato, la mattina mentre si festeggiava entrarono improvvisamente entro la Chiesa colle armi, e rapirono le Donne con molte robbe e navigarono verso Trieste. Fattosi gran rumore ed intesane la cagione, il Doge Pietro Candiano III raccolte in fretta quanta gente e navi potè, e montato in nave egli stesso raggiunse a Caorle i Corsari, che stavano sul lido a partirsi la preda, e tagliatili a pezzi e brugiate le lor galee, rimenò in trionfo a Venezia le donne colle lor suppellettili. Ed in memoria di ciò si ordinò la festa sopradescritta."1
E bastino questi pochi esempii di feste patriottiche, chè ognuno di noi ha potuto cogli occhi suoi in

1 MANZI, Op., pag. 44.


[221] Italia assistere a molte di quelle che si celebrarono dal 1848 ad oggi, e delle quali sentiamo ancora caldo l'entusiasmo. Possano esse fornire ai posteri argomenti di quadri all'artista e al poeta; soggetto di studio al filosofo.
Come nel Medio Evo le coronazioni di poeti laureati offrivano occasioni a feste solenni; così nei tempi moderni altri fatti ben più grandi, come l'apertura del Canale di Suez e l'inaugurazione delle grandi ferrovie ci diedero spettacoli grandiosi, commoventi. Qui non più il sentimento della patria, ma l'ammirazione unanime di una grande conquista della civiltà suscita l'entusiasmo e riscalda l'atmosfera, entro cui poi foleggiano le gioie minori convitate ad ogni festa.
Eccovi un cenno di una festa della civiltà moderna tracciata da Luigi di Collobiano segretario della legazione italiana agli Stati Uniti. È l'inaugurazione della gran ferrovia che congiunge il Pacifico all'Atlantico.
____________

"Superate con energia indomabile tutte le difficoltà, la ferrovia si spinse verso il suo compimento con una attività, anzi una foga senza esempio.
Il decreto di concessione accordava alle Società assuntrici dell'impresa la convenuta sovvenzione, in ragione diretta della lunghezza delle linee costruite da ciascuna.
A questa ragion d'interesse s'aggiunse il puntiglio, l'amor proprio; quindi una gara tra le due società di giunger prima al punto di congiunzione. [222] Più non si badava al dispendio, purché il lavoro progredisse colla maggior celerità possibile.
Le due linee si avvicinavano sempre più; il numero degli operai fu spinto al massimo limite: il materiale della ferrovia, le provvisioni giungevano senza posa, in masse enormi, sui punti in costruzione; nessun accidente o contrattempo poteva arrestare questa corsa sfrenata: accadeva che un convoglio andasse capovolto, se ne raccoglieva la parte rimasta illesa, il resto gettato fuor della via, abbandonavasi alla ventura. Una volta un macchinista ricevè l'ordine di metter in moto una locomotiva; egli ricusa dicendo che la è troppo a cattivo partito, sì che volendola scaldare, certo scoppierebbe. Per risposta riceve licenza dal servizio. L'ordine è dato ad un altro macchinista il quale, per la stessa ragione, ricusa anch'esso di obbedire, ed è licenziato alla sua volta. Se ne trova un terzo il quale obbedisce e parte: un'ora dopo la macchina scoppiava uccidendo d'un colpo il macchinista, il fuochista e l'ingegnere. - Questo episodio è narrato nel rapporto del commissario del Governo.
Nel mese di marzo 1869 i costruttori della linea Centrale erano riusciti col lavoro di un sol giorno a collocare le rotaie sopra un tratto di 10 chilometri; gli operai della sezione della Unione vollero far meglio, e vinsero la prova; in un giorno armarono 11 chilometri e mezzo di ferrovia. Ma i loro rivali non vollero darsi vinti. Raccolsero tutte le forze che era possibile adoperare sopra un sul punto, ed in 11 ore di lavoro riuscirono a collocare circa 17 chilometri di rotaie. Questo fatto, senza esempio cer[223]tamente, compievasi il 28 aprile 1869. Un testimonio oculare, il corrispondente del giornale l'Alta California, narra che i primi 240 piedi di rotaie furono collocati in 80 minuti; i susseguenti 240 in 75!
A questi possono aggiungersi altri particolari non meno autentici. Un treno portante 2 miglia di rotaie, cioè 210 tonnellate circa di ferro, fu scaricato da una squadra di operaib chinesi in 9 minuti e 37 secondi. Le prime sei miglia furono armate in 6 ore e 40 minuti, e durante tal tempo non un solo dei 1500 operai chiese un istante di riposo. Ma ciò che può dare la misura dell'entusiasmo col quale lavorava quell'esercito di operai, è questo che tutte le rotaje per armare il tratto di 17 chilometri di ferrovia, del peso di mille tonnellate circa, vennero collocate da 8 uomini soltanto, trascelti come i più abili e robusti fra i 10,000 posti all'opera.
Il lavoro in quel giorno fu tutto fatto alla corsa. Una vettura col carico delle rotaie s'avanza sul tronco della ferrovia; la trascinano due cavalli attaccati in fila, e spinti al galoppo. Un'altra vettura che ha già deposto il suo carico di rotaie le viene all'incontro. Ei pare che ne debba nascere un contrattempo, perchè due vetture correntisi all'incontro non potranno certamente proseguire sopra una sola linea. Tuttavia la vettura carica, senza punto allentare la sua corsa, procede innanzi: la seconda vettura vuota s'arresta; a braccia d'uomo vien sollevata e trasportata fuori del binario; quella carica passa oltre, i conduttori scambiano un hurrah cogli altri compagni di lavoro, e ognuno non s'occupa che della sua bisogna. All'estremità della linea [224] due uomini gettano de' tronchi di legno in traverso alla vettura, che s'arresta subitamente. Quattro operai posti ai due lati della via tolgono con degli uncini un paio di rotaie dalla vettura, le collocano sulle traversine già prima disposte dagli operai chinesi; e immediatamente la vettura è sospinta lungo il nuovo tratto di rotaie, e si ricomincia il lavoro. Ai tracklayers (operai che collocano le rotaie) tien dietro un'altra squadra che rassoda colla necessaria precisione la rotaia sulle traversine, fermandovela colle chiavarde e la ribaditura; succede a questa una squadra di chinesi per compiere in ogni parte quest'operazione, e finalmente un'ultima brigata, pur di chinesi, i quali sotto la direzione e la sorveglianza di capi irlandesi e tedeschi, coprono di terra, fortemente battuta, le estremità delle traversine ond'abbiano maggiore solidità.
Intanto che si fa questo lavoro, gl'ingegneri, gl'ispettori, a cavallo, corrono senza posa lungo la linea, correggono, lodano, inanimiscono gli operai, badando a tutto perchè ogni cosa sia fatta appuntino e sollecitamente. A capo della linea, in una vettura scoperta, stanno 1'ispettore generale, e il suo primo segretario, col cannocchiale alla mano, intenti, pensosi, come un generale sul campo di battaglia.
A mezzodì la vittoria è quasi assicurata: il presidente della Società è ormai certo di perdere i 500 dollari che ha scommessi col capo dei trachlayers, sostenendo l'impossibilità di compiere nella giornata il lavoro prestabilito. Il treno-albergo composto di case di legno, poste sopra ruote, nelle quali gli [225] operai-bianchi mangiano e dormono, è arrivato: la refezione dei Chinesi che fan vita a parte, è anch'essa già preparata; e tutti, bianchi e uomini di colore, ad un segnale, sospendono il lavoro, e desinano. Il quale terminato, in brev'ora ognuno corre di nuovo al lavoro con nuovo ardore.
Le giornate sono ancora brevi, il sole s'avvicina all'orizzonte e la bisogna è ancora lunga. Ma una spinta elettrica sembra muovere quell'esercito di lavoratori; i più gravi carichi di ferro sono tolti, trasportati e collocati con un'agevolezza che farebbe credere essere per incanto divenuti leggieri; i chiodi, le viti, le chiavarde ti paiono da sè stesse mettersi a luogo: i martelli raddoppiano i colpi; i cavalli corrono del miglior galoppo. "Avanti, John! animo Paddy! via via, non cè tempo a perdere!" Queste grida risuonano da tutte le parti; gli operai si inanimiscono fra loro, quasi fossero sul campo di battaglia... Ad un tratto tutto e tutti s'arrestano. Lungo la linea scoppia un immenso hurrah: le ultime rotaie sono collocate e il lavoro ciclopico che il mattino s'era fissato di fare, prima del giungere della notte era compiuto!
Per comprendere in qualche modo le difficoltà superate in questo memorando giorno, non convien dimenticare che lavoravasi in mezzo ad un deserto, lungi da qualsiasi città e luogo abitato. Quando gli operai, che erano 1500 raccolti sopra un sol punto, sospesero il lavoro per la refezione del mezzodì, si trovarono a 10 chilometri dal luogo ove avevano il mattino fatto colazione e lasciato il loro campo: tende, vettovaglie, utensili, strumenti del [226] lavoro, attrezzi, l'acqua, il fuoco, ogni cosa s'era portata innanzi, senza inciampi, senza confusione, man mano che la ferrovia progrediva.
Il punto cui giunse l'opera il 28 aprile fu denominato Victory-Point, a designare che la sezione della California aveva vinto quella dell'Unione, senza speranza di rivincita; questa tuttavia non rallentò d'energia, e 48 ore dopo aveva raggiunto l'ultimo termine della sua sezione, a Promotory-Point.
Di tal modo e con tal potenza d'azione, dalla parte della California, dopo valicata la Sierra Nevada, furono costruite in 16 mesi, 562 miglia di ferrovia; l'Unione nello stesso periodo di tempo ne costruì 530.
Lo stesso dì, 10 maggio, nel quale la Società dell'Unione pervenne al punto di congiunzione a Promotory-Point, si fece l'inaugurazione della gran linea del Pacifico.
Un migliaio di persone rappresentanti tutte le classi della società americana si diedero convegno a Promotory-Point.
Il presidente della ferrovia centrale, Leland-Stanford, vi si trovava dal giorno innanzi: nel mattino del 10 arrivarono il signor Thomas Durant, vicepresidente della ferrovia dell'Unione e i direttori Dillon e Duff.
La festa consisteva nel solenne collocamento del pezzo di rotaia che doveva congiungere le due sezioni della gran linea.
Tra i punti estremi delle sezioni erasi lasciato una interruzione di circa 100 piedi. Due squadre composte di bianchi per l'Unione, e di Chinesi per [227] la società della California, coll'abbigliamento rigoroso ma elegante dell'operaio, si presentarono per chiudere quella lacuna. Naturalmente eransi prescelti i più prestanti operai, e fu spettacolo non men bello d'ogni altro il vedere con quanta lentezza compierono quest'ultimo lavoro. I Chinesi sopra tutti, gravi, silenziosi, prestandosi mano l'un l'altro, riscossero l'ammirazione e l'approvazione generale: "lavoravano come prestidigiatori", scrive un testimonio oculare.
Alle undici ore le due squadre si trovavano al loro posto, l'una rimpetto all'altra. Due locomotive, venendosi all'incontro sulle due linee, s'avanzavano sino all'estremo limite della rotaia e con un getto di vapore si scambiarono un saluto che fece trabalzare tutti gli astanti. Nello stesso tempo la Commissione trasmetteva a Chicago ed a San Francisco, all'Associazione dei giornali degli Stati dell'Est e dell'Ovest, un telegramma che diceva: "Preparatevi a ricevere i segnali rispondenti agli ultimi colpi di martello".
Mediante un apparecchio semplicissimo, i fili telegrafici della linea principale in corrispondenza cogli Stati dell'Est e dell'Ovest, eransi posti in comunicazione col punto in cui doveva essere infissa l'ultima chiavarda. A Chicago, ad Omaha, a San Francisco, ove sono i principali ufficii telegrafici più prossimi a Promotory-Point, s'era provveduto perchè la corrispondenza procedesse direttamente fino a Nuova-York, Washington, San Luigi, Cindinnati ed altre grandi città; nelle quali s'erano le cose in guisa disposte che il filo della grande linea tele[228]grafica comunicasse coi fili speciali pel servizio interno degli incendii.
Mercè queste disposizioni, i colpi di martello dati a Promotory-Point pel collocamento dell'ultima rotaia avevano un'eco immediata in tutti gli Stati della Repubblica.
La traversina sulla quale doveva collocarsi l'ultimo pezzo di rotaia era di legno d'alloro; la chiavarda per unire la rotaia alla traversina era d'oro massiccio, il martello d'argento. Il dott Harkness, deputato, sporse questi oggetti ai signori Stanford e Durant col seguente speech:
"Quest'oro cavato dalle miniere della California e questo legno prezioso tolto dalle nostre foreste, i cittadini di quello Stato ve l'offrono perchè divengano parti integranti della via che sta per congiungere la California agli Stati fratelli dell'Est, il Pacifico all'Atlantico."
Il generale Sofford, deputato dell'Arizona, presentò una chiavarda fatta con oro, argento e ferro, dicendo: "Ricco per oro, ferro ed argento, il territorio d'Arizona reca questa offerta all'opera che è come anello di congiunzione degli Stati americani ed apre una nuova via al commercio."
Gli ultimi pezzi di rotaie erano presentati dagli amministratori dell'Unione. Il deputato generale Dodge, accennando a quelli, pronunciò un discorso che conchiudeva colle seguenti parole: "Voi avete dato compimento all'opera di Cristoforo Colombo; avete aperta la via che mena alle Indie."
L'ultima chiavarda, d'argento, fu presentata dal deputato di Nevada dicendo: Il ferro dell'est, e [229] l'oro dell'ovest, Nevada congiunge col proprio argento."
I presidenti delle due linee, i signori Stanford e Durant, ai quali toccava l'onore di fermare l'ultimo pezzo di rotaia, si accinsero a questa operazione. Nello stesso momento veniva trasmesso a San Francisco ed a Chicago il seguente telegramma: "Tutti gli apparecchi sono terminati: scopritevi il capo: stiamo per pregare."
Chicago, a nome degli Stati dell'Atlantico, rispondeva: "Abbiamo inteso e seguiamo l'opera vostra; tutti gli Stati dell'Ovest vi ascoltano."
Alcuni istanti dopo i fili elettrici, ripetendo per tutta l'America ogni colpo di martello che in quel punto era dato nel mezzo del continente, annunziavano agli Americani, che stavano ascoltando in religioso silenzio, che la grand'opera era compiuta.
Questa simultanea associazione di tutte le menti, per l'immensità della terra americana, in un grande e nobile pensiero, produsse un effetto che niuno che non v'ebbe parte potrebbe comprendere ed immaginare.
Quella parola che partitasi dalle misteriose terre del centro, annunziava al mondo il compimento della grande impresa, fece vibrare le più generose corde del cuore; v'ebbero lagrime e grida di gioia; poi i cappelli furono lanciati in aria e risuonò fragoroso lo scoppio degli hurrah e dei viva all'America, alla grande Repubblica! Nelle principali città degli Stati Uniti una salva di cento colpi di cannone salutò l'annunzio del gran fatto, e fu celebrata con pubbliche feste.
[230] Il presidente Grant e il vicepresidente Colfax n'ebbero allo stesso tempo avviso ufficiale dai presidenti delle due linee ferroviarie; e i principali giornali ne furono informati dai loro corrispondenti presenti alla cerimonia; per alcuni giorni il giornalismo americano non ebbe altro argomento che le notizie sulla ferrovia del Pacifico e de' festeggiamenti coi quali in ogni parte fu celebrato l'avventuroso fatto.
Come accade sempre in tali occasioni, si dissero e scrissero cose sensate e ragionevoli, cose ridicole ed assurde; poi il frastuono si venne calmando, e l'intrapresa, essendo dalle sfere dell'entusiasmo e della rettorica, rientrò nel cammino della vita pratica e commerciale, della meno rumorosa, ma più feconda attività degli uomini d'affari."
____________

Gli affetti della famiglia intrecciano le profumate ghirlande delle loro feste sul capo dei fortunati che hanno la sovrana fortuna di amare e di esser riamati, e le anguste pareti domestiche sanno spesso in modeste festicciuole chiuder tanta gioia e tanta festosa allegria, quanta ne può sentire il cuore umano. Ora è lo sposo che invita la sposa, i figli e gli amici a ricordare il dì felice, in cui due mani impazienti si strinsero per correre insieme la giostra avventurosa della vita; ora sono i figli che intreccian le loro corone sul capo dei vecchi genitori; or si festeggia un inaspettato arrivo o un evento fortunato; ora gli amici fanno esultanza intorno ad un grand'uomo, a cui li collega una stima comune; [231] in una parola non vi ha sentimento benevolo, che non possa ispirare una festa e versarvi l'onda calda e inebbriante dei suoi entusiasmi. Nella mia Fisiologia del piacere e in una Storia naturale dei sentimenti che è di là a venire, voi troverete descritti i più minuti accidenti di queste feste di famiglia, il cui studio è l'analisi di tutto intero il cuore umano.
____________

Egualmente nella storia della religione e nella fisiologia dell'ideale, voi avete a cercare l'origine delle feste religiose, le quali piglian maggiore o minor parte della vita di un popolo, secondo il suo diverso misticismo e più ancora secondo il suo amore per le pompe esterne. Così gli Ebrei oltre i loro sabbati e le loro neomenie avevan le feste della Pasqua, delle Pentecoste, delle Trombe, dell'Espiazione, dei Tabernacoli, della Dedica del Tempio, della sua Purificazione ecc.; mentre invece non hanno nè possono aver feste religiose quei popoli ai quali manca il sentimento del sopranaturale o che per alto sviluppo della mente lo hanno ridotto ad un Deismo contemplativo o ad una forma morale, o ad una poesia del cuore.
Quando nel progresso della civiltà la religione non corre dello stesso passo cogli altri elementi morali; e il culto diviene una tradizione di paura o un rispetto di convenienza; allora la festa religiosa si ristringe nell'angusta cerchia degli inedu[232]cati o degli ineducabili, e l'entusiasmo solo ad essi otre le sue ultime e pigre onde. Per tutti gli altri la festa non è che una facile occasione di baldoria e di ebbrezze; ma l'ispirazione e il calore sono a cercarsi in cucina o nelle cantine e non più in un sentimento che già da lungo tempo ha cessato di vibrare. L'uomo è un animale così imitatore e così abitudinario, che continua per intiere generazioni in certe consuetudini che più non intende; così come fra i suoi arnesi del mondo morale suol conservare molte lire, a cui tutte le corde son spezzate. La carie lavora quanto il cannone a spazzare il vecchio mondo di molte anticaglie; ma la sua azione è lenta, e la forma della cosa si conserva per molti secoli, anche quando la midolla è disseccata e la sostanza è cribrata da mille tarlature.
In epoche lontane però il sentimento religioso vibrò in tutta la sua potenza, e le feste dei primi tempi del Cristianesimo devon aver rapito le moltitudini ad uno dei più ardenti entusiasmi, quando le pompe dei templi e delle processioni affascinavano i sensi; e gli ori e le gemme e le stole e gli incensi e le armonie della musica sacra si associavano per elevare l'uomo in una sfera di mistica ebbrezza. Nell'India vedremo più innanzi come misticismo e libidine e crudeltà, si faccian assieme in un vero pandemonio per far ribollire le moltitudini e ravvolgerle in un turbine, che è mania più che entusiasmo, delirio meglio che gioia. Così vedremo come l'elemento buffonesco si associasse nel medio evo in un assurdo connubio coll'entusiasmo religioso e come le feste dei pazzi fossero fra le più pazze cose [233] che sapesse fare quel pazzo antropomorfo, che chiamiamo homo sapiens.
Sia che nell'entusiasmo soffi i suoi turbini il sentimento religioso, o l'amor di patria, o qualunque altro affetto umano, è raro però che da solo e a lungo possa tener viva una festa; specialmente poi, quando ad essa prendon parte mille e mille uomini che non hanno poi tutti nervi tesi e sensi squisiti. Anche nella commedia che si chiama la vita vi sono tiranni ed eroi, ma son sempre pochi, e le moltitudini fanno quasi sempre la parte del coro. Per molti l'entusiasmo è lettera morta; per moltissimi è scintilla che scocca e sparisce. Per tutti questi gli alimenti nervosi tengon luogo degli affetti; e per tutti è più facile vuotare una bottiglia o sorbirsi due tazze di caffè che flagellarsi i fianchi onde ridestare nelle pigre viscere un entusiasmo sonnacchioso. Ecco perchè l'ebbrezza, meno la narcotica nella sua forma più elevata, è compagna di quasi tutte le feste; ecco perchè anche i Quaqueri, astemii, danzano per darsi l'ebbrezza muscolare; unica ebbrezza che lor si concede da leggi troppo spartane. La fisiologia degli alimenti nervosi, così come ho tentato di tracciarla in questo libro, è quindi più che mezza storia delle feste, e come è naturale in un lavoro d'analisi, la trovate stemperata e suddivisa nelle cento pagine di un lavoro che, al certo, non è breve.
Il che è una vera ebbrezza muscolare, è uno dei più lieti e più lidi compagni delle feste; e voi vedete ballare i minatori nel fondo delle miniere, come a Quito trovate giovani e delicate donne che ballano per notti intiere in paesi alti come il [234] Monte Bianco, e dove Saussure aveva appena la forza per osservare i suoi istrumenti.1 Voi avevate fra gli antichi i balli osceni delle baccanti e il ballo pirrico o marziale dei soldati romani che si movevano a suon di flauto. Avete oggi i balli vertiginosi dei negri e i balli diplomatici delle Corti europee; ma sempre e dovunque in questo splendido esercizio dei muscoli trovate uno degli episodii più brillanti delle feste; dalle più selvaggie alle più sublimi, dalle più famigliari su su fino alle feste nazionali.
E dopo l'ebbrezza voi avete nella corona di una festa intrecciate mille gioie che attingono l'origine dai cinque sensi, e più degli altri, dai due più intellettuali, che sono la vista e l'udito. Al gusto sono serbate le delizie gastronomiche e la poesia degli alimenti nervosi; al tatto pochi e fugaci momenti di contatti voluttuosi; all'olfatto il profumo dei fiori e delle essenze, sia che che si distillino dai calici aperti dei fiori fra i giardini ed i prati, o caldi e concentrati emanino dal seno e dalle vesti delle nostre donne.
Di veri divertimenti concessi al naso nelle pubbliche feste, io non trovo nella storia altre traccie che questa, nella profonda opera del nostro Maffei sugli anfiteatri, dove, discorrendo di Licinia, a cui

1 I toreadores a Quito a 9000 piedi dal livello sul mare fanno sforzi giganteschi.
2 BEAU, Raccolta dell'Accademia delle Iscrizioni. Tom. 35, pag. 62. Vi è illustrata assai bene questa danza.


[235] come benemerita dei pubblici spettacoli fu fatta questa iscrizione in gran base di marmo rosso:

NOMINE
Q. DOMITII . ALPINI
LUINIA. MATER
SIGNUM . DIANAE. ET VENA
TIONEM
ET . SALIENTES. T. F . J.

egli dice: "Questa buona donna, seguendo l'istinto della sua pietà, secondo la bizzarra religione di quel tempo, lasciò in testamento, che si celebrasse una Caccia di Fiere. Lasciò in oltre che fosse fatta una statua di Diana. A Diana Preside d'ogni Caccia erano spesso consacrati, non già gli Anfiteatri, come si è creduto, ma sì fatti spettacoli. In qual sito tale statua fosse collocata, non si potrebbe indovinare; ma non certamente nel mezzo dell'Anfiteatro, come altri ha pensato. Ordinò in oltre costei, che si facessero Salienti. Non si ha altrove menzione di Salienti in proposito d'Anfiteatro. Questa voce suole intendersi per cannoni o tubi da condurr'aqua. Pottrebbe però sospettarsi ancora, che significasse qui quelle occulte cannelle, per le quali con artificio mirabile due volte rammentate da Seneca, si faceano salire dal fondo dell'Anfiteatro fino alla cima liquori odorosi, che schizzavano poi, e si spargeam per l'aria in modo di minutissima pioggia. Sparsioni chiamavansi queste effusioni, e appare presso l'altro [236] Seneca nelle Controversie, come c'era chi retoricando chiamavale pioggie odorate".1
____________

La musica ha tanta parte nelle feste, che il toglierla da esse sarebbe diseccare una delle più feconde sorgenti di gioie e di entusiasmi. Sia che si elevi dal modesto strimpellio di un organetto, sia che echeggi fragorosa e onnipotente dalle corde e dalle bocche di mille strumenti; essa eleva a maggior vivezza tutte le liete sensazioni, cresce gli entusiasmi d'ogni forma, riscalda gli animi, e fonde, direi quasi, nelle sue divine armonie, tutte le altre delizie, tutte le moltiformi ebbrezze d'una festa.
E fuor della musica vi sono anche rumori festevoli, che senza misura e senz'armonia, prendon parte anch'essi nel grande concerto d'una festa, or ravvivandola ed ora interrompendola con arte ingegnosa. Il tuonar delle artiglierie, la gazzarra delle grida, il fruscio della gente e l'uragano di moltitudini gaudenti son note, che più d'una volta echeggiano felicemente in una festa e la completano. Anche l'udito ha le sue ebbrezze, nè tutte sono musicali.
All'occhio però è serbata la parte migliore nel banchetto d'una festa, chè gli spettacoli e i tornei,

1 MAFFEI, De gli Anfiteatri, ecc. Verona, 1728, pag. 138.


[237] e i trofei e i fuochi d'artifizio e le mille sorprese dei colori e delle figure, e i mille congegni dell'arte di abbellire le nostre feste, sono tutte conquiste degli occhi, son tutte inesauribili voluttà ed ebbrezze senza fine. E' un mondo intiero che appartiene all'arte, e dove essa siede sovrana legislatrice e generosa dispensiera di gioie.
____________

Il numero degli spettatori, come già ho accennato di volo, è già di per sè solo uno spettacolo, e noi tutti oggi restiam sorpresi, pensando al Colosseo che aveva, come leggesi in Publio Vittore, ottantasette mila luoghi (secondo qualche testo 77000), e al Circo di Tarquinio che bastava a cencinquanta mila spettatori, e il Massimo di Cesare ne conteneva 240,000, per detto di Plinio.
E dopo il numero anche l'amor proprio viene colle sue gerarchie a dar risalto agli spettacoli, separando uomini e donne secondo gli strati dell'umana società. "Alcune distinzioni generali furon dunque nell'Anfiteatro tra gli spettatori. Prima fu quella dell'Ordine Senatorio e delle primarie dignità. Questa più nobil classe ebbe luogo sul Podio tutto all'intorno. Nel mezzo di questo stava un palchetto chiuso, detto Suggesto e ancora Cubiculo, per l'Imperadore. Ne' Teatri di Roma v'eran palchetti per altre dignità ancora, nominandosi da Vitruvio con nome di Tribunali, e nominando Svetonio quello del Pretore: nell'Anfiteatro non ne trovo menzione. Altra distinzione fu per l'Ordine Equestre. Impa[238]riamo da Dione, come Lucio Rosoio (per cognome Ottone) Tribuno della plebe l'anno di Roma 687 portò legge del separar con diligenza ne' Teatri i sedili de' Cavalieri com'ora usiam dire, da que' degli altri. Scrive Plinio, che a persuasione di Cicerone perdonarono a costui le Tribù sì fatta legge Teatrale, soffrendo in grazia sua di buon cuore il venir con tal differenza fatto spiccare la loro inferiorità; ma sdegno ne mostrò Giovenale, benchè dopo sì gran tempo, ove disse:

Si piacque al vano Otton, che ci distinse."1

Una storia completa delle feste basterebbe appena a mostrare quanto ingegnosa sia stata la fantasia umana nel procacciare infiniti spettacoli all'occhio avido di godere: a noi fisiologi basti mostrare qualche abbozzo di quadro e alla sfuggita.
"I Giuochi di Firenze erano più civili (s'intende di quei di Roma), e tacendo quei del Calcio, e le Corse di San Giovanni già hote, più di tutte grandiosa era presso questo popolo la celebrazione delle feste di Maggio. E sappiamo da Giovanni Villani, che gli artieri ed i mercanti usavano ricchi e nobili compagnie, vestendosi tutti di robbe uniforme, e cadauna prendeva un nome; quale di Amore, quale di Bacco, quale di Fortuna ed altri simili, e passavano tutto il tempo della festa in allegrezze ed in gioie, andandone per la città con istrumenti e con trombe, cantando e danzando, e scambievolmente

1 MAFFEI, Op. cit. pag. 275.


[239] regalandosi vesti e cibarie, e convitandosi a pranzi ed a cene. E nell'anno 1333 racconta il preallegato Giovanni, che ricorrendo la festa del Battista si fecero nella città due brigate di artefici, l'una in via Ghibellina vestita di giallo, che furono ben trecento, ed altre nel corso dei tintori vestiti di bianca che furono da cinquecento, i quali per un mese andavano ogni giorno a due a due per la città col loro Signore o Re della festa, onoratamente incoronato, ed avendo pur essi ghirlande di fiori in testa, e con timpani ed altri stromenti facevano nelle Piazze balli, cantavan strambotti, e si convitavano con grande spesa e magnificenza. Funestissimo tra questi giuochi di Maggio riuscì per le conseguenze quello assai bizzarro riportato dal Villani prenominato sotto l'anno 1304. E si fu che trovandosi in Firenze il Cardinale di Prato per metter pace tra i Cittadini, volendo il popolo onorarlo, in più parti della città si fecero i soliti giuochi e sollazzi con più pompa dell'ordinario, gareggiando ognuno di fare ciò che meglio potesse e sapesse per festeggiarlo. Ed infra gli altri gli abitanti del Borgo San Friano, i quali avevano per costume di fare i più belli e nuovi giuochi, mandarono un bando per la città, facendo sapere che chi desiderava le novelle dell'altro mondo, si ritrovasse il dì primo di Maggio in sul Ponte alla Carraja che ne sarebbe informato. Ordinarono a tale effetto in sull'Arno sopra alcune barche e navicelli alcuni palchi ed altri loro ingegni, sopra i quali adattarono dei fuochi, e vi rappresentarono lo inferno. Salitivi dipoi sopra molti uomini, mascherati [240] da demonj fingevano tormentare con diverse pene alcuni uomini ignudi figurati pei dannati, e questi e quei contrafatti altamente inabissando e gridando offrivano uno spettacolo spaventoso insieme ed orribile. La novità della cosa trassevi una folla di popolo, ed il palco essendo pieno e calcato di gente e non resistendo per essere fragile e di legno a sì grave e smisurato peso, si rovinò con tutti coloro che v'eran sopra. Talchè una immensa quantità di persone rimasero fracassate e storpiate, e molte se ne annegarono e morirono. E dice il Villani, che il guoco da beffe tornò da vero, com'era andato il bando, che molti per morte ne andarono a sapere le novelle dell'altro mondo."1
____________

Passiamo in Francia ai tempi di Caterina dei Medici, che portando d'Italia il gusto delle belle arti, rese anche le feste più splendide.
"Dans une petite île située dans la rivière de Bayonne, couverte d'un bois de haute-futaie, la reine fit faire douze grands berceaux qui aboutissaient à un sallon de forme ronde, qu'on avait pratiqué dans le milieu. Une quantité immense de lustres de fleurs furent suspendus aux arbres, et on plaça une table de douze couverts dans chacun des berceaux.

1 MANZI GUGLIELMO. Discorso sopra gli spettacoli, le feste ed il lusso degl'Italiani nel secolo XIV, con note ed illustrazioni. Roma, 1818, pag. 30 e seg.


[241] La table du roi, des reines, des princes et des princesses du sang, étoit dressée dans le milieu du sallon; ensorte que rien ne leur cachoit la vûe des douze berceaux où étaient les tables destinées au reste de la cour.
Plusieurs symphonistes distribués derriére les berceaux et cachés par les arbres, se firent entendre dés que le roi parut. Les filles d'honneur des deux reines, vêtues élégamment partie en nymphes, partie en nayades, servirent la table du roi. Des satyres qui sortoient du bois leurs apportoient tout ce qui étoit nécessaire pour le service.
On avoit à peine joui quelques momens de cet agréable coup-d'oeil, qu'on vit successivement paroitre pendant la durée de ce festin différentes troupes de danseurs et de danseuses, représentant les habitans des provinces voisines, qui dansèrent les uns aprés les autres les danses qui leur étoient propres, avec les instrumens et les habits de leur pays."
Le festin fini, les tables disparurent: des anphiteâtres de verdure et un parquet de gazon furent mis en piace comme par magie: le bal de cerémonie commença, et la cour s'y distingua par la noble gravité des dances serieuses, qui etoient alors le fond unique de ces pompeuses assemblées."
Ed ora passiamo in Portogallo.
"Il 31 gennajo (1610) dopo i solenni uffizii del mattino e della sera, verso le quattro pomeridiane duecento archibugieri si recarono alla porta di Nostra Signora di Loreto, dove trovarono una macchina di legno di enorme grandezza, che rappresentava il cavallo di Troia.
[242] Questo cavallo incominciò allora a muoversi per congegni segreti, mentre intorno a questo cavallo si rappresentavano in balli i principali avvenimenti delle guerre di Troia.
Queste rappresentazioni durarono due buone ore, trascorse le quali si arrivò sulla piazza di San Rocco, dove si trova la casa professa dei Gesuiti.
Una parte di questa piazza rappresentava la città di Troia colle sue torri e le sue mura. All'avvicinarsi del cavallo, cadde una parte delle mura, e i soldati greci escirono da questa macchina, e i Troiani sortirono dalla loro città, armati e coperti di fuochi d'artificio, coi quali essi fecero un combattimento meraviglioso.
Il cavallo gettava fuochi contro la città, e la città contro il cavallo, ed uno dei più splendidi spettacoli fu la scarica di diciotto alberi tutti carichi di quei fuochi.
All'indomani, dopo il pranzo, comparvero sul mare al quartiere di Pampuglia quattro brigantini riccamente ornati, dipinti e dorati, con infinite banderuole e grandi cori di musica. Quattro ambasciatori in nome delle quattro parti del mondo, avendo conosciuta la beatificazione di Ignazio di Lojola, per riconoscere i benefizii che tutte le parti del mondo avevano da lui ricevuto, venivano a rendergli omaggio e offrirgli dei doni cogli ossequii dei regni e delle provincie di ognuna di queste parti.
Tutte le galere e i vascelli del porto salutarono quei brigantini; arrivati alla piazza della marina ne discesero gli ambasciatori, e montati sopra carri superbamente ornati e accompagnati da trecento [243] cavalieri, si avanzarono verso il Collegio, preceduti da molte trombe.
Dopo di che, popoli di diverse nazioni, vestiti alla foggia del loro paese, fecero un ballo piacevolissimo, componendo quattro quadriglie per le quattro parti del mondo.
I regni o le provincie, rappresentati da altrettanti geni, marciavano con queste nazioni, e i popoli diversi stavano dinnanzi ai carri degli ambasciatori d'Europa, d'Asia, d'Africa e d'America, ognuno dei quali era scortato da settanta cavalieri.
La gente americana era la prima, e fra le sue danze ne ebbe una leggiadra fatta da fanciulli trasvestiti da scimmie, da macacchi e da papagalli. Dinanzi al carro stavano dodici nani montati in chinee, e il carro era tirato da un drago.
La diversità e la ricchezza degli abitanti non erano l'ultimo ornamento di queste feste: dacchè alcuni portavano in dono più di duecento mila scudi di pietre preziose.1
Nè meno magnifiche erano le feste date alla corte d'Inghilterra, in occasione del matrimonio di Federico V, conte Palatino del Reno, colla principessa d'Inghilterra, ma il loro merito artistico si deve ad un francese.
Esse incominciarono il primo giorno con fuochi d'artificio sul Tamigi, e questi fuochi furono seguiti da una superba festa a cui presero parte tutti gli Dei dell'Olimpo, intrecciando danze adatte al loro carattere. Un ballo rischiarato con molto gusto in

1 Père MENESTRIER, Traité des ballets, Traduz. letterale.


[244] sale adobbate con grande magnificenza chiuse questa prima notte.
La seconda incominciò con una mascherata con fiaccole, composta di molti gruppi di maschere a cavallo. Esse procedevano due grandi carri rischiarati da un numero immenso di luci, nascoste con arte agli occhi del popolo. Nascosti da tele dipinte a nubi stavano molti suonatori che diffondevano all'intorno le più svariate armonie.
Su quei carri stavano i personaggi che dovevano rappresentare un ballo dinnanzi al re. Dopochè tutta questa pompa ebbe attraversata tutta la città di Londra, essa giunse felicemente alla sua meta, e incominciò il ballo che rappresentava il Tempio dell'onore, e dove sedeva a solenne sacerdotessa la Giustizia.
Il superbo conquistatore delle Indie, il dio della ricchezza, l'ambizione, il capriccio, cercarono invano di introdursi in quel tempio; chè l'onore non vi lasciò penetrare che l'amore e la bellezza, per cantarvi l'inno nuziale dei due nuovi sposi.
Due giorni dopo trecento gentiluomini che rappresentavano tutte le nazioni del mondo e divisi per squadre, comparvero sul Tamigi in battelli, dove era difficile il dire se maggiore fosse l'arte o la ricchezza. Essi erano preceduti e seguiti da un infinito numero di strumenti, che suonavano senza posa, rispondendo, gli un agli altri. Dopo essersi mostrati ad una moltitudine affollatissima, giunsero al palazzo del re, dove danzarono un gran ballo allegorico. L'argomento era la religione che riuniva I'Inghilterra col resto della terra.
[245] Il teatro rappresentava la sfera del nostro pianeta e la verità, sotto il nome di Alitia, era tranquillamente coricata all'uno dei lati del teatro. Le Muse apersero lo spettacolo, esponendo l'argomento.
Atlante apparve con esse, dicendo che aveva saputo da Archimede, che se si trovasse un punto fisso, sarebbe facile di sollevare tutta la massa del mondo, e perciò era venuto in Inghilterra, che era questo punto così difficile a trovarsi. Da questo momento egli si scaricava quindi dell'immenso peso che per tanto tempo lo aveva oppresso, affidandolo ad Alitia, compagno inseparabile del più saggio e del più illuminato dei re.
Dopo aver detto questo, il vecchio accompagnato da tre Muse, Urania, Tersicore e Clio, si avvicinò al globo e lo aperse.
L'Europa vestita da regina ne escì per la prima seguita dalle sue figlie, la Francia, la Spagna, l'Italia, la Germania e la Grecia; l'Oceano e il Mediterraneo le accompagnavano, ed essi avevano al loro séguito la Loira, il Guadalquivir, il Reno, il Tevere e l'Achelous.
Ogni figlia dell'Europa aveva con sè dei paggi che rappresentavano coi loro costumi diverse provincie. La Francia aveva seco un basco e un brettone; la Spagna, un aragonese e un catalano; la Germania, un ungherese, un boemo e un danese; l'Italia, un napoletano, un veneziano e un bergamasco; la Grecia, un turco, un albanese e un bulgaro.
Questo seguito numeroso ballò un ballo proemio; e dei principi d'ogni nazione che escirono dal globo [246] con un brillante corteggio, vennero a ballare successivamente coi personaggi che già si trovavano sulla scena.
Atlante fece in seguito uscire nello stesso ordine le altre parti della terra; e così fu diviso in modo molto naturale il ballo in tanti atti; e ognuno di essi terminava cogli omaggi che queste nazioni rendevano alla giovane principessa inglese e coi doni che le si offrivano."
Ed ora diremo di alcune feste che usano quelli del Cuzco.
"Per dar compimento à questo libro, il quale è quello, che appartiene alla Religione, mi resta da dire qualche cosa delle feste e sollenitadi, che usarono gl'Indiani, le quali perchè erano molte, et varie non si potranno trattare tutte. Gli Inghi Signori del Pérù haueuano due sorti di feste, altre delle quali erano ordinate, et si celebrano a tempi determinati de i suoi mesi, et altre erano estraordinarie, ch'erano per cause importanti, che occoreano, come quando si coronava alcuno Re, et quando s'incominciava alcuna importante guerra, et quando haueuano alcuna grande necessitade di tempi. Delle feste ordinarie si ha da intendere in ciascheduno de i dodici mesi dell'anno faceuano festa, e sacrificio differente, percioche ciascheduno mese, et cascheduna festa si offeriuano cento castrati, i quali nondimeno doueuano essere differenti nei colori, e nelle fattioni. Nel primo mese, che chiamauano Rayme, et è il mese di Dicembre, faceuano la prima festa, e più principale di tutte le altre, e per questo la chiamavano Cascauayme, che [247] vuol dire festa ricca, o principale. In questa festa si offeriva grande quantità di castrai, e di agnelli in sacrificio, e si abbruggiuano con legna lauorata, e odorifera, e i castrati portauano oro, e argento, e si metteuano le tre statue del Sole, e le tre del Tuono, padre figliuolo, e fratello, che diceuano, ch'haueua il Sole, e il Tuono. In queste feste si dedicauano i fanciulli Inghi, e li metteuano le mutande, e li forauano le orecchie, e i occhi li battevano con frombole, e li ungeuano tutta la faccia con sangue, e tutto questo per segno, c'haueuano da essere Cauaglieri reali dell'Inga. Homo forestiero poteua stare in questo mese, e festa nel Cuzco, e nel fine della festa entrauano tutti quellin di fuora, e li dauano quei bocconi di Maiz con sangue del sacrificio, che mangiauano in segno di confederatione con l'Inga, come di sopra si ha detto. Doppo i sacrificii gittauano a basso le ceneri in uno ruscello, e andando con bacchette guidauano quelle giù per lo fiume cinque leghe fin che le haueuano condotte fino in mare, perchè iui il Teraoca haueua da riceuere quel presente. Nel terzo, quarto, e quinto mese offerivano parimenti i suoi castrati negri, e dipinti, e biggi, et molte altre cose, che io tralascio per non stancare. Il sesto mese si chiamaua Hataineuzqui, Acmorai, che corisponde al Maggio si sacrificauano parimente altri cento castrati di tutti i colori. In questa Luna, e mese ch'è quando si porta il Maiz della aia a casa, si faceua festa, che hoggidì è molto in uso fra gli Indiani, che chiamauano Sfimolai. Questa festa si fa doppo che a casa sua uiene la processione di[248]cendo certe canzoni, nelle quali pregano, che duri molto il maiz, che chiamano Mamacora, prendendo della sua possessione una certa parte il Maiz più bello in quantitade, et mettendola in un granajo picciolo che chiamano Pirua, con certe cerimonie, coprendo in tre notti, e mettono questo Maiz nel sacco più ricco c'habbiano, e poichè l'hanno turato, e accomodato adorano questa Pirua, e la tengono in grande ueneratione, et dicono, ch'è madre del Maiz, della sua possessione, e così nasce, e consuma il Maiz. Et in questo mese fanno un sacrificio particolare, e i fattucchieri dimandano alla Pirua se ha forza per l'anno che viene, e se risponde di no lo portano ad abbruggiare alla medesima possessione, con la solennitade, che cadauno può, et fanno un'altra Pirua, con la medesima solennitade, dicendo, che la rinouano, perchè non perisca la semenza del Maiz, e se risponde, c'ha forza per durare ancora, la lasciano fino un'altr'anno. Questa impertinentia dura fino al giorno d'hoggidì, ch'è cosa molto commune fra gl'Indiani il tenere queste Pirue, et il fare la festa dell'Almorai. Il settimo mese, che risponde al Giugno, si chiama Aucaxcazqui, Intiraymi, e in quello si faceva la festa chiamata Intiraymi, nella quale si sacrificauano cento castrati Guanachi, perchè diceuano, che questa era la festa del Sole, in questo mese si faceuano molte statue di legno lauorate di Quinita tutte uestite di uestimenti ricchi, e si faceuano i balli, che chiamauano Cayo, e in questa festa si spandevano molti fiori per lo camino, et ueniuano gli Indiani molto dipinti, e i Signori con una picciola [249] patena d'oro posta nella barba, et tutti cantando. Si deue sapere, che questa festa cade quasi nel medesimo tempo, che noi facciamo la festa del Corpo di Christo, e che in alcune cose è simile a quella, come nel danzare, ò rappresentationi, ò canti, e per questa cagione è restata, et hoggidì resta fra gli Indiani et pareno celebrare la nostra solenne festa del Corpo di Christo. Molta superstitione di celebrare la sua antica Intireymi, l'ottauo mese si chiama Chahua, Huarqui, nel quale si abbruggiauano altri cento castrati, nel modo detto tutti biggi, del colore di Vizcacha, e questo mese risponde al nostro di Luglio. Il nono mese si chiama Yapaquis, nel quale si abbrugiauano altri cento castrati di colore castagnetto, e si scannauano, et abbrugiauano mileuies, che il gelo, et l'aere, et l'acqua, et il Sole, non del suo darono alle possessioni questo pare, che corrisponde all'Agosto. Il decimo mese si chiama Coiazami, nel quale si abbruggiauano altri cento castrati bianchi lanuti. In questo mese, che corrisponde al Settembre, si faceua la festa chiamata Situa, in questa forma: Tutti concorreuano insieme, avanti, che si facesse la Luna il primo giorno, et nel vederla mandauano fuora grande uoci, con facelle di fuoco nelle mani dicendo, vada fuora il male, dandosi l'uno all'altro con quelle. Questi si chiamauano Panconzos, e doppo questo fatto si faceva il lauatoio generale, ne i riui, et fonti: e cadauno nel suo canale, ò luoghi appartenenti, et beueuano quattro giorni intorno intorno. Questo mese le Macone del Sole cauauano fuora grande quantitade di bocconi fatti con sangue de [250] i sacrificii, o ne davano a ciascheduno forestiero un boccone, et ne niandauano ancora alle Guache forestiere di tutto il Regno, et à diverse Guache per segno di confederatione, et lealtade al Sole, et all'Inga, come habbiamo detto. I lauatoii, et le ebrietadi, et alcune uestigie della festa chiamata Citua, quantunque durino tuttauia in alcune parti, con cerimonie alquanto differenti, nondimeno molto in secreto, quantunque il principale, et publico sia horamai cessato. L'undecimo mese si chiamava Homaraim Panchaiquis, nel quale sacrificauano altri cento castrati, et se mancaua acqua, acciò che piouesse, metteuano un castrato negro tutto accommodato in un piano spargendoui intorno molta Chica all'Idolo, et non li dauano da mangiare, fin che non piouesse: questo si usa adesso ancora in molta parte: in questo medesimo tempo, ch'è il mese di Ottobre. L'ultimo mese si chiama Aiamara, nel quale si sacrificauano altri cento castrati, et si faceua la festa, chiamata Raimicantara Raiquis, in questo mese, che rispondeua al Novembre si preparauano le cose necessarie per li fanciulli, che si doueuano fare orecchioni il mese sequente, et i fanciulli co i vecchi faceuano una certa mostra, dando alcune uolte. Et questa festa si chiamaua Ituaimi, la quale si fa di ordinario quando pioue molto, ò poco, ouero è peste. Et quantunque hauessero molte feste straordinarie, la più famosa nondimeno era quella chiamata Ytu. La festa dell'Ytu non haueua tempo determinato: ma si faceua in tempo necessario. Per questa digiunaua tutta la gente, duoi giorni, ne i quali, non si auicinauano alle loro mo[251]glie, ne mangiauano cosa salata, ne con pepe, ne beueuano Chica, et tutti si congregauano in una piazza, oue non fusse forestiero, ne animale, et per questa festa haueuano certi manti, et uestimenti, et addobbanienti, che seruiuano per quella sola, et andauano in processione col capo aperto, con i suoi manti, et per molto spacio, toccando i suoi tamburri, et senza parlarsi mai l'uno all'altro. Questo duraua un giorno, et una notte, et il giorno seguente mangiauano, et beueuano, et ballauano duoi giorni, con le sue notti dicendo, che le sue orationi erano state esaudite, et quantunque hoggidì non si faccia con tutte quelle cerimonie, è nondimeno molto universale il fare un'altra festa simile, che chiamauano Aima con ueste, che conseruano per questo effetto, come abbiamo detto. Questa maniera di processione a uolte con tamburi, et col digiuno, che precede, et con la embriachezza, che segue, l'usano per necessitadi urgenti, et quantunque il sacrificare animali, od altre cose, che non possono nascondere alli Spagnuoli lo habbiamo lasciato almeno in publico: conseruano però molte cerimonie, c'hanno origine da questa festa, et superstitione antica. Per questo è necessario auertire questo particolarmente, che questa festa dell'Ytu, è fatta fintamente, hoggidì nelle danze del Corpo di Christo, facendo le danze del Clamalla, et di Guacon, et altre simile alle sue cerimonie antiche, la qual cosa è di molta merauiglia. Nella qual cosa è stato molto necessario auertire queste abusioni, et superstitioni, c'hebbero gli Indiani nel tempo della sua gentilitade, che non siano admesse dai Curati, et Sacerdoti, la habbia[252]mo parlato allungo di questa materia. Al presente basta hauer toccato l'esercitio nel quale il Demonio occupa i suoi deuoti, accioche pensandoui si ueda la differenza, ch'è fra la luce, et le tenebre, et la uerità chiostraua, et le boggie della gentilità, per molto, c'habbiano con artificio procurato il nemico delli huomini, et del suo Dio d'imitare le cose d'Iddio."1
E bastino questi quadri di una festa italiana, di una francese, di una portoghese e di una inglese; basti una pagina della storia del Perù per le mille altre che potremmo presentare al lettore. In ogni festa vi è sempre un ricco tributo per gli occhi, e l'artista che dà ad essa l'indirizzo trae partito dei fuochi d'artificio come degli archi trionfali, dei petali variopinti dell'infiorata e delle corse dei cavalli; dei quadri eterni della natura e dei modesti cartoni improvvisati da un imbianchino; del brillare delle vesti d'un torneo delle mascherate e delle processioni. Son quadri svariati, ma sempre ricchi di tinte sfoggianti e di subitanee sorprese; son quadri, dove il concetto storico è spesso sottil sottile, ma dove l'artista attinge le sue ispirazioni alle fonti più popolari e più facili del colorito e del movimento.
Nel concetto artistico di una festa v'ha un'arte diversa da tutte le altre; un po' drammatica e sempre poi molto teatrale; e il senso estetico raggiunge mirabilmeute il suo ideale, quando fa vibrare in concorde armonia il bello medio come lo sentono le moltitudini; e lo fa vibrare facilmente, senza che alcuno abbia bisogno di interpretare o

1 ACOSTA, Historia naturale e morale delle Indie, ecc. Trad. di Gio. Paolo Gallucci. Venetia, 1596.


[253] di riflettere. Son queste poche parole, ma se non in inganno, racchiudono le leggi più generali dell'estetica delle feste.
Elemento capitale d'ogni festa, oltre gli entusiasmi, oltre l'ebbrezza, oltre le cento gioje dei sensi, oltre gli spettacoli e l'armonia, è anche la ricchezza in tutto lo sfarzo dei suoi splendori.
L'avarizia non ha mai dato una festa; dacchè questa è sempre una espressione di qualche ricchezza, non foss'altro che di sole e di fiori e d'armonie; è sempre un'onda che si rovescia dalle labbra d'un calice ricolmo. Ricco è chi dà la festa; e orgoglioso d'esserlo e di mostrarlo; e la turba dei convitati viene a bagnarsi un giorno in quell'onda fastuosa che trabocca dalle porte dei fortunati; viene ad inebbriarsi un'ora della ricchezza di un solo o di pochi.
Apriamo a caso le pagine della storia e vediamo in tempi diversi, in luoghi lontani essere la ricchezza una dei più poderosi elementi delle feste.
E l'eruditissimo Maffei, che, descrivendo gli anfiteatri degli antichi, così si esprime: "Si è stimato finalmente, che nelle punte dell'ovale uno solo fosse l'ingresso, e che quella via non fosse più larga della diametrale per traverso, e non avesse quell'adiacenza di due strade per parte, che la rende sì magnifica; quando oltre all'altra ragione necessaria era tale ampiezza e raddoppiamento d'ingresso, anche per la pompa e per gli apparati con che talvolta entravano nella piazza e facevano prima di combattere superba mostra.
Che così fosse veramente si può prima racco[254]gliere da Plinio ove dice, che una volta Cesare fece tutti gli arnesi per l'Arena d'argento, quale apparato si faceva precedere pomposamente. Dice anche Plinio quivi, che allora fu veduto per la prima volta instigar le fiere con masserizie di tal mettallo.... Quando Fabio valente celebrò un giuoco gladiatorio in Bologna, fece venir di Roma gli apprestamenti, come si vede in Tacito. Ma ne gli anfiteatri fors'anco nel principio qualche specie di pompa s'introducea, che si direbbe in oggi processione a imitazione delle Circensi; mi nasce il sospetto dal cenno che ne dà Prudenzio, ove nomina la Pompa Anfiteatrale. S'impara in oltre da Isidoro, come un genere v'era di gladiatori che combatteano a cavallo, e come entravano questi un per l'una parte, l'altro per l'altra, su bianchi destrieri con elmi dorati, e con lor armi grandi e piccole, precedendo le militari insegne; quali apparenze e comparse richiedevano spaziosi ingressi, e alle quali tornano molto bene l'averne due altre presso il più grande. La classe di costoro era nel lor genere la prima e la più nobile, come Isidoro accenna e Artemidoro altresì, affermando, che prediceano in sogno moglie ricca e nobile. Io ravviso nel loro combattere la prima idea de' tornei e delle giostre."1
Del lusso delle feste romane non v'ha chi non abbia letto; e consoli e imperatori e quanti volevano conquistare il favore delle plebi conoscevano quanta potenza vi fosse nella parola circenses. Ed io, che non faccio della storia, ma della fisiologia

1 MAFFEI, De gli Anfiteatri, etc. Verona, 1728, pag. 207.


[255] antropologica, vado citando cose e uomini soltanto, perchè mi soccorrano nel tracciare le leggi generali che governano le ebbrezze e le feste dell'umana famiglia.
Siamo a Napoli: regna la regina Giovanna, e, come dice il Manzi, possiamo immaginare quale si fosse l'amore per gli spettacoli ed il lusso di una giovane e voluttuosa regina, gli amanti della quale gareggiavano in tali circostanze di far pompa ai suoi occhi della loro splendidezza e valore. Giovanni Boccacci testimonio di vista di tali feste, così nella smania della sua amorosa Fiammetta, ce le descrive:
"La nostra città, oltre tutte le altre italiane di lietissime feste abbondante non solamente rallegra i suoi cittadini o con le nozze, o con bagni, o con li marini liti, ma copiosa di molti giuochi sovente or con uno, or con un altro letifica la sua gente. Ma tra le altre cose nelle quali essa appare splendidissima è nel sovente armeggiare. Suole adunque essere questa a noi consuetudine antiquata, che poichè i guazzosi tempi del verno sono trapassati, e la primavera co' fiori e con le nuove erbette ha al mondo renduta la sua smarrita bellezza, essendosi con queste i giovaneschi animi e per la qualità del tempo accesi, e più che l'usato pronti a dimostrare; loro dissi di convocare ne' dì più solenni alle logge di Cavalieri le nobili donne, le quali ornate della lor gioia, più care quivi s'adunano. Le quali, poichè in teatro, in grandissima quantità ragunate si veggono (ciascuna quanto il suo potere si stende dimostrandosi bella) non du[256]bita che qualunque forestiera intendente sopravenisse, considerata la continenza altiera, i costumi notabili, gli ornamenti piuttosto reali che convenevoli ad altre donne, giudicasse non moderni, ma donne di quelle antiche magnifiche essere al mondo tornate. Dico adunque, al proposito ritornando, che i nostri principi sopra cavalli tanto nel correre veloci, che non che gli altri animali, ma i venti medesimi, qualunque più si crede festino, di dietro correndo si lasceriano, vengono. La cui giovinetta età, la speciosa bellezza, e la virtù aspettabile di essi, graziosi gli rende oltremodo i riguardanti. Essi di porpore e di drappi dalle indiane mani tessuti, con lavori di varj colori e d'oro intermisti, e oltre a ciò soprapposti di perle, e di care pietre vestiti e i cavalli coperti appariscono. De' quali i biondi crini pendenti sopra i candidissimi omeri da sottiletto cerchietto d'oro, e da ghirlandetta di fronda novella sono sopra la testa ristretti, quindi la sinistra un leggerissimo scudo e la destra mano arma una lancia, e al suono della toscana tromba l'uno appresso l'altro e seguiti da molti, tutti in cotale abito cominciano davanti le donne il giuoco loro, colà lodando più in esso, il quale colla lancia più vicina alla terra colla sua punta, e maglia chiusa sotto lo scudo, senza muoversi sconciamente, dimora correndo sopra il cavallo."

E il Manzi discorrendo delle feste degli Italiani nel secolo XIV scrive: "Tali adunque erano gli spettacoli e tali le feste che si usavano in questo secolo dagli Italiani, e tutte queste giostre, corse [257] e rappresentazioni, per lo più soleano pratticarsi nel tempo che dai principi o dai comuni si tenevano le corti bandite. Tenevansi queste oltre certi tempi determinati, anche in occasione di nozze, di nascite di figliuoli, di creazioni di cavalieri e di altre simili allegrezze; e siccome i principi che le tenevano, soleano altresì in tal tempo aprire ad ognuno la loro casa e la loro tavola festeggiando con gran pompa e solennità, così anche i pubblici conviti appellavansi corti. E finalmente, come hanno notato i deputati alle correzioni del Boccacci, facevansi talvolta queste corti anche per propria magnificenza dei signori, i quali tenevano pubblicamente tavola aperta ad ognuno, ed onoravano i forestieri con ricchi doni e magnifici, ed avean tratto il nome di corte bandita, perchè si costumava in quell'età bandire pubblicamente tali feste, e così bandite intendeasi essere ogni uomo invitato."1
I Gonzaghi signori di Mantova celebrarono l'anno 1340 sontuosissime nozze, e sappiamo dalla cronaca di Benvenuto Aliprando, che generosamente regalati furono tutti coloro che vi concorsero con gioie, cavalli, vesti, drappi, vasi d'oro e d'argento ed altre cose preziose. Ed ecco come rozzamente si esprime questo cronista:

Otto giorni la Corte si durare,
Tornesi, giostre, bagorde facìa,
Ballar, cantar e sonar facean fare.

1 GUGLIELMO MANZI. Discorso sopra gli spettacoli, le feste, ed il lusso degl'Italiani nel secolo XIV, con note ed illustrazioni. Roma, 1818, pag. 32.


[258]
Quattrocento sonator si dicìa,
Con Buffon alla corte si trovoe,
Roba e danari donar lor si facìa.

Ciascun molto contento si chiamoe.

Splendidissime del pari furono le nozze fatte in Milano l'anno 1368 di Violante figliuola di Galeazzo Visconti con Leonetta figliuola del re d'Inghilterra. Il Corio ci dà una particolare descrizione di quel convito, ed è questa una curiosa memoria per farci conoscere il lusso di quel secolo, descrivendoci a minuto tutte le vivande che si servirono del convito in quelle occasioni. Riuscì questo sontuosissimo per l'abbondanza e per l'apparato ricchissimo, e tra i diversi principi e signori che vi sedettero, v'ebbe pure onoratissimo luogo l'ottimo poeta Francesco Petrarca, il quale ebbe quel giorno misto di allegrezza e di lutto per esser morto in Pavia un picciol fanciullo nato da Francesca di Brossano. Oltre i conviti e le giostre fu il novello sposo fe steggiato da varie compagnie d'uomini e di donne, che state erano ordinate da Bernabò, dalla duchessa Bianca e dalla moglie di Gian Galeazzo; e fra tutte distingueasi una compagnia di trenta damigelle vestite tutte ad una foggia con gonnelle di panno bianco raccamate ad oro, e queste erano seguite da Gian Galeazzo conte di Virtù, con trenta cavalieri e trenta scudieri tutti eguali nell'abito, e montati sopra superbi corsieri apparecchiati per la giostra ed il torneamento, con selle e gualdrappe ricoperte di oro e di gioie. Talchè afferma il Corio, che questi sponsali sembraron un magnifico e gran[259]dioso trionfo. Nè erano soli i principi a sfoggiare il lor lusso in queste circostanze di nozze o d'altre feste, ma anche i cittadini principali nelle repubbliche e nelle altre città non guardavano a spese per farsi ammirare per la splendidezza e magnificenza dai concittadini loro e dagli stranieri."1
____________

"Nelle pubbliche cerimonie costumava pure da principi e dalle repubbliche fare gran pompa di apparati e di vesti, e curiose descrizioni di queste pompe ne abbiamo nelle cronache di quel tempo, ed oltre quelle ricordate dagli storici di Verona, di Milano e di Napoli; splendentissima fu la pompa di Castruccio quando fu fatto senatore di Roma, del duca di Calavria quando per opporlo ai Ghibellini di Toscana gli fu data la signoria dai Fiorentini, e di Cola di Rienzo quando in Roma prese l'ordine della Cavalleria."2
Balziamo ad altri tempi e in ben altri paesi. Quando Shah Jeham si incoronò imperatore ad Agra nel 1628, egli diede magnifiche feste; e l'anniversario di quel giorno si celebrava sempre con grandissima pompa. Si facevan molte tende, tutte di scialli di Cachemire. Egli era coperto d'una quantità eguale al suo peso d'oro, d'argento e di gioielli che si profondevano in quell'occasione fra i cortigiani. Vasi pieni di gemme si facevan ondeggiare sul suo capo e si rovesciavan sul pavimento

1 MANZI, Op. cit., pag. 70.
2 MANZI, Op. cit, pag. 75.


[260] onde tutti ne facessero bottino. - La festa costava un crore e mezzo di ruppie (37 milioni e mezzo di lire).1
Da questi torrenti orientali di gemme e dai palazzi dei principi scendete alla sagra del contadino, o all'umile casa dell'operaio; e troverete sempre in ogni festa uno scialacquo di soldi o di scudi; un lampo di ricchezza che rallegra il cuore del1'uomo e lo riscalda coll'immagine fugace dell'abbondanza e del lusso.
____________

Ecco come uno storico del tempo descrive la festa data in Francia nei 1581 in occasione del matrimonio del Duca di Joyeux con Margherita di Lorena.
"Le lundì 18 Septembre 1581, le Duc de Joyeuse et Marguerite de Lorraine, fille de Nicolas de Vaudemont, soeur de la Reine, furent fiancés en la chambre de la reine, et le dimanche suivant furent mariés à trois heures après midi en la paroisse de St. Germain de l'Auxerrois.
"Le roi mena la mariée au moûtier, suivie de la reine, princesses et dames tant richement vêtues, qu'il n'est mémoire en France d'avoir vu chose si somptueuse. Les habillements du roi et du marié étoient semblablès, tant couverts de broderie, de perles, pierreries, qu'il n'était possible de les estimer; car tel accoûtrement y avait qui coûtoit dix mille écus de façon; et toutefois, aux dixsept festins qui de rang et de jour à autre, par ordon-

1 MARSHAM, The history of India, etc. London, 1867, vol. I.


[261]nance du roi, furent faits depùis les nôces, par les princes, seigneurs, parens de la mariée, et autres des plus grands de la cour, tous les seigneurs et dames changérent d'accoûtremens, dont la plupart étoient de toile et drap d'or et d'argent, enrichis de broderies et de pierreries en grand nombre et de grand prix.
"La depense y fut si grande, y compris les tournois, mascarades, presens, devises, musique, livrées, que le bruit étoit que le roi n'en seroit pas quitte pour cent mille écus."
Questo non è che un frammento di quella sontuosa festa; ma essa ci porge l'occasione d'osservare un'altra forma di ricchezza propria di alcune feste, nei doni che là si diedero a molti convitati. La regina e la principessa, che rappresentavano in un ballo le naiadi e le nereidi, terminarono lo spettacolo con doni ingegnosi che offersero ai principi e ai signori che con esse avevan danzato sotto forma di tritoni. Erano medaglie d'oro incise con gusto; e ognuna di esse portava un motto d'occasione. Quella che la regina offerse al re rappresentava un delfino che nuotava sulle onde e portava nel rovescio queste parole: Delphinum, ut delphinum rependat (io vi do un delfino e ne aspetto un altro). Madama di Nevers ne diede una al duca di Ghisa, e vi era scolpito un cavallo marino con queste parole: Adversus semper in hostem. Alla sua volta madama di Ghisa diede a M. De Genevois un arion col motto: Populi superat prudentia fluctus. Madama d'Aumale offerse una medaglia a M. De Chaussin con una balena e il bel motto: Cui sat, [262] nil ultra. Una specie d'orca stava scolpita sulla medaglia che madama De Joyeuse offerse al marchese di Pons colle parole: Sic famam jungere famae. Il Duca d'Aumale ricevette un tritone con tridente e il motto: Commovet et sedat. Un ramo di corallo che esciva dall'acqua era scolpito sulla medaglia che madama de l'Archant presentò al duca di Joyeuse, colle parole: Eadem natura remansit.
____________

Con questa rapida analisi delle feste io non pretendo di certo d'aver tutto veduto e tutto pesato: mi basterebbe avere studiati i principali elementi che concorrono ad intrecciare questa corona di gioie, pur riconoscendo che altri elementi secondarii possono in casi speciali associarvisi. Così in parecchie feste selvaggie un esercizio moderato e concorde dei muscoli e l'amor della lotta possono dare rilievo ad una festa; così come fra le nazioni più civili la ginnastica festiva può essere del cervello più che dei muscoli. In ogni caso però conviene che la fatica non sia soverchia e si arresti entro i confini dei piacere. Quando l'entusiasmo o l'amor proprio o l'ardore delle lotte porta i convitati a battaglie feroci, che si combattono col pugno o colla parola, i limiti della festa fisiologica son già varcati; e noi ci troviam poi in piena patologia, quando corre il sangue, o l'amor proprio di alcuno si ritira lacero e contuso.
In qualunque modo si combinino fra di loro gli elementi primarii e secondarii d'una festa, essa traccia sempre nella vita umana un quadro insolito e breve; [263] e anche quando le feste si succedono alle feste, esse formano parecchie scene di una commedia, che si distaccano l'una dall'altra per la calma che lascia riposare i sensi e smorza il vento alle vele dell'entusiasmo. - Vi son leggi generali che governano in noi il più semplice piacere, come la festa più splendida e complessa; e l'artista, senza quasi saperlo, vi ubbidisce, tracciando il programma d'uno spettacolo o d'una festività qualunque. I preludii son sempre crepuscoli della gioia, e i vani divertimenti sono scosse alterne dei sensi, che con alterni piaceri fanno vibrare tutte le corde sensibili; finchè l'arte addensa sul finir della festa tutte le sue risorse; e, portando la gioia al parossismo, chiude l'ultima scena. E perfetta è l'arte e perfetta è la festa, quando i mille e mille, che vi han preso parte, si ritirano alle loro case piacevolmente scossi, ma non stanchi; e le ultime vibrazioni della gioia lente lente oscillano, finchè si perdono soavemente nel lavoro che si riprenderà l'indomani.