Paolo Mantegazza, "Quadri della natura umana - Feste ed ebbrezze", 1871, 2 voll., Milano, Bernardoni Edit.
[Vol. I, pag. 202]


CAPITOLO IX.

Prime linee di una fisiologia delle feste. - Feste seivaggie e feste civili. - Elementi necessarii d'ogni festa. -
Feste di famiglia, sociali, cosmiche, nazionali, religiose ed altre. - Intreccio delle varie feste.


L'aver messo vicine l'una all'altra cinque feste, l'aver raffrontato diversi quadri della natura umana mi fa scorgere alcune analogie e alcune differenze; mi fa quasi abbracciare alcune linee di prospettiva, che messe insieme formano un paesaggio. È di certi studii come di due figure piane prese da diversi punti di vista, e che poco chiare e poco vive, se son vedute l'una dopo l'altra, vengono a completarsi, se messe vicine, e, fondendo le loro linee e i loro colori, ti danno un'immagine stereoscopica, intorno a cui l'occhio corre soddisfatto, accarezzando i contorni di una forma compiuta. Dai due quadri nasce allora una statua; da due immagini nasce il tipo che soddisfa l'occhio e la mano, che accontenta i sensi e la mente.
La storia delle feste è gran parte della storia umana, e s'io volessi citar popoli e paesi e studiar le vicende per le quali esse mutan forma e colori nel luogo e nel tempo, dovrei nella cerchia angusta [203] di poche pagine darvi un arido calendario di nomi, e dovrei fare tante e cosi crudeli mutilazioni, che il mio lavoro sarebbe una carneficina meglio che una storia. Qui dunque nessuna storia, ma due linee di fisiologia elementare.
Una festa è una corona di gioie, di cui l'uomo si inghirlanda il capo, quando, ricordando un fausto evento della sua vita, o della sua famiglia, o dei suoi padri, o volendo bevere in più ampia coppa il nèttare del piacere, invita altri uomini a inebbriarsi dello stesso licore, a incoronarsi della stessa ghirlanda.
Un uomo solo, per quanto potente, per quanto ricco di sensi e di danaro, non può fare una festa. La più semplice, la più egoista è sempre di due persone, e anche allora conviene che esse portino al banchetto solitario il lusso del sesso diverso, conviene che si profondano le gioie del sentimento più generoso e più ricco; perchè si possa avere una festa.
Nè da una sola gioia può mai nascere una festa, per quanto la gioia sia grande, sia potente, sia divisa da migliaia e migliaia di uomini. - Nella corona più semplice, i fiori del prato si intrecciano pur sempre alle foglie dell'edera o del mirto, e il contrasto dei colori e l'armonia dei profumi raddoppian la bellezza di una ghirlanda; così come in una festa i tripudii dei sensi, le delizie della musica, l'amore degli uomini e delle belle cose, e l'entusiasmo popolare e il moto concitato dei muscoli si avvicendano e si intrecciano in un'unica corona di gioia. Le scintille scoccano più lucide e più forti, [204] quanto più di piaceri noi mettiamo vicini; così come una ghirlanda si fa più bella, quanto più vi riuniamo di frondi del bosco, di fiori del prato, di profumi del giardino.
E ogni giardino dà i suoi fiori. Il selvaggio payaguà non ha archivii scritti come noi, nè annali scolpiti sui monti come il messicano, nè storie intrecciate nei fili colorati di un quipus come l'antico peruviano, non, ha altra storia che quella del padre e dell'avo che come lui cacciavano, pescavano e si ubbriacavano. La sua storia è dell'ieri e il suo avvenire è il domani. Non ha teatri, nè altra musica che quella di una zucca; non ha altro tappeto fuor delle sabbie del fiume; non ha altra poesia che quella che si vende a due reali al litro nella bottega del pulpero. Nel suo giardino non ha altri fiori che questi, e li coglie e, messili vicini, fa la sua festa. Son molti, e godono più che se fossero soli, perchè anch'essi sono animali socievoli come noi. L'agua ardiente rialza il buon umore, e la musica rialza l'agua ardiente; e il moto ritmico dei muscoli eccitati dalla musica e dall'alcool s'associa anch'esso alla gioia comune; sicchè le armonie barbaresche e il tumulto d'un ballo grottesco e i lazzi e le risa e gli scherzi, e il sentirsi soddisfatto ogni desiderio e la beata dimenticanza dell'indomani fanno godere quei Payaguas, per quanto lo concede la semplice natura del loro cervello. Son poveri, perchè ignoranti e nulla vedendo di meglio e nulla intendendo di più alto al di là dell'angusta siepe delle loro idee, non desiderano altro e sono al modo loro felici; felici d'una felicità payaguà.
[205] La loro festa è compiuta, è perfetta; la loro festa si chiude quando i polmoni dei suonatori sono stanchi, quando i muscoli dei ballerini sono spossati, e quando le bottiglie son vuote. La festa vuota sempre la sua tazza, la capovolge e vi si asside, aspettando che l'uomo rifatto dall'orgia e dalla stanchezza, dalla nausea o dalla noia, ritorni al selvaggio nuovi muscoli, nuovo stomaco e nuova gioia.
Le scarse, gioie del selvaggio si esauriscon presto, perchè raccolte sopra povero terreno, e la sazietà è assai più vicina al desiderio, quando son pochi i bisogni che si soddisfano in una volta sola. Il ventricolo e i muscoli hanno un orizzonte ben più ristretto del cuore e della mente.
L'uomo civile invece allarga il campo delle sue feste e al banchetto delle sue gioie invita il passato e l'avvenire, la storia e la speranza, la poesia dei sensi e le sensualità del sentimento; egli intreccia nella sua ghirlanda le arti e le lettere, le armonie della musica e le più facili ginnastiche dell'intelletto. Nessuno dei suoi figliuoli e delle sue sorelle è dimenticato al convito delle sue feste; e così come la donna tempera le passioni più tumultuose dell'uomo, essa si fa più bella per piacergli; e le mille combinazioni dei piaceri si confondono, si raddoppiano, si rialzano l'una l'altra, formando un apoteosi che fa benedire la vita.
Il fondo, su cui si intrecciano tutte le feste, dalle più semplici alle più sfolgoranti, è sempre uno stato di salute soddisfacente e di tranquilla dignità. I deboli e i malati sono fuori di posto in una festa, così come non si può avere una festa, dove l'amor [206] proprio dei molti sia ferito od offeso. L'equilibrio della dignità soddisfatta è la nostra salute morale, e le gioie non nascono nel terreno del malato o fra le ortiche dell'uomo avvilito.
Non vi ha festa possibile in un popolo di affamati; non vi ha festa possibile in un popolo che geme sotto una vergogna. Si può simulare la festa, come la gioia; ma son fantasimi di giubilo, son menzogne di popoli o di re.
Non vi ha festa per gente che si odia, fra gente che si disprezza; non vi ha festa fra oppressori ed oppressi, fra superbi ed avviliti.
Quando al banchetto di una festa portiamo una buona salute, un amor proprio tranquillo, il cuore nè ferito nè convulso, possiam bevere anche noi nella coppa comune e raddoppiare la gioia degli altri. Ognuno allora beve del proprio vino e si inebbria di un altro liquore più dolce, più spiritoso, più inebbriante; si inebbria di quella gioia che è figlia della gioia di tutti.
Il numero infinito dei malati e degli infelici allontana i gaudenti e i fortunati l'uno dall'altro; ma quando veniamo a mescere in un unica coppa la gioia di molti, quel licore gorgoglia, fermenta, spumeggia, e, rovesciandosi dagli orli del vaso, allaga e dirompe per ogni verso in un giubilo universale. L'imitazione, la socialità, il contagio dell'entusiasmo fondono allora tutti quanti gli uomini in una massa sola, che insieme s'allegra, insieme gavazza, insieme tripudia. L'individuo sparisce nel sentire di tutti e l'uomo benedice la natura che lo ha fatto animale socievole. Allora la festa è com[207] piuta e giunge all'apogeo della sua forma, all'apoteosi della sua perfezione; allora i sensi e il cuore e l'intelletto, insieme danzando nell'armonia di un'unica gioia, fanno l'uomo felice.
In ogni cosa fatta dall'uomo troviam tutto l'uomo, perchè, pigliando la matassa per qualunque parte, possiam tutta percorrerla; appoggiando il dito sulla sfera, possiam da qualunque punto studiarla tutta; ma se vi ha un quadro che abbraccia molti elementi della natura umana è al certo una festa, che riunisce molte gioie e molti uomini insieme. Nè ciò basta; l'uomo si consola assai più nello studio dei suoi piaceri che nella crudele anatomia dei suoi dolori, e se l'uomo può essere educato, se può esser più morale e più sapiente per la via della gioia, io rinuncio al flagello dell'educatore antico. Epicuro, che spegne col nettare i roghi dell'intolleranza, è un educatore cento volte più efficace del carceriere e del boja. Rialzate la dignità umana, ma non bagnatene le radici coll'assenzio e col fiele può esser felici e morali; si può esser morali e adorare la gioia.
Perchè una festa sia compiuta, convien sempre che la sensibilità di tutti sia portata in un mondo insolito; conviene che la coscienza dell'oggi sia, per quanto è possibile, diversa da quella di ieri. Nessuna festa quindi senza alimenti nervosi, senza vino e senza caffè, senza birra o senza chicha, senza sidro o senza tabacco. I caffeici ravvivano a più operoso lavorio il pensiero, gli alcoolici Suscitano a tumulto sensi, sentimento e ogni cosa. Il loro sapiente alternare feconda le feste di insoliti piaceri, e alla [208] tertulia vedevamo il mate e il tè più amici delle chiacchiere e dei frizzi, lasciare il posto allo Champagne e allo Xeres più amici del ballo e del tumulto. Fuori del tabacco, soavissimo fra i narcotici, gli altri maggiori non sono invitati alle feste, perchè danno piaceri troppo personali, ai quali manca affatto la virtù espansiva, il contagio della diffusione.
Quanto più la festa contrasta collo stato ordinario della nostra sensibilità, colle nostre consuetudini quotidiane, e più vivace riesce la gioia che distribuisce alla gamella dei convitati, come l'ebbe a chiamare quel gigante della fantasia, che porta il nome di Vittor Hùgo.
Altro carattere comune a tutte le feste, è quello che i piaceri siano tutti facili e alla portata dei sensi mezzani. Lo stento vuol essere bandito da quel convito, perchè non è che una forma di dolore e la sola stanchezza vien tollerata come portiere, che nell'ultima ora viene a chiuder le porte e a licenziare ospiti e anfitrioni. Le gioie difficili, le gioie che sono dei pochi, che son dei forti vogliori sempre esser bandite dalle feste, perchè poco espansive e troppo individuali. Conviene che tutti, per quanto lo concede la natura degli individui, godano allo stesso modo e si inebbrino dello stesso liquore. Gli astemi sono fuori di posto come gli intemperanti; e fra le dighe poste dalla morale e da un certo ritegno delle forme, conviene che tutti si lascino portare dall'onda comune che tutti ravvolge e inebbria.
Le feste dei selvaggi son quasi tutte eguali: orgie e baccanali, rumori che simulano la musica e salti [209] che sembran balli, delirio dei muscoli e del cervello; gioie animalesche e per noi, uomini di pasta migliore, umilianti. Ma chi mi darà la voce e le parole, non dico di numerare, ma di riunire in gruppi naturali tutte le feste dei popoli civili e semicivili, delle società nascenti, mature e decrepite? - La natura della razza e del clima innanzi tutto danno la prima impalcatura a queste gioie sociali; ma poi le tradizioni storiche e religiose, le vicende politiche e principesche; le vittorie dei pochi violenti o i trionfi dei molti volenti, le gioie della famiglia e della patria, le fortune del caso e i casi della fortuna; tutto viene ad intrecciarsi in mille modi svariati, dando nuove forme e dispensando nuove gioie nel banchetto delle feste.
Eccovi ad ogni modo segnati a grandi tratti le fisonomie più salienti di queste che ho chiamato ghirlande di gioie.
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Le feste della famiglia sono le più semplici e le più primitive. I figli, i genitori, i fratelli, i parenti colgono i fiori del proprio giardino e ne fanno ghirlanda ad un affetto comune. Il nido è ristretto, ma per questo è tanto più caldo, e gli affetti espansivi e confidenti rallegrati da liete mense, da modeste libazioni, dalla musica e dal ballo ti porgono un quadro vivace e tiepido di luce, che ti consola e ti ispira a' santi pensieri.
Il calore, che si concentra nel fuoco d'una festa di famiglia, segna con giusta misura la socialità e il taiore morale d'una nazione. Esso ti eleva il carat[210]tere, ti educa il cuore e, temperandoti il gusto a caste gioie, ti difende dal vizio, dal baccanale, dall'orgia di piaceri tumultuosi.
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Le feste ch'io chiamerei sociali, sono convegni d'amici e di parenti, che spesso si fanno insieme per godere di piaceri comuni, dei sensi e dell'intelletto. Qualunque motivo può esser pretesto a queste feste, ma la loro fisionomia piglia forme e lineamenti più che da ogni altra cosa, dall'affetto e dalla simpatia che sentono gli invitati gli uni per gli altri. Or modeste, or brillanti, secondo le varie fortune, or volgari ed or elevate secondo la varia coltura e la squisitezza del sentire, queste feste ci raccolgono sul tappeto d'un prato o in una splendida sala, nelle camere d'un'osteria o sulla cima d'un monte; ma ci danno poche ore d'una gioia facile e senza rimorsi.
Queste feste son più comuni e più vivaci in quei popoli, che hanno sortito da una benigna natura la facilità del riso e l'ansia del godere; e tu le vedi infatti più spesso che altrove fra i figli dei Galli.
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Le feste cosmiche sono ispirate dal sentimento della natura, che invita molti uomini a farsi insieme per cantar osanna al sole che in gemma di fiori la terra nei primi giorni della primavera o per cantare le lodi delle messi dorate o delle uve mature, o per stringersi la mano a solennizzare insieme il tempo che passa. Son forse fra queste le feste più primitive di tutti i popoli; e durano [211] eterne come l'eterno giro del tempo che passa e ritorna; son le feste dell'anno che muore e dell'anno che nasce; son le feste della primavera, dell'autunno, delle messi e delle seminature.
In tutti questi tripudii vi ha sempre qualcosa di solenne, perchè l'eterna vicenda delle stagioni commuove l'uomo a tristi pensieri, che fanno spesso soffuse le fronti di una tinta malinconica. Non di raro questa sparisce sotto l'influsso delle libazioni e dei brindisi, al gaio tumulto dei parenti e degli amici.
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Le feste nazionali si estendono in più largo campo delle altre e ricordano a tutti i trionfi o le fortune d'un popolo. Quando non sono imposte dal decreto d'un principe o buttate alle plebi in elemosina avara, sono fra le più belle espansioni del sentimento sociale. Esse mantengono vivi i più nobili sentimenti dell'uomo, e l'amor proprio di ognuno, scomparendo nell'oceano di una ambizione universale, si tempra a più alti scopi; sicchè il carattere di un popolo si rialza e si sublima. Le plebi ignoranti o sonnacchiose imparano spesso le prime lezioni di politica al banchetto di una festa popolare, e la fredda riflessione del domani viene poi a fecondare il senno raccolto per la facile via dei sensi gaudenti. Tutti i legislatori hanno per istinto divinato la potente influenza che esercitano le feste politiche sulle masse popolari, e ne hanno largamente speculato ora a scuola di civiltà ed ora a ludibrio di ambizioni principesche. E i filosofi, che studiarono profondamente quella potente influenza, meditarono tristi [212] cose su quei rivi di sangue che, con solco così profondo, dividono popolo da popolo.
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Nelle feste popolari il tepore del nido lascia il luogo ad una luce calda e diffusa, che si estende in larghissimo campo, e la gioia, muovendosi senza barriera, con moto sconfinato, agita e rimescola profondamente il mar delle plebi. Non di raro la festa è delirio, è epidemia contagiosa di entusiasmi e di giubilo: altre volte invece il fausto evento che diede origine alla festa, è cosi lontano da noi che più non ne rimane la menoma traccia nella memoria dei viventi; e noi continuiamo per anni e secoli a festeggiare le gioie dei nostri remoti avi. Allora son feste più storiche che nazionali e vogliono essere rinfocolate da posticcii entusiasmi o dai mille artifizii dell'arte di godere.
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Le feste religiose son quelle che si ispirano a quel sentimento gigante che ha fatto rizzare all'uomo i più splendidi monumenti dell'arte e le più insanguinate ecatombe di vittime. Mistiche per l'origine, nazionali per la larghezza del campo in cui si diffondono o furono strumenti di civiltà o ordigni di tirannide, e durano con grande tenacità di vita, e spesso, scomparsa la memoria delle prime origini, si conservano come feste storiche. Studiarle leggermente sarebbe profanare uno dei problemi più ardui, sui quali suda la mente dei più intrepidi pensatori.
[213] Queste sono le forme più elementari e più comuni delle feste; ma di raro noi le troviamo così distinte come le definisce il coltello del fisiologo, costretto sempre per crudele necessità delle cose a fare un tantino di anatomia sulle carni che esplora.
Le feste della famiglia s'intrecciano spesso colle religiose e le politiche e le cosmiche, e alla lor volta le feste socievoli pigliano la forma o il tempo da una festa storica che in sè le rinchiude, quasi piccolo serto di fiori legato a maggiore e più splendida ghirlanda.