Paolo Mantegazza, "Quadri della natura umana - Feste ed ebbrezze", 1871, 2 voll., Milano, Bernardoni Edit.
[Vol. I, pag. 171]


CAPITOLO VIII


Fisiologia generale degli alimenti nervosi. - Loro classificazione e caratteri comuni. - Perchè l'uomo li cerchi, e trovati li adori. - Eccitamento e primi crepuscoli dell'ebbrezza. - Forme diverse di ebbrezza. - L'ebbrezza muscolare e i dervisch giranti. - Ebbrezza soporifera e convulsiva. - Ebbrezza caffeica, alcoolica e narcotica. - Ebbrezza baccante. - Fisiologia e patologia generale dell'ebbrezza. - Teorica dell'azione generale degli alimenti nervosi e sua analogia coi così detti agenti morali. - Analisi dell'abitudine.


Dopo avervi ritratto dal gran libro della natura alcuni quadri di feste e di ebbrezze, noi dobbiamo colle lenti e collo scalpello della scienza studiare e analizzare questi fenomeni umani. Fedeli al nostro programma, dopo aver tentato di maneggiare il pennello del pittore, noi dobbiamo ritornare uomini di scienza, e studiare i quadri della natura umana come antropologi.
Le feste e le ebbrezze non si potrebbero intendere, se non si studiassero tutte quelle svariate sostanze che l'uomo è andato avidamente cercando nella natura o ch'egli stesso ha saputo procacciarsi coll'arte; e senza delle quali non vi sarebbe ebbrezza, o limitata a rarissime forme; come senza di esse mancherebbe uno dei nervi primi d'ogni festa. Benchè qualcuno prima di me (Van den Cor[172]put) avesse adombrato l'idea di studiare queste sostanze inebbrianti o eccitanti, facendone una classe a parte degli alimenti, io per primo nel 1850 in un mio studio sulla coca1, le separava dagli altri alimenti, per farne la classe degli alimenti nervosi, che altri, più acuto filologo, vorrebbe chiamar nervini. Io intendo l'emendamento, ma non lo credo necessario, perchè nervoso vuol dire che appartiene o è relativo ai nervi; e se i miei alimenti nervosi non appartengono ai nervi, sono però relativi ad essi, per cui anche il mio aggettivo può avere un brevetto di uso o un passaporto. D'altronde nervino dicesi nella medicina a ciascuno de' rimedj che giovano alle malattie dei nervi; e i miei alimenti nervosi son veri e propri alimenti, non medicine. Che se la scienza adottasse la parola di nervino invece di nervoso, io di certo non monterei sulle furie, purchè si lasciasse l'idea. De resto per constatare storicamente come, dopo tanti anni (che davvero nel correre affrettato delle scienze moderne undici anni sono un gran tempo), l'idea madre della mia classificazione, regga ancora alla critica moderna, voglio esprimerla colle stesse mie parole d'allora e lo farò senza rimorso, perchè quei miei studj non furono pubblicati che nell'arca santa e obbliata d'un giornale medico. Alla divisione degli alimenti di Liebig la scienza moderna più esatta e più esigente ha sostituito una classificazione più chimica e meno

1 MANTEGAZZA. Sulle virtù igieniche e medicinali della coca e sugli alimenti nervosi in generale. Memoria onorata del premio Dell'Acqua nel concorso del 1858. Annali Universali di Medicina. Vol. 167, fasc. 501.


[173] fisiologica; ma anche a questo mutamento accennava fin da undici anni or sono.
Non sarebbe necessario il dire che questa classificazione degli alimenti non si deve credere assolutamente rigorosa; come non è possibile mai il trovarne nel campo della fisiologia e della patologia. Qui gli elementi, i fenomeni, le funzioni si incrociano in tal numero e con tale intrecciatura di giri, da rendere quasi impossibile la separazione di due sole cose senza malmenarle o distruggerle. Lo scalpello dell'analisi, per quanto s'appoggi sottile e penetrante nel tessuto ddella vita, non può impedire che ne esca qualche gocciolina di sangue ad indicare che venne lacerato ciò che non formava che un tutto. La vita non si può intendere nella sua verità che considerandola tutta intiera e in tempi infinitamente piccoli; mentre lo studiarne un sol fenomeno attraverso il tempo, sebbene sia lavoroutilissimo e pur troppo necessario alla debole mente umana, distrae dal vero e crea ad ogni passo distinzioni artificiali, alle quali finiamo per credere come a fatti della natura. È perciò ch'io vorrei sbandite per sempre dalla nostra scienza le parole di sistemi, di classi, di genere e di specie, perchè vogliono troppo e posson nulla; e noi dobbiamo lasciarle alle scienze esatte, che più fortunate della nostra, poggiano sopra un terreno sicuro, nel quale si possono tirare linee rette con mano matematica. Noi dovremmo accontentarci nelle classificazioni dei fenomeni vitali fisiologici e morbosi, e in altre molte di un'importanza secondaria, delle famiglie, le quali riuniscono i fatti più somiglianti senza pre[174]tendere ad improntar loro un marchio indelebile, che li faccia riconoscere da tutti e senza possibilità di errore da altri fatti; e così come avviene che anche nelle famiglie umane si trovino individui molto somiglianti, altri meno, e perfino alcuni intrusi, così deve essere delle nostre divisioni; nelle quali non dobbiamo cercare mai un sistema scientifico, ma solo un filo conduttore, che ci guidi attraverso il bujo ed intricato sentiero dei nostri studii.
Nel nostro caso degli alimenti possiamo vedere la verificazione di quanto abbiamo detto sin qui. Nessuna sostanza nutritiva è puramente plastica, respiratoria o nervosa. Il tessuto muscolare, per quanto magro si voglia, contiene pur sempre lo zuccaro di carne che è un alimento respiratorio; il pane contiene principii amilacei e proteici; il cacao, che è un alimento nervoso, contiene una materia che può servire alla respirazione, e così via. Nel dividere gli alimenti in queste tre famiglie, noi dobbiamo accontentarci di riunirle in gruppi naturali, che servano ad indicarci la loro funzione fisiologica più importante.
Questi alimenti si distinguono per i seguenti caratteri salienti:
1.° Agiscono quasi sempre in piccola quantità e l'azione loro è piuttosto subordinata alla loro natura che alla loro massa.
2.° Sono quasi esclusivamente usati dall'uomo, che gode della vita nervosa più complessa di tutti gli altri animali. Fra questi, quelli che più si avvicinano a noi per l'intelligenza, ponno trovarli [175] piacevoli quano li imparano a conoscere nello stato di addomesticazione. Le scimmie, i pappagalli ed anche i cani amano spesso con trasporto il caffè e il tè; ma in natura non sanno trovarli per istinito1.
3.° Nelle diverse età della vita il loro consumo è sempre in proporzione dello sviluppo cerebrale. Il bambino si accontenta del latte che non contiene alimento nervoso fin qui conosciuto; il fanciullo deve usare con molta moderazione del caffè e del vino, e in generale ne sente meno il bisogno. L'uomo adulto nella pienezza di esercizio di tutte le funzioni nervose può usare di questi alimenti con prudente abbondanza.
4.° L'uomo ne ha bisogno più della donna, perchè il suo cervello e i suoi muscoli lavorano più attivi.
5.° L'uomo incivilito ne abbisogna e ne gode più del selvaggio, e nel brillante sviluppo della sua intelligenza consuma in un sol giorno i succhi fermentati delle vigne del Vesuvio, la birra nebbiosa dell'Inghilterra, il cacao dell'America e il tè dell'estrema China.

1 I progressi della scienza vanno togliendo molto valore a questea affermazione troppo ricisa. Forse neppure l'uso degli alimenti nervosi è carattere umano: i gatti mangiano il maro (Teucrium marum) e la valeriana, non certo per nutrirsi, ma per inebbriarsi. Così, la signora Loreau, traduttrice di Livingstone, dice che gli elefanti in alcuni luoghi cercano con avidità un frutto che li inebbria, godendo assai di quell'ebbrezza. Darwin vide parecchie volte le scimmie fumare con piacere, e Brehm ci assicura che nel nord-est dell'Africa gli indigeni prendono le scimmie coll'offri loro vasi pieni di una birra molto forte che li inebbria.


[176] 6.° Il ventriloco sotto l'azione immediata di questi alimenti fa sentire un particolare benessere e si ribella contro una dieta che li escluda affatto. Raspail, chiamando con insistenza l'attenzione dei medici sull'utilità dei condimenti aromatici, ha reso un vero servizio alla scienza quando pur gli si voglia perdonare la sua elmintomania. Il fanciullo e ele donne possono sentirsi bene per qualche tempo di una dieta di latte e di frutta, ma l'uomo adulto vi si ribella quasi sempre. La sonnolenza e l'opacità di sensazioni che tengono dietro alla bevanda di puro latte si devono a questa circostanza1. Quando è caldo, quest'effetto si sente meno, perchè il calore gli partecipa una azione stimolante, mentre scompare affatto quando vi si aggiunga del caffè, del tè, del cioccolatte, del mate e perfino del vino. Sotto questo rapporto il caffè e latte immaginato in Francia da una gentile signora, è una scoperta culinaria e igienica di primo ordine; poichè esso presenta riuniti, sotto una forma piacevole e di facile digestione, molte famiglie di alimenti. Non è quindi per abitudine e per moda che forse quattro quinti degli abitanti d'Europa e d'America fanno colazione col latte mescolato al tè, al caffè e al cioccolatte.

1 Il dottor lavagna racconta, che quando dimorava in Pavia "una lassezza nelle membra, accompagnata dalla propensione al sonno, cui difficilmente resisteva, veniva di leggieri prodotta allora quando sul mattino inghiottiva una tazza di latte tiepido. Ammaestrato più volte da questo fatto ho dovuto alla fine rinunciare a tale bevanda di cui per altro mi serviva quotidianamente e con vantaggio, sotto la stimokante atmosfera di Genova." Esperienze ed osservaioni sull'oppio, ecc. Genova, 1842, pag. 134.


[177] 7.° Gli alimenti nervosi son quasi tutti assorbiti con molta prestezza ed entrando nel torrente c cirrcolatorio eccitano in tutti i punti del nostro organismo le diverse provincie del sistema nervoso. Pare anzi che alcuni siano assorbiti senza alcuna previa digestione, per cui sono gli alimenti meglio atti a riparare prontamente il consumo di forza nervea. Il contadino che ritorna dal campo nulla desidera più vivamente che un bicchiere di vino; così il viaggiatore nell'America meridionale, dopo un galoppo di cinquanta e più miglia nella pampa, riceve con gioia il mate che gli porge nel rancho (capanna) una mano cortese. Dopochè l'organismo è rapidamente confortato dall'alcool del vino o dalla caffeina e dai principii aromatici del mate, il ventricolo può disporsi con maggior pazienza ad aspettare il ristoro più solido e duraturo degli alimenti plastici e respiratorii.
8.° Gli alimenti nervosi passano inalterati nel nostro organismo o subiscono successive trasformazioni. Sotto questo lato la fisiologia aspetta con impazienza nuovi lumi dalla chimica. Alcuni di essi per la ricchezza di principii idrogeno-carbonati che contengono, hanno un valore respiratorio che si agguaglia o va innanzi al potere nervoso. Così avviene dell'alcool e della materia grassa del cacao. Altri hanno una virtù plastica marcata, come avviene del tè, che in alcuni paesi d'Oriente si mangia, e porge all'organismo una gran copia di albuminoidi.
9.° Gli alimenti nervosi contribuiscono assai a rendere più lieta la vita. Sotto la loro azione si [178] aumenta sempre la coscienza di esistere, si mitigano o si dimenticano i dolori morali e si ridesta un'allegria, che può arrivare al massimo grado di felicità (coca, oppio, ecc.).
10.° Questi alimenti esercitano un'azione assai diversa gli uni degli altri, adattandosi ai molteplici bisogni della vita secondo l'età, il sesso, i temperamenti, i climi e le razze. La storia degli alimenti nervosi studiata nei suoi molteplici rapporti di civiltà, di salute e di medicina è ancora un desiderio.
11.° Le parole di eccitazione e di stimolo non devono in questo caso essere intese in alcun modo nel senso dei diatesisti. Gli alimenti nervosi possono forse giovare alla vita nervosa nel rallentare gli atti di regressione organica, sospendendo in questo modo una funzione a benefizio di un'altra. Il voler sottilizzare e precisare più innanzi sarebbe precorrere alla nostra ignoranza. Accontentiamoci del poco saputo e non del molto mal saputo.

[179] Ecco intanto uno schizzo della classificazione degli


[180] Tutto questo in un tempo non molto lontano sarà scienza grossa; e mentre oggi dobbiamo tenerci contenti di dire che l'alcool, che la caffeina e le essenze del tè e del mate e gli alcaloidi dell'oppio esercitano un'azione marcata sul sistema nervoso, noi assegneremo invece ad ognuno di questi elementi la sua azione speciale sopra un dato gruppo di cellule nervose cerebrali o spinali e determineremo quali proprietà fisiche dei nervi siano mutate per l'azione dell'olio essenziale del luppolo o dell'essenza di menta. Noi faremo l'equazione fra l'alimento nervoso e la gioia e l'ebbrezza che ci procura; dacchè gioia ed ebbrezza si riducono pur sempre in tanta trasmissibilità cresciuta o diminuita delle impressioni esterne o dei mutamenti interni;. in tanto calore, in tanto moto, in tanta ossidazione dei tessuti; in tanto pensiero affrettato o rallentato, prodotto o arrestato. E nelle singole trattazioni degli alimenti nervosi noi vedremo come già per alcuni di essi si sollevi qualche lembo della gran cortina, che ci chiude la scienza dell'avvenire; e come per l'acool e gli alcaloidi dell'oppio si facciano già sottili distinzioni e analisi profonde, che sono robusti tentativi per raggiungere quell'equazione, che a molti può oggi sembrare entusiasmo di materialista o sogno di poeta. E mentre l'equazione si aspetta, affermando oggi lo stato della scienza che domani per nostra fortuna sarà mutato, possiam pur segnare alcuni tratti che nessun progresso potrà cancellare, facendo la storia naturale degli alimenti nervosi, e vedendo quale e quanta parte essi abbiano nella vita dell'uomo; quanti ele[181]menti essi diano all'ebbrezza e alle feste. Dallo stato dell'oggi, dalle vicende varie dell'uso e dell'abuso delle sostanze inebbrianti attraverso ai tempi, ci sarà facile stabilire alcune leggi, che ci rischiarino l'avvenire; e la luce della scienza invocata a rischiararci i quadri della natura umana ce li farà trasparenti, e potremo forse benedire questa santa alleanza a cui assistiamo ai giorni nostri fra la letteratura e la scienza; fra l'artista che arresta sulla tela o sul marmo o sulle pagine di un libro una scena umana, che non si cancella, e l'uomo della scienza che la commenta e la studia e indaga le leggi dei suoi movimenti.
Il cervello umano, quando non pensa o non dorme, si annoia o soffre; ciò che è lo stesso, non essendo la noia che una forma di dolore: è cioè la coscienza dolorosa dell'inattività intellettuale, la coscienza che nel cervello e nei nervi non avvengono quei movimenti alterni e svariati, che sono una condizione necessaria; ineluttabile della vita del cervello e dei nervi. Gli alimenti nervosi tutti quanti hanno su di noi quest'azione comune di togliere questa noia, senza obbligare il cervello a pensare o a dormire. È questa l'azione più semplice, più elementare di ognuna di quelle sostanze che stiamo insieme studiando.
Sia che il lago della intelligenza sia in piatta calma, dandoci l'immagine di un vero mar morto; sia che la monotonia di una stessa sensazione ci procuri quelle stesse noie che ci dà la quasi assoluta inattività cerebrale; noi possiam rompere quella calma e scongiurar quella noia, introducendo nel [182] sangue un elemento nuovo che turbi quello stato, e desti una nuova e facile attività di sensazioni o di pensieri. E questo si ottiene col fumo della nicoziana come con una tazza di caffè; col fumo dell'oppio o con un bicchiere di vino. Il mutamento è assai diverso nei diversi casi ed anzi è diverso per ogni alimento nervoso, per ogni dose di esso, e per tutte quelle circostanze che accompagnano il contatto di un cervello annoiato con una sostanza irritante, di quelle che stiamo studiando; ma sempre vi è il carattere comune da noi indicato.
Parlo di inattività e di noia per ammettere il fatto più semplice; ma in tutte le condizioni diverse del cervello e dei nervi, anche quando si trovano in uno stato di gioia o di pace piacevole; vi può essere un grado maggiore di piacere e di attività, che può esser raggiunto con un alimento nervoso. In questo caso è un nuovo fattore, che si unisce ad altri per costituire quell'eccitamento che procura la gioia; o che trovandola l'accresce. Che se noi non possiamo in tali momenti della vita ottenere l'esilaramento, anche coi più potenti mezzi, è perchè noi ignoriamo ancora le leggi più elementari, che governano i mutamenti molecolari delle cellule nervose e dei nervi; è perchè le sostanze introdotte nel sangue allo scopo di produrre la gioia o di rompere la noia non trovano nè cervello nè nervi in quelle solite condizioni, nelle quali quegli alimenti nervosi sogliono esercitare, la loro azione esilarante. Spesso poi si commette un errore nella scelta del mezzo che si adopera; mentre un altro [183] alimento nervoso raggiungerebbe il fine che si cerca; ed io son sicuro che la scienza dell'avvenire troverà modo di far morire voluttuosarnente chi è straziato da guasti organici irrimediabili. Si tratta alla fin dei conti di trovare sostanze, che introdotte nel sangue modifichino i nervi, in quella stessa maniera in cui sogliono agire sopra di essi gli alimenti nervosi già conosciuti e la soddisfazione dei più prepotenti bisogni; e già siam giunti a mezzo cammino in questo arringo glorioso e pietoso, insegnando a far tacere il dolore delle operazioni chirurgiche e di molte malattie.
L'uomo, che ha introdotto nel proprio organismo un alimento nervoso, di qualunque natura esso sia, si sente in uno stato diverso di prima, e questa diversità è per lo più piacevole. Per molti alimenti questo carattere di piacevole non appare che dopo un tempo più o men lungo di iniziazione, di educazione dei centri nervosi e dei nervi, o come si suol dire, dopo un certo tempo di abitudine. Del resto il carattere piacevole si cerca sempre dall'uomo nella presa degli alimenti nervosi, ma non lo si trova sempre; e come vedremo più innanzi può esser sostituito dal dolore e da tutti i segni di un vero avvelenamento.
In generale il primo grado dell'azione comune di tutte queste sostanze è un leggiero eccitamento della sensibilità, o del pensiero, o dei muscoli, o della generazione o di tutti insieme questi elementi umani1. Questa attività cresciuta, quasi sempre scom-

1 De Quincey racconta di aver avuto un amico molto simpatico, il quale di natura era paurosissimo e non poteva acquistar coraggio, che ubbriacandosi. Una volta, dovendo difendere con molto rischio una famiglia, si ubbriacò per poter compiere un difficile dovere.


[184]pagnata da sforzo e da dolore, costituisce il primo passo all' ebbrezza; ma molti alimenti nervosi non possono mai produrre una vera ebbrezza, anche in dosi fortissime; come sarebbe il caso degli aromi più soavi e dei caffeici. Quando però l'eccitabilità è somma anche una tazza di infuso di salvia o un pizzico di cannella possono inebbriare, come farebbero l'oppio, il vino, la coca.
L'eccitamento del pensiero prodotto dagli alcoolici conduce ad una maggiore espansione, ad una loquacità facile e vivace; e questo fatto fu osservato da tutti i popoli che lo incarnarono in un proverbio: In vino veritas, che nella bocca dei poeti e dei filosofi ebbe infinite varianti. Teocrito diceva: Il vino, o caro amico, insegna anche le cose vere e poco diversamente Orazio:

.....post, hunc quoque potus
Condita cum verax aperit praecordia Liber.


E lo Schiller nel Wallenstein:

Scopre il vino i pensieri e non gl'inventa.

Questo lieve eccitamento, questo esilararsi del pensiero, questo sentirsi più lucide le sensazioni o voluttuosamente calme, può crescere di tanto da costituire una vera ebbrezza in una delle sue forme più elementari, e precisamente o in quella soporifica o in quella convulsiva.
I gradi dell'ebbrezza son molti, e anche le sue forme più elementari della soporifica e della con[185]vulsiva si riuniscono l'uno all'altro con tanti gradi intermedii che riesce difficile il determinare quali siano i caratteri essenziali di tutte le ebbrezze possibili. Tutti gli uomini e tutte le lingue vanno d'accordo però nell'attribuire all'ebbrezza il carattere di un esaltamento delle potenze affettive o intellettuali, che ci porta molto all'insù e molto all'infuori dello stato ordinario delle nostre sensazioni, e che quasi sempre è accompagnato da piacere, almeno nei suoi primi gradi. L'immagine prima che fece fabbricar la parola fu lo spettacolo d'un uomo ubbriaco per vino o per altre bevande fermentate, e l'ebbrezza fu d'allora in poi significata ad esprimere alcuni stati della mente o del sentimento, che ci portano a sensazioni analoghe a quelle che abbiamo in taluni degli stadii dell'ubbriachezza. Così si può esser ebbri di gioia, d'amore, d'ambizione: così abbiamo l'ebbrezza della gioventù, della gloria, e perfino del sentimento religioso. Ogni passione può avere un parossismo, che rassomigli all'ebbrezza: molte nostre funzioni possono esercitarsi, molti bisogni possono essere soddisfatti in modo da darci l'immagine di quello stato, che suoi essere prodotto in noi dall'introduzione di sostanze inebbrianti.
È certo che la scienza dell'avvenire ci dimostrerà che il volgo aveva giustamente credute eguali o analoghe alcune condizioni della nostra coscienza, benchè prodotte da cause molte diverse, e ci farà toccare con mano che all'analogia delle forme corrispondeva lo stato dei centri nervosi e dei nervi. A noi oggi non rimane che il descrivere i fatti, [186] osservarli e distinguerli; e nel caso nostro, lasciando da parte tutte le ebbrezze delle passioni umane, che formano parte della loro fisiologia dobbiamo studiare soltanto quelle che sono prodotte dagli alimenti nervosi. Se non che, fra l'ebbrezza artificiale prodotta dall'introduzione nel sangue di alimenti nervosi, e quella spontanea sorta dalla vampa delle passioni, noi abbiamo un'ebbrezza muscolare, che sta fra l'una e l'altra e che quasi le riunisce per mezzo d'un addentellato naturalissimo, essendo essa dipendente dalla nostra volontà, perchè prodotta da certo abuso dei muscoli volontari, e d'altra parte allontanandosi dalle ebbrezze d'ordine più elevato. Se fosse permesso in un libro di scienza adoperare seriamente le parole di fisico o di morale, noi diremmo, che l'ebbrezza da movimento, è fisica come l'alcoolica e la narcotica, e si distingue dalle morali.
Il ballo, anche senza musica e senza eccitamenti sessuali, può produrre una vera ebbrezza; e anche quando la musica, come nella più parte dei casi, rende piacevole ed animato il ballo, l'ebbrezza non è prodotta dall'armonia, ma dall'esercizio esagerato de' muscoli e quindi assai probabilmente dalla congestione leggiera dei centri nervosi. - Il ballo dei negri di Loango, veduto da Stedman nel Surinam, è animatissimo e lascivo, e quegli indigeni vi si abbandonano con tal violenza che sulla fine grondano di sudore e sembran presi da vere convulsioni. Così anche alcune sibille che hanno i negri e rendono oracoli, danzano all'ingiro in mezzo ad una numerosa assemblea, con grandissima vivacità, finchè la loro [187] bocca si riempie di schiuma e cadono in convulsioni. Tutto quanto esse ordinano di fare in quello stato di parossismo deve essere ciecamente ubbidito.
Molte tribù selvaggie nelle danze piacevoli o nelle danze religiose, giungono nei loro rapidi movimenti fino all'ebbrezza; ma senza andar fra i selvaggi noi abbiamo in Europa i Dervis giranti di Costantinopoli, i quali presentano questo fatto singolare, che chiamò sempre l'attenzione del viaggiatore e che fu descritto assai bene in questi ultimissimi tempi dal nostro Filippi:
"Il convento dei Dervis giranti di Costantinopoli o meglio dire il Tekè, è nel bel mezzo della colonia e della pseudociviltà europea di Pera; ha l'ingresso nella grande strada con un appendice del piccolo campo davanti, e tutto all'ingiro tombe degli antecessori dell'attuale capo (scheik) della comunità coi rispettivi loro parenti. La facciata non è che un muro perforato da finestre con inferriate a ghirigori; nel mezzo una gran porta, sormonta da una inscrizione turca. Nell'interno non c'è aspetto di chiesa nè di convento, e nemmeno di moschea; pare piuttosto una casa privata: nè chiostri, nè celle; solamente si vede una gran cucina e si sente un forte odore di bruciaticcio e di arrosto, poichè sembra che la culinaria, come del resto in molte altre Congregazioni religiose, sia la base della regola monastica anche dei Dervis. I novizii ricevono in cucina le grazie, l'ispirazione e la sapienza.
"In fondo alla corte c'è la sala dove i Dervis, il venerdì, compiono le loro evoluzioni; è di forma [188] rettangolare, molto graziosa, con coloninne a capitelli d'oro, con tribune a folte gelosie per le signore. Una delle tribune è destinata all'orchestra ed ai cantori. Dappertutto ci sono tavolette azzurre con caratteri d'oro, specialmente al mirak, cioè il lato che guarda la Mecca, e ch'è l'altar maggiore dei Musulmani. Il pavimento è d'una pulitezza, è d'una lucidezza, d'una levigatura che mette il freddo addosso, quando si pensa che i Dervis a piedi nudi devono farvi sopra le loro danze estatiche. L'accesso è libero a tutti: bisogna però deporre gli stivali alla porta, oppure calzare delle pantofole, che il sacristano noleggia per poche piastre a' forestieri: C'è delle buone e soffici stuoie per terra, e il miglior luogo da vedere è il porticato, che gira intorno allo spazio circolare ove si radunano i Dervis, i quali entrano preceduti dal loro scheik, a uno a uno, colle mani incrociate sul petto, gli occhi a terra, in attitudine umile e divota.
"Lo scheik attuale è un omcciatolo, quasi un nano, per la sua età di ottant'anni ancor svelto e robusto; cammina colle punte delle pantofole che si guardano e quasi s'incrociano per la lunga abitudine di star seduto alla turca; ha la fisionomia fina, gioviale ed onesta; il colore del volto rubizzo; la pelle secca, rugosa, una vera pergamena di mille anni, poi una piccola barba bianca, rara, appiccicata al mento, con piccolissimi baffi. L'abito è semplice, austero; porta una zimarrona verde, che lo copre fino ai piedi e ch'egli tien tutta avviluppata sullo stomaco; il turbante che lo designa come capo della comunità non è come quello degli altri [189] Dervis; è anch'esso di feltro, ma basso, con un allargamento alla base e coperto d'uno scialle verde, che indica la discendenza dei Califfi. Gli altri Dervis hanno tutti un abito uniforme, quello della loro regola, ch'è assai semplice e insieme pittoresco.
"Portano in testa un feltro a cono molto alto e di color nocciuola chiaro; il corpo è tutto coperto da un lunghissimo mantello verde, o marrone, o giallo scuro, che al momento delle danze lasciano cader per terra. Quando entrano nella sala collo scheik alla testa fanno un giro processionalmente, poi il capo siede sotto il mirah, sopra una soffice pelle di gazella, e tutti i Dervis all'ingiro dell'assito. Lo scheik salmodia a voce fioca una lunga tirata, non so se in arabo od in turco, assistito da due accoliti che stanno in piedi ai suoi fianchi; I Dervis seguono questa preghiera con ondulamenti del capo e profondi inchini, toccando colla fronte il pavimento. Questo sermone, o questa preghiera che sia, è lunghetta anzichè no, specialmente per chi non la capisce, o per chi non è sorretto nella sua pazienza dal lume della fede. Fortunatamente, e anche se volete, disgraziatamente, la tiritera è interrotta da un canto nasale, acuto, in chiave di tenore, che si ode escire dall'alto di una tribuna; è un Dervis che con accompagnamento corale si mette a cantare i precetti del Profeta. Molti dei miei vicini europei all'udire quella specie di miagolamento fecero degli sforzi inauditi per non sgangherare dalle risa; quanto a me conservai tutta la mia impassibile serietà, per la semplice ragione che mi ricordai d'aver udito nelle chiese di campagna, ed anche di [190] città della nostra Italia, qualche chierico, qualche pretuccolo o qualche curato sciorinare dei salmi e delle antifone, che somigliavano come due goccie d'acqua alle melense catitilene del Dervis. È un canto fermo gregoriana, che per nulla differisce da quello che si canta nelle chiese cristiane: l'unica differenza è nell'estensionne; il cantare cristiano si limita alle poche note del suo registrò vocale; il cantare musulmano, ispirato dall'entusiasmo religioso sale e sale fino agli ultimi gradini perigliosi della scala: la sua voce stridente, acuta, strozzata nella gola, sembra il gridar patetico di un gatto che fa all'amore sulle grondaie. Questo canto, che irriterebbe i nervi di un mastodonte, cessa per dar luogo ad un'altra musica istrumentale, che almeno è nuova, bizzarra, originale e caratteristica.
"La musica, dirò cosi sinfonica, accompagna i tre giri che i Dervis fanno davanti il loro capo, prima d'abbandonarsi all'ebbrezza della danza finale. La prima impressione è fantastica, ideale, inesprimibile; si comincia ad udire dei suoni vaghi, come di arpe eolie, che mormorano sommessamente quasi senza tonalità. Non si capisce se siano liuti, chitarre, viole, violini o violoncelli, nè se le corde siano pizzicate colle mani o accarezzate da un arco. Certo ch'è un effetto ammirabile d'idealità, del qual un compositore d'ingegno potrebbe valersi in qualche opera fantastica o melodrammatica. Al suono flebile delle corde si aggiunge il dolce gemito d'una specie di flauto, accompagnato dal salmodiare del coro: l'effetto, lo ripeto, è sublime, completamente etereo; e quando i Dervis, ammaliati [191] da quella musica, cominciano a girare, girare e girare la fantastica ridda, quasi un'irresistibile voglia vi prende di accompagnarli nel loro ballo turbinoso. I tre giri in processione che fanno i Dervis davanti ai loro capi, sono accompagnati da due profondissimi inchini, che fanno sopra sè medesimi quando passano davanti al mirah: l'ultima volta girano il piede destro sul sinistro, o viceversa, e cominciano la ridda rituale che dà il nome alla loro setta; alzano il capo verso il cielo, tengono gli occhi semichiusi, e, prima d'incominciare la danza, lasciano cadere l'ampio tabarro che tutti li copre: allora si vede il vero costume caratteristico dell'ordine, che consiste in un farsetto bianco e in una sottana alta un palmo da terra, tutta a pieghe unite, presso a poco come quella dei Greci e degli albanesi, ma molto più lunga. È sorprendente come possano resistere a girare due ore di seguito sul loro asse, senza cadere briachi e sfiniti; mi ci ho provato nella mia camera, ed in capo a un minuto, se non mi appoggiava ad un mobile, ero bello e disteso per terra. Bisogna dire che ci è una regola apposita, un modo particolare di mettere un piede dietro l'altro per girare, che facilita l'esecuzione di questo esercizio acrobatico. Aggiungasi a questo la fede, l'entusiasmo religioso, da cui sono realmente compresi. Molti di questi Dervis sono giovani, uomini bellissimi, con nere sopracciglia, occhi di fuoco, folte barbe, figure slanciate; girano tenendo le braccia distese al livello delle spalle e la testa alzata yerso il cielo, con una espressione di misticismo, di estasi ammirabile. Si direbbe che non toccano terra, ma [192] che volano; dall'espressione sovranaturale delle loro fisionomie pare che sognino le delizie del paradiso. di Maometto, fantastiche Urì, voluttà palpitanti, piaceri dell'altro mondo!
"Le loro sottane girano e girano come il crinolino di una crestaia: mirabile a dirsi, non si toccano mai l'uno coll'altro, sebbene sieno più di quaranta in ristrettissimo spazio; se uno minaccia di toccar l'altro, l'accolito dello Scheik, che li sorveglia, batte forte coi piedi sull'assito, e la danza riprende il suo corso regolare ed ordinato. Qualcheduno non resiste alla fatica, all'eccitazione, e si ritira spossato, affranto; allora l'accolito è pronto a gettargli il mantello sulle spalle bagnate di sudore. Lo Scheik, sempre seduto al suo posto, guarda con severa compunzione lo strano spettacolo di cui si pasce da più che sessant'anni."
Gli alimenti nervosi caffeici, che si distinguono per la presenza della caffeina, a cui si associano diverse essenze, possono solo ad alte dosi e in individui molto eccitabili, produrre una forma speciale e fugace di ebbrezza, che io chiamerei caffeica. È una specie di eretismo convulso, accompagnato da una vivacità singolarissima di sensazioni, di pensieri e di movimenti, a cui può associarsi anche una irresistibile voglia di ridere. Io l'ho provata, bevendo cinque tazze di caffè l'una dopo l'altra, e l'ho descritta nella mia Fisiologia del piacere.1

1 MANTEGAZZA, Fisiologia del piacere. Ediz. V, stereotipa, pag. 177. Milano, 1870, presso Giuseppe Bernardoni di Giovanni e la libreria di Gaetano Brigola.


[193] Per provarla conviene essere molto sensibili od esser già in lieta disposizione d'animo; perchè se a caso noi fossimo tristi o disposti a vedere il mondo attraverso ad un vetro verde, allora l'ebbrezza caffeica non si avrebbe, e in suo luogo si proverebbe invece uno stato di inquietudine dolorosa, o anche si sentirebbe una tristezza ancor maggiore del solito. Per provare questa forma nobilissima di ebbrezza, che quasi sempre ci porta in regioni molto elevate del mondo ideale, si esigono tali e così rare circostanze insieme riunite, che davvero la fanno la più rara di tutte le ebbrezze. Invece è comune e sommamente benefica quell'influenza particolare di eccitamento che producono su di noi i caffeici, e noi la studieremo, occupandoci del caffè e del tè.

L'ebbrezza alcoolica è la più comune, la più conosciuta di tutte le ebbrezze, e benchè vani di carattere e di intensità, secondo la dose dell'alcool assorbita, e più ancora secondo i diversi eteri che l'accompagnano nelle mille bevande fermentate e distillate che rallegrano e abbrutiscono il bipede planetario, essa ha sempre una stessa fisonomia generale, che traccieremo rapidamente, facendo la storia dell'alcool. L'ebbrezza alcoolica è brillante e spiritosa collo Champagne; può esser tumultuosa e carnevalesca col vino in generale; può essere soporifica colla birra; convulsiva, eretistica coll'assenzio; brutale e feroce coll'acquavite; e così via via. Quanto lontani siano i gradi estremi di queste ebbrezze, lo sappiamo tutti; e basti il ricordare il leggero esilaramento che consiste in una vita più piena [194] e in un pensiero più facile, e il letargo più profondo che può giungere fino alla morte apparente.

Egualmente lontani fra di loro sono gli estremi della scala dell'ebbrezza narcotica, di cui trovate fatta la storia nella mia Fisiologia del piacere e in questo libro, nella fisiologia degli alimenti nervosi narcotici. Dall'assopimento vellicante del tabacco fino al letargo fantasmagorico della coca o dell'oppio, e fino al delirio più tumultuoso e baccante, noi abbiamo dai narcotici tutte quante le note dell'ebbrezza; mentre nella forma delirante abbiamo quasi lo stesso quadro, tanto per l'ebbrezza alcoolica, quanto per la narcotica. Il coquero, che gridando e saltando su pei tavoli, coll'occhio iniettato e la pelle rossa, si proclama l'uomo più beato del mondo, rassomiglia assai all'ubbriaco di vino, prima che la semiparalisi muscolare lo faccia titubare, vacillare e poi cadere; e lo si potrebbe scambiare con un ubbriaco, così come l'oppiofago nello stato delirante. È questo stato comune all'ebbrezza alcoolica e alla narcotica, che io proporrei di chiamare col nome di ebbrezza baccante.1
L'uomo in questo stato, è seminudo, come una baccante, perchè ti mostra nude le parti più oscure del suo carattere; perchè nel tumulto che

1 Anche Balzac, quel profondissimo conoscitore del cuore umano s'accostò alle mie idee, chiamando l'ebbrezza un naufragio; ma maligno com'era, aggiunse subito che l'amor proprio era il solo sentimento che galleggiava: "Dans le naufrage de l'ivresse on peut observer que l'amour propre est le seul sentiment qui surnage."


[195] lo agita memorie e speranze, passioni e pensieri vengono a galla, e ogni cosa si confonde scapigliata e confusa. Come la baccante, l'ebbro agita il tirso, e danza, e schiamazza senza pudore e senza ritegno, invaso da un bacchico entusiasmo. E chi, vedendo parecchi uomini in questo stato, sia poi prodotto dall'oppio o dal vino, dalla coca o dal gin, non ricorda le parole di Tacito, quando parla di Messalina e delle amiche che le fanno corona? Feminae pellibus accinctae assultabant ut sacrificantes vel insanientes bacchae. Ipsa crine fluxo, thyrsurn quatiens, juxtaque Silius hedera cinctus, gerere cothurnos; jacere caput, strepente circum procaci choro.
Callimaco in un suo epigramma dice, che il vino eccita nel nostro corpo una tal tempesta, quale suol essere nel mare della Libia.
Ogni forma di ebbrezza ha uno stadio particolare, che direi patologico; e in cui anche fuor della dose eccessiva dell'alimento nervoso, che può rendere l'ebbrezza molto rassomigliante ad un avvelenamento; per disposizione particolare dell'organismo le sensazioni non sono piacevoli e abbiamo anzi spesso un' ebbrezza dolorosa. È allora che il caffè rende irascibile, pessimista, che ci fa desiderare la morte; è allora che il vino intristisce invece di rallegrare, ci rende riottosi e disposti a battere e ad offendere; si è allora che le immagini suscitate dalla fantasmagoria dell'oppio, della coca o dell'hascisch, invece di essere liete e ridenti, son tutte tristi, spaventose, nerissime. Dopo le delizie del mangiatore d'oppio avete allora i tormenti del [196] mangiatore d'oppio. Quasi sempre questo stato patologico dell'ebbrezza tiene dietro alle forme liete, per esaurimento della sensibilità, per abuso dell'alimento nervoso o per particolari disposizioni morbose di tutto l'organismo. Vi sono alcuni che non possono tollerare il vino o l'oppio o il caffè, perché non provano che lo stato patologico della loro ebbrezza; e lungi dal rallegrarsi di questi doni preziosi della natura, non ne provano che danno o dolore. Per lo più è invece per tutti ebbrezza patologica quella che tiene dietro inesorabile e sicura all'abuso della lieta ebbrezza; così come del resto avviene per quasi tutti i piaceri della vita, quando con essi si alterano profondamente le leggi che governano l'esercizio fisiologico delle funzioni. Il libertino ha nausea delle donne dopo averne succiato fin l'ultima goccia di nettare, e il ghiottone ha nausea dell'odore delle casseruole che ha vuotato con troppo entusiasmo.
Nè qui finisce la patologia dell'ebbrezza, chè lunga ne è la storia, ed ogni alimento nervoso ci mostrerà una dolorosa litania di guai che tengon dietro all'abuso di esso. L'alcool solo ha un volume di anatomia patologica che gli è propria, e un'altra ne ha l'oppio, e forse la scienza dell'avvenire la scriverà anche per altri inebbrianti meno usati fra noi.
Ogni alimento nervoso modifica in modo speciale le cellule nervose centrali, e queste esigono nuovo alimento, per rimanere in quello stato che diventa abituale; così come le altre abitudini imprimono modificazioni che l'organismo rende necessarie, facendoci ripetere istintivamente quegli atti che le [197] hanno prodotte. Io son sicuro che la scienza dimostrerà un giorno che esiste una cellula nervosa alcoolizzata, oppiata, cocata, ecc., la quale esige un quotidiano tributo di alcool, di oppio, di coca. Quando invece per malattia l'organismo è turbato ed anche le cellule nervose si trovano in condizioni diverse del solito, si modifica profondamente il bisogno dei soliti alimenti nervosi; ed anzi uno dei sintomi più chiari di molte malattie è quello di perdere il gusto per il tabacco, o il vino o il caffè; così come il ritorno della salute è annunciato col riapparire delle antiche simpatie. Molte volte il malato stesso, prima ancora del medico, s'accorge di star meglio, e lo annuncia coll'animo commosso di gioia: Ritorno a desiderare il vino; ho bevuto la birra con piacere; ho potuto quest'oggi fumare un sigaro; e cosi via. Tutti questi fatti, che cadono ogni giorno sotto i nostri occhi, ci fanno divinare, prima ancora che la scienza ce l'abbia sperimentalmente dimostrato, che gli alimenti nervosi mantengono le cellule nervose in uno stato speciale e permanente, che esige sempre nuove dosi di essi per mantenersi tale, e che si esprime a noi colla forma di un'abitudine, di un bisogno abituale; e questo stato molecolare misterioso è distrutto o sospeso dalla malattia.
L'azione degli alimenti nervosi segue le leggi di tutte le altre sostanze che modificano profondamente i nostri organi. Essi si rendono tanto più tolleranti, quanto più hanno agito lungamente sopra di noi; e il più delle volte si deve sempre accrescerne la dose per averne lo stesso grado di eccitamento. [198] È anzi questa la ragione principale che conduce l'uso all'abuso e che del bevitore fa un ubbriacone, di un dilettante di tabacco fa un vizioso fumatore. Eppure, anche senza nulla detrarre alle scarse gioie della vita, vi è un mezzo igienico per continuare ad esilararsi degli alimenti nervosi senza portarne la dose a quantità pericolose; e consiste nel sospenderne l'uso per qualche settimana o anche soltanto per qualche giorno. Nulla è più sapientemente salubre e epicureo quanto queste interruzioni dell'uso del caffè, del tabacco, del vino e degli altri alimenti nervosi. Gran parte dell'economia delle nostre forze e della nostra felicità sta nell'uso sapiente e moderato di questi amici della gioia, che hanno per loro natura l'istinto di camminare lungo quello stretto argine che separa due abissi; la noia e l'orgia; il diletto e il vizio; l'eccitamento e la lussuria; la poesia e il delirium tremens.
O adulti, rispettate la vergine sensibilità dei fanciulli e degli adolescenti, se volete mantener loro aperta la feconda risorsa degli alimenti nervosi nell'età delle lotte e dei dolori. Io credo di aver conservato anche oggi, che son molto vicino ai pesanti quaranta, molta ingenua sensibilità per tutte le gioie più innocenti della vita, perchè fin ai vent'anni non ho mai preso nè vino, nè caffè, nè tè, nè tabacco.
Come è già stato provato per l'alcool, è probabile che la scienza dimostri anche per gli alimenti nervosi, la loro capacità di unirsi (forse di combinarsi chimicamente) colle cellule nervose, perchè la modificazione dei centri del pensiero e della sensibilità [199] è tale e tanta per l'uso continuo di queste sostanze, che la permanenza di quello stato è una condizione indispensabile alla vita. Per chi ha abusato lungamente di alcool, di coca o di tabacco può avvenire la morte per mancanza di alcool, di coca o di tabacco; e queste sostanze sono in questo caso necessarie come l'ossigeno, come gli albuminoidi, come il sal marino. E questi son casi di morte diretta per mancanza di un alimento nervoso, che forse è divenuto un elemento integrante indispensabile della chimica dei nostri tessuti, ma la loro privazione può produrre una morte non meno inesorabile, ma più indiretta, rendendo la vita così dolorosa da esser un peso insopportabile, per cui l'uomo cerca la morte. La mancanza di alcool, di oppio, di coca, di haschisch fu causa di molti suicidii; e tutti i medici che hanno curato in gravi malattie coqueros, ubbriaconi o oppiofagi, sanno per esperienza che anche con febbri gagliarde e forti guasti organici hanno dovuto concedere ai loro malati forti dose di coca, di alcool o di oppio, a rischio di ucciderli, se avessero voluto imporre una rigorosa astinenza dei prediletti eccitanti.
Lo studio profondo di tutti questi fatti diversi mi va persuadendo ogni giorno più della verità della mia teorica, che cioè gli alimenti nervosi, venendo, con alcuni dei loro elementi più attivi, in combinazione chimica con alcune provincie speciali di cellule nervose, ne modificano il carattere fisico e quindi anche il morale (come direbbe il volgo), che per noi è la stessa cosa; e creano nuovi e prepotenti bisogni, perchè quel carattere si mantenga; [200] e in ciò questi elementi vengono a rassomigliarsi assai a tutti quegli agenti che si chiaman morali, e che sono gli affetti, gli odii, le passioni ecc. L'abitudine di un odio o di un amore, è così necessaria alla vita fisiologica di una cellula nervosa, come lo è il caffè per una cellula caffetata e l'oppio per una cellula oppiata. E gli alimenti nervosi spiegano per questa ragione una tale e una così prepotente azione sulle masse umane, da potersi eguagliare agli agenti morali più formidabili. L'alcoolismo e l'oppiofagia fanno parte del carattere nazionale dei popoli europei e dei popoli asiatici, così come la vanità è un fattore molto francese e l'amore è un fattore molto italiano; e nessuno potrà dire di conoscere un popolo, se insieme alle sue attitudini mentali e all'atteggiamento delle sue passioni non si studieranno gli alimenti nervosi che predilige. Nè si gridi all'anatema dagli spiritualisti ignoranti, perchè io oso confrontare momenti identici delle passioni più nobili e degli alimenti nervosi. Nessuno oserà confrontare l'amore alla gialappa; ma l'uomo di scienza deve studiare il perchè, in un momento dell'azione di questa radice sul nostro organismo si abbia la diarrea, così come si può averla aspettando il momento sospirato di un ritrovo amoroso. La contemplazione di un atto generoso ci fa piangere collo stesso meccanismo con cui ci fa lagrimare una cipolla, benchè le cipolle e la generosità sian cose non comparabili.
Attraverso i tempi, selvaggi e uomini civili sono andati avidamente cercando gli alimenti nervosi, e solo da pochi secoli gli Europei possiedono il ta[201]bacco, il tè, e il caffè; da pochi anni soltanto hanno la coca; ma le poche centinaia che l'uomo oggi conosce sono un nulla a petto dei mille e mille che ancora ci riservan tante selve inesplorate, tante foglie, tanti semi, tante radici, tanti succhi ignoti. E anche la ricca natura sarà fra pochi secoli ben poca cosa dinanzi ai tanti e tanti eteri, che la chimica saprà fabbricarci, e che ognuno a modo suo, ucciderà e inebbrierà questi nostri nervi così avidi di sentire, e farà così variamente pensare queste nostre cellule tanto assetate di pensiero. Infinite sostanze faranno oscillare in modi infiniti tutte le molecole dei centri nervosi, allargando gli orizzonti della gioia, dell'azione; del pensiero e della lotta.