Paolo Mantegazza, "Quadri della natura umana - Feste ed ebbrezze", 1871, 2 voll., Milano, Bernardoni Edit.
[Vol. I, pag. 152]


CAPITOLO VII.

Il coquero di Caravajal.


Son già molti anni, ma ancor lo ricordo come se fosse ieri: eradicembre ed io, era uscito un dopo pranzo da casa col mio Jacques e il mio Reilly, due cose che mi erano quasi ugualmente care e che spesso io faceva camminare insieme; almeno quando la tirannide dei miei malati me lo concedeva. Nè Jacques nè Reilly erano uomini; anzi il primo era un pachidermo, il secondo un fucile. Jacques era il cavallo più veloce di tutta la provincia di Salta, fatto apposta per quella mia febbre di venticinque anni: alto, nero, irto di chiome elungo-crinito anche nella coda; magro sempre anche colla mangiatoia piena, docile, affettuoso e fiero; mi salutava con un nitrito quando io andava a fargli visita nel suo cortile; correva, volava; si sarebbe lasciato uccidere, ma non si sarebbe fermato mai, s'io l'avessi voluto. Non tollerò mai nè sprone, nè frusta; era troppo nobile per queste ammonizioni: io gli parlava come ad un uomo, lo accarezzava sul collo colle mani coperte di guanti, come una fanciulla; ed egli mi ubbidiva e volava, saltando siepi e fossati: [153] nuotava come un cigno e andava al passo come un angelo. Una volta sola io abusai della sua nobiltà e delle sue forze; la mia compagna era malata e lo seppi a cinque leghe spagnuole di distanza. Montai sul mio Jacques e divorai quelle leghe; in un'ora, percorrendo, le ultime nove miglia in venti minuti. Non inciampò, benchè la via fosse tutta pietre e burroni e cespugli. Giunse vivo e nel cortile rimase ansante e senza muoversi per parecchie ore, lasciando disegnati sulla selce i contorni del corpo colla pioggia del suo nobile sudore.
Reilly era un fucile a due canne, fatto a Londra dal famoso Reilly; non aveva adorno alcuno, non un gingillo; ma era un'arma seria, che tirava, a palla come una carabina e si prestava alla caccia dei colibrì colla migliarola più lillipuziana del mondo ruvido, sano e galantuomo come un inglese aveva per me una lunga e cara storia; aveva ucciso caimani e scimmie nel Paraguay, cavalli a Corrientes, papagalli a centinaja a Biscachas, pernici a dozzine a Nogoyà: Reilly era degno di Jacques. Era un dopopranzo di dicembre, ed io andava vagando da qualohe ora per quei boschi deliziosi, che stanno ai piedi dei colli ondulati dl Caravajal nella provincia di Salta. È quello uno dei più splendidi paesi del mondo. Torrenti e fiumi argentini cadono dalle prime propagini della Cordiliera che separa il Chili dalla Repubblica Argentina, e turbe infinite di colli così folti di chiome da non lasciar mai vedere la terra, s'incrociano e si accavallano come onde di un oceano verdeggiante. Non vidi mai tanti colli messi insieme; alcuni così piccini da potersi chiudere in [154] un orto cittadino, così bassi da sembrare giocattoli infantili; altri mezzani; altri così alti da raggiungere rango di vero montagne. E quei colli, or schierati in fila come soldati combattenti, con un nastro lungo e argentino d'acqua fra essi; or sparpagliatì, isolati, confusi come squadre di bersaglieri in campo di battaglia. Su quei colli alberi così giganti, da essere più d'una volta alti come il colle; alberi sempre verdi o sempre felici, perchè colle radici bagnate da acque perenni e le frondi immerse in sempiterno raggio di luce; veri boschi del paradiso che i poeti vollero concesso al padre degli uomini. Io mi aggiravo per quelle ombre, cacciando corzuelas; piccole gazzelle che sembrano femmine umane, tanto son timide ed eleganti, tanto è piccolo il loro piedino pulito, tanto rosee hanno le labbra. Sono vestite di biondo e quasi monile portano una corona di macchie bianche intorno al corpo; quando piegano il capo all'indietro e colla zampa si fanno solletico all'orecchio, par che vezzeggino e si muovino come una civettuola che voglia farsi ammirare. Quel giorno però più che spiare il selvaggiume, io mi immergeva tutto quanto in una sensuale contemplazione delle mille bellezze che andavo ammirando e variando ad ogni passo del mio Jacques. Il mio fucile rimaneva freddo e silenzioso nelle mie mani, e l'ebbrezza della natura mi faceva felice.
Seguendo un sentiero, che sembrava tracciato dagli estancieros del luogo per correr dietro al loro bestiame e poterlo poi riunire nei corrales, giunsi in un campo aperto, dove gli alberi del bosco lasciavano libero il posto alle erbe del prato e a [155] mille cespugli coperti dal mantto delle liane. Là io scopersi sopra una vasta superficie disseminati gli avanzi di un antico villaggio peruviano. Non una parete di casa o di torre era ancora in piedi, ma le pietre, sfasciandosi e rotolando le une sulle altre eran cadute sul suolo, lasciando intatto il disegno delle antiche abitazioni. Ve n'eran di grandi pei ricchi, di piccine pei poveri: anche in quelle squallida e antichissime rovine l'inesorabile legge delle umane disuguaglianze era scritta con lettere di pietra, quasi protestando contro tutte le folli utopie dei moderni socialisti. Anche il maggiore Rickard, alcuni anni dopo di me, trovava nella valle di Barrial rovine di antichi villaggi indiani, che pare rimontassero al tempo degli Incas, e che in tutto rassomigliavano a quelle ch'io aveva sott'occhio in quel giorno a Caravajal.1
Più in là trovai alcuni fanciulli, che con una zappa scavavano il terreno, cavandone grandi anfore funebri, dove gli antichi abitanti di quei selvaggi seppellivano i loro morti; ed ora invece del cadavere vi si trovavano alveari di api, che distillavano un miele limpido come il cristallo. Quanta poesia in quel miele! Così potessero tutte le tombe umane convertirsi in alveari di dolcezza ai futuri; così potessero sempre i poveri avanzi dello generazioni passate mutarsi in soave alimento alle generazioni dell'avvenire! Anoch'io volli mangiar di quel miele; e poi continuava rapido e impaziente la mia

1 Rickard dice che queste rovine erano ridotte ad outlines of large, square and oblong buildings. MINING JOURNEY ACROSS THE ANDES, etc., 1863.


[156] corsa; dacchè la mia giovinezza irrequieta ben si acordava col passo giovane e ardente del mio Jacques.
Più d'una volta io mi sbizzarriva a passare sotto le volte dei magnifici alberi di chal-chal, che parevano fatti di corallo; tanto eran coperti di mille e mille frutti scarlatti. I raggi obbliqui del sole morente scherzavano in mille modi per quei rami di smeraldo e di corniola; e sul tronco del chal-chal uscivano dai cespiti di cento orchidee le spighe fantastiche de la flor del aire, del color dell'oro. Quanti colori e quante forme, quanta fantasia lirica nella tavolozza, con cui la natura ha foggiate quelle piante aeree che si aggrappano ai tronchi delle piante americane, quasi nidi di rondine, sospesi all'architrave d'una casa!
Le tillandsie, dai fiori bianchi odorosissimi, o dai fiori rossi o violetti; e tutta la svariata coorte di orchidee dai fiori alati, più farfalle che corolle; alcune grottesche, altre truci; tutte singolari, con vere faccie e vere barbe, e vera fisonomia antropoide; tutte forme da far svergognare le più ardite fantasie del pennello e del verso. E in quei fantastici giardinetti babilonesi, licheni così lunghi, da piovere sul capo del viaggiatore, quasi crine di ninfe fuggenti rimasto sospeso ai rami degli alberi; e muschi così vellutati da formare cuscini e lacerti di cacti allampanati, che strisciano sui velluti, quasi pigri serpenti addormentati; e dove il bosco bagna i piedi nell'onda dei fiumi, colonne gigantesche di convolvoli, dalle mille e variopinte campapelle, e bignonie e mandevillee, che le uno dietro le altre si arrampicano sugli alti alberi, formando ponti, archi e monumenti.
[157] Quanta bellezza in quel mondo di verdura; quanti profumi in quell'atmosfera, quanta ricchezza di cielo e di terra! Il sole moriva, e le ombre scendevano nelle valli, e i giganti della foresta si disegnavano qua e là sulle roccie, mentre l'obbliquità fuggente degli ultimi raggi dipingeva tutte le cose di nuova e arditissime tinte. La natura si accingeva a dormire; nei cespugli si addensavano ciarlieri gli uccelletti, riempiendo l'aria del loro tumultuoso chiaccherio; mentre da lungi si udiva il fischio prolungato del coyuyo, cicala che imitava perfettamente il fischio della locomotiva, molti secoli prima che Watt fosse nato. In mezzo a quella vergine natura e al bisbiglio confuso di tutto il mondo animale che stava per riposarsi, quel fischio metallico mi sembrava il grido dell'affannosa civiltà europea che da lungi mi chiamasse alle sue lotte febbrili, alle sue stridenti officine.
Più presto che fra noi, più presto che io noi volessi, scendeva la notte: lo schiamazzo dei papagalli era cessato, il coyuyo dormiva: pei cespugli solo qualche ultimo ciarliero bisbigliava la buona notte ai compagni sonnolenti; ed io incominciava a sentirmi il più rumoroso degli esseri vivi di quel luogo, dacchè lo zoccolo ferrato del mio Jacques fosse il rumore più forte in quel silenzio eloquente della natura. Mentre però l'ora del sonno era venuta per tante creature, per mille altre il crepuscolo della sera dissipava le nebbie di un lungo riposo; ed esse destandosi si accingevano a godere la vita misteriosa, fresca e rugiadosa della notte. Già la gazzella semi addormentata udiva palpitando nel suo nascondiglio [158] muschio il lontano muggito del yaguar, che si apprestava a cercar la sua colazione; già le civette e i gufi facevano scintillare pei rami i loro grandi occhi vitrei e rotondi, salutandosi le une cogli altri e scuotendosi dal dorso le ultime nebbie del sonno. In un cielo senza lume luccicavano le prime stelle, e la luce del sud lasciava piovere sopra di noi i suoi raggi miti e azzurri, mentre nel basso mondo della terra molte e molte altre stelle volanti formavano un nuovo firmamento; Era il tucu-tucu, che co' suoi due zaffiri incrociava l'aria in mille sensi, invitando all'amore la compagna innamorata.
Qual povera cosa è mai uno dei nostri fuochi artificiali fumosi e fetenti dinanzi ad una notte americana senza luna, e rotta dalle mille scintille di zaffiro dei tucu-tucu! Davanti, di dietro, a destra, a manca, per gli steli dell'erbe e su nelle più alte regioni del cielo vedete rapidi come folgori passarvi dinanzi questi splendidi coleotteri, che colle due luci diamantine dei loro corpi favellano d'amore, chiamandosì e respingendosi in tutta la più capricciosa follia dei loro ardori. Per noi quelle luci sono gemme di cui va trapunto il manto della notte; per essi formano tutta una lingua: or pallida e modesta, celata nel più molle velluto dei muschi, essa sembra invitare il compagno a facili e voluttuosi amplessi; ora un raggio più vivo riscalda i tiepidi amatori; ora due creature ardenti si corron dietro, accendendo le fiaccole più illuminate, e nel turbine di desiderii troppo violenti si accavallano le luci, si confondono gli incendii, si disseminan per l'aria le calde faville; e gli urti e le scosse ri[159]tardano la voluttà agli amanti troppo impazienti. Un' altra volta un felice tucu-tucu, invitato, da una luce amorosa che costante e serena brilla per lui e lo conduce di ramo in ramo, di fiore in fiore, sta per raggiungere la calda campagna; questa accende il suo raggio più diamantino, più sfavillante; già 1a luce abbraccia la luce, già sta per riaccendersi la fiaccola della vita; quando la femminetta galante spegne il suo fuoco, e non veduta fugge a nuovo solletico e a nuovo amore, lasciando ùn pugno di ceneri fra le braccia del troppo credulo amante. Quanto è bello, quanto è poetico un amore, che colla luce esprime i suoi ardori, che colla luce li esalta e li delude, che colla luce li spegne! Quanto è bella una foresta americana illuminata dalle stelle in cielo e dagli amori dei tucu-tucu sulla terra! Hanno cento volte ragione le fanciulle di quei paesi di chiudere i tucu-tucu nella prigione di veli, che circonda il loro corpo e nasconde le bellezze del loro seno! Che povera cosa sono mai i diamanti delle corone europee dinnanzi ad un diadema di tucu-tucu innamorati!
D'estasi in estasi io mi era allontanato di troppo dall'Estancia di Saravia dov'io alloggiava; e ormai era tempo chi'io fuggissi alla rugiada della notte e cercassi chi mi stava aspettando. Non riconoscendo più la via in quel dedalo di boschi e di fiumi, ascesi sopra un colle e guardai fisso nel bruno oceano che mi circondava. Non seppi scorgere dopo tanto guardare che un filo di fumo azzurrigno, che lento e diritto si alzava da un luogo men folto di piante del resto, e che non era discosto di troppo [160] da me. Là vi era un fuoco, quindi una casa; almeno un uomo. Allentai le redini al mio Jacques e in pochi minuti mi trovai dinnanzi un rancho (capanna) indiano.
Pochi tronchi di algarrobos spinosi coricati sul suolo formavano una siepe che divideva la casa dell'uomo dalla casa della natura; e là su pochi metri quadrati di terra senz'erba e senza cespugli, si ergevano due opere di architettura umana, la ramada e il rancho. - Quattro pareti fatto di tronchi d'albero e argilla, un tetto di rami e argilla; una sola apertura troppo irregolare per chiamarsi un rettangolo, ma abbastanza per dirsi un quadrilatero; porta e finestra ad un tempo, ma senza uscio; bassa tanto da far abbassare il capo a qualunque uomo di mezzana statura vi avesse voluto entrare; ecco il rancho, ecco la casa di un uomo. A pochi passi di distanza quattro grossi tronchi, ancora forniti della loro corteccia sostenevano una tettoja o un graticciodi rami; ecco la ramada; cucina, casa d' estate, stalla per il cavallo, sala di conversazione, secondo i tempi e i bisogni del felice abitatore di quel rancho, che, più ricoo di molti nostri signori, aveva due case, una d'estate e un'altra d'inverno.
Cogli occhi già educati da quell'oscurità vidi sotto la ramada due cose semivive, un fuoco e un uomo. Un tronco grosso e bitorzoluto di algarrobos sonnecchiava fra poche bracie e molte ceneri, alzando al cielo una colonna azzurrigna di fumo, quella stessa che io aveva avveduto dall'alto del colle. Fra le bracie una caffettiera, annoiata di bollire da lungo [161] tempo e inutilmente, borbottava attraverso poche gallozzole d'acqua. E accanto a quel fuoco un uomo ora disteso ravvolto in un poncho di lana a righe azzurre e bianche, e di suo non mi mostrava che due piedi piccoli e nudi e i capelli lunghi e setolosi della nuca. Aveva il capo all'ingiù, appoggiato all'avambraccio dalla mano sinistra e pareva dormisse; ma poteva esser malato, anche morto. Il rumore del mio cavallo non l'aveva svegliato; ed io lo stava contemplando, colla speranza di spiare un movimento, o un anelito; ma io aspettava, inutilmente da vari minuti, senza vedere il movimento, senza udir l'anelito. In quel momento io mi ricordava più che mai d'esser medico. Nel rancho nessuno, nel cortile nessuno, sotto la ramada un morto. Mi misi a gridare: Ave Maria! Gridai tre volte, picchiai col manico di bronzo del mio scudiscio sopra una delle quattro colonne della ramada; nessuna voce rispondeva alla mia voce, nessun rumore rispondeva ai miei rumori. Jacques allungava il collo, cercandomi un po' di briglia: lo liberai anche del mio peso e balzai a terra. Tirai per il poncho quell'uomo, e non si scosse; gli toccai una mano ed un piede, ed eran freddi, quasi di marmo. Più che mai stava pensando d'esser medico. Presi la mano di quel morto, la scossi forte, e trassi da quella massa umana distesa un sospiro; e sospirai anch'io, pensando con viva gioia che almeno quell'uomo era vivo. Una altra scossa, un altro sospiro; poi un giro intorno al proprio asse, un uomo boccone divenuto supino; e poi una faccia bruna come una casseruola affumicata o una castagna appena bruciacchiata; quattro [162] peluzzi sulle labbra e sul mento e sulle gote; meglio che barba, cespugli di stoppa; ma sul capo un bosco di capelli, una tettoia di capanna lombarda. La notte serena mi dava tanta luce per veder tutto quello e anche i denti bianchissimi, che, attraverso ad una bocca ghignazzante, mi comparvero appena il volto divenne supino. Una ghignata convulsa, ma piena, ridondante, scoppiò da quelle carni di rame e di fumo, seguita da uno scoppiettio di risa stridenti. Non solo quell'uomo era vivo, ma era un uomo beato; il tanfo che colpì le mie nari e il grosso tumore che gli vidi ad un lato di una guancia mi dimostrarono subito ch'io aveva dinnanzi a me un ubbriaco di coca, un coquero. Non mi ricordai pià d'esser medico, ma d'esser fisiologo, e colla passione, col fanatismo della scienza volli studiare quell'uomo: era il primo coquero che avessi veduto. Hijo de mi alma, como estas aquì tan solito, cerca del fuego? Si te das vuelta, vas à quemarte; entra en el rancho. (Figlio dell'anima mia, come stai qui così solo accanto al fuoco? Se ti rivolgi, ti brucerai; entra nella capanna.)
Il mio indiano aperse gli occhi, e mentre una brezza improvvisa della sera riaccendeva il fuoco semispento, potei a quella luce fantastica leggere negli occhietti lucidi di quell'uomo l'espressione della più pura, della più sublime felicità. Aveva il volto tutto luccicante di sudore, singolare contrasto col freddo delle mani e dei piedi. Le vene della fronte gonfie, quasi volessero scoppiare. Una grossa risata fu la risposta alle mie domande; e poi il supino ritornò boccone e là il volto batteva [163] sull'avambraccio come martello; e parole quichue e spagnuole, stranamente confuse e accavallate, senza misura, senza ritmo, senza senso, e nuove risate prolungatissime, grasse, di una indefinita e pruriginosa voluttà; e un fremito per quel poncho che mostrava un tremolio di tutti i muscoli del corpo.
Un uomo felice fa sempre invidia; e l'invidia e lo spirito di osservazione, associandosi in me in quel momento, mi facevan nascere acuto desiderio di prender parte anch'io a quella gioja, ed io sapeva già, per quanto mi avevan detto, che se avessi potuto afferrare il filo di quella mente ebbra e vagabonda, avrei potuto anch'io pestar lo stesso cammino e intrecciare un dialogo col mio coquero. Nell'ebbrezza della coca il pensiero si esalta, corre, vola per vie inusitate, ma non esce mai dalle rotaje della logica e l'uomo attonito guarda nello specchio della coscienza i salti tempestosi della fantasia.
Como te llamas, hijo? (Come ti chiami, figlio?) Pancho Lopez, para servir a V. (Pancho Lopez, per servirlo). E qui un' altra risata sgangheratissima, che si arrampicava sulle più alte note del diapason delirante, una risata omerica.
- "Pancho, tu sei un coquero indiavolato, tu voli in paradiso; dimmi dove sei, che cosa vedi."
- " No, señorito, io non sono in paradiso, ma sono nel sole e mi scaldo, mi scaldo i piedi freddi,le mani gelate, e le mani e i piedi si cambiano in sorbetto di cannella dolce, dolce che mi scende allo stomaco, e mi ravviva, e mi riscalda; e il freddo diviene fuoco, ma il freddo e il fuoco mi sono egualmente cari, dolci, dolci..., ah, ah, ah, ah.... [164] che gusto, che gusto, patroncito mio, mio, mio..." Le esclamazioni, i sospiri, i fremiti, i sussulti di quell'indiano mi facevano credere ch'egli godesse le più alte gioie che uomo possa immaginare o sentire; dacchè io non le aveva credute concesse che alle più spasimanti e fugaci voluttà dell'amplesso. E invece Pancho Lopez chi sa da quante ore si trovava in quello stato di ebbrezza, e l'andava alimentando col gran bolo di coca che teneva in bocca e lentamente masticava.
- "Che cosa vedi nel sole, o mio Pancho? " - e gli accarezzava le mani, quasi per riscaldarle, tanto quel freddo mi faceva ribrezzo e paura.
- "Nel sole, patroncito, vedo mio padre, mio nonno, mio bisavolo, che sono poi tutti figli del sole, come me lo diceva mia nonna Encarnacion. E ballano tutti intorno a una pentola piena di chicha; ma la pentola è d'oro e la bevono in tazze d'argento, e vi gettano dei fiori rossi e gialli e azzurri e vi gettano delle pietre preziose e della polvere di oro, come si trova à Tipoani, splendente, sottile e profumata. Oh quanto è deliziosa la chicha coi fiori e la polvere d'oro; ma anch' io, anche mio padre, e mia madre, e mio nonno, e tutti i miei milioni di antenati si cambiano in polvere splendente, e ballano e danzano nei raggi del sole, gridando: Viva Mayta Ccapac!1

1 Per quanto io, appena ritornato all'estancia, abbia scritto cio che la memoria aveva conservato delle visioni di Pancho, pure son sicuro di averne smarrite moltissime, tanto più che di quando in quando egli parlava con tal celerità, che duravo fatica a seguirlo.


[165] "Voi conoscete chi sia stato Mayta Ccapac. Egli ebbe per moglie la sua sorella Mama Coca. Egli ebbe per discendenti il principe ereditario e oltre a lui Tarcco Huamaro, Paucar Mayta, Appuri Mayta, Apu Horcco Huarancca, Apu Ahuaycha, Michi Yupanqui, Apu Tiroc Yupanqui, Apu Yupanqui, Auqui Huarinarcco, Auqui Ccopalli Mayta, Apu Saylla Ccacca, Auqui Chuma Huisa, Condemayta, Quisquisllam, Quini Mayta, Huaccac Mayta, Ccopalli Mayta, Inte Conde Mayta, Auqui Farggui, Fampo Uscamayta, Ancca Marca, Apu Cchoro, Huarcaylli Quiso Mayta, Auqui Llamnac Chimpo, Auqui Yayancca, Auqui Toccay, Auqui Cabri Hupa, Auqui Sotic, Auqui Cullinchima, Auqui Hualla, Auqui Alba Cbimpo e Ccochan Condemayta.
"Or bene, io lo vedo col suo ricco vestito di vigogna e il suo fiocco rosso sul berretto; egli è figlio del sole come io, come mio padre, ma non come voi altri europei.... ah, ah, ah, ah, me lo lasciate dire, non andrete in collera? " - "No, Pancho..." - "Non come voi altri che siete figli dell'oro e dell'argento, pallide immagini del sole e della luna, falsificazioni dell'astro del giorno e dell'astro della notte; ma vedrete un giorno in cui il sole vincerà ogni cosa, e noi ritorneremo a galla; perchè il sole è il solo padrone di tutto e di tutti e noi soli siamo i suoi figli legittimi. Ci avete rubato la luce e il calore per chiuderli nei vostri fucili e poterci ammazzare; ma il sole fonderà anche la canna dei vostri moschetti e dei vostti cannoni; e allora si fonderà ogni cosa; e faremo un mondo nuovo. Già sul lago d'oro fuso vedo comparire il grande Manco [166] Capac, che sopra una navicella di diamante va a pescare nel diluvio colla sua rete i poveri figli del sole, e noi entreremo nella navicella e rifaremo il mondo e Cuzco e Antisuyo e Cuntisuyo e Chinchasuyo e Ccollasuyo; e voi altri rimarrete in fondo, perchè Manco Capac non vi pescherà nella sua reticella.
"Oh la reticella, tutta di filo d'argento! La prendo anch'io e mi getto sulle sponde del Rio Grande, adagiato sopra un letto di alghe e pesco bagres, surubies, bogas, viejas, tutti splendenti e con colori così vivi che acciecano gli occhi di corta vista. Oh come scintilla ogni squama! Ogni squama è un piccolo sole che vibra, e fa piovere pioggia di luce, e sotto ogni squama vi è un nido, e in ogni nido una fanciulla, nuda e splendente anch'essa, perchè anch'essa è d'argento".
E qui Pancho Lopez, quasi volesse fare uno sforzo gigantesco, a cui poi non teneva dietro quasi movimento alcuno, si rizzò sopra un gomito, domandandomi ad alta voce la chuspa della coca, che stava appesa ad un chiodo della ramada. Glie la porsi ed egli, gettando fuori l'acullico già succhiato, o il bolo di coca ridotto alla sola fibra, si rimpinzò la bocca di nuove foglie fresche, avidamente e convulsivamente; e dopo aver levato di tasca un pezzetto di llicta1, se lo cacciò anch'esso nella bocca e poi giù col suo poncho sul nudo terreno a continuare i suoi viaggi nel mondo dei fantasmi.
"Señorito, patroncito, gracias, mil gracias, quanto è buona questa coca! Ho lavorato tre giorni ed ora riposo tre mesi, tre anni, trecento anni, tre-

1 Vedi nella parte scientifica del libro il capitolo sulla coca.


[167]cento secoli colla mia coca, che è un balsamo, un nettare, che è il miele del paradiso oh che caldo, oh che tiepore, o che felicità umida; mi pare d'essere tutto quanto chiuso e rannicchiato nella bocca d'una bella fanciulla, colle ali, che mi portano a Yungas, e là sotto una siepe di caffè, un bosco di cacao, un bosco di palme, un bosco di banane io entro nell'orto della coca, dove si sentono i profumi del paradiso, e dove gli alberi invece di foglie portano carezze, invece di fiori portano baci; e i frutti delle carrezze e dei baci sono i frutti della coca, rotondetti , oblunghetti come i bambini appena nati, rosei, paffutelli, che ballano tutti quanti incoronati di rose e con un turcasso di freccie dalle punte di diamante. E quei bricconcelli seminano nuova coca; e nuovi baci e nuove carezze e nuovi angioletti nascono in quel terreno caldo e profumato, dove Dio ha versato il suo sangue e la Vergine Maria l'ha bagnato col suo latte. Ah, ah, ah, ah, patroncito mio, andiamo in cielo insieme! " -
Di quando in quando Pancho borbottava invece di parlare, e anche il borbottio poco a poco si spegneva nel silenzio. L'atteggiamento del volto beato mostrava ch'egli seguiva cogli occhi della mente le mille forme della fantasmagoria; ma l'esprimerlo con parole lo stancava, ed io colla mia insistenza riuscivo a fargli rivelare solo qualche lembo del quadro che con vece incessante andava passando dinanzi a lui. In quel silenzio, in quella bella natura calma e serena, quel delirio di felicità mi commoveva e mi faceva meditare lungamente sulla prepotente influenza degli alimenti nervosi.
[168] Un'ultima scena potei strappare a forza dal silenzio di quel beato indiano. Egli si vedeva portato in una festa a Cochabamba e credeva di ballare con tutte le creature del mondo vivo.
- "O che ballo, oh che delizia! I guanacchi ballano colle alpacche; le vigogne danzano il cielito coi condor; ed io ballo la zamba cueca con cento fanciulle fra le più belle di Tarija, di Chuquisaca e di Santa Cruz de la Sierra. Balliamo sopra un tappeto di rose e di gelsomini; e di quando in quando anche le rose e i gelsomini si àlzano da terra, si fanno grandi grandi e ballano con noi.... Ah la mia ballerina mi sfuggè, perchè 'io voleva stringerla troppo forte al mio seno e balza col capo in giù nella corolla di un jazmin del monte1 ed io le corro dietro e la prendo; ma mi guizza dalle mani, perchè si è convertita in un pesce; ma io salto nell'acqua, ed ella fuori, e su per un cedro canta e mi ranzona. È diventata un lorito2, ma io divento lorito come lei, e dietro a lei volando per giardini e giardini, e monti e monti, la prendo. Ah, ah, ah, ah!.., le nostre ali si fondono insieme e ogni penna è un raggio di sole dai sette colori, e i nostri occhi son diamanti di fuoco..., oh che gioia, che gioia, che gioia...." -
No so quanto rimanessi con Pancho Lopez, ma ricordo che era notte inoltrata, quando spensi il fuoco che sonnecchiava sotto la sua ramada, onde nel delirio non si avesse a bruciare, e ritornai alla mia estancia, quando in cielo la croce del sud brillava diritta sul mio capo....