Paolo Mantegazza, "Quadri della natura umana - Feste ed ebbrezze", 1871, 2 voll., Milano, Bernardoni Edit.
[Vol. I, pag. 126]


CAPITOLO VI.

Una pipa.


Sulla costa occidentale di Sardegna vi ha un povero villaggio che non occorre il battezzare; ha poche case, che più che fondate sembran sparse sull'arena del mare; case povere e piccine, qua e là corrose dai sali marini, con una fisonomia erpetica. Dove la sabbia finisce e par che cominci la terra, una pianura poco piana e con poca terra, scabra di pietre e di roccie disfatte, non ammantata da boschi, ma irsuta di cespugli di lentisco e di cisto: qua e là sorride il ramerino colle sue spighe azzurre e il suo amaro aroma; tutta una vegetazione spinosa, rabbiosa e rachitica; e dove essa finisce per lasciare il posto al deserto delle arene marine, si fa ancor più spinosa e più glauca, quasi volesse imitare il colore del mare.
Molti anni or sono si scoperse in quel villaggio un lebbroso, e questa scoperta sollevò una vera procella, una rivoluzione. Tutti si facevano alla finestra a domandare al vicino: Avete udito, sapete la notizia del giorno? - Io non so nulla; e che c'è di nuovo? - Efisio ha la lebbra. -Dio buono! la lebbra! Dio Santo! Efisio il sordo; [127] ma ieri fu da me a chiedermi l'elemosina, io gli ho toccato la mano, oh quale orrore! - Ma e chi l'ha detto che sia lebbra? - È sempre stato malazzato quel povero Efisio; saran piaghe, sarà scrofola. - Qui, grazie a Dio, non abbiam mai avuto la lebbra. - È lebbra, è lebbra sacrosanta; l'ha detto ieri sera il farmacista, a cui l'aveva assicurato il nostro dottore.
Queste domande e queste risposte si facevano da finestra a finestra, di porta in porta fra comari e fanciulli; ma presto le finestre e le porte si fecero deserte, perchè tutti scesero nell'unica via del villaggio, piazza, foro, sala di ritrovo; e la valanga umana, crescendo ad ogni momento, divenne in men di un'ora un'assemblea tumultuosa o minacciosa. Il tema era uno solo, ma le opinioni erano tante quanti erano i cervelli di quella povera gente; divisi sempre anche in quell'occasione in cervelli di tigre che muggivano e in cervelli di pecora che belavano in coro, seguendo le voci dei più forti. Ripetere quanto quelle lingue mormorassero, schiamazzassero e cianciassero, sarebbe stato improba fatica anche al più agile stenografo, e quel ch'è peggio, fatica sterile e poco edificante per il cuore umano; ma si avrebbe potuto fare in poche parole la sintesi di tutti quei ragionamenti, e cavando il sottile dal sottile e la farina dalla crusca, si sarebbe venuto a questa conclusione, che cioè nel villaggio vi era un lebbroso; che essendo la lebbra attaccaticia tutti presto l'avrebbero pigliata ... e quindi (la conclusione scattava rapida come molla d'acciarino), dovendosi i pochi sagrificar sempre ai molti, [128] Efisio doveva essere immediatamente mandato a Cagliari, o gettato in mare, o bruciato nella suà casuccia.
Ma e chi lo condurrà a Cagliari? - Basta toccare un lebbroso per divenirlo ipso facto. - E a Cagliari lo riceveranno? - Ignorante, non sapete che a Cagliari c'è un lazzaretto? Lo disinfettano collo solfo, coll'arsenico, come si farebbe di una merce venuta dall'Avana colla febbre gialla, e poi lo chiudono dentro tre o quattro pareti grosse di muro, in una vera fortezza.
In tutti quei discorsi, in tutte quelle proposte v'era sempre un odiò più o meno manifesto contro Efisio, odio tenace o rabbioso, perchè inspirato dalla paura, che è madre fecondissima di odii e di crudeltà; ma anche in quella massa paurosa e delibetante, in quella massa tanto più crudelmente scapigliata perchè irresponsabile, si vedeva subito quanto la donna stia più alta dell'uomo nel mondo morale. Povero Efisio! Poveraccio! Chi l'avrebbe detto? Sordo, più povero di Giobbe e anche lebbroso! Eran queste voci compassionevoli, pronunciate tutte da labbra di donne.
Era forse più di un' ora che la paura stava deliberando sul da farsi, quando sull'angolo della piazza comparve il dottore, col suo cappello di paglia più bruno che giallo, con un pesante bastone, con una andatura fra quella d'uomo importante e quella d'uomo contento. Ecco il dottore, ecco il dottore! Egli ci saprà dire, egli potrà fare...
Il dottore, che in un villaggio di pochissimi malati, era un uomo di pochissima importanza, e che [129] in un paese povero era poverissimo, si vide ad un tratto per causa d'Efisio divenuto l'uomo più importante del paese, e circondato da tutti si trovò in mezzo alla variopinta moltitudine di quei buoni sardi, fatto presidente senza bisogno di concerti nè di bussolo di votazione. E così, signor dottòre, cosa facciamo? che cosa si fa? Ce lo dica un po' lei, che la deve saper lunga.
Il dottore si mise il bastone sotto il braccio sinistro; colla mano destra si levò dall'ampia saccoccia del panciotto una scatola di tabacco, ne prese fuori lentamente una grossa presa; e poi, leggendo nel volto di tutti una passione feroce, una paura febbrile, col colpo d'occhio del diplomatico (che diplomatici devono essere un pochino tutti i medici e più ancora lo devono essere i medici ignoranti) capì che la sua risposta era aspettata avidamente; capì che era difficile il rispondere bene, che era facilissimo il compromettersi; capì che tutto quel fermento di paura e di odii poteva dividersi in parti eguali sulle spalle di Efisio e su quelle del dottore.
La prima presa era sorbita e la risposta non veniva ancora; gli occhi di tutti erano concentrati, come dal fuoco d'una lente sulle labbra del dottore; ma quelle labbra sapienti, stringendosi invece di aprirsi, e accompagnandosi ad una crollatina di capo e di spalle, lasciarono venir fuori queste sole parole:
Ma vi dirò... E le labbra stringendosi di nuovo, e più forte di prima, non dissero altro.
Nuovo tumulto, nuovo coro di interrogazioni e di interjezioni.
[130] Ma caro dottore, convien provvedere e subito. Si tratta di lebbra.
Quella parola di lebbra fu una vera corda di salvamento gettata al naufrago. Il medico l'afferrò con trasporto e si rimise a galla.
Ma lebbra, lebbra; ecco qui, non si tratta di lebbra. È un' elefantiasi dei Greci...
No, dottore, è lebbra, lebbra come quella di Lazzaro.
Sì, anche quella di Lazzaro era elefantiasi dei Greci.
Ma è un mal contagioso, è peggio del colera e della peste; e nessuno guarisce dalla lebbra...
Distinguiamo; alcuni la credono contagiosa, altri no; la scienza non ha detto in proposito la sua ultima parola. Stiamo a vedere.
Il furore cresceva; il circolo che prima stava a rispettosa distanza dal medico, s'era andato restringendo poco a poco, perchè il calore della controversia incominciava a render necessario l'uso delle mani insieme a quello delle labbra, e già i più infocati oratori pigliavano il dottore per le falde dell'abito e per i bottoni del panciotto; e il povero medico sentiva già la vampa del tumulto popolare, che lo chiudeva in un circolo di fuoco. Egli allora si salvò una seconda volta, seguendo la gran politica di Ponzio Pilato.
Signori miei, chi può prendere in questo affare una risoluzione è il signor sindaco. Andiamo dal sindaco. Sì, sì, si, sì, bravo, bravissimo; andiamo dal sindaco.
[131] Il dottore cavò colla mano destra il bastone dall'ascella sinistra, dove era rimasto per tanto tempo prigioniero, lo percosse sul terreno con un entusiasmo singolare, si accarezzò il pizzo e i baffi colla compiacenza orgogliosa di un generale trionfatore, e alla testa di quella gente si diresse alla casa del signor sindaco, che in villaggio così piccino non stava molto lontano.
Il medico era padrone della posizione; aveva acquistato il diritto di vita e di morte su quella moltitudine paurosa; per cui, giunto alla porta della casa del signor sindaco, decise ch'egli solo in compagnia di tre consiglieri, che aveva scoperto nella folla, salirebbe a conferire colla prima autorità del paese sul da farsi.
E così si fece.
Mentre le autorità sanitarie e amministrative di P... stanno deliberando sui destini di Efisio, è bene ch'io vi descriva in due parole quel poveraccio, nato davvero sotto gli influssi di maligna stella.
Efisio era l'uomo più infelice del suo paese, forse il più infelice di tutta la Sardegna. Aveva venticinque anni, ma non era giovane, perchè bruttissimo, e sempre malato; sentiva più volte caldamente di esser uomo, ma lo era indarno, perché le donne fuggivan da lui con orrore. Figlio di un marinajo non aveva fratelli, non aveva mai conosciuto sua madre morta tisica poco dopo la sua nascita e mentre il babbo era sul mare in una nave che portava sale a Montevideo. E il babbo non era più ritornato...
Efisio non aveva parenti: bambino ebbe il latte [132] dalle vicine, e dalla mucca e dalle capre dei vicini; fanciullo ebbe calci e torsi di cavolo, e anche un po' di pane da tutti. Appena potè lavorare, lavorò sempre, benchè il suo aspetto ributtante e una sordità molto pronunciata rendessero poco cercato il suo lavoro. In un sottoscala di uno dei più poveri casolari del villaggio, aveva messo della paglia e il padrone di casa lo tollerava in quel luogo da molti anni. Quello era il suo letto, quello la sua casa, quello il suo nido, dove si gettava col volto fra le mani e il corpo sepolto fra la paglia, quando aveva fame, o quando era annoiato di vivere; quando i fanciulli del paese gli avevan fatto correre dietro i cani di tutto il villaggio, rincorrendolo con torsi di cavolo e pietre.
Efisio aveva fatto tutti i mestieri, senza mai poterne imparare alcuno, perchè il padrone perdeva la pazienza e lo congedava sempre prima che avesse imparato un'arte. La sordità e la bruttezza erano nemici ch'egli portava sempre seco e che gli impedivano di alzarsi dal fango in cui la sua nascita lo aveva gettato. Era a bottega da un calzolajo, e un giorno credendo di aver capito, non aveva inteso nulla e faceva al rovescio di quanto gli avevano comandato; era al timone di una barca e tirava a destra, quando gli dicevano di voltare a sinistra... Sordo del tutto avrebbe imparato la lingua dei segni; mezzo sordo or capiva ed ora non capiva, fraintendeva spesso; era peggio, cento volte peggio; di un vero sordo, perchè era creduto anche stupido.
E non lo era il poveraccio; benchè non sapesse nè leggere nè scrivere, benchè non si fosse trovato [133] con persone dell'ultimo strato sociale, egli aveva tanta mente che bastasse per intendere tutte le miserie della sua condizione, e nelle lunghe ore di meditazione nel suo sottoscala, numerando i nodi dei fuscelli di paglia, aveva fatto uno studio amaro della gioia degli altri e dei dolori suoi.
Efisio sordo, Efisio malazzato, Efisio che trascinava la vita fra la fame e il disprezzo, che non si sentiva legato alla società umana che pei vincoli della compassione; Efisio tollerava la vita. E la tollerava, non per sentimenti morali e religiosi, perchè aveva del dovere e della religione un'idea molto confusa; egli accettava la vita, perchè aveva per lui due raggi di luce, due gioie; perchè aveva una pipa e perchè amava una donna.
La sua pipa viveva con lui da dieci anni: era la sua prima pipa e l'unica sua pipa, anzi il solo strumento, la sola cosa cara ch'egli possedesse. Era di gesso e gli era costata due soldi; gli accidenti di una lunga vita le avevano accorciata la cannuccia, portandola a poco più di tre dita di lunghezza; ma quanta storia in quella povera pipa, quanti cari ricordi in quella povera cosuccia di gesso!
Per Efisio quella pipa era il poema della vita, perchè ad essa aveva associato tutte le poche sue gioie, perchè essa lo aveva portato in quelle regioni ideali, delle quali ogni creatura umana ha bisogno come il polmone ha bisogno dell' aria. Essa aveva tutti i colori e tutti gli odori; nera come bocca di voragine infernale; con un orlo più lucido dell'ebano, con tinte gialle, dorate, con zone d'onice, con gradazioni di ambra, con un lucicchio di porcellana; [134] essa era tutta una tavolozza di tinte. Aveva anche tutti gli odori così cari ai vecchi fumatori; qui l'acre empireuma del bruciaticcio; là l'aroma viroso e narcotico della nicotina; più in su un ricordo lontanissimo di Avana; un tutto insieme di aromi solleticanti, eccitanti, voluttuosi. Quando Efisio non aveva tabacco, cacciava il naso nel caminetto della sua pipa e fiutava, aspettanda tempi migliori. Altre volte l'accarezzava; e percorreva lunghi chilometri di meditazione, contemplando ad una ad una le macchie, gli sfregi, le amaccature. Ognuno di quei segni aveva la sua storia, e alcuno di essi suscitava ricordi crudeli e richiamava alla memoria momenti di tremenda trepidazione. Era caduta dall'alto sopra una pietra e non si era rotta; la pietra di un monello l'aveva colpita e aveva resistito. Egli la teneva sempre in una tasca riservata, privilegiata, la parte più importante e più sacra di un vestito strappato in cento luoghi; in cento luoghi rattoppato con cento stoffe diverse.
Efisio aveva più volte baciato la sua pipa, non perchè fosse una pipa, ma perchè egli vi aveva inciso una lettera, la M, unica lettera ch'egli conoscesse, e prima lettera d'una parola, Maria. Eran quelli gli unici baci che Efisio avesse mai dati in questo mondo: non si ricordava mai d'averne ricevuti.
Quella, lettera M scolpita rozzamente su quella povera pipa era la storia di un cuore umano; era una delle formole più semplici della felicità; un desiderio tracciato sopra un sogno; un immenso ardore dei sensi segnato sopra un tempio del fumo.
[135] Maria era una contadina guercia, povera e pallida, ma aveva vent'anni ed era buona. Nell'unico occhio grigio che si apriva alla luce, brillava un affetto caldo e roseo come un raggio di sole estivo; o il suo seno, sollevandosi spesso a tutti gli affetti che fanno palpitare il cuore umano, mostrava spesso, troppo spesso che era un seno di donna che rinchiudeva un cuore di donna. La voluttà che copre il sentimento, l'amante che schiude le porte alla madre; ecco il seno della donna. Efisio l'aveva veduto e se n'era innamorato. Gli era vicina di casa; essa sola non lo aveva mai insultato, essa sola gli aveva rivolto parole cortesi. Una volta, quel suo unico occhio aveva pianto per lui, quando era venuto a rintanarsi nella sua paglia, tutto ammaccato dai colpi brutali di un padrone ubbriaco. Essa si era inginocchiata sulla paglia per medicarlo, essa era andata a pigliare dell'aceto e delle pezzuole, e lo aveva guarito. Fu il giorno appresso che Efisio scolpì quella M sulla sua pipa; fu d'allora che questa divenne per lui una cosa santa. Fumando il suo cattivo tabacco, egli vedeva tra le nuvolette azzurre del fumo il seno di Maria, unica cosa bella ch'ella avesse; e là egli riposava i suoi desiderii, i suoi sogni, le uniche gioie della sua vita.
Maria aveva per Efisio una immensa, una infinita compassione: orfana anch'essa, anch'essa povera, anch'essa infelice, vivendo giorno per giorno al servizio di persone di poco men povere di lei, sapeva capire quanto quel povero sordo dovesse soffrire. Più di una volta, quando Efisio stava molti giorni a giacer sulla paglia, malato o affamato, essa gli portava [136] un po' della sua minestra; più spesso un po' di tabacco, ch'egli desiderava più vivamente del cibo. Due soldi di tabacco dato da lei a lui eran spesso un dono principesco, perchè dei soldi essa non ne vedeva quasi mai; erano quasi sempre il frutto di un prodigio di economia e di laboriosità. Efisio sentiva il benefizjo e lo ricambiava con un servizio o una stretta di mano, che a Maria bastava. Quando egli nella sua pipa fumava tabacco comperato da lei, portatogli da lei, si credeva l'uomo più felice del mondo; almeno non invidiava alcuno, scordava di aver fame, di essere sordo, di non aver nè padre, nè fratelli; nessuno al mondo che lo amasse. Al pensiero che Maria potesse amarlo non si era fermato mai; ne avrebbe avuto rimorso come di un delitto. Dei sentimenti benevoli che l'uomo ispira all'uomo, egli non aveva provato che la compassione: l'amore era per lui un mito celeste e confuso; a un dipresso come l'idea di Dio spiegata malamente dal suo curato. Dell'amore conosceva il desiderio, ma poteva questo essere ispirato da una creatura brutta e sucida com'egli era?
Più spesso di Maria, Efisio aveva qualche soldo in tasca, perchè il maschio paga sempre con mano più avara il lavoro della femmina, forse perchè ad essa il lavoro riesce più difficile e più doloroso. Egli però non aveva mai offeso la sua Maria, tentando di pagarne il tabacco a lui comperato nei giorni di miseria. Aveva potuto sapere che la più calda simpatia di Maria era il caffè; ma che non potendolo prender caldo e liquido come tutti lo prendono, perchè non aveva cucina propria, e i contadini e i [137] marinaj l'avrebbero derisa, ella si era abituata a mangiar il caffè in polvere dopo averlo mescolato allo zucchero. Anch'essa nei lunghi e faticosi lavori della giornata aveva nella saccoccia più celata delle sue gonne un cartoccino di caffè e un altro di zucchero, e quando non era veduta, pigliava un pizzico dell'uno e un pizzico dell'altro, e anch'essa portava i suoi sensi in un mondo nuovo di eccitamento e di pruniginoso eretismo. Ebbene: spesso quel soldo di zucchero e quel soldo di caffè eran dono di Efisio; scambio commovente di due gioie, di due poesie, di due poverissime ricchezze.
Eccovi l'uomo, di cui le autorità sanitarie e ammiinistrative di P... si stavano occupando. A lui non bastavano ancora tutte le calamità che la natura e gli uomini avevano rovesciato sulle spalle; chè una malattia, ormai rarissima in Italia e che per lunga tradizione porta nel suo nome una maledizione e una condanna, la lebbra degli antichi o l'elefantiasi greca dei moderni, lo aveva colpito. Il medico, dimenticando i pregiudizii del suo paese, aveva lungamente e rumorosamente parlato di quel caso strano in casa dello speziale; e in poche ore la valanga s'era formata e si rovesciava come minaccia di morte sul capo del povero Efisio. Egli era stato fino allora tollerato o disprezzato: da quel momento egli era aborrito.
Dopo un lungo discutere in casa del signor sindaco si concluse di assegnare per alloggio ad Efisio la torre pisana in riva al mare, e là mandargli il cibo col concorso della carità cittadina. Quella torre doveva essere per lui prigione, ospedale, e lazza[138]retto; e la paura del paese sarebbe stata abbastanza bene difesa da quelle grosse pareti e dalle onde del mare. L'incolto pubblico, che stava ansiosamente aspettando la suprema decisione delle autorità superiori, fu mediocremente soddisfatta, quando la conobbe per voce del sindaco, il quale la proclamò dall'alto della sua finestra, fra il medico ed un assessore, che colle spalle e colle labbra e colle mani andavano segnando di virgole e punti di esclamazioni quell'autorevole discorso. La maggioranza avrebbe voluto veder Efisio più lontano che nella torre, e alcuni più crudeli non potevano capacitarsi che non ci fosse un tantino di crimine nella lebbra; e invece del lazzaretto pensavano al carcere, alla galera; fors'anche le loro narici crudeli fiutavano nell'aria l'arsiccio di un rogo. Ai pochi eletti, che formavano l'aristocrazia intellettuale di P..., la proposta del sindaco parve un miracolo di accorgimento, un prodigio di politica, e approvandola ad alta voce e assecondandola subito coll'opera, condannarono al silenzio i malcontenti e i diffidenti.
Dopo due ore Efisio era chiuso nella torre, e i suoi paesani divenuti ad un tratto pietosi, sapendo per la prima volta che quel poveraccio non aveva mai posseduto un letto, gli fecero dono di un vecchio materasso e di una coperta di lana, di una bottiglia nera e di un bicchiere, di un cucchiajo, di un coltello e di una forchetta; e poi quasi ogni famiglia gli diede un pane fresco, lauta provvista per più d'un mese; se il pane potesse bastare alla vita dell'uomo.
Per Efisio quella giornata era parsa un sogno. [139] Egli non aveva mai saputo d'essere lebbroso, e le sue piaghe gli sembravano un nuovo episodio di una lunga iliade di malanni a cui era da lungo tempo abituato. Quando vide circondata la sua casa da una folla rabbiosa, che lo malediceva e gli scagliava contro le più villane bestemmie, senza però avvicinarsi a lui; quando il dottore, solo fra tutti, gli si fece vicino, e gli spiegò il crudele enigma di tutta quella folla e di tutta quell'ira; rimase come colpito dal fulmine; poi come un fanciullo si mise a piangere e singhiozzare gridando: E che colpa ci ho io di esser malato? Mandatemi all'ospedale. Accompagnato dal dottore e seguito da lungi dall'onda dei crudeli curiosi, si era veduto nella torre; poi al clamore delle turbe era succeduto il silenzio del carcere; alle grida feroci della paura aveva tenuto dietro l'alterno fiotto dell'onda stracca, che batteva il suo cupo martello ai piedi di quel carcere.
Quell'edifizio era cupo, grottesco; era crudele ed era pedante; non era triste, ma era stupido. Grosso e quasi rotondo, senza porte, e con grosse inferiate sulle poche finestre, che erano feritoie; bagnato dal mare quasi per ogni lato e riunito alla terra per un ponticello sgangherato di legno e una sottile lista di terra fangosa e fetente, irsuta per eringi spinosi e ortiche avvelenate. Fra quegli eringi e quelle ortiche faceva capolino un vecchio cannone verdastro e corroso da cui sbucavano nelle ore del sole lucertole e vipere; e nei giorni umidi e freddi, rospi tubercolosi e vischiosi. Nella torre una sola camera grande come la torre, fredda [140] sempre, perchè il sole non vi poteva entrare che dalle feritoie e per sghembo; una camera senza forma o grossolanamente ottangolare. Sulle pareti oscene immagini e più oscene scritture dei malfattori, che in epoche lontane vi erano stati rinchiusi. Senza vere porte e senza vere finestre quell'abitazione pareva un forno o una grotta o una cantina disotterrata; tutto pareva fuorchè una casa. Avvicinandosi alle feritoie, da nessun lato potevi vedere la terra; l'unico quadro per gli occhi era il mare; unico compagno all'orecchio a cui parlava coi muggiti, col fischio, col ciangottar gigantesco dell'onda nojosa, eternamente nojosa. - In quel luogo Efisio doveva passare la vita: l'ultimo saluto che gli avevano mandato le turbe dei suoi paesani era una minaccia di morte, se egli avesse osato passare la frontiera di quel ponticello di legno. Vi era ben stato alcuno che aveva proposto di distruggerlo, ma da altri si era pur pensato che in quel caso non vi sarebbe stato modo di portargli il cibo.
Or bene, Efisio appena si trovò solo, passò un ora di gioja, di una gioja crudele, piena di odio e di rancori; ma di vera gioja. Egli aveva sempre avuto poca benevolenza per gli uomini, dai quali non aveva mai ricevuto che ben povere carezze, ma in quel giorno li odiava tutti; li odiava tanto che nel suo cuore non trovava un posto, il più modesto posticino, il ricordo della sua Maria. Vedersi isolato da quegli uomini che lo avevano respinto, perchè malato; che lo avevano isolato con una frontiera di odio feroce e di più crudeli paure, gli parve una grossa fortuna. E poi si sentiva libero, padrone di un pa[141]lazzo, non più costretto al lavoro; con un materasso di lana, con una coperta di lana, con una bottiglia, con un bicchiere, con tanto pane che avrebbe riempito la bottega di un fornajo. Egli avrebbe potuto discendere al mare nelle ore della otto e pescarvi ostriche e granchi; fors'anche qualche pesce ferito venuto a morire fra quegli scogli. Oh quanta felicità! Quanta fortuna! Quanta bvndetta di egoismo feroce!
Ma ad un tratto si sentì un sudor freddo corrergli per tutto il corpo. Nell'olimpo della beatitudine si sentì afferrato dalle unghie del destino e piombato nella più cupa disperazione. Si palpò la fredda saccoccia e la pipa stava al suo posto, ma egli non aveva tabacco, non la bricciola più picciina, più dimenticata, più secca di tabacco. La vita gli pareva impossibile; si cacciò sul suo materasso, cacciò le mani fra i capelli; morsecchiò la tela del suo giaciglio, ne strappò fiocchi di lana che masticò con furore; pianse, pianse lungamente e disperatamente; gridò, gridò fino a farsi rauca la voce; e dalle sue labbra usciva una sola voce, quella di Maria; ma è crudele a dirsi, ma è vero, invocava da Maria non il cuore, non l'amplesso, il tabacco.
Erano le undici del mattino, quando egli si trovò nella torre: erano le sette quando il crepuscolo sera aveva lasciato il posto alla notte, ma le otto ore Efisio non aveva mangiato, non aveva bevuto; e solo di quando in quando aveva portato alle labbra la cannuccia della sua pipa e aspirato l'aroma. Otto ore di silenzio e [142] di pensieri non aveano fatto molto cammino; ma sensi e cuore e mente si erano dilaniati nel breve giro lasciato da questo dilemma: o il tabacco o la morte. E quando la gioventù, la fame e la stanchezza delle emozioni gli concessero alcune ore di sonno, anche in sogno si dibattè fra le tanaglie di quelle due parole: o il tabacco o la morte; e vide campi di tabacco e reggimenti di pipe, che gli facevano ridda all'intorno e si sentì sollevato da una nuvola di fumo, che lo portava al cielo, dove Maria lo stava aspettando e lo abbracciava.
Il dì seguente, spiando l'orizzonte dal suo carcere, potè escire da una inferriata corrosa dalla ruggine e dai sali marini e vide molta gente che sulla spiaggia del mare veniva a contemplare come cosa curiosa il carcere di Efisio. Quando l'ebbero veduto, si alzarono grida di orrore e gesti di minaccia. Alcuni che erano venuti per vederlo fuggivano e avevano paura di averlo veduto. Rientrò; escì per l'apertura che conduceva al ponticello, e là vide altri curiosi, che da lungo s'aggiravano per vederlo. E anche là nuove grida e nuove minaccie. Un cerchio di odio e di paura, duplice corazza di crudeltà, lo avvinghiava per ogni lato. Rientrò pieno d'odio anch'egli, e risoluto a non lasciarsi vedere, a lasciare non soddisfatta la curiosità di quei crudeli; e l'odio gli fece dimenticare per qualche ora la sua pipa, ma fuori di quel riposo, il tabacco era sempre dinnanzi a lui, come desiderio dei sensi, come fame dell'anima, come passione irresistibile: il tabacco era per lui un incubo e una visione, una mania e uno strazio.
[143] Sul mezzogiorno gli parve sentire il batter ripetuto di un piede o di una pietra sulle tavole mal messe del ponticello di legno. Credette sognare: la fame e la febbre gli avevano portato innanzi agli occhi visioni false e innanzi alle orecchie falsi rumori. Egli poi da lungo tempo era avvezzo a diffidare delle sensazioni che gli venivano per la via dell'udito. E chi a quell'ora poteva fargli visita? se alcuno era venuto, perchè non era egli entrato? Non poteva figurarsi di esser temuto come un appestato; egli che non sapeva bene che volesse dire essere lebbroso, egli che aveva veduto il medico prenderlo per la mano e accompagnarlo senza paura fino alla torre!
Il dolore stupido che lo opprimeva lo rese lento a rispondere alla curiosità che lo spingeva a cercare la causa di quel rumore, e non fu che dopo alcuni momenti ch'egli escì dalla sua prigione e s'avviò sul ponticello. Quasi nello stesso tempo i suoi occhi avidi di cercare, trovarono due cose: un involto sul ponte e una donna che già molto lontana dalla torre si avviava verso il villaggio. Quella donna era Maria: nell'involto Efisio trovò un grosso pane fresco, del tonno salato e un fiaschetto di vino. In quel momento egli dimenticò il tabacco, dimenticò il carcere, si sentì un gruppo di affetti che gli stringevano la gola e non gli permettevano di alzare un grido; poi un'onda di sangue caldo caldo che gli inondava il cuore. Si appoggiò alla sbarra del ponticello, tentò due o tre volte di gridare: Maria! ma la voce gli morì in gola, e poi via col suo involto nella torre, a gettarsi sul materasso e a piangere lungamente, dolcissimamente. [144] Egli non era più solo: qualcheduno lo amava, pensava a lui, pensava a mitigargli le torture del carcere. Dal suo villaggio egli aveva avuto l'esilio e del pane: dall'amore egli riceveva del tonno e del vino, cose per lui preziose, acquistate da quella povera fanciulla, chi sa con quanti stenti, con quanti sagrifizii! Ed ella stessa aveva portato il dono al prigioniero; essa aveva scelto l'ora più calda e quindi più solitaria; aveva sfidato le beffe, le minaccie di tutto il paese, la paura della lebbra ed era venuta soletta sul ponticello... Con quanta gioja Efisio pensava tutte queste cose, con quanta voluttà le ripensava cento volte, bagnando i suoi pensieri in un mar di lagrime! La passione uguaglia tutti gli uomini e l'amore è troppa passione perchè dinnanzi ad essa sussistano le gerarchie dell'intelligenza. Efisio in quel momento era più poeta di tutti i poeti del mondo; perchè amava, perchè dal più profondo e amaro dolore era stato portato d'un tratto in un mar di delizie. Balzò dal letto, andò sul ponticello a cercare le orme del piede di Maria; nell'arena portata dai venti sulle tavole tarlate del ponte credette scoprirle, e si gettò sovr'esse a baciarle; poi di nuovo nella torre a nascondere la sua gioja, quasi l'immenso deserto di spiaggia e di mare che lo circondava potesse rubargliene una parte, e là cercò la sua pipa per baciare l'iniziale che da tanto tempo egli vi aveva inciso.
L'odor della pipa fece sorgere in Eflsio la prima idea d'egoismo. Egli pensò subito: perchè mai Maria, invece del pane, del vino, del tonno, non mi ha portato del tabacco? Non sapeva ella che è [145] per me la prima, l'unica gioja della vita? Ma quel pensiero fu scacciato subito lontano come fosse l'idea di un delitto. E lo era. Un rimprovero dato a lei in quel momento era un delitto. Ripose la pipa nel suo asilo, si mise a ballare per la torre come un pazzo, colla bottiglietta di vino stretta al seno come un bambino; sorseggiò in cento volte il prezioso liquore, mangiò il tonno, il pane; s'affacciò al mare, ridendogli in faccia; si arrampicò fuor dalla finestra per guardare verso il villaggio e tirò fuori la lingua e lo fischiò. Efisio andò a dormire a tarda ora, quando da un pezzo scintillavano le stelle in cielo. - Pochi uomini in quel giorno erano stati più felici di lui.
Passò l'indomani; passò un altro giorno; passarono otto giorni l'un dopo l'altro, ed Efisio, per quanto aguzzasse il suo torpido orecchio, per quanto nell'ora più calda del giorno si facesse vicino al ponticello per sorprendere il più piccolo rumore, egli non udì più il batter dei piedi, non trovò più alcun cartoccio. Il digiuno del tabacco dominava tutto l'orizzonte di quell'uomo, gli faceva amara e crudele ogni ora della vita, gli attossicava il cuore, le viscere; lo faceva simile ad una spugna tutta imbevuta di aceto e di fiele. Colla fida esca e colla pietra focaja egli aveva tentato di fumare della paglia, delle foglie secche raccolte dal vento nei crepacci della sua torre. Per due o tre volte quel fumo aveva levato dai profondi abissi della sua vecchia pipa un lontano aroma di tabacco, ed egli aveva potuto credere di fumare: ma poi ogni larva narcotica era scomparsa e il fumare la paglia lo [146] irritava ancor più che il digiuno. Efisio era giunto a quel punto in cui, tolta ogni speranza, strappata ogni gioia, la vita diviene un tronco stecchito senza fiori e senza foglie. Tu lo vedi ritto in piedi, non sai se viva o no, se il fulmine lo abbia incenerito sul posto in cui nacque, o se le radici nascoste gli rechino ancora un torpido succo; più linfa di moribondo che sangue di vivo. Efisio era vivo, ma della vita non provava che il dolore; ogni ora pensava di strappare dal suolo crudele quell'albero senza foglie e gettarne le radici al sole. Non aveva mai udito parlare di suicidio nè di suicidi, ma la rabbia della morte ribolliva spontanea e ardente nel suo cuore come lava infuocata fra i crepacci d'un cratere. Uno dei caratteri più umani del bipede implume è il suicidio, frutto della sua complessa natura e di quella tanta ricchezza di dolore che volle la natura gettare nella massa con cui l'ha impastato.
Efisio desiderava la morte; ma aspirava ad essa vagamente, sol perchè gli pareva che nessun dolore potesse eguagliare il suo, che tutto dovesse esser meglio di quella sua cocente disperazione, di quella sua noia divenuta delirio. Del quando dovesse morire, del come dovesse cercar la morte non si curava; parevagli di dover morire senza sforzo, ucciso dalla fame di tabacco e dalle sue piaghe lebbrose, ch'egli di quando in quando guardava con gioia feroce.
Ma s'egli col tabacco accettava la vita, la lebbra, il carcere, l'eterna solitudine; perchè non andava egli a sfidar la morte per conquistare l'unica gioia che doveva tenerlo vivo? Anche questo pensò Efisio e potè [147] passare molte ore, macchinando un progetto di conquista. Forse Cesare non meditò più a lungo nè con più rabida ambizione per conquistare la Gallia. Aspettar la notte, uscire pian piano dalla torre e come ladro notturno penetrar nel villaggio, cercare di Maria e domandarle in ginocchio un po' di tabacco, o un soldo per comperarlo, e poi ritornare tcolla preda alla sua torre, a godervi la voluttà da tanto tempo sognata invano... Ma se la porta della casa di Maria fosse stata chiusa? Ma se i cani vaganti di notte lo avessero lacerato? Se alcuno lo avesse riconosciuto? La conquista del tabacco poteva essere per lui una forma di suicidio, più facile delle altre, ma non meno crudele...
Le gioie più intense danno all'uomo l'idea dell'atomo, del guizzo del fulmine: gli abissi della disperazione meglio d'ogni altra cosa gli danno quella' del1'infinito. Al fondo di quegli abissi Efisio vedeva la morte e l'aspettava..., senza paura e senza rimorsi, perchè la vita aveva avuto per lui troppe amarezze. Solo voleva morire dopo aver fumato... dopo aver fumato una sola pipa.
Erano venti giorni ch'egli era chiuso nella torre, ed era dimagrato in un modo orribile; mangiava pochissimo, non andava più alla finestra a vedere il mare, non passeggiava più lungo la spiaggia a cercar conchiglie e granchi. Passava le lunghe ore sul suo materasso tutto immerso in una stupida disperazione; non distingueva più le ore calde dalle fredde e più non spiava i rumori del ponticello. Era un venerdì; il cielo era sereno e spazzato da un vento dei più gagliardi, che fischiava nelle fessure [148] della torre e via se n'andava muggendo con larghe folate per la pianura. Una nube lontana; calda e lucicante di lampi prometteva un temporale nella giornata.
Verso il mezzogiorno parve ad Efisio di udire un batter di piedi sul ponticello, proprio come quando Maria era venuta col vino e col tonno; ma il vento dl quel giorno lo rendeva più sordo ancor del solito, più dell'usato diffidente dei suoni. E poi tante e tante volte aveva creduto di udir quei piedi e tante volte era corso al ponte e ne era ritornato col cuore sanguinante e coll'e mani vuote. Non si mosse dal materasso e lottò per più ore con questo pensiero: "La Maria è venuta, ma io non vado a veder che cosa mi abbia portato. Essa non è venuta ma io non mi lascio più canzonare: voglio morire dl fame, disperato, voglio morire come un cane, morire come sempre ho vissuto. La Maria... anch'essa è come tutto il mondo. Si ricordò una volta del suo vecchio amico e gli portò un dono gentile, ma poi fu scoperta forse, e non ha più coraggio di ritornare... o si è scordata affatto di me. Eppure io molte volte ho patito la fame per comperarle il caffè e lo zucchero. Essa lo ha il caffè e lo zucchero, e perchè mai dovrebbe ricordarsi di Efisio, che non' ha più tabacco?" - E giù per una scala precipitosa di rancori egli ripiombava in quell'aria senza tempo tinta, che è lo strazio cupo del cuore, senza rimbombo e senza lampi, senza convulsioni e senza scossa; qualche casa di amaro e glutinoso, che muove con pigra onda sopra un'anima lacerata.
Intanto era venuta la sera e il temporale si era [149] fatto padrone del cielo: lampi, tuoni, goccioloni di pioggia così grossi da scavar nella polvere tane da formicaleoni, poi silenzii brevi ma sonni; poi torrenti di pioggia fitta, che flagellava la terra e sembrava voler seppellire la torre. "E perchè un fulmine non mi piomba sul capo e mi stende morto, diceva Efisio; perchè il carcere non crolla sopra di me e mi uccide e mi seppellisce in una volta sola? - Nessuno avrebbe più bisogno di incomodarsi per recarmi il pane e l'acqua, ed io non avrei più bisogno di tabacco." Efisio aveva la febbre, già da più giorni, febbre di fame e di dolore, di quelle che sanno uccidere un uomo che voglia morire. Quell'acqua fresca, che a torrenti lambiva le pareti della torre, e gli mandava a folate le sue aure vivificanti giù per gli ampii suoi finestroni, gli diedero voglia di prendersi un bagno temporalesco. Balzò sul ponte a lavarsi in quei torrenti del cielo, ma inciampò in una pietra. Pensò che qualche maligno l'avesse gettata al suo indirizzo e la smosse col piede ma il piede trovò sotto il sasso un non so che di molle. Si chinò a toccare... "Dio santo! Dio misericordioso! Maria, Maria!" - Era un cartoccio di tabacco. La pietra pietosa lo aveva coperto onde il vento della giornata non l'avesse a disperdere...
Efisio era troppo malato nel sangue e nel cervello per credere subito che quel tabacco fosse proprio tabacco; ma fra lo sgomento indicibile d'ingannarsi e la sete ardente di una voluttà infinita che l'aspettava, pensò a salvarsi dalla pioggia e corse nella torre; fiuto, masticò... era proprio tabacco; tabacco bagnato, ma era tabacco.
[150] Efisio s'inginocchiò, guardò nella direzione del villaggio, lanciò mille baci uno più ardente dell'altro a Maria, la benedisse mille volte e poi guardò in alto verso quell'excelsior, che sentono tutti gli uomini e che battezzano con tanti nomi diversi. Levò la pipa, baciò la M con fervore, con ardore, con un sensualismo delirante; poi alla pietra focaia, all'esca; ma tutto era bagnato; pipa, esca, acciarino, tabacco. Egli era balzato dai tormenti dell'inferno nelle delizie del paradiso; egli sentiva la gioia palpitare sotto le sue mani impazienti; sentiva fremere fra le dita la voluttà, ma non poteva stringere le dita...
Accese colla paglia strappata dal materasso un focherello nel cantuccio più protetto della sua torre e dieci volte il vento glielo spense. Chiuse col materasso, cogli abiti le fessure al vento; riaccese il fuoco, e vi asciugò il suo tabacco, e più volte lo bruciò. In camicia, battendo i denti per la febbre e per il freddo, egli riuscì dopo una notte di lotte ad accendere la pipa.
Il fuoco era spento, e il temporale taceva. Nella buia notte della torre non si vedeva che una pipa abbronzata che all'alterno ravvivarsi del fuoco lucicava fra le tenebre. E quella pipa era così rabbiosamente accesa, che col candor della bragia partivan scintille e il fumo biancheggiava sul fondo nero dell'oscurità. A quel bagliore intermittente si vedeva comparire e sparire il volto nero e sudato di un uomo, e in quel volto due occhi scintillanti come il fuoco della pipa; di un uomo in camicia, mezzo delirante e mezzo felice; cioè tutto felice, dacchè la [151] gioia nei suoi gradi maggiori è sempre un delirio.
Quell'uomo ballò colla pipa, carolando colle spire del fumo e alternando le cadenze di una canzone colle scintille del fuoco della sua pipa; poi troppo ristretto là dov'era per chiudervi tanta gioia, escì dal finestrone, guardò il mare che rompeva la sua ultima onda ai piedi del suo palazzo e fra i crepacci delle nubi vide sorgere il verde marino di un'alba fresca e ridente. Coi capelli al vento, alzò il suo volto raggiante di beatitudine al cielo; lanciò quattro nembi di fumo; sfidò la natura e gli uomini; benedisse la vita e poi lanciò un grido selvaggio di folle voluttà; un grido olimpico, che andò a perdersi per gli spazi infiniti del mare.
Efisio poteva vivere: egli aveva una donna che lo amava, una pipa che lo inebbriava; egli aveva involato al sole un raggio di quella luce di cui ha bisogno ogni figlio di Prometeo.