Paolo Mantegazza, "Quadri della natura umana - Feste ed ebbrezze", 1871, 2 voll., Milano, Bernardoni Edit.
[Vol. I, pag. 114]


CAPITOLO V.

Una tertulia all'Asuncion.



Era ancora nel mese d'aprile, ed io era sempre all'Asuncion del Paraguay. Io stava di buon mattino cullandomi nella mia amacca, nido de' miei ozii e dei miei pensieri, quando sentii picchiare alla mia porta e un mulatto in livrea entrava poco dopo tenendo rispettosamente in mano il suo cappello, e porgendomi una letterina profumata. Era un invito ad una tertulia, che si dava quella sera in casa di miss Elisa L...., donna bellissima e seducentissima, che in questi ultimi anni ha esercitato, col suo ingegno e la sua grazia, una grande influenza nelle vicende politiche del Paraguay. A tanto invito non si poteva dir di no, e mentre io, rizzatornmi sull'amacca, mi era messo a scrivere il sì della mia risposta, guardavo sottecchi quel criado, che sotto la sua scorza di bronzo affumicato sentiva palpitare la vita di due intelligenze, sentiva scorrere il sangue di due razze umane. Io non ho mai potuto vedere un mulatto senza commuovermi, senza contemplarlo, senza fermarmi a lungo e con amore su quel problema vivente, che fu [115] capito poche volte dai fisiolegi, che lo studiarono come una forma dell'uomo e fu mal descritto dai viaggiatori e dai poeti. Il mulatto è un bianco su cui la natura crudele ha gettato un pugno di fango africano, è un pezzo di marmo pario bruttato da una macchia, è il frutto bastardo di Prometeo con una scimmia. Questo vi dicono i conquistatori dell'America, i padroni di schiavi, i puritani della sagrestia e gli arcadi del sentimento. Ma quel giudizio è una menzogna, quell'accusa è una bestemmia. Formulata da tempo nel proverbio spagnuolo no te fies ni á mula ni á mulato (non fidarti nè della mula nè del mulatto), vuol essere cancellata dal giuri della scienza e dalla fratellanza delle nazioni.
Il marmo greco e il fango delle paludi africane entrano in diversa misura nel crogiuolo dove si fonde il mulatto; ma il marmo vince sempre il fango, e per ragione della più giusta e della più santa delle anistocrazie. Il mulatto più negro del mondo sa di avere nelle sue vene del sangue bianco e ne è superbo; egli si sente un gradino più in su dell'africano nella scala degli uomini, e la scintilla di quella razza, che deve conquistare tutto il pianeta, anima e riscalda il fango della palude. Il mulatto ricorda sempre l'origine etiopica, ma dà la mano al popolo dei conquistatori; è una protesta perpetua del bene contro il male; è un'ambizione a mezzo soddisfatta e che si mantiene sempre pruriginosa e impaziente. Egli ha un piede nel mondo delle scimmie e un altro nei mondo dell'intelligenza; ha i sensi caldi e la pelle oleosa; ha gli amori e gli odii della belva; ma ha la molla dei pensiero e l'opero[116]sità ambiziosa dell'europeo; e la sua vita un continuo sforzo; è più che uno sforzo, è una tortura in cui l'uomo bianco respinge l'uomo nero. Imaginatevi un galantuomo obbligato a vivere in galera stretto alla stessa catena con un briccone, imaginatevi una farfalla che batte le ali umide e ancora accartocciate per distaccarsi dalla crisalide del verme che ancora per metà la rinserni, e che pur non riesca a svincolarsene; e avrete la formola vivente del mulatto.
S'egli è diffidente, sospettoso, talvolta ipocrita, è perchè si sente sul collo il piede di un'altra razza, che gli è legittimamente superiore. Se spesso si vendica colle parole del maledico o col braccio dell'assassino, è perchè ha molti debiti da pagare a chi lo insulta e lo avvilisce. Il sospetto e la umiliazione, quando durano a lungo, quando diventano l'aceto e il fiele d'ogni giorno e d'ogni ora, bastano a contorcere il carattere più intiere e più onesto; e d'aceto e di fiele si nutrono ogni giorno i mulatti, dove sono frammisti ai negri, ai quali sono uniti, e ai bianchi, ai quali non possono appartenere. Ma quando essi formano la parte principale d'un popolo, quando non arrossiscono di trovarsi fra cento e mille che son come essi bastardi, come essi grigi, come essi infelici; allora la loro natura si raddrizza a dignità sicura, e allora vi dimostrano come l'amore, fra i tanti suoi prodigi, fondendo in un sol crogiuolo il figlio di un paria e il figlio di Prometeo, ne cavi un altr'uomo che è bello, che è intelligente, che è robusto, e che solo potrà fecondare e abitare quella larga fascia ardente che gira intorno al bellico del nostro pianeta. [117] Ma mentre io sto dissertando sul mulatto medio, come direbbe Quetelet, il mulatto individuo, che era il criado di miss Elisa, avea già preso la sua risposta e se n'era andato per i fatti suoi.
Quella sera, messomi in giubba, in cravatta bianca e guanti gialli, vera livrea dell'uomo civile che conviene indossare anche al Paraguay, mi dirigevo alla tertulia.
La tertulia dovrebbe essere un convegno amichevole, una conversazione; ma spesso sotto il suo nome modesto si nasconde un ballo, e la tertulia di miss Elisa era precisamente una di queste modeste reticenze dell'alta aristocrazia.
La casa in cui si dava la tertulia era, come le altre, di un solo piano terreno, col solito zaguan, con un primo cortile, su cui si aprivano le camere principali, e con un secondo cortile, che poteva sembrare un giardino. Quella sera il primo cortile era stato trasformato in una sala, piena di tappeti, di luce e di fiori. Tutto all'ingiro si vedevano conto festoni di liane strappate alle vergini foreste, e che imbalsamavano ancora l'aria de' loro agresti profumi. Nello sfondo si apriva il secondo cortile che, illuminato con luce più tranquilla e più incerta, mostrava un gigantesco arancio, che attraverso alla luce sfolgorante del zaguan pareva tutto nero, quasi fosse di bronzo. E ai piedi di quell'arancio così gigante da sembrare una quercia, cresceva il cespuglio d'un floripondio, che dalle sue cento campanelle di neve distillava le sue essenze inebbrianti. Fra i due cortili che si vedevano insieme, ma che erano due quadri ben diversi, stavano quattro [118] banani che rompevano colle loro foglie smisurate l'ordine soverchio della prospettiva e davano alla scena l'aspetto tropicale.
A destra si entrava nella sala, addobbata con tappeti di Persia, mobili di bronzo dorato, porcellane di Sèvres, quadri di artisti italiani; tutto il lusso, in una parola, di uno dei primi salons di Parigi. Là le signore attempate e gli uomini congedati dalla gioventù chiacchieravano, mentre le señoritas e i giovani aspettavano imipazienti l'ora del ballo. In un salotto vicino, il cembalo, i violini, i fiori pioventi a profusione da vasi giganteschi sospesi nell'aria o in tazze di porcellane dorate; fiori sui tavoli, sulle finestre, dappertutto. Se porte e finestre non fossero state aperte, in mezzo a quei profumi si avrebbero avute le vertigini; e aggiungete che le señoritas, come degne figlie dell'Andalusia e degnissimo nipoti dell'Oriente, gettano a profusione sui loro fazzoletti essenze senza fine, sicchè i profumi dell'arte venivano a confondersi voluttuosamente in una sola atmosfera con quelli della natura.
Quanto era svariata e interessante la fisonomia di quella società! L'inglese di Londra e il figlio ribelle dell'Inghilterra di Washington; il francese di Parigi e il creolo francese; l'italiano di Genova e l'italiana di Monza; lo spagnuolo, l'argentino, il meticcio paraguayo, il mulatto e il negro si davano la mano e si stringevano insieme nel breve giro di una sala elegante, e godevano insieme dell'armonia di un'unica festa. È verissimo che il mulatto serviva i rinfreschi e la negra apprestava [119] il mate; è bensì vero che nei posti e nel contegno si vedevano chiaramente assegnati i gradini di una gerarchia inesorabile ad ogni razza e ad ogni uomo; ma in quella festa nessuno odiava, nessuno soffriva; e l'equilibrio di cento forze, raccolte nel giro di piccolissimo spazio, non era punto turbato. Esse oscillavano tutte ordinate e armoniose intorno al centro della padrona, che amabilissimamente e colla grazia di una regina faceva gli onori della sua casa.
Mi fermai più a lungo a studiare la fisonomia dei cittadini legittimi dell'Asuncion, dei veri creoli del Paraguay, che son tutti figli del sangue spagnuolo e del sangue guaranico, mescolati nella coppa dell'amore fino dai primi tempi della conquista. I Paraguayani son bella gente: alti, robusti, pallidi ma bianchi, coi capelli neri, un po' grossi e che rammentano l'origine indiana, di occhi piccoli, neri, vivaci, orizzontali, e barba più spesso rara che folta; con fisonomia poco mobile, ma piacente. I zigomi sono spesso più salienti che fra noi. Le donne più belle degli uomini, pallide, con capelli lunghissimi e fini; con mani e piedi piccolissimi; corpi voluttuosi e ben formati, con fisonomia spagnuola temperata da freddezza indiana. Più d'una volta il sangue andaluso vince affatto la parte indigena, e allora avete la Eva spagnuola in tutta la sua sfolgorante bellezza di volto e di corpo; avete gli occhi di fuoco e le lunghissime ciglia, e la bocca piccina adombrata da molle lanuggine e il sùbito infuocarsi del volto; pallido nella calma, ma d'un pallore pien di vita, che si conosce solo in Oriente o nella penisola iberica. Molta intelligenza, poca [120] coltura; molta sincerità e onestà di carattere, come in quasi tutta l'America spagnuola.
Un'altra cosa avevo ad osservare, scorrendo lo sguardo nei gruppi di quella famiglia, ed era il numero infinito dei figliuoli; fatto comune in tutti quei paesi. Malthus non vi è conosciuto neppur di nome, e la vita facile e agiata, e la temperanza, che è virtù nazionale, tolgono ragione ad ogni reticenza di amore, ad ogni calcolo di previdenza1. Ed osservava ancora la singolare freschezza che conservano le signore del Paraguay anche ad età inoltrata e vivendo in clima tanto caldo; fatto che io doveva poi riconfermare nella caldissima provincia argentina di Santiago dell'Estero, e che io affermo, ad onta di quanto ha scritto in questi ultimi anni il Demersay sulla precoce caducità delle donne paraguaye.
Uomini e donne mostravano un vivo contrasto con tutti gli altri abitanti d'Europa che là si trovavano raccolti a quella festa, di qualunque nazione fossero. Essi erano, e nella conversazione e nel ballo, pacifici, apatici, indolenti. Essi rappresentavano in quelle sale la fisonomia del loro paese, che a torto si sarebbe tentati di chiamar stupida.

1 La fecondità degli abitanti del Paraguay ha chiamato sempre l'attenzione di tutti i viaggiatori; i quali però non hanno potuto raccogliere notizie statistiche precise, meno per inerzia che per la poca civiltà del paese. Alcuni giunsero all'ingenuità di dar merito di questa singolare produzione di uomini alla mandioca, radice dolcissima e innocentissima di questo peccato, e che costituisce il principale alimento dei creoli del Paraguay. E' una teoria adamitica da mettere vicina all'altra che voleva che le donne di Solugne fossero più feconde delle altre, perchè mangiano molto grano saraceno. Ben lontana e ben oscura è ancora l'origine di questi fenomeni sociali.


[121] No: lasciando anche da parte quel po' d'apatia che vien loro dal sangue indiano, essi sono inerti per stanchezza. I gesuiti prima, il dottor Francia poi, ruppero quelle vertebre e ridussero a masse immobili quelle carni sotto il giogo della tirannide; ed essi, più che stupidi, mi sembrano stanchi. Anche i forti si stancano; e dopo il dottor Francia una nazione ha bisogno di lungo riposo.
In quest'ultima guerra però i soldati del Paraguay, contro l'aspettaziorìe mia e contro quella del Demersay, che li giudicava incapaci di una guerra offensiva, sostengono ora con molto coraggio l'onore della loro bandiera; fatto che non ci consola, ma che le teorie non possono nè distruggere, nè infirmare. Un popolo schiavo, avvilito da lunga tirannide, sta combattendo contro i valorosissimi argentini, contro i fieri orientali, contro i liberissimi brasiliani, e se non vince, mette a seria tenzone tre popoli, due repubbliche ed un impero più libero di una repubblica; prova sicura che si può vincere anche senza essere popoli civili e senza aver ragione; prova sicurissima che le vittorie, anche dopo quelle di Sadowa e di Sebastopoli, non bastano a misurare la civiltà di un paese.1
Mentre io faceva le mie osservazioni di fisiologo e di medico, e mentre si aspettava la musica per ballare, i servi andavano e venivano portando il tè e il mate, a richiesta dei gusti di ciascuno. Erano due gusti e due civiltà che si contrastavano il terreno. Gli stranieri pigliavano tutti il tè, che

1 Come si vede, questa festa fu descritta parecchi anni or sono; ma l'autore ripensa oggi senza rimorsi quel che pensava allora.


[122] - rammentava loro la patria lontana e le tertulias di Parigi, di Londra, di Milano, e respingevano il mate, perchè doveva sorbirsi da tutti in un'unica cannnccia; e così pigliavano il tè i lyons dell' Asuncion, i giovani che aspiravano a cose nuove, a nuovi costumi, e le señoritas che leggevano i romanzi francesi tradotti in cattivo spagnuolo. Pigliavano invece il mate, succhiandolo lentamente dalla cannuccia d'argento, i conservatori, i figli e le figlie del paese che eran giunti a quell'età in cui si ama più il ricordare l'infanzia che il pensare all'avvenire; in cui si diventa custodi del passato e barricate del presente che vuol correre troppo.
L'estrema Chinai sotto forma di Thea sinensis, l'America indiana, sotto forma di Ilex paraguayensis, davano però all'uomo uno stesso succo, reso eccitante dalla caffeina, sicchè per diverse vie i nervi di tutti erano scossi nella stessa misura; erano intonati, direi, ad un'unica nota; battevano lo stesso tempo.
Finalmente la musica si fece sentire, e colla magia della sua potenza unificatrice, strinse ancor più vicini quegli uomini di tanti paesi, di tante razze, di tanti gusti diversi, per riunirli nell'atmosfera di una gioia comune. L'inglese irrigidito ballava colla creola voluttuosa e l'argentino ardente colla molle paraguaya; e lo spirito dell'antica Grecia, e le armonie della civiltà caucasica davano colore e tono a tutto quel quadro animatissimo dai cento colori.
Come era bella quella festa! Come era inebbriante veder passare in rapido giro dietro le foglie gigantesche del banano i merletti e le trine splendide [123] come l'argento, tessute a Parigi e a Bruxelles; come era voluttuoso vedere il quadro del lusso europeo risaltare nella selvaggia cornice della natura americana; quanto era bello il contrasto del mare di luce del primo cortile collo sfondo nero nero del secondo, dove sull'oscura tela dell'arancio spiccavano i bianchi veli delle ballerine, che andavano colà a cercare un po' di frescura e a parlar parole d'amore, nascoste dall'agitar convulso dei loro abanicos. Noi eravamo a poche miglia, anzi a pochi passi dal deserto, da cui ci divideva soltanto l'acqua di un fiume ristretto; noi eravamo in piena Parigi, ma alle porte del Gran Chaco, dove qualche indiano stava forse in quel momento sgozzando una cavalla, per sorbirne dalle vene beanti il sangue ancor vivo, e per lavarsene poi mani e faccia e ogni cosa. Quando i nostri figliuoli avranno tutto livellato, quando avranno coltivati i deserti e le foreste, cercheranno nuove forme di poesia e di contrasti; ma a noi, ultimi figli del medio evo, riesce voluttuoso, inebbriante toccar con una mano l'aspra e vergine natura, accarezzando coll'altra le molli sete dei moderni Sardanapali.
Ad una certa ora della notte comparvero anche i pasticci di Strasburgo, preparati a Parigi; comparvero le confetture di Londra, e perfino i prosciutti di Vestfalia; e tutte queste delizie della cucina europea navigavano a gonfie vele in un oceano di vino di Champagne, giunto sano e salvo attraverso due emisferi. Nelle sale di miss Elisa si mangiava e si beveva come da Véfour o da Very, ma fra le orchidee e le palme.
[124] Anche al Paraguay l'acido carbonico e gli eteri dello Champagne sciolgono la lingua e il cuore alle liete parole e alla gaia fantasia, e il chiacchjerio diventava più espressivo e più tempestoso; ma in nessuno di quei crocchi si parlava di politica. Tentai a molte riprese il terreno, lo tentai là dove le libazioni più generose avrebbero dovuto renderlo più facile ai miej scandagli; ma nessuno rispondeva alle mie domande; nessuno si lasciava pigliare alle mie tentazioni. Il mutismo più completo era la parola d'ordine di quel ritrovo; e là, fra quelle luci, in mezzo a quella gioia lussureggiante, si sentiva ancora la fredda ombra del dottor Francia. Ognuno sospettava , diffidava e temeva; e l'orecchio della spia imponeva a tutti il silenzio. Il silenzio però fra quei buoni cittadini dell'Asuncion non era un dolore; era un'abitudine, resa facile dal lungo uso. La molla dello spirito pubblico era spezzata; conveniva rifarla con lunga arte e molto amore.
Invece dappertutto e con franchezza insolita fra noi si parlava di amore. Ogni donna aveva il suo querido e con lui parlava sola, o combatteva coi frizzi e le arguzie gli attacchi di più adoratori. E chi non aveva la fortuna di avere una cairola, dava las quejas alla sua simpatia; e chi non era più in età di far all'amore jaleaba los otros, scherzando coll'uno o coll'altro sulle simpatie già conosciute, o che allora allora stavano nascendo. Nessuno di noi crederebbe come nell'America spagnuola si possa per lunghe ore parlare della simpatia dell'uno e dell' altro, ed ora ingenuamente, or maliziosamente scherzare sugli amori del prossimo.
[125] Se però l'argomento poco variato della conversazione è indizio sicuro di poca coltura e di poca esperienza nei godimenti più nobili dell'intelletto, è pur vero che la massima fra le passioni umane si coltiva in quei paesi con assai più di franchezza che da noi; sicchè i matrimoni riescono rare volte simonie dell'amore, e la società, perciò più sincera, è anche più morale. Nè mi vogliate citare qui la grossa cifra dei figli illegittimi di quei paesi; perchè io vi direi che l'infanticidio vi è sconosciuto, e che quella società non ha la piaga gangrenosa dei gettatelli, e che tutte, tutte le madri amano i loro flgliuoli, e non se ne vergognano. Questa, agli occhi miei, è di certo miglior morale della nostra.
Le danze, il canto, lo Sciampagna e le chiacchiere si intrecciavano fino a notte inoltrata, ed ognuno ritornava alla casa sua contento di quella festa. Quant'era diversa da quella a cui io avevo assistito pochi giorni prima sulla playa de los Payaguas!