Paolo Mantegazza, "Quadri della natura umana - Feste ed ebbrezze", 1871, 2 voll., Milano, Bernardoni Edit.
[Vol. I, pag. 99]


CAPITOLO IV.


Una festa selvaggia nel Paraguay.



Era il mese d'aprile ed io, stabilitomi già da parecchi giorni nella capitale del Paraguay, era divorato dall'impazienza di visitare gli Indiani Payaguas sul lembo della spiaggia che è loro rimasta; ultima elemosina concessa dagli invasori spagnuoli, e che fra non molti anni servirà di letto alle loro ossa. Io li aveva già incontrati parecchie volte nelle vie dell'Asuncion e me li aveva fatti amici, regalando loro sigari, acquavite e algunos reales; e aveva promesso di restituir loro la visita. E il mio desiderio vivissimo di conoscere gli ultimi avanzi viventi di una potente nazione; di raccogliere le ultime reliquie di un popolo che si spegne si sarebbe subito tradotto in azione, se invece di trovarmi a 24° di latitudine sud mi fossi trovato a 45° di latitudine nord. Ma al tropico, specialmente quando l'atmosfera è umidissima anche senz'essere avvelenata dal miasma, si desidera assai e poco si lavora. Anche il determinarsi a rompere il riposo o la contemplazione, che ne è spesso una forma elevata, stanca e fa male.
[100] Io stava allora studiando il guaranì colla buona intenzione di impararlo onde poter parlare e trattare famigliarmente colla gente minuta, cogli uomini della campagna; ma quella lingua così oniginale mi stancava ed esauriva tutta la mia energia; sicchè più non me ne rimaneva per volere e per agire. Quando riusciva a montare a cavallo, quando giungeva all'energia di lasciarmi portare dalle quattro gambe del mio parejero, io mi credeva già un eroe e contemplando le palme, le banane, lo splendido colle di Lambarà tutto coperto di una vegetazione così lussureggiante da non lasciar vedere la terra, e ammirando ogni cosa come attraverso ad una cappa oleosa da cui mi sentiva circondato, assorbiva tutte quelle mille sensazioni; senza rispondere a quel saluto del mondo esterno, a quelle carezze della natura con una sola idea, con una sola risoluzione. Io mi sentiva isolato, sospeso, e inebbriato da una atmosfera molle, vellutata, spugnosa che mi rendeva cara la vita senza bisogno di pensare e di agire. Io, che ho l'ozio in orrore, quasi fosse un delitto, poteva oziare al Paraguay e sapevo oziare senza rimorsi, soavemente, beatissimamente. Immaginate di essere immersi in un bagno tiepido e profumato, fumando un delizioso sigaro di Cuba che vi tenga sospesi fra le nubi di un voluttuoso sonnecchiare; immaginatevi di sentirvi tutto vivo, ma senza moto; tutto stanco, ma senza, dolore; tutto piacere, senza che parte alcuna del vostro corpo goda più delle altre; tutto pigrizia e tutto delizia, e avrete una pallida immagine degli ozii beati e fisiologici del tropico. Io in quei giorni [101] avrei voluto studiare profondamente il guaranì, ma la sola idea di stancarmi mi faceva male; avrei voluto visitare i Payaguas sulla loro playa, ma l'idea di muovermi mi faceva paura, ed io passava le lunghe ore, cullandomi nella mia morbida amaca di cotone, resa ancor più elastica da due lunghe corde di crine; e non vivea che ad occhi socchiusi, a cuore socchiuso, a mente socchiusa.
Ma sorse un giorno, in cui ridivenni un eroe, e pigliato a quattro mani tutto il mio coraggio d'uomo nato a 45° di latitudine nord, volli, e fortissimamente volli, visitare i Payaguas; balzai dall'amacca e di buon mattino mi diressi alla riva del fiume. La strada mi parve lunga, pensai per la centesima volta che al tropico l'uomo non può nè deve adoperare le sue gambe, bestemmiai contro i marciapiedi dell'Asuncion, che sembravano morene di ghiacciai e contro il pavimento delle vie fatto di arena finissima, che brucia come quella del deserto quando fa sole, e si converte in torbido torrente, quando gli aquazzoni di quel cielo di fuoco innondano la città.
La gente decente a quell'ora era a letto, ruminando gli ozii del dì innanzi e meditando altri ozii per l'indomani. Per le vie vedevate las beatas che andavano a messa imbacuccate nel rebozo di seta delle Indie e le criadas che ritornavano dal mercato, portando sul capo la provvista per un'intiera famiglia e che a me avrebbe appena bastato per una modesta colazione: poche banane, due radici di mandioca e un pezzo di chipá, specie di pane assai indigesto, benchè saporito, fatto d'amido e di cacio; ecco tutto.
[102] Le criadas delle famiglie più agiate portavano anche un pezzetto di carne, che un inglese avrebbe fatto scomparire in due bocconi. E incontrava anche il curandero che col suo ronzino, il suo staffile a martello per picchiare alle porte e la sua faccia atteggiata all'espressione della scienza, della prudenza e della magia, a piccolo trotto s'avviava a visitare i suoi malati, serpeggiando fra i cento carri pesanti e stridenti che a due o a quattro bovi portavano legna, pietre o tabacco. E incontravo gli uomini del piccolo commercio e i popolani, che col loro cappello a cilindro sotto il sole del tropico e il loro chiripà di lana rossa scarlatta, che cingeva loro le reni e i calzoncillos (mutande) che dalla metà delle gambe in giù portavano una lunga frangia di fili di cotone per scacciare mosche e zanzare dai piedi e dalle parti vicine non difese da alcun indumento, m'avevano l'aria più grottesca del mondo. Nel Paraguay si ha un salutare orrore per le calze e le scarpe, e ad onta delle pietre infuocate delle vie, ad onta delle arene profonde, ad onta del terribile pique (pulex penetrans) convien salire alle classi più alte della società per trovare chi si sottoponga al crudele martirio di chiuder le gambe nella scorza d'una calza e il piede nell'astuccio d'una scarpa. Più volte, vedendomi venire incontro una signora vestita di seta, con anelli di brillanti alle dita e una bellissima catena d'oro al collo, giunto vicino ad essa scendevo dall'alto marciapiedi e fingendo raccogliere dal suolo una cosa cadutami di mano guardavo maliziosanwnte sotto quelle gonne di seta, e i miei occhi non trovavano nè calze nà scarpe.
[103] Ed io tiravo innanzi e mi fermava a guardare sulle porte delle case o sotto il portico che sta loro innanzi sostenuto da neri tronchi di palme, il pacifico cittadino che, svegliatosi allora, si faceva sulla soglia con un sigaro nella mano e col mate nell'altra; e spesso in mutande e ciabatte contemplava il cielo e la via, alternando le sue profonde meditazioni con un sorso dell'infuso eccitante o con un buffo di fumo narcotizzante. Forse quell'uomo felice, frutto fortunato di due ozii incrociati, ozio distillato e vivente del padre spagnuolo e della madre guaranica, pensava con rimpianto all'epoca beata e non ancora lontana, in cui tutti i cittadini dell'alma repubblica del dottor Francia sospendevano le loro amacche fuori del corredor della casa o portavano i loro letti in mezzo alla via, dormendo i loro sonni a ciel sereno, e passando in pubblico anche le ore più intime della vita. Mentre quel buon uomo rimpiangeva il passato, io come fisiologo meditavo altre cose, e vedendo nelle sue mani due alimenti nervosi opposti, cioè un caffeico e un narcotico, e dei quali a brevi intervalli alternava il godimento, pensavo che quel cittadino della China americana aveva, senza aver letto la fisiologia del piacere, trovato una delle più ingegnose combinazioni dell'arte di godere, solleticando i nervi in maniera diversa, ora pungendo ed ora accarezzando i sensi. E come medico pensavo che nella pancia e ne1 cervello di quell'uomo le due gioie incontrandosi insieme si avrebbero fatto equilibrio, in modo da aversi una sottrazione e non una somma; a un dipresso come avviene all'Europeo che fuma mentre [104] piglia il caffé, o come il sibarita che vi mesce il laudano.
Intanto fra l'una e l'altra osservazione io era giunto al fiume, dove in una specie di seno che forma una rada vedevo ancorati parecchi legni argentini, inglesi, francesi e italiani. Questi ultimi erano però in maggior numero degli altri, ed io, che a quel tempo avevo lasciato la patria ancora ravvolta nel lutto di una bandiera gialla e nera, tripudiavo, vedendo su tanti trabaccoli sventolare alle prime brezze del mattino la nostra bandiera tricolore portata in quelle lontane regioni da quei Liguri, che per la fortuna d'Italia dovrebbero soverchiare le altre razze troppo stanche d'aver molto vissuto o troppo malate d'aver mal vissuto; da quei Liguri, che hanno donne bellissime e uomini di ferro, e che hanno forse nelle loro vene l'aspra fierezza dei Normanni e l'instancabile operosità commerciante dei Fenici.
Dalla parte di quei trabaccoli venivano alle mie narici forti emanazioni di merluzzo e di cipolle, che uomini dal volto abbronzito e rugoso preparavano alle loro bocche affamate e ai loro robusti ventricoli; ma gli sbuffi acri e piccanti di quelle cucine marinaresche eran coperti a quando a quando dal profumo penetrante dei milioni di arancie, che stavano nascoste nelle viscere di quei legni genovesi. Il mattino è la giovinezza del giorno, ed io ho trovato sempre un vivo interesse nel contemplare la vita che incomincia; quando si desta e non è ancor stanca; quando si ha ancora la speranza e non c'è ancora il disinganno.
[105] E' bello veder svegliarsi una nave, come è bellissimo vedere il primo risveglio d'una capanna, d'un villaggio, d'una città.
Domandai una lancia al brick italiano l'Unione, e il capitano Frumento cortesissimamente volle egli stesso accompagnarmi con due marinai, dicendomi che si ocorreva talvolta qualche pericolo nel mettersi solo in mezzo a molti Indiani rapaci o ubbriachi e che, lontani dagli occhi dell'autorità poliziesca del Paraguay, avrebber potuto farmi soprusi o violenze. Accettai con viva riconoscenza la gentile offerta, e, guizzando sulle acque del fiume, in poco tempo approdammo alla playa che era lo scopo della mia gita.
In quel giorno io era proprio fortunato, perchè, giungendo alla riva, m'accorsi subito di essermi imbattuto in un giorno di festa per i Payaguas, i quali ballavano, cioncavano e schiamazzavano alla distesa senza paura e senza ritegno. Io dunque mi sentiva felice di poter assistere ad una scena della vita selvaggia, di potere ammirare da vicino un quadro della natura umana. Il perchè si facesse quella festa non seppi nè in quel giorno nè poi; ma credo di indovinare che, ben lungi dal ricordare un mito della religione o una gloria della patria, non era che un tributo all'agua ardiente, raccolta in più larga copia del solito, e offerta dai pochi che se l'avevano guadagnata col lavoro ai molti che se la bevevano senza fatica.
Su quella spiaggia erano sparsi qua e là in gruppi disordinati le abitazioni dei Payaguas, più semplici della tana d'un orso, più aperte d'un nido. La casa [106] dell'uomo doveva in quel luogo arrossire dinanzi alla ossa della belva e dell'uccello. Pochi tronchi d'albero che non erano giunti neppure alla dignità di pali, ma colle loro scorze e coi rami spazzati; e su quelle colonne d'architettura adamitica un graticcio d'altri tronchi minori e rami e foglie di palme; quanto bastava insomma per riparare dal sole verticale e per filtrare i rigagnoli della pioggia in goccie minute. Sul suolo pelli di yaguar, di capinchos, di aguarà-guazù, di oso hormiguero e d'altri animali selvaggi; e sparse su quelle pelli stoviglie grossolane, zucche foggiate in diversa guisa e che facevano da bottiglia, da bicchiere, da vaso, da scatola, un po' di tutto; e appesi alle colonne di quelle casele armi e il filo del chaguar e le corde e i pochi cenci che facevan da vestito.
A destra sotto il tetto di un toldo maggiore degli altri, era il grosso della festa, mentre a sinistra si vedeva noi gruppi di fanciulli che giuocavano, che si seppellivano sotto l'arena l'un l'altro, o ballavano di soppiatto, e a carpone avvicinandosi alla cucina strappavano colle piccole loro unghie qualche lembo di carne ad uno dei tanti animali arrostiti, che giacevano sul suolo.
La cucina era degna in tutto di quel luogo e di quella gente; alcune pietre per terra e su di esse tizzoni non ancora spenti, e che mantenevan caldi i singolari manicaretti che vi stavan vicini. Ed eran questi grossi pesci, grossi yacares (caimani) squartati, capinchos e scimmie. Gli alligatori predominavano sull'altro selvaggiume minore, e coi loro denti ancor bianchi di mezzo alle fauci nere [107] nere, e colle loro membra contorte mi sembravano draghi abbrustoliti nelle lave dell'inferno. Dal loro ventre stillava un adipe aranciato e scorreva su quelle carni fetide e immonde, quasi sego che colasse sopra un bronzo affumicato. Tutta quella selvaggina era cotta direttamente sul fuoco e infilata sopra spiedi di legno. Erano vestali di quel fuoco e custodi di quei cibi le donne dei Payaguas, escluse dalla festa e dai piaceri dell'ebbrezza, che da quelli Indiani son creduti degni soltanto del sesso forte. Di quelle donne alcune eran vecchie, altre giovani; ma tutte brutte, molte ributtanti. Si vedeva chiaramente che la festa era in sull'ultimo stadio, in cui il ventricolo era già soddisfatto e l'orgia barbaresca segnava le ultime note colla sola ebbrezza alcoolica. Quei caimani e quei pesci arrostiti erano il rifiuto dell'abbondanza satolla, erano una delle espressioni più semplici di tutte le feste che, dalla capanna del selvaggio fino al palazzo del re, vogliono che l'uomo nuoti e gavazzi in un'insolita abbondanza.
Voleva portarmi subito a destra, dove le grida selvaggie e il suono dei barbari strumenti mi chiamavano a godere della festa; ma le cuciniere vollero vendermi i loro orecchini, le loro freccie, le loro stoviglie; ed io per non perder tempo e per non saper rispondere con altra lingua che con quella della borsa, comperai, pagai e mi sottrassi alle loro importune insistenze.
Sotto il gran toldo del Cachique, che in nulla si distingueva dagli altri toldos che per essere maggiore, la festa era rumorosa, frenetica, delirante.
[108] Eran tutti ubbriachi, e quegli uomini per l'età diversa, e per aver diversamente bevuto segnavano tutte le note dell'ebbrezza, dalla più sfumata alla più tremenda. L'orchestra era fatta tutta quanta di zucche, che or lunghe e sottili facevano da flauto e da trombe, or grosse e coperte da una pelle facevano da tamburro, e or piccine e piene di sassi mescevano a tanto ditirambo di rumori un monotono gin gin gin. Quelle zucche davano note basse e cupe e tremende; e i musici, battendo colle nocche delle dita e soffiando, accompagnavano quella musica gridando: ta, ta, ta, ta, ta; to, to, to, to. Quella musica sembrava divertire assai quegli Indiani che ballavano, saltavano e si agitavano spaventosamente; mentre alcuni più ubbriachi degli altri e stesi a terra davan il gambetto ai ballerini, con soddisfazione di tutti e grande schiamazzio di risa e con un più fiero raddoppiare di ta, ta, ta; lo, to, to.
Tentai parlare in ispagnuolo, tentai ripescare le poche parole di guaranì che aveva imparato in quei giorni, ma nessuno mi dava retta, e appena alcuni di essi si fermavano dinanzi a me e, ridendomi in faccia con uno sguardo stupido, mi davano una ceffatina o mi tiravano i mustacchi, e poi via seguitavano in quel sabato da stregoni. Le donne non comparivano che ad intervalli per portar l'acquavite, che in piccole zucche si passavano di bocca in bocca, bevendone a josa.
Quanto soffriva in quel momento per non intender la lingua di quei selvaggi, per non poter capire i frizzi e gli scherzi che dovevano pur scintil[109]lare dai loro cervelli bambini sotto l'influenza della musica e dell'agua ardiente! Questo solo capiva che non si poteva ridurre a formola più barbara una festa: ebbrezza, armonia e agitazione dei muscoli; ma quale ebbrezza, quale armonia e quali convulsioni muscolari! Quanto io mi sentiva diverso da quelli uomini, benché io n'è li odiassi né li disprezzassi; e benchè, guardandoli con curioso affetto, cercassi di farmi il più vicino possibile ad essi, di trovare un punto di contatto che me li facesse, se non fratelli, almeno almeno parenti lotani! Essi si inebbriavano come io avrei potuto farlo colla loro pessima acquavite, ma essi mi guardavano stupidamente e senza alcuna curiosità, benchè io non aspettavo in quel momento fossi giunto fra essi, e benchè fossi da essi tanto diverso. Essi erano ebbri ed espansivi più del consueto, ma non invitavano alla festa le loro donne, che come schiave arrostivano i loro caimani, portavano loro il porrongo1 inebbriante. Qual prova di piccola mente, qual segno di strettissimo cuore quello di isolare l'uomo dalla donna, l'uomo dal fanciullo, per in ebbriarsi soli e goder soli dinnanzi alle loro mogli ed ai loro figliuoli, che invidiavano impotenti la festa degli altri. Stabilite come volete la gerarchia di razze e di specie nell'umana famiglia, siate darviniani o monogenisti, vogtiani o ortodossi; ma non negate che vi sono uomini sulla faccia della terra, che non si possono in alcun modo educare,

1 Porrongo chiamasi nell'America Spagnuola un vaso di zucca o di terra cotta per bere; forse dalla voce castigliana porron.


[110] e che, nati per morire selvaggi, sono da noi così profondamente diversi come lo è il gatto dal tigre; il cane dal lupo.
Mi tolsi per un momento da quel tramestìo di uomini che urlavano intorno a me e che mi urtavano senza intendermi, ma fu per me una vera disgrazia; perchè intanto fra le donne ed i fanciulli era corsa la voce che io comperava ogni cosa e che il mio borsellno era ben provvisto di medios e di reales; per cui mi vidi assediato da ogni parte da uno stuolo di venditori, che mi pigliavano per le mani, per il petto; che mi tenevan stretto con grida che io non intendeva punto e che tanto più mi parlavano colle mani quanto meno lo potevano colle parole. Dio buono! Io amo l'uomo sotto tutte le forme, ma in quel momento, sentendomi avvinghiati i ragazzi alle gambe, stretto fra cento megere dalle folte chiome e dalle profonde rughe, mi pareva di essere caduto in un letamajo di sucidi vermi; mi sentiva pieno di schifo e di ribrezzo. Io mi ritirava, mi difendeva colle mani e coi piedi; comperava e pagava, pagava e comperava; ma i venditori crescevano, incalzavano, minacciavano, e pareva che i quattrini facessero crescere in quelle selvaggie la sete del guadagno; ed io incominciava a credere che da venditrici quelle buone donne avrebbero potuto divenir ladre. Il bravo capitano Frumento e i due marinai genovesi mi difendevano il meglio che potevano da quella canaglia e da quelle streghe; ma pressati anch'essi di comperare e di pagare mal reggevano all'ardua impresa. Vi fu un momento in cui due o tre megere più vec[111]chie e più brutte delle altre, trovandosi a me vicine, mentre io toglieva dal borsellino qualche reale per sbarazzarmi da una venditrice, osarono mettere le loro unghie nella mia borsa e le loro mani villose sulla tasca dove stava l'orologio. Senza dubbio il commercio stava per passare in altro campo d'industria; forse ancora quelle donne, portando l'agua ardiente ai loro uomini, non avevano scrupolosamente obbedito alla legge payaguà, che inibisce severamente quel liquido al sesso gentile, e mi sentii raccapricciare all'idea di vedermi far violenza.
Ebbi allora una santa ispirazione, quella di domandare ad alta voce il pay (medico) che già aveva conosciuto e che fra essi costituisce la più alta dignità, e a quelle streghe gridai con quanta forza aveva in petto: Quiero ver el pay, quiero ir à lo del pay. Sia che esse mi intendessero o ch'io riuscissi a trascinarle dove era la festa, poco a poco lottando e spingendo, mi trovai di nuovo portato nel turbine del gran toldo. Là mi venne incontro il pay, ubbriaco come gli altri, ma con tanto di ragione ancora da potermi riconoscere e con tanto di spagnuolo in capo da potermi capire. Egli aveva occhietti luccicanti come due bracie; pareva un furbo che medita un assassinio, e colle sue piume di varii colori e col suo strano collare di conchiglie e di squame di pesce, aveva l'aria d'un mago del medio evo o d'un cerretano da piazza. Mi presentò al cachique, uomo bellissimo ed altissimo, che col suo ampio torace e i neri muscoli mi pareva una statua di Michelangelo abbronzita dal sole, e mes[112]somi all'ombra di quelle due maggiori autorità feci tutto quel di possibile che si può fare fra uomini che parlano diversa lingua, gesticolando e ringraziando. Quei due principi del sangue payagua, che rappresentavano le due forze di tutte le nazioni selvaggie, l'astuzia e la forza, la magia dell'ignoto e il nerbo dei muscoli, mi invitarono a bere al loro porrongo; e poi, non potendo durare più a lungo in quella serietà di contegno che li stancava orribilmente, mi presero fra essi e si misero a ballare furiosamente con me.
Essi dovettero, accompagnarmi fino alla lancia, coprendomi della loro ombra autorevole contro la violenza di quelle megere, e mentre mi stava già imbarcando mi inseguivano ancora, e ancora mi tiravano per gli abiti e afferravano le mie gambe.
Partii di là sorpreso, sbalordito e più ancora commosso da una profonda compassione per quelle creature, che erano così rassomiglianti e pur così diverse da me.
Quando lasciai la playa de los Payaguas era il mezzogiorno e benchè fossimo in autunno, faceva un sole così ardente che sarebbe stata impresa eroica il ritornare in città.1 Il capitano Frumento volle aggiungere cortesia a cortesia, e mi invitò a

1 Nel Paraguay l'alta temperatura è resa più insoffribile per l'umidità di cui l'atmosfera è quasi sempre satura. Per otto mesi dell'anno si ha in quel paese una temperatura media di 29 a 30 C., ma può giungere anche a 38 e a 40. Nei mesi più freschi, dal giugno all'ottobre, il termometro verso la metà del giorno oscilla fra 15 e 20, ma può segnare anche 25 e 30 quando soffia il vento nord. Quando insieme al calore si ha l'aria molto umida, si prova un malessere soffocante e quasi asfis-


[113] pranzo a bordo dell'Unione. Fu un pranzetto improvvisato e davvero cosmopolita. Si bevettero vino di Catalogna e vino di Francia e rosolii d'Italia; si mangiaron noci di Smirne, biscotto di Genova, confetture di Buenos-Ayres e banane del Paraguay. Due mondi e tre continenti avevano portato i loro tributi al desinare modesto del gentile capitano Frumento.

siante, a cui i Brasiliani hanno dato il battesimo di una parola speciale, chiamandolo mormaçao.
Il più terribile nemico meteorico del clima paraguayo è il vento nord-est, che dai creoli si chiama semplicemente nord, e che è in una volta sola umidissimo e caldissimo. Sotto la sua influenza snervante, piante, animali ed uomini si accasciano, soffrono. Pare che un silenzio di morte ravvolga tutta la natura, e che tutti gli esseri vivi tacciano perchè son malati. Alcuni più deboli o più sensibili devono mettersi a letto, aspettando che il girar dei venti guarisca la malattia. Questo vento inaspriva sempre il carattere feroce del dottor Francia, e il suo apparire sull'orizzonte dell'Asuncion era segnato dai più crudeli capricci, dalle più inaudite violenze.
Io ho già parlato di questo vento nelle mie Lettere mediche sull'America meridionale, e accennerò solo in questo luogo che molti viaggiatori ne spiegano la strana influenza coll'eccesso di elettricità che presenta l'atmosfera in quelle circostanze, e ad appoggiare la loro teoria vi dicono che un temporale, anche senza cambiare la direzione del vento, fa cessare tutti gli spasimi e le oppressioni. È certo che nel Paraguay i temporali e gli uragani elettrici sono frequentissimi e formidabili. Io ho contato una volta più di sette fulmini caduti nello spazio di pochi minuti, mentre il rumoreggiare del tuono era così continuo e tremendo da far tremare le case e da incutere sgomento ai meno paurosi. Quasi sempre si rovesciano nello stesso tempo sulla terra diluvii d'acqua che cambiano tutte le vie in torrenti; e l'inondar delle acque e il guizzar de' lampi e il rombo de' tuoni scuotono i nervi anche di chi sa aver paura.