Paolo Mantegazza, "Quadri della natura umana - Feste ed ebbrezze", 1871, 2 voll., Milano, Bernardoni Edit.
[Vol. I, pag. 37]


CAPITOLO I.

L'Infiorata di Genzano.


Io era a Roma e un mattino di maggio era uscito da casa mia senza sapere dove avrei diretto i miei passi. M'è sempre piaciuto trovare per via le emozioni senza averle cercate, piuttosto che ordinarle ad ora fissa, come le assegnazioni di tempo dei ministri. Roma poi è di quei pochi libri, che, aperti a caso in qualunque pagina, ti danno un rabbuffo o una carezza.
Era una domenica; ed io fermato sulla porta di casa stava pensando, se dovessi muovere i miei passi verso il Colosseo o verso San Pietro, verso la Roma romana o la Roma apostolica; quando osservai che tutti quanti erano sulla via, uomini e donne, poveri e ricchi, andavano tutti nella stessa direzione; e le carrozze e i baroccini seguivano i pedoni, quasi chiamati da un centro invisibile d'attrazione. Stetti a guardare e la corrente cresceva, incalzava e sul volto di tutti leggeva l'impazienza festosa di chi [38] vuol giungere in tempo ad una festa o ad una baldoria. La mia curiosità andava crescendo, ma non osava arrestare quella lieta corrente; e coll'occhio cercava alcuno che meno corresse degli altri o seguisse opposta direzione: ma era impossibile, perchè tutti correvano, perchè una sola e medesima corrente trascinava nell'alveo della via quell'allegra fiumana. A caso mi diressi al primo venuto e chiesi che cosa ci fosse, e dove si andasse, e quell'uomo fra i mille impazienti impazientissimamente rispose: "È l'Infiorata di Genzano."
Io ne sapeva assai meno di prima, e non volendo più sfidare l'impazienza di altri, seguii anch'io la comune corrente, cedendo al fascino dell'imitazione, che è cosi irresistibile per tutti. E via, via, passo a passo, mi trovai alla stazione della ferrovia, dove ad ogni sportello della distribuzione dei biglietti, e ad ogni parete si leggevano le stesse fatidiche parole: "Infiorata di Genzano". E anch'io presi il mio biglietto di terza classe, per trovarmi in più intimo contatto col popolo minuto, e mi cacciai in uno dei tanti vagoni che s'andavano attaccando gli uni dietro gli altri, mano mano l'onda del popolo cresceva, chiedendo posto ad alta voce fra le risa e gli schiamazzi. Nella stazione non rimase un solo vagone, e l'ultimo carro di riserva spazzò gli ultimi venuti, affaticati, ansanti, coperti di sudore.
Io mi trovai in mezzo a calzolaj, a magnani, a studenti, a crestaje, a contadini, a birri; fra i bassi fondi della società romana, dove s'addensano tanti elementi buoni e cattivi. Eran davvero fra i più discordanti ch'io avessi veduto insieme; ma [39] erano eguagliati in quel momento ad un livello comune dalla voglia di divertirsi e dal bisogno di spendere pochi quattrini. Le esigenze della finanza mettevano in intimo contatto lo studente educato colla moglie del pizzicagnolo, l'artista poetico col rozzo facchino; e il fáscino d'una festa, la sete della gioja togliean le asprezze delle gerarchie sociali, raddolcivano i rozzi contatti di così discordi elementi. Nulla eguaglia gli uomini quanto il bisogno di godere, di far tumulto festoso, di raddoppiar la gioia coi mille attriti, colle mille voci, coi mille accordi del chiasso, del moto e del riso.
Quant'era spensierata e lieta quella moltitudine; come si leggeva sul volto di tutti una vivacità insolente, quasi puerile; una vera smania di divertirsi. Mi parevan tutti scolari fuggiti insieme dalla scuola a dispetto del maestro a far baldoria pei prati; ed erano infatti operaj che, dopo sei giorni di lavoro, lasciavano l'aspra officina, espandendo ampio il petto al grido di un beatissimo: finalmente!
Anche nei vagoni di seconda e di prima classe regnava però la stessa lieta spensieratezza. In Roma moderna si è andato accumulando di generazione in generazione una apatia che non è debolezza, ma sdegno, e un cinico scetticismo confonde i buoni e i tristi, gli uomini del passato e quelli dell'avvenire, gli ultimi preti e i primi razionalisti in un'unica atmosfera.
Il popolo romano è gente che ride sbadigliando, è gente stracca e spesso bislacca, ma non è gente morta. Basta guardare quegli uomini gagliardi, quelle donne che son tutte o Veneri o Giunoni, per persuadersi che sullo scheletro dei Romani [40] antichi palpitano muscoli moderni, e per quei muscoli serpeggian nervi sonnacchiosi, ma non paralitici.
Dove si godeva meglio e più nell'aspettativa della festa di Genzano era però nei vagoni di terza classe, dove ognuno faceva saltellare nelle saccoccie i grossi soldacci e le lire mingherline; e alla lieta spensieratezza di quella gente, io era ben sicuro che non una lira, non un soldaccio sarebbe ritornato in Roma quella sera.
Il treno si fermò nell'aperta campagna, in un luogo detto Monte Giove, e là tutta l'onda di popolo si rovesciò pei prati, e pei campi; dove muli, asini e asinelli stavano aspettando i più pigri o i più ricchi per condurli sull'erta del colle, dove posa il villaggio di Genzano. Quant'era bella, quant'era rumorosa e allegra quella processione! - Ho veduto feste popolari e sacre e nazionali in luoghi disparati, in Inghilterra e in Spagna, nel Paraguay e nelle isole del Capo Verde: non ho mai veduto gente che si diverta con più ingenua espansione del popolo romano.
Per una strada che serpeggiava fra ulivi e vigneti, l'onda popolare si accalcava, a stento trattenuta dalle folte siepi fiorite; e gli asinelli confusi nella folla, sembravan quasi portati dai pedoni; e si muovevano insieme alla turba degli ombrelli variopinti, dei cappellini di paglia, dei nastri procaci, che svolazzavano sulle spalle delle belle signore; mentre a quando a quando asinelli, pedoni, ombrelli e cappellini e nastri si gettavano confusamente sulle siepi, pungendosi e graffiandosi coi cespugli di biancospino e colle rose, quando il grido d'allarme [41] di un cocchiere petulante rompeva l'onda compatta di fanti e cavalieri, e portava dinanzi a tutti, fra i nuvoli di polvere, i fortunati, che mettevano la loro persona al disopra di quattro ruote, al disopra della turba pedestre ed asinesca.
Genzano è un grosso villaggio posto sul declivo d'un colle, da cui discende con rapido pendio per una via larga e lunga che sembra quasi una strada, che chiamasi Via Livia. - Tutti si sparpagliarono per le osterie a far colazione: ed io entrai in una delle più modeste, per trovarmi insieme ancora agli stessi nuovi compagni di viaggio. Era una specie di magazzino convertito in sala in occasione dell'Infiorata; dovunque panche di legno, tavoli più rozzi delle panche, con tovaglie pulite e candidissime e in certe ampolline di forma quasi ecclesiastica un vino bianco, del color dell'oro: dovunque crocchi chiassosi di operaj che mangiavano il più e il meglio della cucina, senza economia, con generoso scialacquo. In nessun crocchio una parola di politica: ma solo il chiacchierio lieto e disordinato di chi colla mattinata e la lunga corsa sul colle si aveva acquistato il prezioso diritto di mangiar di tutto, e di tutto mangiare assai e di bevere assaissimo. Era la beata spensieratezza di chi si crede ricco un giorno alla settimana e non pensa al domani; e ignora le noje della ricchezza permanente e congenita, come le torture della ricchezza che si genera nelle viscere di un povero.
Per quei crocchi felici e fra quel chiassoso tintinnio di bicchieri e picchiar di coltelli, s'aggiravano due tristi ombre; vere ombre di quel quadro tutto luce e tutto allegrezza.
[42] Era un pezzente, sporco, lacero e spettinato, che atteggiando il corpo ad una gobba che non aveva, andava stendendo a tutti non la mano ma il cappello, un vero rifiuto di cenciajolo; mentre col dito indice dell'altra mano accennava a qualcosa che stava nel fondo di quel sucido arnese. Guardai anch'io, ed era uno sgorbio di nero e di bigio, l'immagine dell'immacolata Concezione, che doveva trovarsi molto fuor di luogo e fuor di tempo in fondo a quel cappello così maculato. Pare però che quel metodo singolare di servirsi dell'Immacolata Vergine come di un uccello di richiamo avesse fortuna, perchè in quel cappellaccio e su quell'immagine piovevano alcuni baiocchi.
L'altra ombra del passato, che s'aggirava fra quei tavolini festosi era un sagrestano, che aveva un gran bavero rosso e i paramani pure rossi alle maniche. Sul lato sinistro del petto portava un gran quadro d'argento, su cui in bassorilievo stava figurato nostro Signore che chiama fuor dalle fiamme le anime del Purgatorio. Quel sagrestano, mezzo chierico e mezzo giullare, porgeva un bussolo, dicendo con voce sommessa e monotona: "Una elemosina per le anime sante del Purgatorio." Ma egli chiedeva sempre invano, e usciva dall'osteria senza aver buscato un soldo. Un'ora dopo io lo vedevo in un'altra osteria, seduto solo ad un tavolaccio, dinanzi a sè aveva il bussolo sempre vuoto e un fiaschetto piena pieno di oro fuso; aveva il volto ingrugnito e sconfortato, e, col capo appoggiato alle due mani e i due gomiti piantati sul tavolo, andava forse facendo un raffronto storico fra il passato e [43] il presente. Quanto avrei pagato per leggere nell'anima di quel sagrestano! Quale abisso non vi avrei trovato di meditazioni storiche, filosofiche e politiche! Per lui la festa di Genzano era una dura lezione, un amaro disinganno, e l'andava confrontando coll'ultima che si era fatta da più d'un quarto di secolo. Buon per lui che accanto al bussolo vuoto aveva un fiaschetto pieno!
Io aveva bisogno di impostare una lettera, e chiesi un ragazzo contadino dove fosse la posta, e gentilmente e subito mi condusse dove io desiderava. Volli mettergli in mano pochi soldi, e li rifiutò: insistetti, e fuggì alzando le spalle con tal piglio sdegnoso, che avrebbe meritato il premio Montyon. Nell'Italia, la patria dei mendicanti; in Roma, la Mecca dei pezzenti, io vedevo un povero contadino nobile e sdegnoso! Quanta gioia, quanta purissima gioia ne provai!
Nè quel mio incontro era un caso fortunato. Poche ore dopo io stava inchiodato sulla via, aspettando la calca soffocante e sotto un sole indemoniato che scendessero giù dalla china del colle i cavalli da corsa, e invidiavo fortemente un contadino romano che stava seduto all'ombra, sullo stipite d'una vecchia chiesa. Me gli avvicinai, e gli offersi quattro soldi perchè mi cedesse quel suo posto delizioso. Si alzò subito offrendomi con piglio cortese la sua pietra, ma non volle accettare le mie monete. "Ebbene, io allora non mi siedo. Pigliateli, dateli ai vostri bambini." - "No, no, mettetevi pure, senza complimento." Ed io accettai il posto e rintascai i miei soldi, felicissimo di trovare [44] un secondo contadino nobile e sdegnoso; e questa seconda volta provai un'altra purissima gioia.
Un colpo di cannone, a cui tenne dietro un momento di solenne silenzio, mi avvertì che dalla parte alta del villaggio stava per entrare Sua Santità e che avrebbe attraversato la Via Livia. E infatti prima gli araldi e poi un gran cocchio antico con dorature, frangie ai cavalli e pennacchi disusati, e in quel cocchio un vecchio dal volto faceto, con occhietti di una benevola furberia, tutto vestito di bianco, e che trinciava benedizioni a destra ed a sinistra. Le campane di tutte le chiese di Genzano suonavano a festa; dinanzi al palazzo del Municipio la banda dei cavalieri papalini suonava alla distesa; da ogni finestra sventolava un arazzo e da ogni finestra scintillavano gli occhi di bellissime donne; per le vie una massa di popolo gridava a squarciagola: "Viva Pio IX, viva Sua Santità!" E molti e molti, senz'ombra di cortigianeria, ma trascinati quasi da una forza superiore, piegavano il ginocchio a terra al passaggio di Sua Santità, al cui cocchio tenevano dietro quelli dei cardinali, cerimonieri ed altri di Corte.
Il papa era contento; egli si prendeva per sè stesso e per sè solo tutto quell'inno di entusiasmi, che il sole di maggio, il profumo dei fiori, il concerto delle campane, l'armonia eccitante della banda militare sollevavano nelle masse plaudenti di quel popolo. La festa era davvero nella piena effervescenza della sua ebbrezza; nessuno pensava al terribile problema della libera Chiesa in libero Stato, nessuno ricordava Monti e Tognetti , il quarantotto e Mentana; ma [45] tutti sentivano e godevano. Pei sensi ampiamente aperti di quel popolo latino entravano ad onde le vo1uttà dell'armonia e quelle dei colori, e si confondevano colla maestà pontificale d'un vecchio venerando, collo splendore delle uniformi e i trofei delle bandiere. Il sensualismo affascinatore della nostra razza offuscava la mente, e anch'io, commosso o, dirò meglio, abbagliato da tanto calore di sensazioni, sentivo il tirso agitarsi nelle mie viscere latine; e appena un lontano crepuscolo della mente mi faceva pensare alla potente influenza che esercitano gli uomini gli uni sugli altri, quando si addensano a mille a mille per godere insieme, o per uccidersi insieme; per presentarci quei quadri sublimi che si chiamano feste o battaglie. E quel crepuscolo di ragione, affogandosi nell'entusiasmo universale, mi faceva dire: "Ah! è pur vero quel che l'antica sapienza degli uomini del Nord ha scritto nel libro degli Edda: l'uomo è la gioia dell'uomo."
Il papa non aveva fatto che attraversare Genzano, benedire tutti quanti e continuare la sua strada per una vicina sua villa, dove doveva pranzare; ed io, confuso colla folla, che un'altra volta si era dilagata per ogni dove, giunsi sull'alto del colle, dove avanti alla cattedrale, fra altissimi e bellissimi olmi, vidi tre arazzi stupendi che facevano quasi ala ad un arco trionfale, su cui lessi queste parole:

FLORALIA CYNTHIAN.
INSTAURATA
ADSTANTE PIO IX PONT. MAX.
POST SACR. EJUS JUBELEAUM
ANNO
INDICTI CONCIL. VATICAN. I.
MDCCCLXIX.

[46] Poco dopo l'arrivo del papa si fece la corsa dei cavalli senza cavalieri; scena singolare che sorprende e occupa gli occhi della moltitudine per pochi minuti. Staffieri rossi e ricamati con cappelli tricorni preparano sgombra la via, e ad un dato segnale tre cavalli nudi, che portano sui fianchi alcuni pungoli celati che fanno da speroni, si spingono alla corsa, che è davvero forsennata; e il primo che raggiunge la meta guadagna al suo padrone il premio di pochi scudi. Mentre quei destrieri correvano pazzamente giù per la china della Via Livia, il popolo li accompagnava con un tumulto di grida da assordarne l'universo; e grida e pungoli s'accordavano a far volare sulle ali dei venti quei corridori sfrenati.
Mentre si stava preparando l'Infiorata per la processione della sera, i miei occhi non si stancavano di ammirare le bellissime donne accorse alla festa dai monti e dai colli vicini, e che coi loro variopinti costumi rialzavano la ricca bellezza della natura. Davvero che in nessun paese del mondo ho mai veduto raccolto un maggior numero di bellezze femminili.
E brune e bionde, e grandi e piccine avevano tutte una stessa forma di bellezza, la bellezza calma e maestosa; e lo sguardo severo di que' grandi occhi neri veniva stupendamente a temperare la vampa troppo procace che emanavano i loro corpi riccamente femminili. L'aria montana e libera di que' colli aveva raccolto un fasto superbo di forme intorno al nido d'amore e al seno delle madri future; ma la calma e coraggiosa serenità degli occhi met[47]teva un abisso tra lo sguardo e la mano, e su quell'abisso folleggiavano infiniti, ardenti, temerari i desiderii. La donna romana ha meglio ancora dell'uomo ereditato la sacra maestà dei Cesari, la tradizione dell'onnipotenza, l'orgoglio pieno di grandezza di chi sa di poter molto e di molto possedere. La donna romana ci ricorda anche oggi Agrippina, Lucrezia, Camilla; ci ricorda che i Romani dovettero possedere le forme migliori dell'Eva antica, padroni come erano di tutto il mondo conosciuto; e quest'Eva ha versato tutto il suo sangue nelle vene delle romane moderne. A Genzano, in un oscuro villaggio della campagna, si trovavano dei tipi di robusta bellezza, di cui lo scultore assai meglio che il pittore avrebbe potuto farsi l'interprete sapiente; e in me sorgeva spontanea l'ammirazione rispettosa, talchè avrei voluto collocarle sopra piedestalli di marmo, e modestamente incidere ai loro piedi quelle sacre iniziali che fecero il giro del mondo: S.P.Q.R.
Il pittore invece avrebbe avuto bisogno della più ricca tavolozza per ritrarre quei cento costumi che facevano lieta cornice a quei corpi di Venere giunonica. Quasi tutte le contadine portavano nelle treccie un fiore artificiale; le più giovani e le più agiate lo avevano di filigrana d'argento, e mollemente si piegava e si cullava su quelle testoline amorose; grosse catene d'oro o di corallo portavano quasi sempre, quasi medaglia, un ornamento colla fatidica parola Roma. Sul capo molte avevano uno scialletto bianco, tutto ricami e merletti, e portavano un corsetto di panno scarlatto con fulgidi ornamenti di broccato; ma la penna è troppo [48] pallido strumento per ritrarre quei contrasti arditi dei più vivaci colori, delle più ardite combinazioni del corallo, dell'oro, del broccato, del panno e dei merletti; tutto un pandemonio di arte omicida, che faceva spiccare in tutta la sua onnipotenza il pallore d'alabastro bruciato del volto e delle spalle.
Ma l'Infiorata intanto era finita, e ci mostrava le sue fantastiche combinazioni di profumi e di colori. Figuratevi una strada ampiissima e che, scendendo dalla chiesa fino alla piazza con rapido pendio, vi si mostra in un solo sguardo; figuratevi di disegnare sulla via con gesso bagnato i rabeschi più pazzi e più originali del mondo e di ricoprirli poi con petali di papaveri e rose, con foglie di bosso, di pino, con fiori di ginestre e di agagìe, e di tutti quelli che genera sui colli e pei giardini romani la primavera, e voi avrete una pallida idea di quel mosaico immenso che copriva tutta quanta la Via Livia. Per molti giorni e molte notti gli abitanti di Genzano devono andar frugando le valli e i monti e spogliare ogni siepe e ogni giardino per accumulare nelle grotte i petali destinati all'Infiorata, per tesserne quel tappeto gigantesco che, più profumato e più vivace dei tappeti di Persia e di Parigi, si stendeva dall'un capo all'altro della Via Livia. E a quel tappeto fantastico, degno di una festa delle Mille ed una Notti, facevano cornice archi e trofei di bosso e d'altri alberetti sempre verdi, e la folla rispettosa si teneva dietro quelle barriere, ammirando e contemplando quel quadro magico, che doveva durare quel che durano le rose, lo spazio di poche ore.
[49] Un cane sciagurato, che pose il suo piede sull'Infiorata, e disordinò qualche petalo, fu fatto in pezzi dalla folla incrudelita per tanta profanazione.
Intanto le campane suonavano tutte a festa, e dal petto d'ogni romano ed ogni romana si alzava una voce di entusiasmo, che, accordandosi al mormorio universale, formava quel coro indefinibile ed indescrivibile delle feste popolari. Sua Santità era comparsa al gran balcone del palazzo comunale, e intorno a lui un uomo dal volto duro e ingrugnito; e molti cardinali, fra i quali alcuni rotondetti e levigati dal lungo amore di un cuoco sapiente; altri dal volto epatico, ingiallito dalle lunghe e sterili lotte contro la civiltà; e, intorno a quelli, uomini scarlatti, violetti, pavonazzi e neri; uno stuolo di servidorame aulico, sagrestano, corvino.
Non saprei darne la spiegazione fisiologica, ma l'entusiasmo per sua Santità era in quell'ora assai minore che il mattino. Forse i ventricoli obesi ed avvinazzati toglievano all'animo l'elevatezza della ispirazione, o forse le cento romane, che passavano e ripassavano dinanzi agli occhi dei romani abbassavano i loro entusiasmi verso la terra. In ogni modo, io, che stavo in faccia al palazzo del Comune, vidi più volte un camerlingo, che da una finestra laterale al gran balcone faceva cenno alla folla di applaudire con un impaziente dimenar di braccia; e, quasi a quel meccanismo rispondesse per fila misteriose un obbediente ordigno, si sollevavano dalla folla poche grida di viva Sua Santità, viva Pio IX; mentre lo stesso tempo con matematica esattezza si alzavano anche le braccia del capo-banda, che [50] eccitava i suoi musici ad un coro di evviva. Quanto cinismo, quanto scetticismo, quanto umorismo e quanto vino si trovavano addensati nel volto simpatico di quel capo-banda, pieno di medaglie sul petto e di bitorzoli rossi sul naso! Con quanto instancabile fervore dimenò le braccia tutto il giorno e tutta la sera per far applaudire, per far suonare e per tener sempre tesa la molla dell'entusiasmo sacro, e sempre ferme le note de' suoi commilitoni e musicanti sulle rotaie dell'armonia. Davvero che io capii come e perchè egli fosse tante volte cavaliere; e anche oggi son sicuro che sotto quella pelle di lucido e rosso marocchino vi è tutto un poema; un'opera medita di Rabelais e di Voltaire. Appena il papa si fu messo al balcone, la processione incominciò ad escir dalla chiesa e a scendere per la Via Livia, rispettando però l'Infiorata. Frati, chierici e confratelli venivano l'uno dietro all'altro sul margine dei fiori, sopra una striscia sottile che li separava dalla folla, ma rispettando il profumato e variopinto tappeto. Anche quelli, che portavano i grandiosi stendardi e tenevano i lunghi cordoni, camnavano sulla stessa via.
E così passavano le uno dopo le altre la confraternita di San Saverio, di cui ho scordato l'uniforme, e la confraternita della Morte, dagli abiti bianchi e neri, la confraternita del Rosario, bianca e azzurra; poi vennero i cappuccini colle loro scorze brune, e poi, fra un coro di preti e di zimarre, e di baldacchini e di candele accese, il Santissimo Sacramento, il quale solo calpestò l'Infiorata, entrando a gonfie vele, come direbbe un seicentista, in quell'oceano di fiori.
[51] L'entusiasmo sacro ebbe in quel momento la sua ebbrezza, e i sensi caldi della razza latina esultando mandarono il loro inno e il loro omaggio al Creatore. Il Santissimo Sacramento era stata deposto sopra un altare collocato sulla via, in faccia al Pontefice, e là raggiava in un mar di fiammelle; e i sacerdoti dalle stole d'argento e d'oro, prostrati dinanzi a lui, lo profumavano con dense nuvole d'incenso. Le campane suonavano a tocchi solenni; tutti eran prostrati, il popolo, i soldati, i preti, i frati, i cardinali; e su quella moltitudine imponente inginocchiata dinanzi all'ideale torreggiava il capo venerando di un vecchio, il papa della Chiesa universale, che, anch'egli in ginocchio, anch'egli a capo scoperto, offriva il suo tributo di umiltà al Dio ignoto. E un inno alla Vergine, intuonato da quel vecchio pontefice, cantato in coro da tutta quell'innumerevole onda di popolo, si alzava per l'aria colle spire degli incensi, coll'armonia della musica, coi rintocchi delle campane e col tiro del cannone, che, a quando a quando, solennemente e grandiosamente rompeva quel coro di sante litanie.
Io assisteva in quel momento all'agonia d'una gran forza, ad uno degli ultimi quadri del mondo cattolico, e sclamava fra me stesso: Oh perchè mai gli uomini preferiscono quasi sempre il distruggere al trasformare; oh, perchè mai un mare di sangue ha separato Roma papale da Roma latina; perchè mai il sangue dovrà ancora separare Roma papale da Roma italiana? Perchè mai la scienza non entra essa colla sua legittima prepotenza a rannodare gli uomini del passato cogli uomini dell'avvenire? Per[52]chè mai non riunisce dessa la mano fredda del vecchio che tien saldo il passato colla mano calda del giovane che sfida col pugno l'avvenire?
Io assisteva all'agonia di una gran forza, che fu sciupata dalla scettica razza latina, e che pur muove ancora le ruote di alcuna fra le più stupende civiltà moderne; io assisteva all'agonia di una forza che, morente, piegava però ancora il capo ad una moltitudine di uomini, di stirpi, di età, di nature diverse; che faceva inginocchiare nello stesso tempo me ed Antonelli, Sua Santità e un viaggiatore inglese, il soldato e il prete, il vecchio e il bambino, tutta quanta l'umana famiglia.
Ma in quel coro solenne di entusiasmo e di poesia il tarlo dell'Italia scettica faceva sentire il suo sogghigno mefistofelico. Un chierico lasciava sgocciolare calde goccie di cera sul dorso di un contadino prostrato nella polvere ad adorare il Santissimo Sacramento, e con una serietà adorabile disegnava con quelle goccie rabeschi e croci sul panno del vecchio devoto. In un altr'angolo la mano proterva di un giovane inginocchiato aveva trovato un piedino e lo stringeva forte forte. Ecco tutto l'uomo, ecco tutto l'uomo italiano!
A tarda sera dai colli di Genzano scendeva un'onda di popolo festoso e gaudente: nei campi si movevano qua e là le spighe, e un sospiro d'amore preparava un nuovo popolo a nuove idee. Per l'aria correva lene lene un profumo di fieno tagliato, e sul capo luccicavano calme le stelle. Al chiasso di un'ora sollevato dall'ebbrezza dell'uomo teneva dietro l'eterna armonia della natura; e l'amore con misteriosi nodi legava l'ebbrezza di un'ora colla vita del lontano avvenire.