La follia dei Kuma

Roger Heim e R. Gordon Wasson

in: J.C. Bailly & J.P. Guimard (cur.), 1988
L’esperienza allucinogena, Dedalo, Bari, pp. 205-221

Sono molto pochi coloro che hanno sentito parlare di una "follia causata dai funghi" e che colpisce periodicamente certi indigeni della vallata centrale Waghi, in Nuova Guinea. Anche in quest’ultimo paese, d’altronde, numerose sono le persone di razza europea che restano nell’ignoranza di questo strano fenomeno.

Noi, che studiavamo da molto tempo il ruolo dei funghi nelle culture primitive, fummo fortemente interessati dalla prima indicazione – che ci arrivò all’inizio del 1953 – riguardante l’esistenza di un tale fenomeno. Cercammo subito di documentarci, sia consultando le pubblicazioni, sia usando eventuali informazioni trasmesse da alcuni corrispondenti; ma più ci arricchivamo di nuovi indirizzi, più ci intrigavamo nella faccenda. Finalmente, potemmo di recente, grazie a un concorso di circostanze favorevoli, visitare la Waghi: nel 1963, accompagnati dalla d.ssa Marie Reay, antropologa dell’Università statale di Canberra, che si era già recata in questa zona diversi anni prima, restammo così tre settimane in questo posto.

I settori del monte Hagen e della Waghi si trovano nella regione della Nuova Guinea amministrata dall’Australia su mandato dell’O.N.U. Fanno parte delle Terre Alte occidentali (Western Highlands); il fiume scorre verso est attraverso una larga vallata la cui altitudine è di circa 1600 metri e le dimensioni dell’ordine di 80 km in lunghezza e da 12 a 22 km in larghezza. I limiti di questa ampia depressione sono ad ovest il monte Hagen, ad est il massiccio di Chimbu, a nord l’imponente catena Bismarck, dove culmina a più di 4620 metri il picco Wilhelm, mentre a sud il monte Kubor raggiunge ancora 4200 metri. Situata a 5 gradi al di sotto dell’equatore, abbondantemente bagnata dalle piogge, offre un clima che ricorda quello di una perenne estate.

Come doveva essere affascinante la vista che si offriva agli occhi dei primi europei, appena più di trenta anni fa, nel 1933, allorché apparve come oggi coperta da una vegetazione esuberante, picchiettata di strani fiori!

La spedizione australiana diretta dai fratelli Leahy aveva potuto provare l’emozione della brusca rivelazione di questi paradisi verdi, dove, fino ad allora, nessuno era penetrato – ma soltanto la ricerca dell’oro interessava questi esploratori. E tuttavia, quale scoperta per coloro che appartenevano al nostro secolo! La vallata era occupata da una popolazione di agricoltori, circa 30.000 persone. Il colore della loro pelle variava dal bruno-rossastro puro al nero, i capelli crespi, di taglia media, di costituzione robusta; parlavano tutti dei linguaggi separati soltanto da varianti dialettali. Un gruppo di queste popolazioni chiamava la propria parlata yuwi, che per loro vuol dire "linguaggio vero", in opposizione alle altre lingue o dialetti, tutti solamente parlati. Ora sappiamo che quello dei Waghi è molto vicino al medlpa, che è tipico delle tribù del monte Hagen.

E’ verosimile che in un passato recente, uno stesso popolo si divise a poco a poco, e che l’isolamento che ne risultò fece nascere due lingue nuove. Se l’origine di queste popolazioni resta sconosciuta, bisogna notare che le due culture presentano ugualmente dei casi di follia causati dai funghi, anche se sembra che questo fenomeno sia in via di estinzione presso coloro che parlano medlpa.

Quando gli Australiani arrivarono sulla scena, circa una trentina d’anni fa, i Waghi vivevano nell’età della pietra, senza nessuna conoscenza di altre forme moderne di civiltà. Ignoravano i metalli e i cereali, e non possedevano animali che potessero aiutarli nel loro lavoro agricolo. Non conoscevano né la ruota, né il mulino, né la macina per il grano, né il mortaio. Non fabbricavano nessun tipo di vasellame e non cercavano di procurarsene. Non conoscevano l’alcool. Non filavano né tessevano e non portavano vestiti, solo le donne erano vestite, con un sistema di corde appese ai fianchi che coprivano loro il sesso, sia davanti che dietro, e gli uomini con una reticella di corda messa a doppio, agganciata a una cintura intrecciata, e un mazzetto di foglie i cui gambi erano fissati a quest’ultima. E’ tuttavia nella decorazione della loro persona che si manifestava l’estrema fantasia della cultura Waghi: si spalmavano abbondantemente di grasso al punto che i loro corpi brillavano come metallo, si ricoprivano dalla testa ai piedi di polveri colorate (nel caso delle vedove di un orribile bianco smorto); si tatuavano eseguendo dei disegni asimmetrici; si ornavano con bracciali e anelli intrecciati alla caviglia. Esisteva una gerarchia ufficiale tra le parures di cui si ornavano, che teneva conto della bellezza e della rarità delle conchiglie e degli ornamenti che portavano al setto nasale o attorno al collo. Nel giorno di festa, gli uomini si pettinavano con sorprendenti ornamenti di piume di tutti i colori prese da uccelli rari, principalmente da uccelli del paradiso di cui si conosce lo straordinario "endemismo" in Nuova Guinea.

Attualmente la vita indigena non è cambiata al fondo: i canti, i costumi matrimoniali persistono, così come lo scambio della fidanzata attraverso un prezzo d’acquisto e le cerimonie relative al festino del maiale. Ma certi modi della vita moderna, alcune delle sue invenzioni pratiche, si mischiano stranamente agli usi tradizionali, e l’evoluzione, al contatto delle scuole religiose e della penetrazione amministrativa, è in corso. Quasi nessun indigeno ha imparato l’inglese; solamente alcuni missionari e Marie Reay hanno cercato di abbordare la lingua parlata nella vallata Waghi; ma giudicano le loro conoscenze con la modestia che il caso impone. Di fatto, le due razze si comprendono grazie al pidgin, questa parlata elementare che esclude tutti i caratteri e quasi tutti i meriti di ciascuna cultura. È soltanto adesso, da quando Don e Janet Phillips, del Summer Institute of Linguistics, si sono installati a Tombil, vicino a Minj, che si può cominciare ad afferrare un po’ meglio le caratteristiche della lingua indigena.

Il primo documento etnografico sugli aborigeni del monte Hagen fu scritto da padre William A. Ross, nel 1934, anno che seguì la prima ricerca dei fratelli Leahy. Vi si trova già allusione alla follia causata dai funghi. Padre Ross scrive: "Il fungo selvaggio chiamato nonda rende temporaneamente pazzi: colui che ne fa uso viene preso da una crisi di furore – a volte la morte stessa ne è una conseguenza –; se ne servono in vista di spedizioni omicide, o in caso di grandi eccitazioni, collera o tristezza".

Padre Ross scriveva la sua descrizione all’inizio del soggiorno tra gli indigeni, il che spiega l’inesattezza di certe sue osservazioni, ma serve a mostrare l’impressione notevole che poteva lasciare in un osservatore intelligente una manifestazione culturale senza uguali. Si può dire che essa ha contribuito ad attirare l’attenzione degli studiosi su questo problema.

Grazie a lui, per la prima volta, la parola indigena "nonda" entrò nella conoscenza degli etnologi. La si usa nella vallata Waghi, e, sembra, intorno al monte Hagen come termine generico che designa tutti i funghi, M. Don Phillips ci ha segnalato che "nonda" significa anche "mangerà", e "nondo", "può mangiare", derivante dalla radice non, "mangiare". Egli suppone che la parola utilizzata per il fungo sia un omonimo, e non un derivato. Certamente, noi possiamo prendere in considerazione la sua opinione allo stato attuale delle conoscenze; ma se il seguito dei suoi studi lo conducesse a cambiare opinione, ci sarebbe permesso di introdurre nel dibattito – così come eravamo tentati di pensare a priori – la prova di un legame di idee il cui significato etnomicologico sarebbe apprezzabile. In verità, l’era della cultura fondata sulla raccolta non è molto distante per il popolo Waghi, e molte specie di funghi costituiscono sempre per loro una fonte notevole di nutrimento, osservazione che si impone ugualmente nel caso di altri gruppi etnici della Nuova Guinea, come i Gadsup. Prima dell’epoca in cui furono coltivate le patate e i tari, è possibile, ed anche probabile, che i funghi avessero una parte ancora più importante nell’alimentazione di questi primitivi. In questo paese tropicale in cui la pioggia non manca, la raccolta dei funghi si fa per la maggior parte dell’anno, e non sarebbe sorprendente che la parola che esprime l’azione di mangiare si applicasse al cibo giornaliero che viene raccolto nella boscaglia e nella foresta.

Restammo dal 27 agosto a metà settembre, più frequentemente a Rrondambi, un villaggio Kuma che eravamo stati i soli europei a frequentare sin da quando, nel 1953-1955, Marie Reay vi aveva passato quindici mesi. Vi ritornava per la prima volta e vi si installò un po’ prima della nostra partenza.

Gli abitanti del villaggio l’avevano accolta con delle rumorose manifestazioni d’affetto, e le sue raccomandazioni furono per noi di grande valore. Alloggiammo nella capanna del Luluai Wamdi. Era ovale, circa 7 metri per 5, il suolo di terra battuta, coperto di fieno, il tetto di paglia retto da due pilastri e una trave guarnita di travicelli che andavano dal centro verso i muri, la porta bassa, obbligava a piegarsi in due. Il Luluai ci domandò educatamente di toglierci le scarpe entrando; lui stesso era sempre a piedi nudi. La terra guarniva la parte bassa all’esterno dei muri, costruiti beninteso in legno per proteggere l’abitazione dalla pioggia e dal vento. Durante la notte, il fuoco bruciava in una lieve cavità del suolo. Senza nessuna uscita per il fumo, se non attraverso le strette perforazioni del rivestimento superiore fatto di bambù e di graminacee, la porta chiusa accuratamente, ne risultava un’atmosfera in certi momenti per noi intollerabile, eccetto quando eravamo distesi per terra, nel nostri sacchi a pelo. Quando durante la notte, ci svegliavamo, potevamo osservare Wamdi che attizzava il fuoco, e piazzava al posto giusto i ceppi di legno o i fuscelli di paglia, con il corpo possente che si chinava verso la brace, il profilo prognato dall’espressione cupa; la scena stranamente evocava per noi le generazioni degli uomini dell’età della pietra che vegliavano il fuoco nelle capanne affumicate. Due dei suoi bambini dormivano sempre nella capanna (le donne avevano ciascuna la sua), era commovente sorprendere nel silenzio i gesti che si scambiavano padre e figlio.

Roger Heim passava le sue giornate al villaggio, a ricevere dagli abitanti numerose specie di funghi, che determinava, descriveva, disegnava, o andava a esaminare i luoghi dove crescevano. Robert G. Wasson, da parte sua, percorreva i dintorni per ottenere testimonianze sulla follia e precisarne alcuni termini. Durante il nostro soggiorno, non avemmo occasione di essere testimoni delle manifestazioni dirette ed esclusive di questa sindrome, ma potemmo assistere a un’impressionante ripetizione di un sing-sing, una specie di quadriglia del villaggio. Alla fine del nostro soggiorno, e dopo la nostra partenza, Marie Reay, che era restata a Minj, riunì una documentazione veramente interessante per noi sull’ortografia fonetica dei nomi indigeni dei funghi che avevamo precedentemente raccolto, e che avevamo spesso designato con dei termini vernacolari approssimativi.

Le nostre conoscenze possono dividersi in tre capitoli:
1) Le opinioni degli Europei sulla follia imputata ai funghi;
2) Le opinioni, molto diverse da questi, degli indigeni stessi;
3) Le specie di funghi ai quali questi ultimi attribuiscono le crisi erotiche e aggressive riassunte nell’espressione "mushroom madness".


Opinioni espresse da alcuni Europei

La maggior parte degli Europei che hanno soggiornato nella regione conoscono le epidemie periodiche di questa follia e ne hanno più o meno paura. Ecco ad esempio la narrazione recente di un missionario ad alcuni amici (Don Phillips, del Summer Institute of Linguistics):

"... Sapevamo dell’esistenza degli uomini furiosi della Waghi prima di installarci, avendo visto uno di essi al tempo della nostra prima ricerca in questo territorio; c’eravamo posti la domanda: "E’ forse un caso di possessione demoniaca, o qualcos’altro?". Ma l’altro giorno, delle urla e delle grida riecheggiarono per la montagna. Tutti si dettero alla fuga e si nascosero, quando un uomo giovane, brandendo una lancia, discese per il sentiero. Da questo momento, questi esseri presi dalla follia si sono introdotti nella nostra vita quotidiana. Sei di loro corsero dappertutto quel giorno, seminando lo spavento e obbligando tutti gli indigeni a cercare rifugio. Alcuni li seguivano e sembravano volessero colpirli con le frecce. Assistevamo a una cerimonia del festino del maiale quando un altro si avvicinò. Lo sentimmo venire urlando in maniera inaudita; raggiunta la soglia della casa vicina, mise tutti in fuga; ma eravamo decisi a scoprire se faceva sul serio o simulava: continuando ad urlare e a fischiare, vedendoci immobili, prese un’altra direzione; la nostra prima impressione fu che fingesse. Più tardi, il pazzo ritornò, risalendo il pendio e minacciando un uomo più grande di lui che si dette alla fuga (mentre vi scrivo, sento ancora una volta delle urla ai piedi della montagna). Mentre il giovane uomo si avvicinava, avanzai andandogli incontro – sembrava avere circa diciassette anni – lo chiamai e camminai verso di lui, ma sembrò non vedermi e proseguì la sua corsa.

"Queste crisi di follia sopravvengono quando le persone cominciano a mangiare alcune specie di funghi commestibili (che gli Anglo-Sassoni chiamano "toadstools" piuttosto che "mushrooms"). I Kuma affermano che dopo un certo periodo, i loro occhi oscillano, essi diventano sordi e pazzi e cominciano questi inseguimenti sui fianchi delle montagne. Sembrano possedere un’enorme energia. Gli adolescenti ne sono colpiti al pari degli uomini o delle donne; le donne danzano, fischiando e cantando. I fischi sono cadenzati in inspirazioni ed espirazioni, e accompagnati da risatine, risa, grida e rumori sconvenienti.

"Dopo il pasto, un altro di loro si avvicinò alla casa, poi rallentò la sua corsa; mi diressi verso di lui e l’interpellai. Tutti avevano finito. Si girò verso di me squadrandomi. Non avevo visto lo sguardo di un maniaco, ma sono sicuro di averlo scoperto in quel momento. Di colpo provai un sentimento di angoscia, ma pensai di essere nelle mani di Dio. Sforzandomi di nascondere i miei sentimenti, mi avvicinai all’uomo; il mio cane Rex, con il pelo ritto, ringhiava standomi vicino. Cercai di disarmarlo del suo arco e della sua lancia; si dibatté un po’, facendo roteare gli occhi vitrei. Dopo qualche istante, lo lasciai ed egli ripartì per la montagna, seguito da un altro. (Noi conosciamo personalmente tutti questi uomini).

"La domanda si impone: "E un caso di possessione demoniaca? Lo stato di continua tensione che questi uomini ci infliggevano ci rendeva nervosi e ci convinse a lasciare che le cose seguissero il loro corso. La crisi sembrava non durare che poche ore; in seguito l’uomo guariva e agiva normalmente. Le donne erano colpite da un genere di ebbrezza che poteva durare due giorni.

"Sabato, dopo mezzogiorno, un capo pattuglia di Minj, un cristiano, venne a trovarci, e, lasciata Janet a casa, partii con lui a caccia di rapaci che massacravano il pollame. Ritornati verso le cinque e mezza, Janet ci informò che in nostra assenza cinque o sei di questi dementi si erano agitati intorno alla casa, dove lei si era rinchiusa con i cani. Avvertimmo la popolazione che questo genere di cose ci dava fastidio e diventava veramente insopportabile, ma, tra noi, decidemmo di proseguire lo studio di questo fenomeno. La sera stessa, al momento della partenza del nostro invitato, sentimmo di nuovo le urla di uno di questi uomini che scendeva da un sentiero di montagna che portava proprio a casa nostra; l’aspettammo al chiaro di luna. Era ricoperto di una fanghiglia bianca e davvero fantomatico. Normalmente il nostro cane Rex non attaccava gli umani, ma questa volta, lui e l’altro cane sentirono la natura insolita della situazione e attaccarono; l’uomo lanciò un grido acuto vedendo arrivare i cani, sollevò la lancia, poi la lanciò verso Rex, ma lo mancò. Ritornò sui suoi passi, mentre gli animali lo inseguivano. Si avviò verso i giardini, e lì, dopo dieci minuti di corsa e di urla, crollò spossato mentre i cani lo minacciavano senza morderlo. Ci avvicinammo, ci inginocchiammo accanto a lui e gli parlammo; continuò ad agitarsi e a grugnire. Faceva sul serio? Credevamo di sì – ma quale era la causa che lo aveva messo in questo stato? Ci convincemmo che tre erano le ragioni: innanzitutto, voleva attirare l’attenzione su di sé; in secondo luogo, i funghi gli fornivano un ragionevole motivo di fare la commedia, allora si irrigidiva in una passività apparente e si rendeva al diavolo, e, in questo stato, percorreva la contrada terrorizzando tutti quanti. Con attenzione quindi, standogli vicino, esorcizzammo lo spirito del male nel nome del Signore Gesù Cristo. Progressivamente, i suoi occhi ridivennero chiari, e dopo qualche gemito la sua veemenza si attenuò. Subito lo raddrizzammo e lo conducemmo in casa, dove una numerosa compagnia si era riunita. Gli uomini lo convinsero a partire e a ridiscendere con calma la montagna. Non era un uomo del clan, e aveva percorso chilometri attraverso la montagna...".

All’inizio dell’aprile 1963, Frank Porter e Harry Lake, tutti e due funzionari, erano seduti a Minj davanti ad un tavolo, mentre una folla di indigeni faceva loro posto. All’improvviso, delle frecce si piantarono nel tavolo, la folla fuggì; e i due ufficiali corsero in direzione opposta, uno dei due afferrò la bicicletta su cui era salito un indigeno, che rimase molto sorpreso. Ci assicurarono che l’uomo che aveva attaccato non scherzava per niente.

Jeff Broomhead racconta che due anni prima, a venti chilometri dal monte Hagen, un vecchio Luluai attaccò, con la lancia in mano; tutti scapparono. Ritornati con un fucile, ritrovarono l’uomo in stato normale.

Nella regione di Chimbu, la noce del pandano è consumata con effetti, sembrerebbe, identici. Questo frutto non proviene da un albero locale, ma sarebbe penetrato in questi luoghi grazie a dei mercanti della valle di Jimi; la specie non è stata determinata con esattezza. Alcuni bianchi suppongono che le noci siano messe prima a fermentare, ma noi non abbiamo trovato nessuna giustificazione a questa facile ipotesi. Vicino al Banz, un albero chiamato kawang (Castanopsis acuminatissima – Bl. Hack e Camus), della famiglia delle fagacee, dà dei semi, detti nong’n, che bolliti e mangiati in quantità, avrebbero lo stesso effetto dei funghi (è sotto quest’albero, del resto, che crescono molte di queste crittogame, soprattutto la nonda tuburam).

Il pastore W.F. White, capo della chiesa dei Nazareni a Kudjip, a sedici chilometri da Minj, incontrò un giorno un uomo che scendeva all’attacco per una pista con un’ascia in mano, visibilmente in preda alla follia dei funghi. Il prete fu buttato a terra, senza pero farsi male, ma un amico indigeno attaccò l’assalitore che si dette alla fuga.

Nel 1949, il pastore Hermann Mansur, missionario luterano a Banz, trovò sua moglie terrorizzata dai maneggi di un indigeno in preda alla follia dei funghi. Salito sul suo cavallo, cacciò il pazzo che fuggì senza più tornare.

Nel febbraio 1963, un abitante di Banz inseguiva i suoi vicini con una vanga. Afferrato da diversi uomini, riuscì a sottrarsi, e, nel tafferuglio, colpì con forza un ragazzo con la vanga. Gli altri, furiosi, lo picchiarono, poi scoprirono che costui li aveva presi in giro per tutto il tempo. In segno di pace, gli offrirono un festino del maiale al quale assistettero tutti.

Nel settembre 1963, un uomo fu perseguitato a Minj come incendiario; aveva bruciato due capanne, e fu condannato. In sua difesa, dichiarò di aver agito sotto l’influenza dei funghi – e che era dunque irresponsabile. Si può pensare che si trattasse solamente di un’invenzione, e che i tribunali dei bianchi non potessero ritenerlo un caso di irresponsabilità. Il misfatto era d’altronde leggero: una capanna si costruisce in due giorni.

Ci siamo recati in visita dal padre William A. Ross, della missione cattolica della Santa Trinità del monte Hagen. È il più vecchio missionario della regione, poiché la sua installazione in questo luogo risale al 1934. Dopo la nostra visita, ci scrisse una lettera precisando che, a conti fatti, gli sembrava che l’immaginazione dovesse giocare probabilmente un ruolo preponderante negli effetti attribuiti ai funghi, e che in tutti i casi grandi quantità di questi ultimi erano consumate, mischiate con altri alimenti, da tutti e in ogni periodo. Aggiunse che la follia dei funghi era quasi sparita nella regione del monte Hagen, per quanto fossero ancora consumati. Il frate John Sheenin, della missione di Mingende, che si trova oltre l’altra estremità della valle, non conosceva questi effetti attribuiti ai funghi, ma, interrogando i suoi parrocchiani, scoprì che tutti erano al corrente di questi fatti. Sono gli indigeni della valle della Waghi che hanno influenzato quest’altra regione, o il fenomeno è ancora di ordine locale? Lo ignoriamo, come ignoriamo i limiti esatti del territorio in cui appare la follia dei funghi. Tuttavia, un informatore – Charles Turner, membro locale del Summer Institute of Linguistics – ci ha fatto sapere che questa specie di frenesia esisteva presso il popolo dei Sina-Sina, 16 chilometri ad est di Kundawia, sulla strada per Goroka, là dove il fungo verrebbe chiamato kirin. Se fosse così, la provincia della "madness" si stenderebbe molto al di là del perimetro fin qui ammesso e penetrerebbe in un’area propria di una famiglia linguistica distinta. Diversi Europei dell’alta valle ci hanno detto che era possibile prevedere l’arrivo di ciò che essi chiamavano epidemia: questa apparirebbe ai piedi della valle per risalire di clan in clan in ragione di due giorni per gruppo etnico di questo tipo – ma essi ignorano il momento in cui si scatena e l’occasione che la affretta.


Atteggiamento degli indigeni di fronte alla follia dei funghi

In questo caso – l’abbiamo già detto –, miss Reay è la nostra prima e più importante fonte. A lei dobbiamo delle pubblicazioni e anche delle comunicazioni personali che riguardano i Kuma, abitanti della valle della Waghi, stanziati a sud del fiume, e in particolare nei dintorni di Kondambi.

I Kuma usano un termine speciale, komugl taì, per designare la follia causata dai funghi. Il senso primitivo di komugl è orecchio, può anche voler dire sordità – e significa anche ogni specie di follia, sia permanente che temporanea. Un imbecille è komugl, questo termine si spiega col fatto che, sebbene costui non sia necessariamente sordo, si comporta come se lo fosse. Un demente è komugl, perché non risponde normalmente a ciò che gli si dice, e a ciò che si dice in sua presenza. Il komugl taì è un genere specifico di follia, legata al consumo di certe specie di funghi. Una persona è colpita da komugl taì solo quando la sua follia è accompagnata da tremori. Tuttavia, taì in se stesso, non vuol dire tremore. E’ questo il nome, in Yuwi, dato al raggiana, uno dei più spettacolari uccelli paradiso. Miss Reay ha sollevato con noi la questione per sapere se tai possa significare il modo in cui il raggiana scuote le piume quando partecipa alla parata d’amore. È questa una suggestione che potrebbe rivelarsi fertile e che ci sembra possa anche racchiudere la chiave del problema della follia falsamente causata dai funghi. Miss Reay fornisce anche gli esempi di donne anziane colpite da follia, ma non dalla follia dei funghi: queste erano considerate come komugl, ma mai come komugl taì.

Difatti, solo gli uomini diventano komugl taì a causa del potere dei funghi, il quale rende le donne ndaadl; queste ultime delirano, appaiono irresponsabili, si mettono a danzare e a ridere, ordinando ai loro mariti e ai loro figli di adornarle di bellissime piume. Questi accettano fornendo così un notevole esempio di "travestitismo" in una comunità primitiva. I mariti mettono le loro piume più belle, i loro più preziosi ornamenti sulle donne della loro tribù, e acconsentono a donar loro le armi da portare. Le donne danzano in formazioni che corrispondono ai sotto-clan dei loro mariti e figli. Miss Reay fa notare che è la sola occasione per le donne sposate di ballare come fanno gli uomini e le ragazze. Dopo questa specie di quadriglia, si riposano nelle loro capanne, mentre gli altri indigeni si riuniscono per guardarle; esse si mettono a ridere senza ritegno, flirtano con gli uomini del clan dei loro mariti e si vantano di avventure sessuali reali o immaginarie. Almeno una di queste donne, che così si vantava, sembrava essere assolutamente convinta dei fatti che descriveva, mentre i numerosi astanti sembravano credere che nessuna di loro fosse ancora sposata.

Gli uomini che sono komugl taì si comportano in maniera molto diversa. Si ornano in maniera straordinaria, prendono le loro armi e terrorizzano la comunità. Attaccano gli uomini dello stesso clan e le loro famiglie; alcuni raggiungono anche le comunità vicine per spaventare i loro parenti. Sono tesi, eccitati, e affetti da tremori alle estremità delle dita. Affermano di veder doppio e di soffrire di un’afasia intermittente. Per quanto possano procurarsi leggere contusioni, miss Reay non conosce esempi di ferite serie. Gli uomini attaccano quelli del loro clan nel corpo a corpo solo quando sono presenti degli spettatori, provocando l’intervento di questi in caso di bisogno. Essi ignorano gli uni e gli altri e minacciano soltanto quelli che non sono in stato di crisi. Due uomini cercarono di appiccare il fuoco a delle capanne che appartenevano ad altri indigeni, ma questi tentativi furono rapidamente bloccati; le donne e gli adolescenti incoraggiano apertamente gli uomini ad essere aggressivi, spuntando da dietro le case e gli alberi, e ritirandosi rapidamente, ridacchiando e gettando grida acute quando uno degli uomini, scorgendole, si lancia su di esse brandendo una lancia o tendendo l’arco. Per coloro che non sono in stato di crisi, questo spettacolo costituisce un diversivo eccitante. Per gli attori, è un’infrazione, una deviazione della vita normale che darà luogo più tardi a degli scherzi. Nessun prestigio o vergogna risultano da questa follia per coloro che ne sono colpiti. I Kuma considerano questi eroi della festa come irresponsabili dei loro atti.

Una persona soggetta a simili attacchi sa quando la crisi si avvicina, ed è capace di sottrarsi all’influenza dei funghi bagnandosi nel vicino fiume. Una donna, che era stata ndaadl per numerosi anni, dichiarò che era adesso troppo vecchia per esibirsi in questo modo, e sentendo la crisi avvicinarsi, andò ad immergersi nel fiume per liberarsi dall’influenza dei funghi.

Questi ultimi, che sono considerati la causa di questa follia, crescono per tutto l’anno. Giovani e vecchi, uomini e donne, li consumano in tutte le stagioni, generalmente mischiati con altri legumi. Tra le specie che provocano la follia, una sola è consumata cruda: il nonda tuburam, molto vicina al Tubjporus appendiculatus d’Europa. I nostri informatori, al contrario di miss Reay, affermano categoricamente – almeno per il clan Kugika – che il nonda tuburam non aveva mai provocato la follia dei funghi. Questa appare a intervalli irregolari. Noi, europei, non possiamo prevedere quando avrà luogo e non sappiamo se è lo stesso per gli indigeni. Scoppia senza regole prevedibili, così ci sembra, una o due volte l’anno, senza preparazione speciale o rituale. I funghi possono essere grigliati o cotti con altri legumi. Specie diverse sono spesso utilizzate contemporaneamente nello stesso recipiente, cosa che spiega le divergenze delle nostre informazioni nel designare la specie che scatena le crisi.

Sebbene anche i bambini consumino i funghi, non sono mai soggetti al komugl taì o al ndaadl. Ma a partire dai diciassette anni e fino a settant’anni, certi membri di questa comunità sono colpiti da questa affezione, e sono costantemente gli stessi individui, ma non sempre nello stesso periodo. Miss Reay segnala che nel 1954, circa trenta persone del clan Kugika furono colpite dalla follia dei funghi, sulle trecentotredici che componevano la comunità. A questa trentina, bisogna aggiungerne altre otto che, si sapeva, erano già soggette a questa follia, ma che, in questa occasione, vi erano sfuggite.

Secondo gli indigeni sarebbe una questione di eredità, una persona sarebbe predisposta a questa follia, se uno dei due genitori, o tutti e due, ne è colpito. Ma Marie Reay ha notato che certi individui sfuggono a questa regola: diventano komugl taì mentre non avrebbero dovuto esserlo; questa circostanza si spiega sia perché uno dei due genitori doveva esserne colpito senza che il fatto si sapesse, sia perché i soggetti non facevano che simulare questa follia. Ad ogni modo, un solo bambino per famiglia è suscettibile di essere colpito.

Nel 1963, dopo la nostra partenza, miss Reay ha raccolto una storia sorprendente, il cui eroe è Tunamp, un adolescente di sedici anni, figlio di Kanant, la donna che si immerse nel fiume quando sentì avvicinarsi la crisi che voleva allontanare per evitare un’esibizione. Ecco come si sono svolti più o meno i fatti. Circa due anni fa, Tunamp era già arrivato all’età per assistere alle cerimonie di iniziazione. Ombum, un uomo ormai già vecchio, spiritualmente legato al padre di Tunamp, decretò che poiché la sua vista stava diminuendo, "avrebbe abbandonato" la sua follia al giovane uomo. Predisse allora a quest’ultimo che sarebbe diventato komugl taì, al suo posto, dopo aver consumato dei funghi. Tunamp si ricordò di ciò che Ombum gli aveva detto e mangiò dei funghi sentendo che sarebbe divenuto komugl taì. L’assunzione avvenne con un certo Nggoi, di trent’anni, che si era già sottoposto all’esperienza della follia causata dai funghi. Li mangiarono insieme e fumarono lo stesso sigaro, e, secondo Tunamp, la facoltà di Nggoi di diventare komugl taì si sarebbe trasmessa a lui stesso, attraverso qualche sorta di contagio. Comunque sia, i due uomini si scatenarono e si misero a spezzare alcuni bambù e a devastare le palizzate del vicinato.

Non possiamo aggiungere altro a ciò che ha detto miss Reay se non poche informazioni che possono rivestire un certo interesse. Prenderemo in considerazione due fatti, forse essenziali, della nostra inchiesta. A Banz – che si trova nel paese dei Daniga, a nord della Waghi, vicino al settore dei Kuma, ma i cui abitanti differiscono da questi ultimi per alcune distinzioni dialettali e anche nei costumi – William Meuser, esperto agricolo della missione luterana, ci presentò a Kondl, il quale affermò che questa follia passava dal genitore ad un solo figlio, generalmente il più grande. Eventualmente al secondo o al terzo, ma mai all’ultimo di una lunga serie di figli. È il ndaadl che si trasmette ereditariamente. Ma, secondo lui, il komugl taì ne sarebbe distinto nell’origine stessa: quando la follia raggiunge qualcuno che non l’ha ereditata, questa prende la forma del komugl taì e l’uomo si mette a correre, portando le armi in mano, minacciando di morte violenta coloro che incontra. Un uomo di nome Guinga confermò che i bambini non ne sono colpiti, e in più aggiunse un fatto di cui si valuterà l’importanza: è provato che quando sopravviene l’epoca della follia, colui che è votato a subirla la proverà effettivamente, che consumi o meno funghi o frutti di Castanopsis.

Da circa trent’anni ci sono nella regione degli Europei, e i veterani sono ricchi di storie che ruotano intorno alla follia degli indigeni causata dai funghi; ma nessuno ci ha segnalato un caso di morte, né di ferite serie provenienti da questi pazzi. È questa una constatazione sorprendente. Le leggere contusioni che si sono verificate sembrano dovute all’incomprensione degli Europei. Insomma, i veri maniaci solo molto raramente riescono a mancare il colpo.

Una delle chiavi del mistero della follia dei funghi ha trovato la serratura che apre il cammino della spiegazione.

Nel ricapitolare le testimonianze dei nostri informatori europei, vorremmo ricordare che per cinque volte il nostro missionario e sua moglie avevano incontrato degli indigeni in stato di crisi e che questi non avevano fatto loro alcun male; un’altra volta, allorché dei cani erano stati aizzati su un uomo in stato di komugl tai, questi fuggì urlando e crollò, spossato, per la paura e la stanchezza, lungo la strada; ancora, Frank Porter e Harry Lake discutevano con un gruppo di indigeni, quando le frecce di un "pazzo" raggiunsero la tavola, ma nessuno fu colpito; infine, Jeff Broomhead, Mr. White e Mrs. Mansur furono spaventati da alcuni indigeni in preda a questa crisi, ma non furono feriti. Qualcuno lo è stato, in maniera leggera un giorno durante una lite, a Banz; tuttavia, in questa circostanza, l’aggressore ammise di aver fatto finta di essere in stato di follia: un festino di carne di maiale ristabilì la pace nei dintorni. Negli scritti di miss Reay e di Stanley Christian – come in quelli di diversi missionari – è stato più volte riferito che gli indigeni, in certe circostanze particolari, hanno simulato la follia sotto l’azione dei funghi. È probabile che i casi da noi ricordati riguardino individui che non erano che attori poco convinti. Un uomo accusato di aver dato fuoco ad una capanna fa parte di una casistica più interessante. Se, avendo mangiato dei funghi, fosse stato effettivamente colpito da komugl taì, non sarebbe stato responsabile dei suoi atti secondo il costume indigeno e, di conseguenza, non sarebbe stato punito. Secondo la legge degli uomini bianchi, al contrario era ritenuto responsabile, dunque passibile di punizione. E’ verosimile che abbia compiuto il suo gesto persuaso che gli adulti che lo guardavano avrebbero saputo intervenire in tempo per prevenire qualsiasi conseguenza nociva, ciò che avrebbero dovuto fare. Se si trattava di spettatori europei, ignoranti del ruolo che dovevano sostenere in questo piccolo dramma, il fatto di non conoscere il costume indigeno e di restare passivi li avrebbe sollevati da ogni responsabilità. Ma se l’uomo non era in stato di komugl tai e se nessuno era presente per fermarlo in caso di bisogno, la sua colpa diventava positiva e il suo sistema di difesa s’ispirava soltanto ad un’astuzia, dunque, a nostro avviso, ad un inganno. Si realizza con questo esempio la difficoltà che hanno i magistrati australiani, nel regolare queste situazioni con una sanzione umanamente giusta, basata su una spiegazione esatta dei fatti, tenendo conto delle sottili sfumature dei costumi della tribù.

Progressivamente, la porta si socchiude: miss Reay scoprì la verità quando scrisse che la follia dei funghi era diventata un’istituzione che serviva da "catarsi" sociale. Non possiamo immaginare essere in presenza dei primi stadi dell’evoluzione del dramma, un dramma senza sala, senza pubblico estraneo, al quale prende parte il villaggio intero, dove i principali ruoli sono stati assegnati in linea ereditaria ad alcune famiglie – un attore per ogni famiglia – e gli altri ruoli sono stati distribuiti a seconda di come si svolge lo scenario primitivo? C’è un tacito accordo secondo il quale i "pazzi" credono, o fanno finta di credere, alla loro follia e alla loro furia illustrata da fischi, urla, corse frenetiche per i pendii; gli altri, compresi i bambini, alle loro pazze fughe davanti alle minacce dei maniaci; senza dimenticare il gruppo giudizioso, di riserva, destinato a fermare, secondo il tacito accordo preliminare, gli incendi o gli atti troppo pericolosi. Durante questo periodo, le donne ndaadl danzano in formazioni che corrispondono ai sotto-clan dei loro mariti, in opposizione alle regole abituali della loro esistenza. Sono adornate, grazie alle cure dei loro sposi, di ornamenti riservati agli uomini, portano le loro piume più belle e i loro perizomi più ricchi, sorprendente esempio di travestitismo in questa società primitiva. Queste donne sposate si vantano di avventure sessuali e di irregolarità nella loro vita passata, spesso completamente inventate. Questi racconti sono cantati sotto forma poetica? Questo, non lo sappiamo.

Come devono sembrare guastafeste e pesanti zoticoni, agli occhi degli indigeni, gli Europei quando si rifiutano di partecipare al gioco! Ma come fare per introdurre una comunicazione tra due culture coesistenti e tuttavia separate da millenni? I nostri "esperti" potranno riuscirci?

In verità, l’Europeo non può giudicare l’insieme degli atti di cui la follia dei funghi non è che il risultato, se non comprendendo che si trova in presenza di uomini o di una civiltà intimamente legati alla Natura. Essi fanno parte di questa allo stesso titolo delle specie animali, il cui comportamento finisce per intricarsi con il loro. Tra le forme viventi che popolano le foreste, gli uccelli del paradiso offrono loro, per delle ragioni che vengono dalla loro stupefacente parure e senza dubbio dalle loro abitudini, uno dei motivi d’ispirazione che più li tentano. Le parate d’amore di questi animali svelano, nelle reazioni emozionali che presentano, una fase di tremore il cui meccanismo fisiologico è noto insieme all’aspetto particolarmente spettacolare. Non ci si stupirà dunque del fatto che la parola taì legata alla definizione della follia designa uno degli uccelli del paradiso, il raggiana, posseduto da questa agitazione al tempo dei balletti amorosi. A nostro avviso, non si tratta del ruolo di certe specie di funghi che questo uccello consumerebbe – cosa che è assolutamente improbabile – ma certo della simulazione ossessiva alla quale si abbandonano i Kuma, con i loro propri tremori. L’istinto mimetico degli abitanti della Waghi trova qui un’occasione eccezionale di utilizzare una scena di un dramma o di una commedia che introducono nel loro teatro.

Si può capire che questa interpretazione, sulla quale ritorneremo, sia difficilmente ammessa dai bianchi entrati in contatto con i primitivi, il cui metodo di cultura si ispira a valori del tutto diversi dai nostri, ma forse ugualmente difendibili, se non addirittura solidi. Rari sono i missionari, gli amministratori, i viaggiatori, i piantatori, i commercianti preparati ad una comprensione così vicina alla realtà e che potrebbero fare appello ad un’umiltà, una coscienza, un’apertura di spirito di cui gli uomini sono ben poco capaci. Forse è esatto, questo racconto dell’atteggiamento di un prete cattolico che uno dei Kuma aveva attaccato sotto l’influenza dei funghi, delirante e urlante, gli occhi nel vuoto, con l’ascia alzata, rivelando a questo ecclesiastico un caso di possessione demoniaca. Facendo rapidamente un segno di croce, pronto al martirio, il prete gridò in latino: "Ti aborrisco, spirito immondo nel nome di Nostro Signore Gesù Cristo. Ti ordino di staccarti e di uscire da questa creatura che Dio ha plasmato con la terra...". Un miracolo si produsse: il miserabile abbassò l’ascia e si scansò vergognosamente verso la sinistra, lato che per tradizione è votato alle eternità infernali.

Quando parlammo di questi fatti con William Barclay, controllore amministrativo a Minj, egli insistette sulla spigliatezza con la quale gli indigeni della Waghi si lasciano andare nel giocare un ruolo che adottano momentaneamente nella vita quotidiana. Così, una donna è sorpresa in adulterio. Suo marito si abbandona a una perfetta commedia. Tutte le sfumature del suo dolore sono stupendamente messe in valore, ma, nel momento in cui è percepito il compenso commerciale, smette di giocare e sembra d’ora in avanti del tutto indifferente. Ugualmente, un indigeno, che partecipa ad un processo, interpreta il suo ruolo in maniera impressionante davanti ai giudici; ma, durante le interruzioni della procedura, sembra aver dimenticato le sue emozioni e si comporta con la più grande calma. I Kuma sono proprio dei notevoli commedianti, così come allegri compagni.

Anche ndaadl nella lingua yuwi, che hanno spesso spaventato gli Europei che vivono nella valle della Waghi, devono essere considerate come facenti parte di un avvenimento comunitario che riguarda sicuramente la maggior parte degli uomini di tutti i villaggi dei paesi Kuma e delle diverse regioni vicine. Siamo persuasi che nel comportamento di questi primitivi, ci sia spazio per la finzione e che essi non mettono nessuno in pericolo. Questa opinione ci sembra poggi innanzitutto sul fatto che non si conosce da più di diversi decenni nessun caso di morte o anche di contusioni gravi dovute a questi uomini minacciosi. In virtù di ciò, gli Europei possono guardare con un certo distacco questi maneggi che dipendono da una cultura molto antica. Ma alcuni tra noi considereranno il fenomeno come la sopravvivenza, nella nostra epoca, di un’attività primitiva che è forse la chiave delle origini di alcuni nostri costumi.

I funghi non sembrano possedere – almeno nella maggior parte dei casi – nessun ruolo fisiologico nell’apparizione della follia stessa: queste crittogame ritenute responsabili appartengono a due grandi categorie incluse in cinque generi e due ordini (o famiglie) completamente diversi: Boletacee, da una parte, Asterosporali, dall’altra; o, più chiaramente, almeno sei Boleti e una Russola. Ci sarebbe motivo di credere che questi funghi colpiscano certi individui secondo un criterio ereditario, uno solo per famiglia, che i loro effetti sugli uomini e sulle donne siano completamente distinti e, più spesso, senza conseguenze, ma che a intervalli irregolari, che avanzano nella valle della Waghi a stadi cronologici di due giorni per clan, raggiungano un potente effetto farmacologico su questi individui designati in anticipo, effetto che li rende momentaneamente pazzi, secondo reazioni conosciute da tutti – e infine dovremmo credere che la crisi può essere evitata, o anche definitivamente allontanata con la semplice immersione nell’acqua fredda, e non forse in un posto qualsiasi o in una qualsiasi acqua. Non si tratta più di Micologia, ma di Mitologia. Gli Europei che vivono in questa zona mostrano una totale ignoranza delle crittogame, un’assenza di curiosità a questo riguardo e anche una certa ripugnanza a preoccuparsene. D’altra parte, una constatazione sembra doversi imporre: durante la preistoria di questa valle – e questa epoca si è conclusa appena trent’anni fa – i funghi hanno giocato un ruolo non soltanto alimentare – che conservano – ma allo stesso tempo culturale e magico, le cui tracce non sono ancora distrutte. Queste circostanze ci fanno sperare che le nostre ricerche potranno, in un prossimo avvenire, avanzare di qualche passo.