L’LSD nella ricerca e nella terapia

Kenneth E. Godfrey

Psichiatria Dinamica, vol. 1, pp. 49-63, 1974

[49] Introduzione

Negli ultimi dieci anni sono stati scoperti e sperimentati parecchi psicofarmaci: ormai fanno parte della metodologia terapeutica psichiatrica al pari di molte droghe allucinogene i cui risultati sono stati verificati mediante esperimenti coordinati di controllo a base di placebo. La maggior parte di queste droghe, dette anche " euforici ", come la morfina, la cocaina, nonché analettici come il Pervitin e il Preludin, hanno avuto sui soggetti un’opinione costantemente favorevole.

Per quanto riguarda le percezioni che si possono sperimentare e l’intensità con cui viene annullata la rimozione, notiamo una differenza qualitativa e graduale fra l’azione delle cosiddette droghe allucinogene, psicotomimetiche o psichedeliche, come l’hashish, la mescalina, la dietilamide dell’acido lisergico (LSD), chiamate anche " psicotomimetici", e quella della maggior parte delle droghe capaci di dilatare la coscienza (qui rappresentate con l’esempio dell’LSD-25). In generale è stato rilevato che non è possibile effettuare esperimenti a base di LSD con controlli a basi di placebo; soltanto pochi studiosi li ritengono possibili in casi individuali. Le difficoltà risultano dalle reazioni caratteristiche alla droga. Gli studiosi dell’LSD sono da qualche anno sempre più dell’opinione che le reazioni conseguenti a ingestione di LSD siano largamente condizionate dall’atteggiamento di aspettativa dello sperimentatore. Ciò appare evidente dal lavoro riassuntivo di Unger (1964). I precursori di queste ricerche sono stati Orne e Honigfeld. Con uno studio approfondito, il primo ha analizzato l’importanza che riveste l’attesa della corrispondenza da parte dello sperimentatore negli esperimenti d’ipnosi, ritenendo assolutamente indispensabile tenerne conto anche nella [50] formulazione delle ipotesi. Honigfeld, invece, si è occupato dell’influsso esercitato negli esperimenti con placebo dall’atteggiamento sia dei direttori dell’esperimento che dei soggetti.

La storia stessa di questa ricerca ci fornisce un esempio per illustrare quanto l’atteggiamento dello sperimentatore influisca sugli esperimenti con LSD. Verso la fine degli anni quaranta e l’inizio dei cinquanta, all’LSD si conferiva l’attributo di "psicotomimetico", ossia di induttore di uno stato simile alla psicosi, e gli studi si prefiggevano lo scopo di scoprire, attraverso l’ingestione di LSD, ulteriori elementi in merito alle psicosi. Verso la fine degli anni cinquanta e l’inizio dei sessanta, invece, l’LSD fu usato come mezzo terapeutico. Venne infatti messo in risalto l’effetto di dilatazione della coscienza esercitato da questa droga e le fu conferito l’attributo di "psichedelica". Sidney Cohen (1964) si chiese come fosse possibile che "dalla medesima ampolla potessero uscire allo stesso tempo la pazzia e il massimo beneficio" e ne concluse che nell’arco di questi venti anni dovevano essere cambiate le aspettative e le mete degli studiosi, visto che la droga era rimasta la stessa.

Trattamento degli alcolisti con LSD
Le relazioni che seguono si riferiscono a 123 esperimenti con LSD effettuati su pazienti trattati per alcolismo durante l’anno 1963-64 nel Topeka Veterans Administration Hospital. Nel corso di un programma terapeutico della durata di 90 giorni furono somministrate dosi di LSD da 300 a 900 microg.

I miei esperimenti, senza che ciò fosse stato progettato a priori, seguirono quattro fasi ben distinte, con differenti atteggiamenti dei direttori dell’esperimento e in ambienti diversi.

Questo termine di "atteggiamento" riassume in sé le valutazioni, le misure, gli interessi, le aspettative, le necessità degli sperimentatori nel corso dell’esperimento. Quantunque l’atteggiamento del soggetto venga indubbiamente determinato da quello del gruppo degli sperimentatori, in questo lavoro mi riferisco soltanto all’atteggiamento di questi ultimi.

"Ambiente" è un concetto vasto; esso indica la specifica attrezzatura fisica del luogo in cui avviene l’esperimento, in questo caso l’esperienza con l’LSD. Nella mia ricerca sono stati combinati tre atteggiamenti diversi da parte del direttore dell’esperimento (scientifico, scientifico-terapeutico, terapeutico) con tre diversi ambienti (spoglio, semiufficiale, a carattere familiare). Ne sono risultate quattro diverse situazioni sperimentali:

1. atteggiamento scientifico in ambiente spoglio
2. atteggiamento scientifico-terapeutico in ambiente semiufficiale
3. atteggiamento terapeutico in ambiente semiufficiale
4. atteggiamento terapeutico in ambiente a carattere familiare

Il presente studio dimostra le diverse reazioni alla droga da parte dei soggetti nel corso di queste quattro fasi, in rapporto alle variazioni nell’atteggiamento dei direttori e nell’ambiente. Non si è tentato di nascondere questi atteggiamenti ai soggetti; l’atteggiamento basilare dei direttori e l’ambiente particolare costituivano piuttosto due importanti variabili di questo esperimento.

Le differenti reazioni dei soggetti alla droga, in rapporto ai diversi atteggiamenti del settore ed all’ambiente diverso, sono state ordinate in una scala a sei fasi, secondo i sei livelli di reazione di Chwelos, Hoffer ed altri (1959). La classifica dei soggetti è stata eseguita dal direttore responsabile e da un osservatore con una concordanza del 90% ed in base al massimo grado della scala da loro sperimentato durante l’esperienza con l’LSD.


[51] Scala per misurare l'esperienza con l’LSD

Fasi di resistenza

Fase I

1. sembra teso
2. sembra irritato
3. nega mutamenti interiori
4. concentra la sua attenzione su oggetti esteriori e cose insignificanti

Fase II
5. somatizza, dice di avvertire vertigini, formicolii, ronzio nelle orecchie, nausea, cefalea, tensione tachicardica, sudori e brividi

Fasi psicotomimeticbe

Fase III
6. ha paura
7. sembra confuso
8. sente il corpo in maniera differente
9. manifesta disturbi di percezione e allucinazioni
10. viene sommerso da idee
11. non riesce a concentrarsi
12. evidenzia labilità emozionale
13. parla in modo disorganizzato e dissociato
14. teme di perdere il controllo della realtà e di impazzire

Fase IV
15. sviluppa idee di riferimento o diffidenza
16. soffre di fuga di idee
17. soffre di mania di grandezza
18. manifesta arroganza o superbia
19. lamenta un senso d’impotente debolezza
20. soffre di allucinazioni
21. soffre di disturbi di orientamento nel tempo
22. si lamenta di esser soggetto ad imposizioni
23. ha accessi di malumore
24. si lamenta di essere torturato

Fasi psichedeliche

Fase V
25. è autocritico
26. i suoi pensieri divagano
27. è depresso, triste, piange
28. dice sciocchezze
29. fa finta che gli altri dicano sciocchezze
30. se incoraggiato, parla di sé e della sua infanzia
31. volendo rispondere a domande del terapista, soffre di inibizioni del pensiero
32. preferisce starsene solo
33. tende ad un altezzoso silenzio
34. parla di sé spontaneamente
35. parla spontaneamente della sua infanzia
36. desidera stare in compagnia del terapista

Fase VI
37. appare felice, euforico, estatico
38. ritiene di vedere le cose con maggiore chiarezza
39. appare disteso
40. ha fiducia in sé
41. è persuaso di importanti intuizioni
42. è fraterno e cordiale con il terapista, sente di dovergli essere grato
43. scorge una nuova bellezza nelle cose
44. sente in sé una nuova forza intellettuale

[52] Le prime due fasi si possono grosso modo considerare come manifestazioni di resistenza alla droga; la terza e la quarta evidenziano fenomeni psicotomimetici, mentre le fasi quinta e sesta presentano reazioni psichedeliche.

Quando nel 1963 iniziai il trattamento degli alcolisti con l’LSD, potevo riallacciarmi a esperienze precedenti del genere, svoltesi nel Topeka Veterans Administration Hospital, dove sin dalla fondazione, nel 1946, erano stati trattati soggetti alcolizzati. Robert Wallerstein, John Chotlos e i loro colleghi iniziarono nel 1950 sistematici studi nel campo delle cure di disintossicazione. Dopo due anni di ricerche, seguiti da due anni di controllo, essi stabilirono la seguente classifica dei vari metodi terapeutici sperimentati:
a. preparati per la dissuefazione
b. ipnosi di gruppo
c. psicoterapia ambientale

d. condizionamento dei riflessi

In base a questi risultati, tutti gli alcolisti furono trattati con preparati di dissuefazione, anche se contemporaneamente partecipavano a un programma di psicoterapia ambientale. Questo trattamento venne continuato finché nel 1963 si cambiò, adottando un programma terapeutico della durata di 12 settimane a base di psicoterapia ambientale con l’aggiunta, durante la sesta settimana, di una dose di LSD-25 (300-400 microg) per paziente. Il programma terapeutico ambientale di base non subì modifiche, mentre la dose di LSD venne a sostituire i farmaci per la dissuefazione prescritti in precedenza.

Giunto a questo punto cruciale del programma terapeutico-sperimentale, ebbe inizio il mio lavoro intensivo con gli alcolisti. Quando cominciai ad intraprendere la terapia con l’LSD potei attingere informazioni soltanto in poche pubblicazioni. Iniziai perciò il mio operato con idee che oggi considero alquanto ingenue, sebbene animate da buone intenzioni. Voglio qui di seguito cercare di ripercorrere la strada delle mie esperienze con l’applicazione terapeutica dell’LSD agli alcolisti. Contemporaneamente vorrei sollevare alcuni quesiti e indicare alcuni fenomeni che ho osservato durante il mio lavoro su pazienti trattati con 1’LSD. Fra questi, principalmente il ricorso ai simboli nella terapia, l’uso di un linguaggio simbolico, le alterazioni del comportamento nei confronti delle interpretazioni date dal terapista durante l’esperienza con l’LSD, le alterazioni fondamentali del carattere, i processi di identificazione e la loro dinamica.


Atteggiamento Scientifico in Ambiente Spoglio

All’inizio del lavoro con l’LSD il programma terapeutico-sperimentale prevedeva la seguente tecnica.

Durante la sesta settimana di un programma terapeutico di 12 settimane si somministravano, alle ore 12 di ogni giorno, 300 microg di LSD a due pazienti.

Ogni paziente stava solo in una stanza oppure, se necessario, insieme a una persona tecnicamente addestrata. Specchi monodirezionali permettevano di osservare il paziente dopo l’ingestione della droga, dal laboratorio in cui si raccoglievano con un dinamometro i risultati dei test psicologici e determinati dati psicologici.

Questo lavoro, essendo relativamente nuovo in quella clinica, suscitò vivo interesse. Prevalse la curiosità di rilevare asserzioni o azioni che si prestassero ad un’interpretazione analitica. Il primo gruppo, di sei alcolisti, prese la droga alle condizioni suindicate, ma nessuno ebbe una reazione psichedelica (fase V e VI):
quattro reagirono psicotomimeticamente (fasi III e IV) e due rimasero insensibili, salvo che per la manifestazione di qualche sintomo fisiologico.

[53] Il risultato complessivo, con la media numerica di 2,9, si trovò nel campo della resistenza, vicino al passaggio dalle fasi somatiche a quelle confusionali. Erano evidenti le reazioni di resistenza e quelle psicotomimetiche. Alcuni dei pazienti affermavano raggianti di non aver nemmeno preso la droga, per quanto i sintomi fisiologici apparissero inequivocabili a tutti gli osservatori. Altri, che ostentavano di aver preso l’LSD, si lamentavano forte di sintomi somatici. L’esperienza con l’LSD diventò critica per un paziente che ebbe una ischemia cardiaca. Fu trasferito a un reparto di medicina interna, da cui fu dimesso dopo tre settimane. In questa fase dell’esperimento predominavano reazioni psicotomimetiche quali confusione, disturbi di percezione e paranoia. Ad esempio, venivano scorti insetti che camminavano e figure grottesche sui pannelli insonorizzanti delle pareti e del soffitto; si accendevano vivaci discussioni, si esprimevano sospetti, e gli osservatori notavano fenomeni di assenza.

Naturalmente non eravamo rimasti soddisfatti delle reazioni dei pazienti, in particolare, dei primi quattro gruppi, e credevamo di non aver usato bene l’LSD perché le reazioni non rassomigliavano minimamente a quanto era stato descritto nella letteratura. Dopo aver letto la letteratura disponibile sull’LSD, mi venne l’idea che la reattività all’LSD potesse dipendere dalla facoltà di subire l’ipnosi (Savage 1962, Terrill 1962). Decisi quindi di ricorrere, per tre settimane prima della somministrazione dell’LSD, a due sedute settimanali di ipnosi di gruppo, per ottenere dalla profondità dell’ipnosi raggiunta da ciascun paziente un indizio della sua disponibilità di reazione all’LSD. Ai pazienti fu detto esplicitamente che non c’era alcun rapporto fra la profondità dell’ipnosi e l’intensità della reazione all’LSD. Anche dopo l’esperienza con LSD, si fecero per altre tre settimane due sedute settimanali di ipnosi di gruppo. Così scoprimmo che i soggetti che reagivano di più all’LSD manifestavano anche uno stato di trance più profonda durante l’ipnosi.


Atteggiamento Scientifico-Terapeutico in Ambiente Semiufficiale

Dopo che il primo gruppo di sei pazienti aveva dimostrato una resistenza tanto spiccata verso l’LSD, decidemmo di ripetere per questo gruppo l’esperienza in un ambiente meno spoglio e meno scientificamente attrezzato, rinunciando questa volta ai continui test psicologici e alle misurazioni elettrofisiologiche, limitandoli invece a un’ora e mezzo nel pomeriggio.

L’ambiente di questa seconda fase era costituito, per tutti e due i pazienti, da una grande sala sociale per il personale, ammobiliata con divani, poltrone imbottite, tavolinetti e lampade a stelo e con tende alle finestre. Alle pareti erano appesi quadri eseguiti dai pazienti, alcuni dei quali dipinti con stile alquanto grottesco. Sembra che questi quadri abbiano avuto l’effetto di distrarre i soggetti, ed evidentemente hanno loro impedito di raggiungere le fasi culminanti dell’esperienza (Brlebnis).

La sala era divisa in due da una tenda, di modo che ciascuno dei pazienti ne avesse a disposizione una parte; un giradischi suonava per entrambi. Insieme ai pazienti si trovava, a ritmo alternato e irregolare, un certo numero di osservatori, fra cui io stesso, un giovane medico che doveva occuparsi sempre di uno dei due pazienti, portantini e infermiere, nessuno dei quali aveva avuto un’esperienza personale con l’LSD.1 Questi osservatori non solo erano curiosi di notare le al[54]terazioni, ma erano anche interessati all’effetto terapeutico.

Il valore numerico medio di questa fase, caratterizzata dall’atteggiamento scientifico-terapeutico dei direttori dell’esperimento e dell’ambiente semiufficiale, ammontò a 4,0. Esso ricade quindi nella sfera psicotomimetica, tra confusione, disturbi di percezione e paranoia. Sembra come se la mancanza di privacy, l’elemento di distrazione fornito dai quadri e il grande numero di collaboratori, abbiano, ostacolato un’esperienza ottimale e disturbato la facoltà introspettiva dei pazienti. Ci sono stati tuttavia anche pazienti che hanno raggiunto un’esperienza psichedelica. Ciò può essere stato causato dal fatto che, mentre l’esperimento precedente era stato centrato sul fine scientifico, ora si era accentuato di più quello terapeutico.

Anche in questa fase cominciammo con le interpretazioni psicanalitiche del tipo classico, la maggior parte delle quali, però, non trovò ascolto.


Atteggiamento Terapeutico in Ambiente Semiufficiale

In base a queste nostre esperienze precedenti convenimmo che il direttore dovesse assumere un atteggiamento terapeutico nei riguardi dei pazienti; si mantenne tuttavia la cornice semiufficiale. L’osservatore, durante l’esperimento con l’LSD, si occupava più attivamente del paziente. Ogni paziente disponeva di una stanza sua propria; poteva coricarsi e coprirsi il viso con un tovagliolo. Il numero dei collaboratori era limitato a uno o due per paziente. Gli ambienti erano arredati in modo accogliente e per ciascun paziente si sceglievano pezzi di musica distinti. Dopo queste modifiche, alcuni pazienti raggiunsero la sesta fase, ma solo per breve tempo, e noi potemmo notare tante cose che prima non ci era dato di osservare. Tutto sommato, le reazioni all’LSD restarono ad un livello inferiore a quello descritto nella letteratura più recente.

La media numerica di questa fase, caratterizzata da atteggiamento terapeutico e ambiente semiufliciale, fu di 4,9 – al confine, quindi, fra la zona psicotomimetica e quella psichedelica.

A quell’epoca Hoffer, di Saskatoon (Saskatchewan), teneva delle lezioni sull’LSD, ospite della facoltà di medicina della vicina Università. Dai colloqui con lui ottenni preziose informazioni di prima mano sulla somministrazione di LSD e sull’importanza dell’atteggiamento del direttore, dell’ambiente e della tecnica per le reazioni del paziente. Hoffer mi consigliò di andare a vedere Sanford Unger che stava effettuando ricerche con l’LSD su alcolisti nello Spring Grove Hospital di Baltimora. Mi propose inoltre di approfittare di quel viaggio per passare da Princeton, nel New Jersey, e fare una visita a Humphrey Osmond, un pioniere nel campo degli studi sull’LSD.

Lo scambio di esperienze con Unger si dimostrò altamente illuminante per me, perché venni a conoscere le effettive condizioni in cui si poteva ricorrere all’LSD nella terapia degli alcolisti, molto più di quanto prima avessi potuto immaginare.

Unger e Schoenriéh, che lavoravano insieme, si servivano di musica, di fiori, di specchi, ed entravano in strettissimo rapporto di sostegno con i pazienti, le cui reazioni erano sorprendenti, e quasi tutti avevano esperienze psichedeliche.

Durante la mia visita allo. Spring Grove Hospital imparai come bisogna agire sulle circostanze per suscitare una determinata reazione all’LSD. Parlai con un certo numero di pazienti che già avevano avuto un’esperienza con l’LSD e ne intervistai uno immediatamente dopo tale esperienza, restando sorpreso del risultato, che tendeva a somigliare ad una vera modificazione del carattere (cfr. anche Maslow 1959).

[55] Evidentemente in quei pazienti avveniva qualcosa che non avveniva nei nostri. Particolarmente importante mi sembrò anche che un ex paziente del programma LSD fosse stato chiamato a far parte del gruppo terapeutico.2

Dopo tre preziosi giorni a Spring Grove, Unger ed io ci recammo insieme a Princeton da Osmond che ci dedicò un’intera giornata.

Rientrato a Topeka, iniziai la prescrizione del dosaggio raccomandato da Unger senza apporre per ora molte modifiche al programma terapeutico stesso. La dose totale di 300 microg da noi fino allora somministrata divenne la dose iniziale. Se questa non provocava reazioni, si davano dosi supplementari di 200 microg ciascuna, sempre alla distanza di un’ora l’una dall’altra. Siccome la maggior parte dei pazienti già dopo un’ora aveva bisogno della prima dose supplementare, passammo in breve alla dose iniziale di 500 microg per tutti, e potemmo ora osservare con maggior frequenza reazioni psichedeliche (fasi V e VI).

Preparammo i nostri pazienti all’esperienza con l’LSD e ricorremmo ad alcuni accorgimenti ausiliari osservati a Spring Grove. Ogni paziente poteva scegliere liberamente la sua musica e lo si incoraggiava a lasciarsene trasportare. Cambiammo i quadri dipinti da pazienti con altri ad opera di artisti e togliemmo specialmente i quadri dal contenuto grottesco o religioso. Con tutto ciò, in un quadro che raffigurava Napoleone a cavallo, ad alcuni pazienti sembrò ch’egli sollevasse lo sguardo verso Dio.

L’ambiente era più aperto, ma non aveva ancora quell’assistenza che possiamo offrire oggi. Per qualche tempo i pazienti restarono ancora collegati a un dinamometro, per cogliere i dati elettrofisiologici. Nel sesto gruppo cominciammo a mettere a disposizione di ogni paziente una stanza privata; ciascuno aveva accanto a sé un’infermiera o un medico. Questa disposizione risultò migliore, ma non corrispondeva ancora alle nostre aspettative. Sviluppammo così il nostro odierno metodo di lavoro consistente in un atteggiamento terapeutico del direttore in un ambiente a carattere familiare.


Atteggiamento Terapeutico in Ambiente a Carattere Familiare

Atteggiamento del Paziente.
Molta cura rivolgemmo alla preparazione del paziente all’esperienza con l’LSD e nella settimana precedente dedicammo tre sedute di un’ora ciascuna a tale scopo.

Ogni paziente era tenuto a scrivere il proprio curriculum. Il paziente aveva così l’occasione di dare uno sguardo riassuntivo alla propria vita, in vista dell’esperienza con l’LSD, ed il coterapista poteva avvalersi di questo materiale biografico per meglio conoscere il paziente e quindi aumentare l’efficacia del suo lavoro col paziente stesso durante tale esperienza. I pazienti furono inoltre invitati a scrivere le loro impressioni dopo l’esperienza, per rafforzare l’Erlebnis. Per lo stesso motivo, li pregammo anche di conversare delle loro esperienze fra di loro e con i membri dei gruppi successivi. Fu proposto di usare le rimanenti sei settimane di terapia per elaborare a fondo i problemi emersi sotto l’influsso dell’LSD.

Atteggiamento dei Direttori.
In ogni stanza era sempre presente un coterapista scelto all’interno del gruppo composto da me e tre coterapisti. Tutti i collaboratori avevano una preparazione teorica specifica per il lavoro che svolgevano [56] e notevoli esperienze pratiche raccolte in un anno durante la direzione dei gruppi di pazienti. Avevano letto moltissimo sull’applicazione dell’LSD, compreso il manuale di Chwelos sull’uso dell’LSD in psicoterapia. Tutti gli altri membri del gruppo furono sempre interpellati in occasione di decisioni o considerazioni fondamentali, con particolare riguardo alla continua assistenza positiva da dare al paziente durante l’esperienza con l’LSD.

Tale assistenza positiva non era rivolta soltanto alla cura fisica, ma doveva esprimersi nell’attenzione dedicata al paziente, in un atteggiamento terapeutico positivo che incoraggiasse il paziente a profittare dell’esperimento con l’LSD, ed anche nel contatto fisico, per esempio toccando il paziente con la mano.

Uno dei tre coterapisti assisteva come coordinatore e sostituiva durante la sosta di mezzogiorno il collega che trascorreva tutta la giornata col paziente. Io stesso passavo da un paziente all’altro, cercavo di dare una mano al coterapista ed ai pazienti, aiutando questi ultimi con suggerimenti e incoraggiamenti.

Ambiente. Facemmo avere a ciascun paziente una stanza. In un’ala tranquilla del reparto alcolisti arredammo due camere in modo accogliente, includendo oggetti di valore simbolico, quali un garofano, uno specchio bilaterale, quadri di un certo valore, nonché il vassoio con il pranzo.

Svolgimento. L’esperimento con l’LSD ebbe inizio alle 9, ora in cui ai due pazienti prescelti si somministrarono 500 microg di LSD sciolti in acqua. Ai pazienti fu spiegato che l’esperimento con l’LSD doveva essere la loro esperienza e che essi potevano fare quello che desideravano pur di trarne il massimo profitto possibile. I terapisti sarebbero stati presenti tutto il giorno per prestare loro aiuto e protezione, senza tuttavia sottoporli né a pressioni né ad alcun test. Ogni paziente poteva stare insieme al coterapista che preferiva. Dovevano ascoltare la musica e lasciarsene trascinare. Non erano obbligati a parlare se non ne avevano voglia. Qualora invece lo avessero desiderato, noi ci saremmo intrattenuti con loro, purché però non avessimo notato che parlavano per evadere l’effetto della droga. In tal caso, infatti, avremmo fatto notare loro questa resistenza, invitandoli a distendersi per sperimentare una più intensa reazione all’LSD. Dicemmo anche che noi non avremmo potuto indovinare i loro pensieri, sebbene a tratti, durante l’esperienza, potessero averne l’impressione, perché loro erano sensibilizzati dall’LSD, ma noi no.

Dopo l’ingestione della droga, ciascun coterapista accompagnò il suo paziente nella sua stanza, facendolo coricare. Ogni stanza era adorna di fiori, libri, specchi, quadri, ecc. Il coterapista rimase nella stanza e osservò il paziente attentamente per tutto il tempo. A richiesta, gli dava da bere: caffè, acqua, succhi di frutta. Cercava di assistere il paziente in ogni modo, talvolta gli teneva la mano, gli consigliava quello che sarebbe stato meglio fare. Io passavo da una stanza all’altra e davo istruzioni su come i pazienti avrebbero potuto sfruttare ancora meglio la situazione e le reazioni. Di ogni paziente registravo su di un grafico la fase raggiunta.

Verso l’ora di pranzo fu portato ai pazienti un vassoio con le vivande. Per lo più non ne mangiarono nulla, ma il vassoio era importante per la reazione del paziente, a causa del significato simbolico. Essi spesso disponevano diversamente gli oggetti sul vassoio, come se così ordinassero la propria vita.

Notai un paziente che stava chino sopra un vassoio, nell’atto di un giocatore di scacchi che studia le figure in un gioco decisivo. Collocò il bicchiere di latte e il garofano rosso al centro del vassoio, poi dispose con cura gli altri oggetti a [57] destra e a sinistra di una linea immaginaria. Discuteva fra sé sul dove porre ciascun oggetto. Si slacciò l’orologio dal polso sinistro e lo pose subito a sinistra della linea mediana. Ma quella sistemazione non gli piacque e lo mise quindi a destra sul margine del vassoio. Con aria assai ironica, distolse lo sguardo dal vassoio e lo volse direttamente su di me. Dichiarò di essere vicinissimo a una verità, ma non poteva coglierla. Dapprima gl’indicai il fiore, indi il bicchiere di latte, infine lui stesso, e gli dissi soltanto queste tre parole: "amore, vita, Lei". L’espressione su1 viso del paziente si trasformò manifestando sollievo e gioia. Tese la mano verso il latte e disse che ora lo poteva bere. Vuotò il bicchiere con viva soddisfazione e in quel momento raggiunse il più alto gradino psichedelico.

Non solo il vassoio col pranzo, ma anche il fiore rosso era di grande valore simbolico. La maggior parte dei pazienti vedeva come il fiore respirava, come i suoi petali si espandevano e di nuovo si ritraevano. Con viva sorpresa notavano che "il fiore vive". Il fiore era simbolo della vita ed era per essi come "un benvenuto al loro ritorno in mezzo al genere umano". Si identificavano con il fiore, con la vita, con l’amore, e attraverso tale identificazione si rendevano consci delle proprie forze. Un paziente disse: "Io ho creato il mondo; ho creato il mondo cosi com’è e ho creato il mio mondo così come volevo che fosse. Ma in questo mondo, come lo volevo io, non potevo vivere, e ho appreso invece che posso vivere nel mondo così com’è". Un altro parlò della sua reintegrazione:

"Mi sembra di vedere attraverso un caleidoscopio. Lo si gira, si vede come le particelle arrivano dalla periferia, si avvicinano sempre di più e di più, finché non formano che un solo punto, e questo punto sono io".

Lo specchio bilaterale conferiva la consapevolezza che esistono anche altre possibilità e sorgenti di forza. Allorché il paziente sperimentava la fase in cui sentiva due realtà, gli davamo lo specchio e lo invitavamo a guardarlo. Per lo più, egli guardava la parte anteriore, faceva una smorfia, e voleva metter via lo specchio. A questo punto noi gli facevamo notare l’altra faccia. Egli girava lo specchio e lo guardava con intensità e gioia; guardava specialmente il margine superiore dello specchio per vedersi così come egli avrebbe potuto essere. L’altra faccia gli aveva mostrato il suo sé "cattivo" o il suo sé precedente. Dopo di ciò era in grado di guardare entrambe le facce con gioia e comprensione.

I libri e i quadri che facemmo vedere ai pazienti sembrano essere stati di grande aiuto. Vi ritrovavano sé stessi e sembravano comprendersi meglio guardando i quadri. Il latte sul vassoio sembrava generalmente un simbolo dell’amore o un dono d’amore. Quando i pazienti riordinavano la propria vita e si reintegravano, scoprivano di essere capaci di accettare e donare l’amore nella stessa misura. Secondo me, l’alcolista vive nel conflitto di non poter accettare l’amore a meno di degradarlo.

Poco dopo l’ora di pranzo, la maggior parte dei pazienti raggiunsero una fase psichedelica, cioè di dilatazione della coscienza, in cui vedevano Dio, contemplavano le verità eterne e si sentivano "uno" con Dio e gli uomini. "Tutto il passato è passato. Io mi sento puro". "Ho visto Dio, una figura immersa in una luce raggiante. Ho parlato con Dio e lui con me". "Mi sento nuovo, la mia vera vita comincia oggi". "Mi sento tanto bene, posso amare. Ora posso amare i miei figli". A questo punto i pazienti avevano in genere sensazioni euforiche e si esprimevano con entusiasmo sul miracolo della loro reazione e della vita.

Verso le ore 14 si fecero riunire i due pazienti ed essi presero a conversare fra di loro. Ciascuno poteva aiutare l’altro ed intervenire.

[58] Accadde qualche cosa di strano. Mentre i due pazienti durante la reazione psichedelica guardavano insieme il fiore, ambedue videro simultaneamente come il fiore spiegava e ripiegava i suoi petali, o, come dicevano loro, le sue braccia.

Dopo di ciò, furono liberi di restare ciascuno nella propria stanza oppure di mettersi a letto. Non fu dato loro alcun mezzo per mitigare l’azione dell’LSD. La reazione doveva perdurare il più a lungo possibile. Spesso i pazienti rimanevano svegli fino alle 3 o alle 4 del mattino successivo. Sovente capitò che quelli che non erano giunti alla fase psichedelica alle 14, la raggiungevano durante la notte.
La mattina dopo i pazienti vennero intervistati da un medico, che li invitò a raccontare, passo per passo, quello che durante l’esperienza con l’LSD avevano visto, sentito, udito o conosciuto. Senza essere stato insieme al paziente pei sei o otto ore durante l’esperienza con l’LSD, il giovane medico fu più ampiamente informato sulla reazione, poiché i pazienti durante quell’intervista rivelavano di più sulle loro esperienze che non durante il corso stesso dell’Erlebnis. In tal modo il paziente doveva riconsiderare le sue esperienze per farle proprie. Lo si invitava anche a scrivere a proposito della sua esperienza, e a riparlarne di continuo anche con altri pazienti, finché l’avesse integrata. Nelle rimanenti sei settimane del programma terapeutico i pazienti dovettero rielaborare tutto ciò che avevano provato durante l’esperienza con la droga. Per altre sei settimane continuarono a partecipare al normale trattamento per gli alcolisti e poi vennero dimessi.

In questa quarta fase delle nostre ricerche quasi il 100% dei pazienti raggiunsero, entro un’ora e mezzo o due ore, un grado elevato di esperienza psichedelica. Con un atteggiamento terapeutico da parte del gruppo di studiosi e con un ambiente reso familiare, si raggiunse la media numerica di 5,6. Ciò indica che quasi tutti i pazienti raggiunsero la V o la VI fase.

Durante questa fase osservammo regressioni, in alcuni casi anche fino alla nascita. Un paziente affermò di essere vissuto una volta come un organismo monocellulare. Un altro rivisse la convivenza col fratello, col quale da ragazzo si era molto picchiato. Il paziente aveva vinto l’ultima battaglia: il fratello era partito per la guerra e non era più ritornato. Il paziente si rese conto che molte delle sue depressioni si basavano su sensi di colpa nei confronti del fratello. Dopo questo rivivere egli si sentiva come purificato e d’ora innanzi poteva meglio affrontare la vita.

Durante il nostro lavoro avevamo notato che alcuni pazienti avevano raggiunto fasi psichedeliche pur essendo stati in precedenza sottoposti a tesi psicologici. Esaminammo pertanto, in seguito, se fosse possibile ottenere un simile risultato in generale. Volevamo poter riequilibrare l’azione di disturbo della situazione creata dal test mediante una sufficiente compensazione durante i test stessi.

Sottoponemmo a test un gruppo di cinque pazienti mentre si trovavano sotto l’azione dell’LSD. Uno solo di essi ebbe un’esperienza psichedelica, e ciò soltanto perché "gli sembrava troppo doloroso di rientrare nella coscienza per poter rispondere alle domande". Gli altri quattro membri del gruppo evidenziarono reazioni psicotomimetiche, per lo più a carattere paranoico. Ce lo raccontarono gridando a gran voce, al termine dei test. Pertanto offrimmo loro una nuova occasione di sperimentare l’LSD. In avvenire non sottoporremo più a test i pazienti durante un’esperienza con l’LSD, perché ci siamo accorti che i test assumono così un’azione troppo distruttiva.

Quattro pazienti di questo gruppo presero nuovamente una dose di 500 ng in un ambiente terapeutico e familiare e tutti ebbero esperienze psichedeliche. Uno di essi (l’unico di religione ebraica) regredì nell’infanzia e "trasse moltissimo [59] dall’esperienza, particolarmente per via della musica". Cinque giorni dopo, però, negò di aver avuto un’esperienza psichedelica e cominciò a razionalizzare. Quest’uomo era giunto al limite della tolleranza fisica: soffriva infatti di ascite da cirrosi epatica. Malgrado la prognosi sfavorevole, da qualche tempo già non beve più e lavora con un gruppo di Alcolisti Anonimi in una grande città vicina.

Gli altri tre membri di questo gruppo ebbero esperienze psichedeliche complete ed estatiche. Ebbero una visione chiara della loro vita e videro la risposta; credettero di vedere Dio. Sentivano la propria forza interiore e riacquistarono la coscienza di sé.

A distanza di otto o dieci giorni da questa seconda esperienza con l’LSD, si invitarono i pazienti a farne un reciproco confronto. Tre di essi dissero che la prima esperienza li aveva fatti infuriare perché vi si erano sentiti come traditi, mentre la seconda esperienza li aveva completamente soddisfatti. Soltanto quello che non era giunto alla piena esperienza con l’LSD asserì: "L’LSD viene grossolanamente sopravvalutato. È un gigantesco nulla".

Attualmente esistono due gruppi psicoterapeutici composti da ex pazienti che hanno avuto l’esperienza con l’LSD; l’uno si incontra ogni giovedì sera nel nostro ospedale, l’altro nel Veterans Administration Hospital di Oklahoma City. Diamo molta importanza a questi gruppi perché ci rendiamo conto che non è possibile risolvere tutti i problemi vitali in 12 settimane, per cui ci sembra molto utile che gli ex pazienti si ritrovino in gruppi ambulatoriali.

Nei nostri esperimenti abbiamo avuto in cura anche alcuni alcolisti che erano stati classificati come schizofrenici; questi non hanno evidenziato alcun disturbo durante l’esperienza con l’LSD. Notammo anzi, in questi pazienti, notevoli mutamenti che perdurarono però non più di due o tre settimane. Soltanto tre pazienti, all’inizio classificati come schizofrenici e che attualmente si trovano in fase di miglioramento, conservarono il mutamento del carattere per tutta la durata del programma, tanto che ancor oggi sono astinenti. Quei pazienti classificati come schizofrenici che regredirono entro due o tre settimane, abbandonarono in genere il programma prima della fine e ripresero a bere forte come prima se non di più.

Nel frattempo ho iniziato delle ricerche con pazienti neurotici, che vengono sottoposti a psicoterapia intensiva con varie dosi di LSD (Abranison 1960, Ling e Buckman 1963, Spencer 1964, Cohen 1964). Con questi pazienti, prima d’iniziare la terapia, si fanno parecchi test ed interviste qualitative. Hanno tre volte la settimana una seduta psicoterapeutica di un’ora e ricevono a settimane alterne dosi di LSD e di Ritalin (secondo Sandison: Ling e Bucknam 1963). La psicoterapia viene controllata da psicanalisti della Fondazione Menninger.

Dopo aver partecipato a 120 sedute con LSD, potei riscontrare nei pazienti un determinato modello di comportamento: alcuni pazienti, per esempio, non reagivano a gradi nel modo solito, passando attraverso varie fasi reattive (Chwelos e coll. 1959) , ma potevano saltare i primi due livelli della resistenza e delle esperienze psicotomimetiche per raggiungere rapidamente la fase psichedelica. Emersero anche altri aspetti del trattamento con l’LSD ed io ritengo che i fenomeni qui di seguito discussi abbiano ancora bisogno di molto approfondimento.


Importanza dell’ambiente

I nostri esperimenti hanno messo chiaramente in evidenza il valore di un ambiente accogliente e confortevole per l’esito delle esperienze con l’LSD. Quasi tutti i pazienti trattati con l’LSD in un ambiente simile raggiungevano la fase psichedelica, la maggior parte perfino quella estatica. Importanti erano la continua [60] assistenza amichevole, la musica, i fiori, i quadri, ecc. I pazienti tuttavia non superavano i livelli I-IV qualora durante l’esperienza con l’LSD venissero effettuati dei tesi psicologici che servivano soltanto a farli incollerire.

L’istruzione avuta in precedenza circa l’imminente Erlebnis con l’LSD, la vigorosa assistenza prestata dal gruppo di studiosi (che fra l’altro tendeva ad assicurare il paziente che sarebbe stato in grado di raggiungere gli scopi della terapia con l’LSD così come altre mire nella vita) fecero si che i pazienti si sentissero liberi per l’introspezione e per le regressioni, usando la forza insita nel proprio Io per la reintegrazione della propria personalità.


Fenomeni di resistenza

Alcuni nostri pazienti alcolisti, ma soltanto nella situazione ad orientamento scientifico, furono capaci di mantenere la loro resistenza contro un’esperienza introspettiva anche dopo l’ingestione di una dose di 900 ng di LSD.

All’inizio della nostra ricerca, quali manifestazioni contro il trattamento con l’LSD, riscontrammo anzitutto la negazione di ogni effetto e la fuga. Un paziente che aveva avuto una dose di 400 ng di LSD ne negò ogni azione. Asseriva di non barcollare, benché al suo ritorno al reparto oscillasse da un lato all’altro della sala. E’ come se i pazienti considerassero tutto ciò che succedeva nel laboratorio come un test a cui dover resistere o da superare.

Altri pazienti utilizzavano sintomi psicosomatici per resistere all’esperienza con l’LSD. Alcuni studiosi ritengono che la reazione psicosomatica sia indice dell’imminente perdita della funzione di controllo dell’Io, un’ultima resistenza, cioè, prima di una reazione psicotica. Qualora si dovesse riscontrare di poter aiutare questi soggetti mediante il metodo combinato dell’LSD e della psicoterapia, ritengo che si giungerebbe al successo in minor tempo che negli alcolisti puri.

Anche l’intellettualizzazione deve essere considerata come una forte resistenza. Pur avendo tali pazienti avuto una Erlebnis psichedelica e originariamente vissuto tutta la ricchezza dell’esperienza con l’LSD, essi tendevano ad esternare e isolare, fino a che l’esperienza non aveva più per loro alcun significato soggettivo. Un paziente che durante l’intervista sull’LSD e per altri tre giorni aveva descritto la sua esperienza come molto soddisfacente, dichiarò poi che la sua regressione era stata causata soltanto da un film che aveva visto qualche giorno prima dell’esperienza con l’LSD. E’ interessante notare che questo paziente sia poi stato dimesso dalla clinica malgrado il suo comportamento e che attualmente si astenga dall’alcool.

I pazienti che intellettualizzano, cercando di sapere quale sia il significato della loro reazione soggettiva in corso per un adattamento alla vita, non raggiungono la massima fase psichedelica. Se si cede alla richiesta di determinare in quel momento riferimenti e collegamenti, si ostacola l’ulteriore introspezione e reintegrazione. In queste situazioni, facevamo rilevare al paziente la sua resistenza, incoraggiandolo ad attendere rilassato la reintegrazione spontanea, riservandosi di elaborare i quesiti non risolti durante le rimanenti settimane nel corso della terapia individuale o di gruppo.

Un’altra resistenza contro l’esperienza con l’LSD consiste nel simularla. Ciò permette al paziente di sfuggire all’esperienza con l’LSD, ma di solito, alla fine della seduta, si evidenziano collerici risentimenti paranoici. Solitamente tali pazienti pregavano di poter avere una seconda esperienza con l’LSD. Nell’attuale piano terapeutico non potevamo dare più di una dose se non in casi eccezionali. Per questi simulatori si raccomanda di prescrivere l’LSD in combinazione con una breve terapia ambulatoriale.

[61] La resistenza contro la reazione all’LSD sembra legata al rifiuto d’autorità. Il vomito, per esempio, che abbiamo rilevato solo in pochi pazienti, può rappresentare una resistenza contro la droga e un meccanismo di fuga, ma anche una espressione di ostilità nei confronti di colui che sorveglia l’esperienza.

La maggior parte di questi pazienti, in tale occasione, fanno in modo di insudiciare tutto intorno. Sembra una messa in scena del paziente per dire: "Nulla di ciò che fate m’indurrà a fare quello che voi vi aspettate, ossia smettere di bere". Nello stesso tempo ciò irrita il personale terapeutico, che è costretto ad eliminare la sporcizia. Il vomito può essere però anche un mezzo per controllare se il personale è veramente interessato al paziente. Nello stesso tempo rappresenta una regressione ad un livello precedente di dipendenza infantile.

Un paziente beveva eccessive quantità di acqua simulando in tal modo un’orgia alcolica. In altri pazienti l’ingestione di acqua sembrava rappresentare un atto simbolico per l’accettazione di amore e di cura. Un paziente, dopo aver bevuto l’ultimo bicchiere d’acqua, dichiarò in tono lamentoso che in tutta la sua vita non aveva mai desiderato altro che un bicchier d’acqua. Forse, con ogni nuovo bicchiere d’acqua che beveva, voleva dimostrare che accettava la droga, ossia la terapia.

Il fumo eccessivo e il molto parlare sono meccanismi di fuga con cui si cerca di attaccarsi a qualcosa di reale. Questo lo facevamo rilevare ai pazienti, cercando di aiutarli a smettere per favorire l’esperienza introspettiva.


Linguaggio e interpretazione dei simboli

Savage e collaboratori, nella loro opera "Caveat The Psychedelic Experience", esprimono il parere che la terapia convenzionale possa in qualche caso esser nociva. Un terapista che si sentisse onnipotente potrebbe confondere il paziente, o altrimenti nuocergli con interpretazioni di resistenza, là dove sarebbe indicata un’empatia emozionale.

Le nostre esperienze hanno confermato questa opinione. Lavorando con pazienti che si trovano nel pieno di un’esperienza con l’LSD, l’assistenza emozionale è di importanza essenziale. Talvolta si ha l’impressione che il paziente possa percepire tali pensieri per telepatia. Sembra che gli oggetti nella stanza del paziente durante l’esperienza con l’LSD – il fiore, io specchio, le tendine, i quadri, la musica, il cibo e le bevande – abbiano significato simbolico e preparino un’atmosfera favorevole alla comprensione emozionale.

Un esempio per l’importanza dell’interpretazione simbolica veniva offerto dal paziente già descritto, che, secondo una siffatta interpretazione, era capace di riordinare e ristrutturare il vassoio con il pranzo e, in senso figurato, la propria vita. Sono d’accordo che le interpretazioni della resistenza ad orientamento analitico tendano a distrarre il paziente e ad inquietarlo, ma ritengo che dobbiamo fornirgli delle interpretazioni simboliche che lo raggiungano, non sul piano della coscienza, bensì su quello dell’inconscio. Sembra che il paziente comprenda tali interpretazioni direttamente, senza che vengano filtrate dalle funzioni di controllo dell’Io. Questo modo di comunicare, evidentemente, può offrire più di quanto non lo possano i buoni ragionamenti, le persuasioni, o i suggerimenti. Sembra che nessuno di questi tipi di comunicazione sia in grado di trasmettere i contenuti significativi quanto il linguaggio simbolico. Dovremmo darci da fate maggiormente per scoprite il significato di vari simboli e poterli applicare con maggior sicurezza e migliore efficacia. Ritengo che si dovrebbe sviluppare, per la terapia con l’LSD, un nuovo linguaggio basato su simboli.


[62] Cambiamenti nel comportamento dei pazienti

In base alle esperienze da me finora compiute in fatto di terapia con LSD su alcolisti, ho potuto mettere in evidenza che i pazienti si modificano durante e in seguito all’esperienza con l’LSD. Può darsi che, tutto preso dal desiderio di aiutare i pazienti, io non sia abbastanza obbiettivo; credo, tuttavia, di aver notato in loro cambiamenti nell’aspetto esteriore, negli atti, e nella forma dei rapporti umani. Anche altre persone, come il personale infermieristico e i congiunti dei pazienti, hanno notato questi mutamenti. Persino quelli dei primi gruppi che non avevano raggiunto la fase psichedelica, si erano modificati al punto che uno psicologo, prevenuto nei confronti dell’LSD, dovette ammettere di aver riscontrato dei cambiamenti favorevoli nei pazienti dopo l’esperimento con LSD.

Il personale terapeutico del nostro reparto all’inizio si era quasi rifiutato di lavorare con gli alcolisti. Successivamente si acquistò un maggior interesse al trattamento, il che può essere attribuito a un certo numero di fattori; di certo, questo interesse fu stimolato notevolmente dal mutamento avvenuto nei pazienti dopo l’esperienza con l’LSD. Il personale infermieristico rilevò che, dopo la terapia con l’LSD, i pazienti sono molto più schietti ed aperti nelle riunioni di reparto e che hanno minore difficoltà a stabilire contatto sia col personale che con gli altri pazienti. I pazienti che prima richiedevano maggiore assistenza, successivamente ne richiedevano di meno; i pazienti si aprivano maggiormente, i caratteri cinici, depressi, aggressivo-passivi, litigiosi e dipendenti erano più "normali", "più sicuri di sé" e "più contenti".

Sappiamo che la maggior parte degli alcolisti hanno delle "fasi buone" e che i congiunti in un primo tempo si convincono che il paziente sia effettivamente cambiato. S’intende che, dopo la cessazione di una tale fase, essi diventano ancor più irritati ed offesi. Purtroppo nel primo anno di trattamento con l’LSD non erano previsti successivi studi di controllo, il che ci dispiaceva non poco. Ora queste ricerche in famiglia vengono effettuate da un assistente sociale dopo il rilascio. I nostri pazienti provengono da tre Stati: Kansas, Missouri e Oklahoma; perciò l’assistente sociale deve compiere lunghi viaggi per effettuare le sue visite di controllo. Molti pazienti, però, in particolare quelli trattati con l’LSD dopo il giugno del 1964, ritornano periodicamente a far visita al reparto e al personale. Le relazioni che essi danno del loro lavoro, la loro soddisfazione di essere rimasti sobri e di aver raggiunto migliori rapporti sociali, nonché l’entusiastico appoggio che prestano al programma terapeutico, già permettono di ottenere alcuni dati di controllo dei nostri risultati. Occorrono però ben più estesi studi di còntrollo per evidenziare se questi mutamenti perdurino o no.


Il significato del processo d’identificazione per gli alcolisti

Le alterazioni dei carattere di solito si basano su processi d’identificazione con personaggi importanti. Sembra che soggetti malati sul piano emozionale, per esempio gli alcolisti, si trovino in conflitto con i propri introietti. Qui si afferma che l’autodistruzione dell’alcolista è rivolta contro l’introietto dentro di sé. L’esperienza psichedelica, attraverso la parte osservata dell’Io, permette di percepire questi introietti e rende possibile al paziente di neutralizzarli o di assimilarli.

In base alle nostre osservazioni pensiamo che le identificazioni nell’esperienza psichedelica rivestano carattere "maschile" o "femminile". L’identificazione maschile è considerata forte, creativa e pregevole, equivale a umanità o a Dio, ad un possibile simbolo per il padre. Un tale essere può assumere responsabilità [63] per sé e per altri; può dare e accettare amore; scopre i lati forti del proprio Io ed è capace di applicarli in modo realistico.

Il secondo tipo d’identificazione tende a sottomettersi. Finora non possediamo ancora esperienze sufficienti per poter dire quale tipo permetta la migliore prognosi. Riteniamo di scorgere nei nostri alcolisti maschili un indirizzo in senso maschile. Queste ipotesi potrebbero costituire la base per nuovi indirizzi nella ricerca con l’LSD. Questa, però, a causa di ignoranza e pregiudizi, viene spesso attaccata, sicché, pur di fronte a risultati incoraggianti, dobbiamo esortare alla riservatezza. Da parte mia sono persuaso che il trattamento con 1’LSD sia un prezioso strumento terapeutico che merita innanzitutto l’interesse degli psichiatri.


Note

1 In origine avevamo previsto di fornire un’esperienza personale con LSD a tutti i membri del gruppo terapeutico-sperimentale che sarebbero venuti in contatto con i pazienti durante l’esperimento, ma in un convegno dell’Associazione Psichiatrica Americana a Los Angeles nel maggio 1964 ci sconsigliarono vivamente da tale proposito.

2 Harry Stuck Sulliv’an, assumendo la direzione del suo Reparto all’ospedale Sheppard Pratt, pose la condizione che venisse licenziato tutto il personale infermieristico professionale, e vi mise come portantini e infermiere individui in precedenza ritenuti potenzialmente schizofrenici con prognosi favorevole (ndr).


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