Absintismo

Vitaliano Galli

Gazzetta Medica Italiana Provincie Venete, vol. 20, pp. 117-122, 1877

"I medici non avranno mai fatto
di troppo per ottenere l'abolizione
del liquore d'assenzio"
Le médicin de la famille

"È oramai dimostrato che, toltane
l'influenza di pochi furbi, e più di
pochi ideologhi, la Comune parigina
fu l'effetto di un delirio epidemico,
a cui prestarono mano le passioni
concitate della sconfitta, l'abuso
assenzio; ma più di tutto il grande
numero di alienati, ambiziosi,
omicidi e fino paralitici, liberati
troppo presto dai manicomii, e che,
rinvenendo in quella popolazione
commossa, un terreno propizio,
si associarono, e posero in atto
gli sciagurati loro sogni."
Lombroso, L'uomo delinquente.



Dicesi absintismo l'alcoolismo prodotto dalla tintura spiritosa d'assenzio, nota in commercio sotto il nome di estratto di assenzio svizzero.

L'absintismo è stato, ed è ai nostri giorni, soggetto di molti studii e di maggiori querimonie, perchè alla discrasia prodotta dal liquore alcoolico dell'assenzio, di cui si fa nell'Europa settentrionale, e maggiormente in Francia, biasimevole abuso, si vogliono da molti attribuire il decadimento della razza in generale, e in particolare gl'inauditi disastri recentemente toccati alla Francia medesima, ma più le stolidissime e feroci pazzie della Comune, e forse, dico io, la esagerata bigottissima reazione.

Anche negli orrori della prima e grande rivoluzione francese l'alcoolismo e la pazzia erbbero certo una parte di non lieve momento; e siccome le mentali alienazioni sono spesso conseguenza ereditaria dell'alcoolismo, così, citando le parole del Lombroso, ho riferito anche quelle relative agli alienati e ai paralitici, perchè molti fra questi saranno stati debitori delle [118] loro malattie, se non dell'assenzio, certo dell'acquavite bevuta dai loro padri.

Il Lussana pure ci fa sapere che l'attenzione dei savi è diretta ai danni funestissimi che l'abuso del liquore d'assenzio cagiona al sistema nervoso, producendo convulsioni, pazzie e altre infermità.

Sotto il governo di Thiers, se non erro, si proposero e tentarono leggi per impedire lo spropositato consumo dell'extrait d'absinthe, e parmi vi si imponesse gravissimo balzello.

Credono alcuni che l'absintismo non abbia sintomi speciali, e non sia che l'alcoolismo comune, accidentalmente prodotto dallo spirito di assenzio, piuttosto che da altro liquore prettamente alcoolico; non fanno però distinzione fra l'alcoolismo e l'absintismo. Con questi è illustre Prof. Ferdinando Coletti, come risulta da una dottissima Nota dal medesimo letta nel 1864 all'Accademia di Scienze, lettere ed arti in Padova sul liquore d'assenzio, della quale mi giovai nel compilare questa memoriuccia, come apparirà dalle citazioni, sebbene io non sia del suo parere.

Altri invece sostiene che l'avvelenamento generato dall'abuso del liquore d'assenzio sia più grave di quello, che deriva dagli altri alcoolici, ed abbia, se non manifestazioni essenzialmente diverse, almeno disturbi, dirò così prediletti, che si trovano nei bevitori di assenzio, più facilmente che negli amatori delle altre bevande spiritose.

È questa opinione anche di molti, che, senza essere scienziati, ebbero modo di fare osservazioni pratiche sugli effetti dei vari liquori. Dicevami un liquorista che "l'assenzio dà alla testa", ripeto fedelmente le sue parole, "e che quelli che si ubbriacano coll'estratto di assenzio muoiono matti".

Io la penso come il buon liquorista, perchè, sapendo come lo assenzio contenga un principio, esperimentalmente dimostrato venefico, non mi sembra irragionevole, se anche a questo principio tossico si attribuiscano, almeno in parte, gli effetti prodotti dal liqure d'assenzio. Sin dal principio del corrente secolo i birrai inglese osservarono che la birra fabbricata con l'assenzio, invece che col luppolo, era più forte e più inebbriante.

L'assenzio comune, voce d'origine greca, che significa senza dolcezza, è l'absithium officinale, o artemisia absinthium, pianta erbacea, appartenente alla famiglia delle composite, di sapore amaro, di odore aromatico, e di virtù eccitanti e stomachiche. Tutta la pianta è fornita delle menzionate proprietà; ma le parti usate sono le sommità fiorite e le foglie.

L'assenzio deve la sua azione a un principio amaro cristallizzabile, detto absintina, e a un olio etereo, secondo recenti e sicure esperienze, venefico.

Principali sintomi dell'intossicazione absintica sono: vertigini, nausee, fremiti muscolari, che principiano dai muscoli del collo, poi bruschi scotimenti e stirature del capo, quindi generali contrazioni di tutti i muscoli del corpo, e persino vere convulsioni. A questi fenomeni si aggiungono quelli di una speciale ebbrezza. Abusando poi dell'assenzio per lungo tempo, succedono paralisi e turbamenti nelle facoltà mentali e morali, sino alle allucinazioni e al delirio maniaco.

Sonvi persone che hanno una particolare idiosincrasia, o speciale esagerata impressionabilità, per lo assenzio, e non tollerano bevanda alcuna acquea, vinosa od alcoolica che non contenga anche una minima dose; così da soffrire, bevendone poche stille, nausee, capogiri ed altri disturbi gastrici e nervosi.

La bevanda d'assenzio comunemente venduta, è il cosi detto estratto d'assenzio, che è, o dovrebbe essere, una distillazione spiritosa fatta in alcool di 60° a 70°, di qualità diverse di assenzio (assenzio maggiore e minore) di badiana, calamo aromatico, angelica, semi di cumino, origano volgare, dittamo cretese e talvolta di menta, di melissa e di finocchio, più l'assenza di anici comune, che vi si aggiunge, terminata la macerazione e la distillazione delle altre sostanze (1).

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[(1) Ecco il nome scientifico delle piante, che si trovano, o possono trovarsi, nella composizione del liquore d'assenzio. Assenzio maggiore (Artemisia absinthium). Assenzio minore (Artemisia pontica) ambedue della famiglia delle composite.
Badiana o anice stellato (Illicium anisatum e anisum stellatum), grande pianta arborea tartara e chinese, della famiglia delle magnoliacee.
Calamo aromatico (Acorus calamus) famiglia delle Aracee.
Angelica (Angelica arcangelica), fam. Umbellifere
Cumino (Cuminum cyminum), fam. Umbellifere
Finocchio (Meum foeniculum), fam. Umbellifere
Anice comune (Pimpinella anisum), fam. Umbellifere
Origano (Origanum vulgare), fam. Labiatae
Dittamo (Origanum dictamnus), fam. Labiatae
Melissa (Melissa officinalis) fam. Labiatae
Menta. Di queste piante sono conosciutissime, oltre la menta o Mentha viridis, molte altre qualità, come la piperita, la sylvestris, la rotundiflora, la crispa, la menta pulegium, ecc., appartenenti tutte alla famiglia delle labiate.]
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Tutte le piante aromatiche, componenti il liquore d'assenzio, furono analizzate dal Magnan; ma le esperienze fatte sopra ciascuna, men che sull'assenzio, diedero risultamenti negativi; a nessuno però devono attribuirsi nè meno in parte gli effetti tossici del liquore, però dovuti interamente all'alcool e all'assenzio.

I fabbricanti del liquore d'assenzio non si prendono quasi mai la scesa di capo della distillazione, e adoperano a dirittura l'alcool, cui aggiungono le essenze di assenzio e di anici. Per colorire il liquore potrebbe giovarsi degli spinacci, o di altre sostanze vegetali verdi e innocenti, essendo che la clorofilla (materiale verde delle foglie) sia, comechè non molto, solubile nell'alcool, e potrebbe ro anche servirsi della clorofilla medesima, chimicamente preparata per uso proprio dei liquoristi; ma qualcuno adopera il solfato o il cloruro di rame, Sali, come ognuno sa, velenosissimi. Il Coletti non vuole però credere a così sciocca bricconata, all'aggiunta cioè del sale rameico, se bene molte persone degne di fede lo asseverino, perchè facilmente sostituibile, perchè dà colore azzurro e non verde, e finalmente perchè insolubile nell'alcool.

Alle osservazioni del prof. Coletti credo, si possa rispondere, che il sale rameico viene aggiunto al liquore col giallo della curcuma, con cui forma il verde, [119] e che, non tanto per colorire l'estratto di assenzio vi si mette il solfato di rame, quanto per renderlo più facilmente lattiginoso, allorchè si mescola coll'acqua. In piccola dose una satura soluzione acquosa di solfato di rame, non intorbida una discreta quantità di alcool; mentre questo poi si fa, e chiaramente lattiginoso, aggiungendovi molta acqua, come io stesso ho provato.

Non ridirò i nomi di quelli che affermano non infrequente l'aggiunta del sale di rame nello spirito di assenzio, e mi contenterò di citare i sigg. Littré e Robin, i quali di tale adulterazione parlano nel loro dizionario di medicina.

Il liquore d'assenzio è dunque di colore verde, si intorbida, e diventa lattiginoso aggiungendovi acqua, la quale, appropriandosi l'alcool, con cui ha grande affinità, fa precipitare le essenze, prima disciolte nell'alcool medesimo. Ecco la descrizione di questo liquore fatta dal Coletti.

"L'absinthe suisse, liquore d'assenzio, o assenzio svizzero, o, come si chiama da noi, neufchâtel, è un liquore alcoolico aromatico, di colore legermente verde smeraldo, di odore che ricorda l'anisi ed il finocchio, che intorbida l'acqua e la rende lattiginosa, con una sfumatura verdastra; il cui sapore non è punto amaro, ma non è affatto dolce, anzi direi che è contemporaneamente e l'uno e l'altro, tanto la successione dei due sapori è rapida ed alternata".

Prima di parlare delle nocive conseguenze succedenti all'abuso di assenzio, dirò gli effetti immediati e fisiologici che ne produce l'uso moderato, e siccome non saprei farlo meglio del Coletti, il quale, se bene astemio, volle provare in sé stesso gli effetti del liquore d'assenzio, così lascerò a lui la parola; tanto più che io, sebbene non astemio, per una invincibile ripugnanza, non sono mai riuscito a ingollare intero un bicchierino d'assenzio puro od annacquato. Dovessi ridirne il sapore, non potrei, tanto mi nausea e indispone il suo solo odore. Rammentesi però che il Coletti, parla dell'assenzio diluito, ché non mai gli fu possibile di beverlo puro.

"Appena sorseggiato il liquore, cominciano a manifestarsene gli effetti. Nello stomaco non ne avvertì senso alcuno di calore incomodo. Qualche rinvio, carico del sapore dell'assenzio, ti fa edotto che le parti volatili del liquore vanno grazificandosi. In seguito provasi un senso di vuoto e di sbalordimento, e un certo fremito fibrillare o formicolio gradevolissimo, che dalla testa si diffonde per le membra; i sensi pare si facciano più acuti, l'immaginazione più vivace, più pronta la loquela, e qausi inavvertito ti spunta sulle labbra il sorriso. Un senso di leggerezza t'invade tutto il corpo, sicchè nell'incesso un po' lesto, ti pare di saltellare, e non giurerei che in fatto non fosse. Il respiro si fa più libero e più ampio, e i moti volontari e i gesti, senza farsi più energici, si compiono però in modo più alacre e più spigliato. Tutti questi fenomeni in poco più di un'ora svaniscono, non lasciandoti ombra d'incomodo al capo, né altrove; ma piuttosto un senso di benessere generale, e un bisogno di cibo maggiore dell'usato, sicchè ti tarda l'ora del pasto quotidiano."

La seducente e poetica descrizione non lusinghi persona! Sembrami il classico soave liquore di cui si aspergono gli orli del vaso all'egro fanciullo, perchè beva ingannato amari succhi, e il liquore d'assenzio è in verità succo amaro anzi velenoso, come risulta da quanto già dissi, e che adesso, per amore di chiarezza compendierò.

La pianta dell'assenzo contiene essa medesima una sostanza tossica, l'olio etereo; alla sua tintura alcoolica va qualche volta unito, almeno secondo molti osservatori, un secondo veleno, il solfato di rame; vedasi dunque se tal liquore debba essere per sè stesso dannoso, più di qualsiasi altra bevanda spiritosa. Arroge che spesso adoperano i liquoristi, non alcool vinico, ma di patate o di barbabietole, quasi necessariamente inquinati dai velenosissimi alcooli amilico e butilico, da cui, secondo il Rabuteau, è difficilissimo sceverarli; e poi ditemi voi, lettori discretissimi, se questa bevanda, che il Legrand giustamente chiama la peggiore maledizione del nostro secolo, non dovrebbe essere dalla legge proibita in ogni paese civile.

Non so dunque in verità capire come sienvi presone, che nello spirito d'assenzio vedono un liquore per nulla più dannevole degli altri, anzi quasi meno pernicioso. Se l'alcol amilico può trovarsi anche negli altri liquori, non è così della velenosa assenza, che fa parete integrale della spiritosa bevanda svizzera, e del solfato di rame, che non sarà così facilmente trovato negli altri spiriti aromatizzati, meno forse che nel kirsch.

Il Prof. Coletti per esempio, ammettendo pure la doppia azione dell'assenzio e dell'alcool, conclude che "il liquore d'assenzio puro non è per nulla più dannoso degli altri liquori alccolici."

E aggiunge che "Il liquore d'assenzio annacquato si differenzia da tutti gli altri liquori alcoolici."
E termina sentenziando che "Il danno recato dal primo devesi, più che altro all'alcool."
E che "Gli effetti piacevoli che induce il secondo sono dovuti all'azione delle essenza."

Non mi fermerò sulle tre parole più che altro della terza sentenza, sebbene sieno, se non m'inganno, in aperta contraddizione colla prima, ma chiederò al Prof. Coletti, se anche dall'abuso del liquore anacquato, egli non attenda altro, che gli effetti piacevoli indotti dalle essenze?

Il Coletti fonda le sue opinioni sul fatto che i bevitori di spiriti sopportano dosi anche enormi di liquore d'assenzio puro, ma non annacquato; e sulla osservazione che il liquore d'assenzio puro non produce gli effetti piacevole ed esilaranti, come quando è diluito; ma invece cagiona effetti simili a quelli dell'alcool puro. In altre parole, egli dice che, per avere [120] gli affetti dell'assenzio bisogna beverne il liquore misto all'acqua, e che prendendolo puro, gli effetti dell'alcool prevalgono in modo, che solamente questi debbano e possano valutarsi; però vuole che tutte le lesioni materiali e funzionali, successive all'abuso del liquore d'assenzio, rientrino nel quadro generale dell'alcoolismo, e rifiuta, come speciale forma morbosa, l'Assenzismo come egli ama chiamarlo, partendo dal tema italiano, piuttosto che dal latino.

Ora io dico che, ammessa una azione esilarante e stimolativa dell'assenzio scevro di alcool, dovrà per la natura delle cose umane, razionalmente ammettersi che l'abuso di tale sostanza sia pernicioso, e alla teoria risponde, come fra poco dimostrerò, la pratica coi fatti. Confesso intanto di non capire come una sostanza, per sé stessa venefica,debba, coll'aggiunta dell'alcool, tornare innocente. Bisognerebbe dimostrare che l'alcool è l'antidoto dell'assenzio; mentre invece è dimostrato che le essenze diventano più attive sciolte nell'alcool.

Il Magnan ha fatti molti esperimenti sull'azione dell'essenza d'assenzio, e ha provato che tale sostanza è assolutamente venefica, perchè la sua introduzione, in certe dosi nell'organismo sia per bocca, sia per iniezione nelle vene, produce convulsioni epilettiche (trisma, contrazioni muscolari, tonico-cloniche, schiuma alla bocca, morsicature alla lingua, respirazione stertorosa, evacuazioni involontarie ecc. ecc.) convulsioni che possono ripetersi anche senza una seconda amministrazione di essenza, o d'olio etereo, di assenzio, le sole sostanze adoperate dal Magnan, perchè danno effetti più solleciti e più sicuri. Gli animali, fra un eccesso e l'altro, restano stupidi, inquieti e soggetti ad allucinazioni. In dosi maggiori poi queste sostanze cagionano la morte.

Il Magnan ha provato ancora che i sopramentovati effeti sono ritardati, non tolti, dalla unione dell'essenza coll'alcool. Avendo infatti somministrato a un animale dello spirito d'assenzio, vide subito i fenomeni depressivi dell'alcool, più tardi gli epilettici dell'assenzio. In un grosso cane, cui aveva dato per bocca 60 grammi di alcool e 4 grammi di assenzio, ottenne subito l'ebbrezza, assai più tardi le convulsioni epilettiche; mentre in un altro cane, già alcoolizzato, ebbe più presto l'accesso epilettico colla iniezione dell'assenzio per la vena crurale. Il Magnan, sarebbe inutile dirlo, adoperò sempre dosi proporzionatamente minori nelle iniezioni, di quando introdusse l'essenza per le vie digerenti.

I fenomeni propri dell'assenzio, allorchè è misto all'alcool, sono dunque ritardati perchè i centri nervosi, sotto l'azione di forte quantità d'alcool, si fanno meno eccitabili, e perchè, come insegna il celebratissimo Bernard, l'alcool, turbando la secrezione gastrica, turba la digestione e l'assorbimento dell'assenzio. Noto intanto che, parlandosi di absintismo, si parla necessariamente di abuso, perchè solamente coll'abuso l'alcool è nemico della digestione, sia irritando le pareti dello stomaco, sia arrestandone e pervertendone le secrezioni, sia coagulandone i necessarii principii albuminoidi. L'alcool in piccola quantità, convenientemente diluito e involto nei cibi, gradevolmente stimola lo stomaco e ne eccita le funzioni. Questo sia detto, perchè niuno mi tacci di contraddizione, avendo di sopra affermato che le essenze disciolte nell'alcool diventano più attive.

Che i briaconi poi tollerino forti dosi di liquore puro e non mescolato coll'acqua, si può spiegare col fatto che l'alcool è per loro stimolo abituale e necessario, mentre non lo è il solo assenzio, l'azione del quale predomina nel liquore diluito, di cui sogliono fare poco uso per l'odio cordialissimo che hanno contro l'acqua. Come e perchè l'azione dell'assenzio si faccia più presto e più evidentemente sentire nel liquore tagliato coll'acqua che nel puro, credo di averlo sufficientemente spiegato, accennando gli esperimenti del Magnan, e l'opinione del Bernard sull'azione dell'alcool nello stomaco. Questo però si ponga in sodo, che l'azione dell'assenzio, preceduta e ritardata da quella dello spirito, non è tolta; ma di ciò fra poco.

Si potrà opporre che gli effetti prodotti dall'abuso (teniamo sempre in mente che parlo di abuso) dell'assenzio allungato nell'acqua non si manifestano mai nel briacone, che pure abusa del liquore stesso. Rispondo che sarà per avventura difficile dimostrare simile asserzione. Nel bevitore, che abbia abusato dello spirito puro dell'assenzio, avverranno tosto le perturbazioni psichiche e gli sconcerti funzionali dello stomaco, della locomozione e tutti gli altri fenomeni costituenti la ubbriachezza, o quello stato di semiubbriachezza e di abituale stupidità, in cui si trovano quasi sempre i soggetti all'alcoolismo cronico; nel quale stato essi non sono certo i migliori giudici per dire quando cessi l'azione dell'alcool, e quando cominci quella dell'assenzio, la quale seconda azione è resa, come già dissi, più lenta, più tardiva, e direi quasi latente dell'alcool, di cui gli effetti possono del resto combinarsi e confondersi con quelli dovuti all'assenzio, senza che questi sieno tolti. In fatti sono registrate osservazioni di persone alcoolizzate, le quali soggiacquero a convulsioni epilettiche per l'abuso dell'assenzio, fatto dopo la intossicazione alcoolica.

Ma sia pure che l'alcool attenui, comechessia, l'azione dell'assenzio, ma che la tolga del tutto, così da sentenziare che il liquore d'assenzio puro non sia per nulla più dannoso degli altri liquori, non credo si possa scientificamente assicurare. Che le ultime manifestazioni dell'absintismo e dell'alcoolismo, si confondano tra loro, perchè prodotte da identiche alterazioni organiche, stimo che niuno possa negare; ma che i primi disturbi prodotti dall'assenzio sieno di preferenza convulsivi, e che la combinazione di due veleni, l'alleanza di due nemici non debbano vincere l'uomo, che stoltamente si mise a lottare con loro, più presto che se presi singolarmente non mi sembra si possa in alcun modo dubitare.

E venendo finalmente alle manifestazioni, che gli autori sogliono designare, come sintomi speciali del[121]l'absintismo, dirò, o meglio ripeterò, come sembri essere l'absintismo cagione della epilessia, della paralisi generale, della mania, del rammollimento cerebrale, della demenza più facilmente che le altre forme di alcoolismo; sembra, in altre parole, che l'avvelenamento per lo spirito d'assenzio attacchi di preferenza il sistema nervoso, mentre che l'alccolismo prodotto dal sidro, dal vino, dalla birra o dagli altri liquori prettamente alcoolici, vuolsi che diriga la sua particolare azione, piuttosto che sugli apparecchi digestivo e urinario.

L'ebbrezza prodotta dal liquore d'assenzio è iraconda, violenta, dura maggior tempo, e lascia stupore più profondo, e disturbi più gravi di quella cagionata, non dirò dal vino, ma dalle altre alcooliche distillate.

Dall'abuso continuo e quasi metodico derivano mancanza d'appetito, sete ardente, ansietà, vertigini, tintinnii, visioni strane e paurose, principalmente di sera e di notte; fremiti generali delle membra, preceduti quasi sempre da contrazioni parziali dei muscoli delle labbra e della faccia.

Nel dizionario francese delle Scienze mediche, stampato in Milano nel 1821, trovo scritto, che l'abuso dell'assenzio può indebolire la vista, e che i Signori Lindestolpe e Stentzel, dall'uso dell'assenzio, soffrirono terribili cefalalgie e infiammazioni oculari; e qualche autore moderno, fra le cagioni della ambliopia, novera l'absintismo.

Il malato, così convien chiamare chi soffre di cronico absintismo, è tristo, ipocondriaco, sospettoso, in ogni persona vede persecutori e nemici che fugge, cercando nella solitudine la pace, cui mai non trova; perchè ignora inseguito da spaventose visioni. Diventa in breve pallido, giallastro, magrissimo, calvo, perde le facoltà generative, e negli ultimi periodi, ha impedita la loquela, è paralitico, demente e muori abbruttito.

Non tutti i bevitori d'assenzio sono magri e calvi. Ne conobbi e conosco qualcuno che, soffrendo tutti i malanni dell'absintismo (allucinazioni, timori d'immaginarie persecuzioni, insensibilità fisica e morale, incipienti la paralisi e la demenza) era grasso; ma di grassezza cascante e schifosa, e con pelle giallastra, e aveva tutta e folta la capigliatura e la barba.

I bevitori d'assenzio si fanno quasi macchine, che non vanno, se altri non le muove o carica. Per muoversi, per accorgersi di essere vivi, questi sciagurati hann o bisogno del giornaliero loro stimolo, divenuto indispensabile, debbono cioè essere ogni giorno caricati d'assenzio, per ricominciare dopo, come orologi m olto sconnessi e poco precisi, automaticamente il loro solito metodo di vita, ripetendo oggi le cose dette e fatte ieri, quelle medesime, cioè, che diranno e faranno domani.

Se l'abitudine o il lusso, o il bisogno di stimolare fa ad alcuno sentire troppo amara la privazione dell'assenzio, beva, prima del pranzo, un piccolo bicchiere di vermuth, ma di buona fabbrica, come sarebbero quelli di Cora, dei Martini e Sola e altri rinomati di Torino. Il Mantegazza, il Fonssagriges, e altri egregi, consigliano la igienica sostituzione, la quale, per vero dire, è da gran tempo fra noi seguita. Dicevami un liquorista bresciano che l'uso di vermuth, del fernet, del melange o di altri amari, hanno quasi sbandito, almeno nel suo negozio, che pue è in luogo centrale e frequentatissimo, l'uso dell'assenzio, una volta bevanda alla moda. Dio voglia che altrettanto avvenga in tutta l'Italia, anzi in tutta l'Europa!

Ma neppure di vermuth si abusi, e a coloro, che lo proseguono di troppo caldo amore, dirò le parole del Mantegazza: "Vermuth, fernetti e melange sono intingoli ingannatori e leccornie giudaiche, che fabbricano un falso appetito e preparano una falsa digestione e una falsa salute"(1)


[(1) - Il Ducaisne dell'Accademia delle Scienze di Parigi lesse una Memoria sulvermuth, dalla quale tolgo le seguenti osservazioni:
a) Il vermuth non produce l'alcoolismo così rapidamente come il liquore d'assenzio; ma produce disrodini nervosi e digestivi.
b) La maggiorparte dei vermuth del commercio è composta di vini e di vegetabili di pessima natura, di liquidi acidi, e di minerali nocevoli; mascherati dal profumo dell'alcool.
c) Il vermuth, anche di buona qualità, dovrebbe sbandirsi dalle bevande ordinarie, ed essere considerato come un medicamento.
Dalle conclusioni del Ducaisne deriva che anche del vermuth dovrebbe farsene a meno; ma chi nol può, rammenti il consiglio di prendere solamente quello proveniente da fabbricatori onesti e rinomati.]

Chi n'ha più, ne metta.

Il vino è spesso necessario; l'acquavite può esserlo non raramente; ma il liquore d'assenzio, sia o non sia svizzero, sia bianco o sia verde, è sempre dannoso e venefico; deve quindi cancellarsi dalla superficie della terra. A questo liquore calza a cappello la sentenza dell'Haller: "Dubites num hoc, sive medicamentum, sive venenum, inter potus species oporteat referre." Dubiti fra la specie delle bevande abbiasi da classificare questo, vuoi medicamento, vuoi veleno.

Rigidissimi proveddimenti furono spesso consigliati e presi contro lo spaccio di commestibili contenenti veleni, anche in dose affatto innocua, perchè non si proibirà il liquore d'assenzio, il quale contiene il veleno proprio dell'assenzio, e forse anche quello del rame?

Il Boussigault, in una relazione alla parigina accademia delle Scienze, domandò l'abolizione del Kirsch, perchè nella sua composizione entra quasi necessariamente il rame: ugual trattamento merita l'assenzio.

La legge sequestra i dolci colorati con sostanze venefiche, o se involti solamente in carte intinte con colori velenosi, le frutta in aceto, quando fu loro aggiunta una minima quantità si sale rameico per renderne più bello, vivace e serbevole il colore, perchè non si farà altrettanto coll'insidiosissimo liquore d'assenzio?

Le Società d'intemperanza a poco giovarono, per[122]chè troppo pretesero. A me sembra che tornerebbe più facilmente utile una crociata contro il solo liquore d'assenzio. Io la propongo: chi può e chi sa più di me, e il numero di questi è infinito, provveda.