Teoria e applicazioni dell'immaginazione generata dall'ayahuasca1

Josep M. Fericgla

Eleusis, n. 5, pp. 3-18, 1996

In piena effervescenza della sperimentazione percettiva e cognitiva per mezzo delle simulazioni informatizzate e dell'uso e delle applicazioni già quotidiane della realtà virtuale, nuovamente si erge con forza il dubbio filosofico circa l'affidabilità della percezione umana del mondo esterno e di quello interno. In realtà, le illusioni e i limiti della propria percezione offrono la chiave del funzionamento del cervello e della mente.

Quando si sperimenta con ayahuasca, ci si trova di fronte a uno dei grandi dilemmi razionali dell'essere umano: fidarsi o meno della propria percezione. In diversi lavori moderni e in altri classici indirizzati allo studio del funzionamento del nostro apparato percettivo, è stato evidenziato come la macchina cerebrale, a volte in un istante, deve decidere fra due posizioni: quella che giunge nitidamente attraverso gli occhi e quella che lo stesso cervello evoca rifacendosi agli archivi neuronali dove ha fissato un'immagine o un ricordo anteriore a quello che gli sta giungendo.

Tipico esempio è quello degli specchi deformanti. In questo caso, la sorpresa dura solamente un istante, perché noi tutti conosciamo i contorni del nostro corpo e sappiamo che non è tale come appare nello specchio concavo o convesso: il cervello gioca con le percezioni e ci divertiamo perché la contraddizione tra ciò che gli occhi vedono e l'immagine registrata è così grande che in un istante il paradosso viene distrutto; il cervello "vede" il trucco e può identificarne l'origine (sui giochi e gli inganni della percezione cfr. l'interessante articolo di T0BESA, 1996: 59).

Ora, la mente non sempre risolve così facilmente questi trabocchetti, perché il mondo fornisce distorsioni e ambiguità molto più complesse di quelle di una stanza degli specchi: uno dei campi dove questo gioco delle percezioni assume una direzione particolare è quello degli stati modificati di coscienza. Qui non possono presentarsi questi giochi di ambiguità semplici perché si tratta di percezioni inizialmente endogene, e sebbene il cervello si approssimi alla realtà esterna usando modelli di funzionamento prestabiliti dall'abitudine e dalla cultura, che vanno molto oltre la specializzazione e il grado di sensibilità dei distinti canali sensoriali, probabilmente non succede lo stesso con i vissuti emotivi né con le percezioni spontanee di carattere ipnagogico o ipnopompo. Per muoversi in questo spazio alternativo è necessario disporre di registri simbolici specifici di carattere emotivo e aperto: precisamente, la necessità che viene soddisfatta dai sistemi di credenze e di simboli religiosi.

In effetti, il consumo di enteogeni tradizionalmente si svolge solo in contesti ritualizzati e carichi di sacralità, dove i simboli ricevono un trattamento molto speciale, giacché da questi dipendono la lucidità o la follia conseguenti. In tutti i modi, con ciò non si spiegano le leggi generali che regolano le percezioni esogene ed endogene sperimentabili sotto l'effetto degli enteogeni. Al cervello piace ascoltare, vedere, odorare e ricevere imputs, ma questi non vengono mai ricevuti da una ingenua tabula rasa. La mente si incanta nell'immergersi nel flusso massivo di stimoli provenienti dai sensi e nel decodificarli, ma pone sempre in mezzo filtri e ricostruzioni altamente peculiari e acculturate. Con ciò, arriviamo rapidamente al punto chiave del mio discorso: quale forma acquisiscono i processi cognitivi propri degli stati modificati di coscienza?

Senza alcun dubbio e per cominciare, si può affermare che appare un dialogo interiore, vissuto in forma di rivelazione e proiettato universalmente nelle grandi categorie culturali dialoganti e complementari: il bene/il male, i due serpenti avvolti fra di loro di tutti i sistemi simbolici esoterici, la vita/la morte, l'effimero/il perenne. Per prendere un'immagine etnografica associata all'ayahuasca potremmo parlare, per esempio, dei dualismi essenziali nella dottrina dei daimisti: sole/luna, padre/madre, Dio/Nostra Signora, uomo/donna, cipò o jagube (Banisteriopsis caapi)/folha o rahina o chacrona (Psychotria viridis).

Annoto tre elementi, a mio parere chiavi, volti all'elaborazione di una teoria generale degli stati modificati di coscienza e della proprietà adattogena del consumo dell'ayahuasca.2

In primo luogo, i dati etnografici ci obbligano ad accettare il fatto che una delle finalità che induce esplicitamente gli esseri umani a consumare ayahuasca (e per estensione, gli enteogeni in generale) è in relazione con alcuni processi cognitivi che permettono un miglioramento nell'efficacia adattativa. In termini riassuntivi si può affermare che l'ayahuasca è usata tradizionalmente per attivare meccanismi compensatori della condotta, applicati all'autoanalisi e alla ricerca di risoluzioni a conflitti presenti, tanto di carattere emotivo come adattativo in generale; l'enteogeno funge da acceleratore emotivo con risoluzione catartica.

Ciò ci porta a gettare le basi di una questione semantica precedente: cosa implica per un essere umano adattarsi? Possiamo convenire che, come minimo, si tratta di un doppio processo costante (biologico e culturale), di carattere negantropico, diviso in due momenti (assimilazione di informazione e accomodazione all'ambiente modificantesi), che ci induce ad agire per migliorare il benessere e per assicurare al processo vitale il massimo tempo possibile.

In un senso generale, adattarsi significa conciliarsi a nuovi scopi. Nell'essere umano l'adattamento agisce mediante il processo di modificarsi a sé stesso, di modificare la realtà esterna o entrambe le cose nello stesso tempo, seguendo i modelli culturali e cognitivi di cui si dispone, che indicano l'orientamento verso il quale devono operare tali azioni adattative. Pertanto, parlare dei processi adattativi nell'essere umano va inteso sotto un doppio senso: passivo e attivo. Passivo: le modifiche dell'ambiente producono in noi qualche modifica, che lo desideriamo o no; attivo: modifichiamo a volontà il nostro ambiente e/o cerchiamo di ricodificare le nostre mappe cognitive, modelli interni, forma culturale e regole di condotta. Questa seconda accezione, l'automodifica cosciente e volontaria come strategia adattativa, è quella che si deve intendere in rapporto all'uso di enteogeni: in maniera universale l'essere umano decide di consumarli all'interno di un contesto consensualizzato (ritualizzato o terapeutico) e con una finalità quasi sempre esplicita per il soggetto, sperando con ciò di risolvere problemi e contraddizioni associati alla sua ubicazione nel mondo per mezzo della modifica endogena. Per tutto ciò, si deve intendere l'ayahuasca come una sostanza con funzione adattogena in riferimento all'uso per il quale suole essere consumata.

In secondo luogo, è importante fissare l'attenzione alla propria immaginazione mentale generata dall'enteogeno. A partire dalla profusione visionaria e dalle valide esperienze emotive che hanno ricevuto impulso dall'ayahuasca in ciascun individuo, si deve affermare che non si tratta di fantasia vuota, bensì che esistono costanti simboliche personali e universali, verificate tanto dalla psicologia quanto dall'etnologia (si veda con priorità ai classici: JUNG, 1993; CAMPBELL, 1980; DUMEZIL, 1977; ELIADE, 1976).

Il contenuto di queste costanti nell'immaginazione è stato ed è esprimibile e decodificabile nella quasi totalità delle società umane per mezzo dei "linguaggi mitopoietici". Questo fatto permette nuovamente di situarci nel terreno solido di una logica universale soggiacente all'immaginazione mentale. La perdita di questa capacità di elaborazione logica sarebbe, a mio intendere, la causa delle demenze e dei deliri (senza per questo scartare, naturalmente, il fatto che esista un aspetto strettamente biologico delle psicopatologie profonde).

Ciò ci conduce alla già classica proposta di Emmanuel Kant sui tre passi associati con il processo evolutivo della conoscenza, tappe che negli ultimi anni sono state ritrovate materialmente dal neurologo Jean-Pierre Changeux in forma di reti neuronali distintamente organizzate. La seconda delle tappe associate con l'acquisizione di conoscenza si riferisce alla trasformazione delle immagini in concetti (che Auguste Comte aveva già proposto in modo simile con ciò che chiamava la logica delle immagini). Oggigiorno si accetta, quindi, che ogni stile cognitivo ha come supporto materiale un'organizzazione neuronale specifica (KREMER-MARIETTI, 1993:21-46).

Da tutto ciò possiamo dedurre che durante gli stati modificati di coscienza (siano essi di carattere oneirogenico o enteogenico) emerge una logica propria dell'immaginazione mentale, la cui caratteristica dominante è il fatto di essere dotata di una forte carica emotiva. Non invano le religioni più elaborate - e considero qui cosa nota la relazione fra il consumo di enteogeni e i modelli religiosi preistorici e storici - hanno l'amore, la fraternità e l'etica come alcune delle virtù più caratteristiche in tutti i loro mistici e capi.

Similmente, il consumo di enteogeni suole darsi quasi sempre - e così deve essere - in ambienti impregnati di affettività, siano questi ambienti religiosi, terapeutici o amichevoli. La colossale carica emotiva che emerge nei processi dialogici ed estatici è capitale, sebbene non sia l'unica proprietà da questi posseduta, ed è anche il tono vitale predominante di tutta l'esperienza con ayahuasca.

In relazione a questa qualità degli enteogeni, si deve ricordare che tutto lo stato mentale carico di emotività è indice del fatto che esiste un 'implicazione da parte del soggetto della medesima intensità vitale di quella delle emozioni sperimentate (sia esso cosciente o meno). Perciò, si può affermare che tali stati mentali alternativi, ottenuti per mezzo dell'ayahuasca, risvegliano nel soggetto una comprensione di sé stesso e del suo ambiente in base a una logica delle immagini, e al medesimo tempo risvegliano un elevato impegno dell'individuo verso la sua situazione vitale. Con ciò sto affermando che si tratta dell'opposto di un processo alienante. In terzo luogo, per elaborare una teoria cognitiva degli stati modificati di coscienza, si deve distinguere tra ciò che chiamerò stati mentali, processi cognitivi3 e stili cognitivi. Gli stati mentali sono caratterizzati dalla forte carica emotiva, la cui logica interna non è quella dei concetti astratti bensì quella delle immagini. Per processo cognitivo intenderò la dinamica che conduce da uno stato mentale al seguente, e per stile cognitivo si deve intendere la forma dominante e specifica che ha la mente di operare in ogni stato mentale.

In riferimento allo stile cognitivo proprio degli stati modificati della coscienza, quindi, possiamo parlare di dialogismo mentale come principale fenomeno osservabile e sperimentabile. Nello stato normale, la nostra coscienza funziona in base a procedimenti dualistici (o questo o quello, o ora o più tardi, o qui o là, o tu o io), e le pratiche orientali di meditazione e yoga, le tecniche antistress e la psicologia analitica hanno come scopo principale proprio quello di ridurre il funzionamento dualistico della nostra mente.

In precedenti scritti ho parlato della coscienza olorenica come esperienza e come stato mentale di grande importanza nella produzione culturale (FERICGLA, 1989): il dialogo è parte dell'azione processuale che si produce internamente ai livelli olorenici della coscienza.

Così, un livello della coscienza gerarchicamente superiore (KOESTLER, 1983:171 e ss.)4 al dualismo disgiuntivo quotidiano è costituito dal dialogismo cognitivo, come concetto fondamentale in tutto ciò che è associato con gli spiriti, i morti, le esperienze di sacralità e le escursioni psichiche. Durante gli stati mentali dialogici la nostra mente parla con sé stessa, si auto-osserva, rielabora i suoi contenuti emotivi recenti e lontani, prende coscienza di sé, ecc. A tutto questo si deve aggiungere il fenomeno della proiezione psicologica: percepire come esogeno ciò che inizialmente è endogeno; vedere all'esterno ciò che sta succedendo nel mondo interno. Questo fenomeno è quello che in antropologia fu chiamato da L. Lévy-Bruhl "la partecipazione mistica del primitivo con il suo ambiente" (LÉVY-BRUHL, 1985).

Il fenomeno delle proiezioni ci conduce a una riflessione importante sul complesso mente/cervello:
si tratta di un complesso auto-organizzativo (mi ci soffermerò più avanti) che funziona creando da sé ciò in cui si può riflettere e, viceversa, riflettendosi in ciò di cui dispone.

Nello stile cognitivo dialogico, sotto l'effetto dell'ayahuasca o di altro enteogeno l'attività che domina la coscienza è quella originata dalla mente rinchiusa in sé stessa. Quando il soggetto si perde in pensieri frammentati e in emozioni eccessivamente veementi, ha una dolorosa sensazione di soffocamento e di assoluta confusione mentale, e fa ricorso agli stimoli trasmessi dall'esterno nella forma dei linguaggi mitopoietici. Di qui, un modo di centrare la dinamica dialogica nel caso che, per esempio, il soggetto si senta angustiato di fronte a tanta abbondanza di informazione emotiva, è per mezzo dei canti o delle letture dei testi, che hanno il medesimo carattere della rivelazione delle proprie immagini endogene. Sono un prodotto di queste.

I canti, le parole e le immagini sacre in generale hanno la funzione di indicatori cognitivi, letteralmente di segnali stradali o cartelli con la direzione da seguire, affinché il soggetto possa orientarsi nella sua escursione psichica durante gli stati modificati di coscienza. In questo senso, le citate dottrine daimiste e le pratiche sciamaniche sono validi esempi etnografici. Detto in altra maniera, la coscienza dialogica sarebbe uno stato strutturalmente simile a quello della follia, ma controllato. V'è una segmentazione della mente in parti costituenti e nel medesimo tempo un'osservazione globale situata al di là di ciascuna delle parti.

Ciò comporta una salita gerarchica di coscienza verso livelli dai quali si mantiene costantemente un "occhio osservatore", come una vedetta allontanata dalla propria esperienza immediata e che è precisamente quella che permetterà la conservazione della coscienza vigile sopra i propri vissuti ed emozioni, compresa la loro formalizzazione mediante trasformazione in arte, scienza o linguaggi religiosi. Spesso, questa ascesa o ampliamento del dominio dell'esperienza soggettiva cosciente è percepito come un'esperienza di brutale solitudine, altre volte come esperienza rivelatrice e altre volte come stato di pienezza estatica.

Le patologie mentali, a mio intendere, appaiono quando il dialogismo spontaneo interiore non è correttamente regolato o educato. Cioè, la cosiddetta dissociazione mentale è ciò che potremmo denominare uno stato dialogico non controllato e non cosciente. Proprio per questo è molto probabile che il consumo di ayahuasca possa aiutare a diminuire il pericolo di psicopatologie e di nevrosi, dato che il soggetto, letteralmente, sa che le visioni e i sentimenti amplificati sono stati generati dall'enteogeno, e questa certezza è quasi sufficiente per vivere il dialogismo senza ansia (sebbene ciò, ovviamente, non tolga il dolore, l'angustia o la pienezza dell'esperienza dell'auto-scoperta).

Se oltre a ciò il soggetto riceve un'adeguata preparazione per discernere e illuminare con la coscienza vigile i distinti impulsi e percezioni ricevuti durante l'effetto dell'enteogeno, il processo è autocurativo nel più classico orientamento dello sciamanesimo e delle pratiche buddiste e za-zen orientali. In un senso antropologico, credo di poter affermare che lo sforzo di tutta la società umana, in ultima analisi, è consistito nel discernere ed educare la propria coscienza dialogica: in questa ritrovano le basi, le colonne di tutto il sistema di valori. Potremmo dire che la dissociazione mentale controllata è la base della cultura umana come sistema di valori e di relazioni sociali (per un'esposizione più estesa su questo aspetto concreto si veda FERICGLA, 1989).

Quando un soggetto, sotto effetto di ayahuasca, perde il controllo della sua coscienza dialogica, si immerge in uno stato "come" di follia, viene preso dalle sue percezioni modificate della realtà, dall'amplificazione emotiva e dalla sua immaginazione, ma in nessun caso si perde la possibilità del ritorno alla saggezza quotidiana, dato che si tratta di uno stato artificialmente indotto. I linguaggi mitopoietici e i simboli plastici usati nelle cerimonie, nei rituali e nelle sedute di terapia hanno come funzione precisamente quella di ri-orientare questo "dialogismo cognitivo". Si tratta di ciò che M. Eliade ha esposto in riferimento allo sciamanesimo classico, affermando che lo sciamano è l'individuo che è passato per uno stato di follia, ha scoperto o riconosciuto la teoria della follia attraverso i suoi medesimi processi cognitivi ed è riuscito ad uscire da questo non solamente indenne, bensì rinforzato.

Perciò, il medicine man classico può curare la follia negli altri. Da qui se ne deduce anche che non si può parlare dell'effetto degli enteogeni in astratto, bensì dell'effetto che produce una determinata sostanza in un determinato individuo e immerso in un contesto concreto: ciascuno dei tre elementi è di enorme importanza per l'esperienza.

Tenendo presente che l'ayahuasca agisce - fra gli altri effetti - da amplificatore emotivo, ripeto, è basilare che l'ambiente sia altamente attento, amichevole e di intima complicità. Possiamo esprimerci in altro modo. Potremmo considerare che il dialogismo mentale permette di evidenziare, per l'intendimento del soggetto, le sue carenze, problemi e disaccordi. Con ciò si genera una crisi piccola o grande - dipende dal momento biografico di ciascuno - che porta come conseguenza a un maggior avvicinamento, comprensione, manipolazione e accettazione della realtà soggettiva (e dato che la realtà umana è una realtà sociale e culturale, anche dell'ambiente). Di qui l'importantissima funzione adattogena dell'ayahuasca, e questa è la finalità esplicita con la quale viene consumata fra le popolazioni non soggiogate a una dottrina religiosa di carattere dogmatico.

Con un minimo di pratica, il consumatore mantiene quasi sempre la lucidità sufficiente che gli permetterà di distanziarsi dal turbine della crisi che sta vivendo e prendere le soluzioni necessarie a partire dal proprio movimento interno.

Il dialogismo come stile cognitivo si trova in tutte e in ciascuna delle manifestazioni proprie degli stati modificati di coscienza. Per esempio, le iniziazioni sciamaniche spesso comportano che l'apprendista dello sciamano diventi misteriosamente infermo, o anche si ritrovi sul punto di morire. Gli sciamani descrivono visioni nelle quali si auto-osservano e sentono il modo in cui sono smembrati o scarnificati e ridotti a uno scheletro da parte di entità proprie dell'immaginazione, alle quali si riferiscono come demoni o divinità colleriche.

L'iniziando percepisce una simile immaginazione nel senso che viene liberato dalle limitazioni del mondo quotidiano e messo in grado di realizzare opere visionarie, curative e protettrici per sé medesimo e per gli altri membri della sua collettività. Da un altro punto di vista, i demoni distruttivi o le divinità colleriche sono in fondo anche alleati del soggetto: lo aiutano nel compito di trasformazione e di liberazione.5

Anche il mito greco di Dioniso esprime chiaramente la connessione fra l'esperienza della frammentazione corporale e la dissociazione psichica della follia, indotta dall'intossicazione e dall'estasi conseguente al consumo del corpo di Dioniso (secondo diversi studi si tratta di una sostanza psicoattiva), di questa divinità del classicismo ellenico. Nelle parole di Walter Otto, Dioniso è lo spirito salvatore delle antitesi e della parodia, della presenza immediata e dell'allontanamento completo, della beatitudine e dell'orrore. Ci si riferirebbe ad esso come "spirito diviso e indiviso". Esiste un'abbondante e buona letteratura etnografica riguardo questo processo e non vale la pena insistervi. Come dice Enrich Neyman, "la follia è uno smembramento dell'individuo, e come lo smembramento del corpo ... simboleggia la dissoluzione della personalità".

La cura per un simile smembramento è l'atto di ricordare: ricordarci di chi siamo in realtà, e questo processo di autoricordo, di raccoglimento e di auto-organizzazione cognitiva svolge un ruolo cruciale negli insegnamenti gnostici, sufi e iniziatici in generale. Durante l'effetto dell'ayahuasca succede a volte che si perde momentaneamente il controllo mentale, la coscienza dialogica, e la lotta per recuperarla è una battaglia contro la propria follia, per ricordare chi siamo.

Tutto ciò ci porta ad addentrarci in un altro ambito caratteristico dell'antropologia e per me uno dei campi di ricerca scientifica più appassionanti: lo studio delle forme dell'auto-organizzazione dell'essere umano. Il consumo dell'ayahuasca induce una coscienza dialogica che si riassume nella capacità di dialogare con sé stessi, e che espresso in termini religiosi equivarrebbe alla ripetuta affermazione: "Dio è dentro ciascuno di noi". L'essere umano è un'entità altamente complessa; per quanto si conosca, la più complessa dell'universo. E si muove in base a ciò che chiamerei un principio ermeneutico di autoorganizzazione.

Anche il principio di auto-organizzazione, dentro ai sistemi complessi, è stato considerato da Maturana e Varela nel loro concetto di "autopoiesi". Secondo questi autori, considerando un sistema aperto e complesso come quello dell'essere umano, non è l'input in sé stesso a determinare l'azione e il comportamento posteriore, bensì la risposta allo stimolo è determinata da ciò che succede con l'input una volta dentro al sistema. Cioè, per la reazione posteriore adattativa l'importante è la forma nella quale lo stimolo viene registrato e utilizzato, il che dipende dal sistema di organizzazione interno previamente stabilito.

Nei sistemi complessi si ha un tipo di inter-relazione opposta a una relazione causale lineare (input -output), giacché l'enfasi nell'input ricade nel tipo e nella forma di interrelazione che risveglia dentro il sistema, configurando così il suo futuro. Se usiamo metaforicamente il concetto di autopoiesi nell'ambito dell'apprendistato individuale e collettivo, osserveremo che questo si centra principalmente nel carattere delle relazioni e degli scambi di natura psicosociale e del suo potere di trasformazione (modelli fissi di comportamento, conoscenza usata, aspettativa di soddisfazione e insoddisfazione, mappe cognitive, reazioni emotive, ecc.). In questo senso, i processi di autorevisione permettono di prendere coscienza del ruolo che possiede tanto l'individuo quanto l'organizzazione nella quale è immerso, e favorisce indubbiamente l'aumento di capacità auto-organizzative e creative: queste ultime sono necessarie per generare la modifica richiesta dentro il sistema contestuale che lo avvolge (LAFFHTE, 1996:5).

Così, possiamo considerare l'autorevisione e la riflessione come strategia imprenscindibile per evitare l'autocentrismo (punto di appoggio dell'etnocentrismo radicale), che porta unicamente ad azioni del passato, nella maggioranza dei casi obsolete come forme di comportamento adeguato. In cibernetica è considerato significativo il fatto che i curl di retroalimentazione semplice (per esempio il termostato di un frigorifero) non permettono di discutere né gli obiettivi che si perseguono né l'adeguamento del tipo di attuazione che si sta portando a termine (ibid., 6). In una simile situazione, è probabile che anche i sistemi aperti si convertano in sistemi chiusi e poco adeguati per dare una risposta nuova a situazioni contestuali complesse (per esempio, le persone che ripetono i medesimi modelli di comportamento anche dopo essersi allontanati dalle situazioni che li avevano motivati originalmente).

Il dialogo è una forma di espressione che stabilisce una relazione viva fra le persone. Dialogare implica partire da un'attitudine aperta di ascolto che permette di procedere dialetticamente in forma costruttiva, facilitando la revisione e la ristrutturazione dei propri schemi di conoscenza. Da ciò il fatto che il dialogismo come forma di processo cognitivo, o come forma di coscienza alternativa, possiede le medesime proprietà della cosiddetta riflessione profonda.

La nozione di riflessione come forma di apprendistato non è qui nuova, possiamo trovarla da Aristotele e Platone fino ad autori più recenti come Dewey, Freire, Habermas o Schòn. La riflessione, oltre a essere un processo metacognitivo e introspettivo, è anche diretta verso l'ambiente in un modo critico. Per questo, è un errore intendere la riflessione come un processo puramente individuale nel quale si ha solo una relazione semplice fra il nostro pensiero e la nostra azione, bensì la riflessione è un processo, come il linguaggio, basicamente sociale (ibid., 8).

Così, i processi di comunicazione intra- e interpersonali basati sul dialogismo e sull'introspezione permettono di acquisire una visione più ampia della situazione in cui ci si trova, giacché mediante questo stile cognitivo si apprende a osservare i pensieri, percependone l'adeguamento o la mancanza (in religione lo chiamerebbero veridicità). In questo senso, per esempio, il silenzio condiviso e carico di emotività è uno spazio altamente espressivo di unione, che allo stesso tempo ci permette di usare l'attenzione per ampliare la nostra coscienza.

Spesso ci costa o ci è impossibile comprendere situazioni che richiedono un cambiamento, dovuto al fatto che siamo attaccati a contesti concettuali antichi.

L'essere umano può aprirsi a situazioni nuove solo se è capace di prendere coscienza dei suoi modelli cognitivi e tenta azioni adattative per cercare di superarli. Questo tipo di presa di coscienza e questo ampliamento dei campi cognitivi sorge più facilmente nella quiete, giacché il silenzio che suole accompagnare il consumo di enteogeni porta a nuove percezioni e a una comprensione più ampia della realtà che ci circonda (a volte si sostituisce il silenzio con attività monotone di carattere ipnotico, quali canti e preghiere).

Il principio di incertezza nella fisica contemporanea (con Heisenberg e Bohr) pone in risalto l'importanza dell'osservatore nella comprensione di tutto ciò che viene osservato e in questo senso gli stati modificati di coscienza, qualunque sia il loro livello di profondità, possono essere compresi solamente da un ordine sistemico che li integri nella loro totalità, autoincludendosi. Mai sono opzioni del tipo che in fonologia Troubetzkoy chiamava "privativi", cioè basati sulla presenza o sull'assenza di un carattere distintivo, tutto o niente. Il fenomeno del dialogismo mentale è di carattere graduale, va da meno a più e siamo obbligati a studiare il fatto dentro a una struttura dinamica dove si tenga conto dell'insieme della situazione nella quale il fenomeno si inserisce: l'ambiente, la persona e la sostanza specifica.

Siamo dunque d'accordo sul fatto che la percezione come fattore umano della conoscenza è un elemento chiave per la comprensione dell'effetto dell'ayahuasca. Sulla relazione esistente tra l'insieme della percezione e i processi cognitivi, hanno ricercato estesamente, fra gli altri, Cantril e Watzlawick (WATZALWICK et al., 1989, 1992), i quali affermano che il mondo che viviamo è il prodotto della nostra percezione, non la sua causa. La nostra forma umana di percepire il mondo non la si deve intendere come se si trattasse del potenziale di un essere passivo che funziona secondo lo schema semplice stimolo-organizzazione-risposta, bensì la percezione parte da un organismo sistematicamente organizzato e funzionale, con una determinata energia negantropica che si manifesta in attitudini di ricerca, curiosità, crescita e indagine (T0BESA, 1996:55-64).

11 cervello agisce con criteri trasversali nell'incorporare, combinare e maneggiare informazione, e forse ha buoni motivi per farlo in tal modo, verificato che il cervello umano non è una macchina di qualità standardizzabili. E' una grande ghiandola, con una funzione mentale distaccata, che è al servizio di alcuni organismi dedicati ad attività molto diverse e modificantisi e agisce con un'efficienza modulare preferibilmente con criteri di adattamento evolutivo. Per tutto questo, si può affermare che la base del pensiero umano risiede nel portare alla coscienza tutte quelle categorie nelle quali si classifica la nostra esperienza del mondo. La differenza principale fra i processi mentali dei popoli primitivi e i nostri risiede nel fatto che noi abbiamo potuto sviluppare attraverso il raziocinio e partendo da categorie imperfette e automaticamente formulate dai nostri antenati un miglior sistema del campo della conoscenza.

Nonostante e proprio perché è stata la logica razionale che ha portato a termine questa gigantesca modifica dello stile cognitivo, abbiamo dimenticato che la base del pensiero è radicata in potenze spesso irrazionali, quando non assolutamente incoscienti (affettività, estetica, stati d'animo, impulsi di diversa forma, ecc.). Questi potenziali spesso permangono eccessivamente chiusi o seminascosti nel campo della psicologia e delle cosiddette parascienze, perché non fanno parte dell'etos dominante nella nostra cultura e di qui il fatto che da "temi dell'essere umano si trasformano in "problemi per l'essere umano", in forma di psicopatologie, costrizioni, ecc. In questi potenziali si trova anche la base di tutta la creazione culturale, e di qui nascono alcune associazioni tanto popolari come quella che v'è fra il folle e il saggio.

I nostri antenati come i Greci ellenici o i Romani imperiali avevano le loro cerimonie e rituali dionisiaci, di Samotracia, eleusini, primaverili, ecc. Sistemi oracolari e riti iniziatici che duravano diversi giorni, fino a mesi, durante i quali si esigeva un'integrità e un impegno assoluti. Ciò che vi avveniva si trattava di un segreto e nessuno dei narratori ellenici ha mai descritto - o per lo meno non ci è pervenuto - ciò che presumibilmente succedeva all'interno dei loro templi. I nostri antenati accettavano e rendevano culto alle potenzialità umane che restano incoscienti e sono di carattere irrazionale, antropomorfizzandole in divinità e convertendole in generatori di cultura. Per mezzo di queste pratiche di carattere ermetico probabilmente realizzavano anche una profonda educazione emotiva fra i membri delle loro società. Oggi giorno, invece, si può parlare di un'epidemia di alienazione generale nel non accettare queste capacità umane e ancor meno nel cercare di educarle.

A partire dagli argomenti sin qui esposti, sento di poter affermare che l'uso dell'ayahuasca permette di esplorare con dettaglio il funzionamento della mente umana e di farlo inoltre in relazione all'origine della produzione culturale, la sua manifestazione più elevata. Similmente, il consumo di questo e di altri enteogeni è un valido mezzo che permette di incentivare meccanismi endogeni di adattamento, ciò che in testi anteriori avevo chiamato adatto geni inspecifici che agiscono per mezzo dell'immaginazione mentale; e che potenzialmente può essere usato come un importante strumento per l'educazione emotiva adeguata al nostro momento storico, ciò che indubbiamente condurrebbe alla formulazione di un campo comune alla scienza e alle religioni non strettamente dogmatiche.

Durante l'ultimo secolo e mezzo, le nostre società occidentali hanno alimentato una fobia malaticcia nei confronti dei processi cognitivi dialogici, considerandoli al massimo "deviazioni patologiche". A ciò contribuisce, fra le altre cose, lo smisurato e interessato zelo che gli Stati mostrano nel mantenere il controllo sulle vite private dei cittadini, dal quale a sua volta deriva una situazione fenomenale di alienazione collettiva.

Questo processo socio-culturale è causa e conseguenza allo stesso tempo della propria dimensione demografica e tecnologica delle nostre società: a maggior potenza sociale, la mancanza di controllo genera un maggior pericolo di annichilazione e la soluzione - sebbene a mio modo di vedere è chiaramente peggiore il rimedio del problema - sta consistendo nel bloccare tutte le possibilità di crisi controllata riparatrice, sia personale o collettiva, per il timore delle conseguenze.

Con ciò si sta bloccando tutto il movimento reale di adattamento, con gli ovvi pericoli di esplosione sociale o di morte per semplice entropia. Potremmo dire che, senza abbandonare Aristotele, v'è da accogliere nuovamente Platone.

Per terminare, desidero suggerire la possibilità che lo stile cognitivo che ho chiamato coscienza dialogica corrisponda a livello biologico a un'attività specifica dei due emisferi cerebrali. A volte si potrebbe partire dall'ipotesi che la dissociazione controllata è un funzionare in modo separato di ambo gli emisferi, ma che allo stesso tempo genera una funzione superiore di osservazione.

Si potrebbe dire che la coscienza dialogica genera una doppia percezione simmetrica della realtà: sotto l'effetto dell'ayahuasca il corpo sembra essere intorpidito e allo stesso tempo molto sveglio, gli occhi percepiscono la realtà come sfuocati ma allo stesso tempo registrano stimoli di forma molto più precisa che nello stato normale, la mente scopre pensieri e allo stesso tempo si osserva il processo creativo, ecc. Se questo processo e struttura allo stesso tempo debba esprimersi per mezzo di uno schema, il più appropriato sarebbe senza dubbio (e come segnalò timidamente Michael Harner alcuni anni fa) la doppia elica del DNA.

Ogni momento storico ha cercato e incontrato l'immagine più conforme ai distinti valori dominanti per descrivere i processi interni su cui si baserebbe il procedere dell'essenza umana e sempre appare qualche struttura della forma simile a quella del DNA. In alcuni casi si è trattato del serpente biblico avvolto all'Albero della Sapienza, in altri casi si è trattato del boa mitico delle popolazioni indigene amazzoniche (FERICGLA, 1994), o in altri casi ancora è stato il serpente dorato della vita a due teste delle tradizioni egizie imperiali (NARBY, 1995: 104). In tutta questa immaginazione troviamo una similitudine di forma con la nostra rappresentazione del DNA. Sto trattando, forse, di descrivere in termini attuali il medesimo processo evolutivo e adattativo dell'essere umano in relazione alla Natura fatta autocosciente? E' probabile che questa non sia una domanda opportuna bensì la sua risposta.


Note

1 - Il presente testo fa parte di un lungo articolo inedito inerente l'etnografia, la cultura simbolica, l'estensione geografica del consumo, gli effetti fisici e psicologici, ecc., riferiti all'ayahuasca. Nella parte qui presentata sono state modificate solamente espressioni che facevano riferimento ad alcune parti anteriori dell'articolo originale.

2 - Desidero chiarire qui e in relazione a ciò che si sta esponendo, che concepisco la scienza più come uno sforzo continuato per sgombrare il nostro orizzonte da errori, piuttosto che come una ricerca della verità, categoria che mi sembra più pertinente all'ambito della filosofia e delle religioni che delle scienze naturali.

3 - Esiste un interessante testo riassuntivo di Danìei ANDLER (1992) sugli attuali passi delle scienze cognitive, dove, sebbene non coincida totalmente con le mie concezioni, appare ampiamente spiegata la differenza tra stato mentale e processo mentale.

4 - Uso qui il concetto di "gerarchia nei livelli della coscienza" seguendo la solida concezione teorica che elaborò A. Koestier, esposta estesamente nella sua opera En busca de lo absoluto (1983).

5 - Il rituale probabilmente più drammatico che è stato documentato è il chod, o rito della "amputazione" nella tradizione lama tibetana, che rappresenta una fusione dello sciamanesimo Bòn originale con le idee buddiste Vajrayanas dell'India (METZNER, p. 163 e ss.). In questo rito, l'iniziato si ritira solo in un cimitero o ossario abbandonato, invoca i demoni e le "divinità colleriche" e li invita a fare a pezzi e a divorare il suo corpo (ibid., p. 164). In questo testo appare chiaro che il corpo smembrato è trasmutato in una forma "superiore e illuminata". La distruzione dei corpo si immagina con frequenza come qualcosa di realizzato da demoni o mostri; la cura e ricostituzione possono essere eseguite dal maestro o guru dei praticante o da un alleato spirituale o animale di potere, in ultimo termine espressioni delle proprie pulsioni dell'inconscio e continua ad essere metodologicamente complesso l'intento di verificare se si tratta anche di stimoli esterni di qualche tipo.


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