Sciamanismo, allucinogeni e meloterapia
Relazione introduttiva

Ettore Biocca

in AA.VV., Simposio internazionale sulla medicina indigena
e popolare dell’America latina, ILA, Roma, pp. 445-453, 1977

[445] Sebbene esistano differenze sostanziali sia nella struttura chimica che nelle proprietà biologiche delle sostanze ad azione sul sistema nervoso usate dagli indi – tabacco, coca, allucinogeni vari – tuttavia tali sostanze assumono tutte, nelle culture indigene americane, un significato importante nel campo medico e nel campo sociale.

Presso moltissimi gruppi indi, quali per esempio i Tukano e Tariana dell’Alto Rio Negro, da me studiati (1964), il fumo del tabacco fa parte del cerimoniale magico e non è concesso alle donne e ai fanciulli fumare. Lo sciamano, per fare esorcismi, per curare malattie, allontanare tempeste e fulmini, lancia ampie boccate di fumo, accompagnate in genere da movimenti della mano. In una leggenda Baniwa del Rio Içana il lanciare fumo di tabacco da parte dello sciamano è impersonato dall’essere soprannaturale Dzuri; il fumo del tabacco fu il primo alimento con cui venne nutrito Jurupari, eroe civilizzatore Tariana.

Come l’uso del tabacco, così la preparazione e l’uso della coca (ipadù) sono, tra questi indi, riservati agli uomini adulti. Come tutti sappiamo l’uso della coca risale certamente in America Latina a tempi antichissimi. Già Pizarro conobbe l’esistenza della coca nel Peru e i conquistatori spagnoli ben presto compresero l’importanza della droga, che fu usata ampiamente per rendere più facile ed economico lo sfruttamento dei lavoratori indigeni, soprattutto nelle [446] miniere. "Essa infatti – scrive il grande etnologo Koch-Grünberg (1909-10) – scaccia la fatica, la fame e sprona il corpo e l’anima a maggior rendimento".

Gli Yanoama, indi che vivono nella foresta tra l’Alto Rio Negro e l’Alto Orinoco, non fumano tabacco, ma pongono grosse cicche fatte con foglie di tabacco tra le labbra e i denti. Ho cercato più volte di chiedere attraverso gli interpreti perché le usassero e quali sensazioni provassero. La risposta è stata analoga a quella che ho ricevuto quando ho chiesto ai Tukano e Tariana perché mettessero ipadù, cioè polvere di foglie di coca, tra le labbra e i denti. Essi affermano di avere così maggiore resistenza alla fatica, scomparsa della farne e della sete e senso di benessere. Anche il padre missionario Gois, che è vissuto a lungo con questi indi, usava porre per le stesse ragioni durante i viaggi la cicca preparata dagli indi, tra le labbra e i denti.

Interessante è la leggenda raccolta da Oliveira (1931) sulla nascita di Jurupari, che dimostra come al tabacco e alla coca vengano attribuite da questi indi proprietà magiche analoghe, connesse con il culto del Jurupari, destinate fondamentalmente a perpetuare la supremazia degli uomini sulle donne.

Accanto al tabacco e alla coca gli indi usano anche sostanze dall’azione prevalentemente eccitante e allucinogena, e tra queste merita di essere ricordato il caapi. Verso la metà del secolo scorso Spruce (1908) riportò l’arbusto chiamato da Griesebach Banisteria caapi, che è stato poi oggetto di moltissimi studi: la stessa pianta – come egli afferma –, "viene chiamata nella lingua degli Inca, Ayahuasca o vino dell’uomo morto. Egli risalì l’Uaupés e nel villaggio di Panoré assistette alla cerimonia del caapi. "Durante la notte – egli scrive – i giovani presero il caapi cinque o sei volte negli intervalli tra le danze; ma solamente poco alla volta... In due minuti o meno dalla bevuta l’effetto comincia ad essere apparente. L’indio diventa pallido di morte e trema in ogni membro; il suo aspetto è orribile. Improvvisamente si succedono sintomi contrari. ...Sembra posseduto da una furia invincibile, prende qualsiasi arma vicino alle sue mani, il suo murucu, l’arco e le frecce o il coltello e si precipita verso la porta, dà violenti colpi sul terreno, gridando tutto il tempo ‘Cosi farei al mio nemico se fosse qui’. Dopo circa 10 minuti l’eccitazione è passata e l’indio diventa calmo. ma pare sfinito...".

[447] Anche il grande scienziato Wallace (1853), collaboratore di Darwin, visitò il Rio Uaupés quasi nello stesso periodo e descrisse la stessa azione del caapi sui giovani guerrieri durante le feste collettive in onore di Jurupari.

Il caapi ha, secondo gli indi, anche un’azione divinatoria. "Il caapi è bevuto dallo stregone – scrive Spruce – quando è chiamato per giudicare in una disputa o in una contestazione, per dare risposta appropriata ad una richiesta, per scoprire i piani del nemico, per dire se stanno arrivando stranieri, per accertare se le mogli sono infedeli o, nel caso di un uomo malato, per dire chi lo abbia stregato".

Stradelli (1890) scrive che a Taraquá nell’Uaupés gli indi si rifiutarono di dargli il caapi che essi bevvero, perché in esso erano state mescolate le ceneri di un defunto, durante una cerimonia di endocannibalismo.

Koch-Grünberg, che volle provare su se stesso l’azione della bevanda, bevve due piccole calabasse di caapi. Trovandosi nella semi-oscurità, vide avanti agli occhi fiamme di molti colori che si proiettavano sulla carta in cui cercava di scrivere appunti. Dalla descrizione precisa che egli fornisce – la quale ricorda la visione di guglie luminose e mobili di cattedrali fuggenti a cui fa riferimento Michaud – sembra evidente che abbia avuto, sotto l’azione del caapi, uno scotoma scintillante, che si ritiene provocato da spasmi vasali nei lobi occipitali.

"Lo sciamanismo – scrive il grande etnologo e amico scomparso Herbert Baldus (1950) – è un’istituzione sociale i cui rappresentanti, attraverso l’estasi ottenuta secondo metodi tribali, entrano in contatto col soprannaturale per difendere la comunità, sia attraverso viaggi nel mondo dell’aldilà, sia attraverso la possessione da parte di spiriti".

Ho intrapreso nel 1963 un viaggio nell’Alto Rio Negro per incontrarmi con il più famoso sciamano Tariàna a me segnalato dal padre missionario Beksta. Desideravo raccogliere le piante usate dagli sciamani a scopo allucinogeno e tutti i dati di interesse biologico. Ho passato alcuni giorni nella capanna di questo vecchio sciamano e una fortunata combinazione, la coincidenza del mio arrivo nel momento esatto in cui nasceva la nipotina dello sciamano, è stata interpretata come un fenomeno soprannaturale e ha [448] facilitato enormemente il mio lavoro. Fui chiamato ad essere "compadre" della bambina. Ho potuto così raccogliere piante attive che sono state studiate assieme con Marini Bettolo, Delle Monache, Galeffi e Montalvo (1964, 1965), di cui si riferirà in altra sede, e ho potuto assistere a cerimonie di sciamanismo. Il figlio della sciamano, padre della bambina, educato nella missione di Jauareté, mi ha fatto da interprete.

Ritengo che il racconto del vecchio sciamano, a me tradotto dal figlio, che cercava di riassumere i lunghi discorsi paterni sulla vita degli sciamani dell’Alto Rio Negro, abbia notevole interesse.

"Quando essi (gli sciamani) studiano, fanno digiuni: mangiano solo bejù, maniuara... non possono aver rapporto con donna. Il pagé riempie l’osso di arpia con paricà, soffia nella narice... Paricà è preparato con corteccia di albero... Non tutti possono cantare i canti del pagé. Se uno volesse inalare e cantare senza essere pagé cadrebbe morto lì stesso. Per questo è proibito cantare alcuni canti dei pagé. Esiste un canto per insegnare agli apprendisti, uno per curare il malato e un altro ancora contro il nemico. Dopo il canto il pagé prende il sigaro e soffia per disperdere il fumo... Per curare il malato il pagé si dipinge il volto in maniera diversa che per la danza. Sulle guance un circolo e un punto nel mezzo: è l’occhio di falco. Il maracà del pagé ha piccoli buchi da un lato, che corrispondono nell’altro lato: servono per fare uscire e entrare la forza e per soffiare il fumo. Il manico è la spada del loro sogno, è stato bagnato con acqua di paricà, perché nel loro sogno essi vedano e abbiano forza. Nel a maracà. ci sono disegni; il a maracà m ~ il loro corpo, corpo di pagé; è una specie di scudo che essi usano. Quando fanno queste cerimonie chiamano gli spiriti degli uccelli, cantano, soffiano i] fumo, fanno il resto e l’ammalato guarisce".

Certamente il canto fa parte essenziale del rituale magico degli sciamani. Io ho desiderato conoscere anche le parole e il significato dei canti sciamanici. In quell’occasione il vecchio pagé chiamò per me con il suo canto i suoi spiriti ausiliari, perché "aiutassero" lui e me a curare i malati. Questa è la traduzione della registrazione di un canto sciamanico in lingua tariana, che ho registrato su nastro magnetico e che indica il significato sciamanico del caapi. "Da quando il mondo cominciò ad esistere noi fummo figli dei pagé che noi siamo, e bevemmo questo caapi; noi siamo stati così [449] fin dal principio del mondo. Terra, bella terra dove viviamo, riuniamo il sentimento di questa terra sopra questi orizzonti; riuniamo i nostri dolori per vedere chi soffre. Con la forza di questo caapi si apra tutta la natura! Spiriti del falco dalla coda di forbice, dell’avvoltoio e della rondine, portare cuia di acqua e foglie calmanti per rinfrescare il corpo e togliere la malattia!"

A lungo il vecchio cantò e quando finì la sua cerimonia mandò via con affetto gli spiriti ausiliari che aveva invocato:

"Nonna dell’acqua, porta via questo vaso, quest’acqua. Spiriti degli uccelli tornate al vostro luogo. Ritiratevi miei compagni, mie fratelli. Portate via le vostre armi, il nostro "maracà", la nostra pietra; ritiratevi con tutto. Abbiamo finito fratelli miei, ritiratevi".

Il pagé restò alcuni minuti in silenzio, poi intonò un nuovo canto, lento e monotono come i precedenti. "Così come siete venuti, o spiriti, per aiutarmi, così ripartite".

Riuscii ad avere le radici e i tronchi di liane con i quali i Tariana preparano il paricà: l’esame fatto da Marini Bettòlo e coll. ha documentato una ricchezza di alcaloidi del gruppo dell’armina.

Prima di chiudere questa rapidissima introduzione sullo sciamanismo, sugli allucinogeni e sulla meloterapia, desidero ricordare brevemente anche l’altro gruppo linguistico culturale indio da me studiato, gli Yanoama dell’Alto bacino amazzonico e orinochese (1965). Essi inalano polveri allucinogene di origine vegetale (Piptadenia, Virola, ecc.), che chiamano epenà, per venire così in contatto con gli spiriti eterni (Hekurà) degli animali, delle piante, dei fenomeni della natura. L’uso dell’epenà fa parte del rituale magico per chiamare gli spiriti e farli penetrare nel corpo per curare le malattie, ecc. e non può essere profanato.

Anche presso questi gruppi indi l’iniziazione si compie con un lunghissimo periodo di isolamento e di digiuno, durante il quale il giovane viene continuamente sottoposto all’inalazione della polvere a epenà. Emaciato, stanco, intossicato, lentamente comincia ad avere contatto con il mondo degli spiriti Hekurà, che dai monti scendono per venire da lui, per entrare nel suo corpo e trasformarlo in dimora di Hekurà. Il vecchio sciamano insegna, come dice la Valero (1966) (la donna da essi rapita ancora bambina, che per tanti anni è vissuta con loro), solo di notte. "Facevano spegnere i fuochi perché gli Hekurà non possono avvicinarsi se c’è luce. [450] Poi il vecchio incominciava a cantare; allora si poteva riaccendere il fuoco. Quando l’apprendista era così ebbro di epenà che non poteva neppure stare in piedi, un uomo si metteva dietro a lui e lo sorreggeva mentre quello che insegnava andava avanti e indietro, cantando, perché il giovane facesse lo stesso. Doveva ripetere i canti che il maestro insegnava. Ripeteva il primo, il secondo canto; poi il vecchio si allontanava dicendo: "Canta più forte, non sento nulla... più forte" Il giovane cantava più forte; il vecchio si allontanava ancora e ripeteva: "Canta più forte, non sento nulla" e mandava a soffiargli nuovo epenà nelle narici. Se il giovane sbagliava le parole o se le dimenticava, il vecchio "sciapori" ripeteva finché l’altro aveva imparato. Il maestro faceva alzare il giovane stordito dall’epenà, lo faceva andare avanti e indietro, girando e cantando con le braccia aperte. Doveva andare lentamente, diceva, perché se fosse andato svelto, il cammino degli Hekurà, che non era ancora ben formato, si sarebbe rotto e gli Hekurà non sarebbero tenuti più al suo richiamo....".

Nel lungo periodo per divenire sciamano, quando i giovani sono iniziati all’uso degli allucinogeni, ogni richiamo sessuale deve essere allontanato. "Una donna – dice sempre la Valero – tinta di odoroso urucu, passò vicino alla capanna in cui si trovava un giovate isolato per l’iniziazione. Il giovane si disperò, pianse: ‘Padre – gridava – questa donna del male mi è passata vicina; adesso i miei Hekurà mi stanno lasciando. Già stanno portando via le loro amache. Padre, gli Hekurà mi hanno lasciato solo! Quelli che tu avevi nesso nel mio petto già sono partiti’. Allora i vecchi gridavano, gridavano contro noi donne: per una sola che era passata così dipinta e profumata, noi tutte eravamo incolpate".

Cioè oscurità, digiuno, isolamento, astinenza sessuale, allucinogeni, danze e canto servono a creare quella particolare atmosfera irreale e di mistero necessaria per le complesse manifestazioni sciamaniche.

Fusiwe, marito di Helena Valero, era considerato un grande siamano. In un suo canto a me ripetuto e tradotto dalla Valero, gli così diceva: "Gli Hekurà mi trovarono: ero solo in un giorno di silenzio. La figlia di Hekurà veniva danzando verso di me; quando è arrivata vicino mi ha spinto, sono caduto, ha aperto il mio petto, la mia gola, ha pulito tutto il mio sangue. Ha strappato la mia lingua e ha messo al suo posto penne di Hekurà. Era bella; [451] non esiste donna bella come quella! Ero morto disteso, ma sentivo tutto quello che la figlia di Hekurà cantava. Una nuova lingua hanno messo nella mia bocca, per questo conosco e canto i canti degli Hekurà…".

Il canto sciamanico quindi è la via attraverso la quale gli spiriti della natura si manifestano usando la voce dello sciamano. Col dominio sugli spiriti Hekurà, gli uomini riescono, attraverso gli allucinogeni, a divenire uno strumento utile alla conservazione e alla difesa del gruppo cui appartengono.

Un carattere però mi sembra che differenzi la sciamanismo yanoama dalla maggior parte degli altri sciamanismi, anche della stessa America Latina, sul quale desidero richiamare l’attenzione. Al posto di uno sciamano isolato e potente, come il vecchio Tariana da me visitato, esiste tra gli Yanoama uno sciaminismo collettivo; al posto di uno stato estatico raggiunto solo da pochi eletti, gli Yanoama riescono ad avere un’estasi collettiva raggiunta da tutti o quasi tutti gli uomini adulti attraverso l’uso controllato e dosato di alcaloidi allucinogeni. Nell’epenà da noi raccolto presso vari gruppi Yanoama, Marini Bettolo, Delle Monache e Galeffi hanno messo in evidenza noti alcaloidi ad azione allucinogena e precisamente bufotenina, N-ossido di bufotenina, N-N-dimetiltriptammina, N-ossido della N-N-dimetittriptammina, ecc.

Abbiamo registrato con E. Bagalino su nastro magnetico molti canti degli sciamani che abbiamo poi tradotto con Helena Valero. Riportiamo la traduzione di alcuni frammenti di canti che mostrano non solo un affascinante mondo poetico, ma che permettono di iniziare un’analisi medica sul tipo di allucinazioni provocate da queste sostanze.

Presso gli Yanoama del Rio Ocamo (Alto Orinoco) una donna aveva perduto l’ombra o l’anima, e gli sciamani, sotto l’effetto degli alcaloidi allucinogeni dell’epenà cercavano di strappare via il male, irnpersonato dallo spirito Yai, e di ricondurre così l’anima nel corpo della donna. Essi cantavano questi canti, interrotti spesso da grida e contorsioni che volevano indicare l’arrivo di spiriti ausiliari.

"Stelle rosse come sangue stanno cadendo con sangue! Che visione meravigliosa! Fanciulle con ornamenti di foglie alle orecchie. Hokosiwe è un monte alto con palme. E’ nero; le sue rocce hanno graffi come serpenti... La corona degli Hekurà è graffiata [452] con sangue a strisce di serpenti... Ho avuto terrore. E’ passato un lampo avanti ai miei occhi. Ho strappato dalla donna pelle di Yai. E’ questa pelle che fa ruotare il mio sguardo. Vedo strisce di fuoco in terra come serpenti... Ho paura... All’orecchio degli Hekurà, padre mio, è appesa una stella di sangue...".

E’ utile ricordare che le strisce di sangue e i serpenti di fuoco (scotoma scintillante?) sono elementi che ritornano frequentemente nei canti sciamanici sotto l’azione degli allucinogeni.

A lungo potrebbero continuare i ricordi di aspetti dello sciamanismo indio che interessano la nostra medicina contemporanea e la nostra stessa società. Il significato della meloterapia e della terapia psichica, il meccanismo di azione delle sostanze allucinogene, i rapporti tra medicina india e la nostra medicina, ecc. saranno ampiamente illustrati dai colleghi che parleranno in questa sezione.

Io mi sono principalmente proposto di ricordare come il canto e la poesia sciamanica vengano stimolati in forma calibrata e dosata da sostanze ad azione sul sistema nervoso, e rappresentino i grandi strumenti di cui si servono gli sciamani nelle loro terapie prevalentemente psichiche. Tali sostanze, e in particolare gli allucinogeni, non vengono presi dagli indi per soddisfare stati morbosi di assuefazione individuale, ma il loro uso viene sottoposto in gran parte al controllo delle collettività che lo proibiscono agli organismi che essi considerano più deboli e cercano di utilizzano nell’interesse delle collettività stesse. Lo sciamanismo infatti non è che un’espressione di queste culture che trovano nello sciamano la figura che maggiormente le rappresenta.


[453] Bibliografia
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