La favoleggiata mandragora nella leggenda e nella realtà

Nino Arietti

Natura Bresciana, vol. 3, 1966, pp. 14-17

Mandragora atumnalis Bert.
Mandragora autumnalis Bert.
Nel corso di un’escursione primaverile del Gruppo Naturalistico "G. Ragazzoni", un partecipante chiese notizie circa la favoleggiata Mandragora. E’ dato reperirla nella nostra provincia? Che cosa c’è di vero nelle asserite virtù e nell’uso magico che ne facevano le fatucchiere, o forse ne fanno ancora certi empirici guaritori?

Facciamo anzitutto le dovute presentazioni, riconoscendo per prima cosa al nostro grande botanico bolognese Antonio Bertoloni (1775-1869) la priorità nella scissione della Mandragora – o Mandragola come preferì scrivere il Machiavelli – notissima come vedremo fin dall’antichità, in due distinte entità.

Prima di lui, difatti, lo stesso Carlo Linneo (1707-1778) aveva affermato la unicità della specie battezzandola in base ai noti impieghi avuti nella medicina empirica, Mandragora officinarum.

Il Bertoloni notò invece che le piante a fioritura primaverile presentavano taluni caratteri divergenti e costanti rispetto a quelle che mostravano i fiori in autunno, opinando da ciò che per le prime non potesse trattarsi di una semplice rifioritura di fine stagione, come avanti lui si era ritenuto per analogia con la doppia fenoscopia di diverse altre specie perennanti. Inoltre, anche l’habitat era diverso.

La vasta famiglia delle Solanacee – alla cui notevole importanza nel campo alimentare si affianca quello che investe la farmacologia per le proprietà sedative, narcotiche e in parte anche afrodisiache, dovute a vari alcaloidi contenuti in diverse specie parimenti velenose – si arricchiva così di due rappresentanti anziché uno. Tre, se si vuol aggiungersi la Mandragora caulescens Clarke, che è però dell’Himalaya.

Abbiamo quindi nella flora italiana la Mandragora vernalis Bert., che tra febbraio e marzo mostra i suoi fiori dalla corolla imbutiforme di un colore bianco-verdognolo, con foglie grandi, ovate, bollose, increspate, ma glabre. In Italia è piuttosto rara e sporadica nei siti cespuglioso-boschivi del Piemonte, del Veneto e dell’Umbria, ma ha una area di diffusione abbastanza vasta nell’ambito della regione mediterranea che le è propria, passando dall’Africa settentrionale – attraverso la Spagna, l’Italia, la Dalmazia e la Grecia – all’Asia minore e alla Siria.

Quindi la Mandragora autumnalis Bert., a fioritura fra settembre e novembre, che ha invece la corolla di colore tra l’azzurro e il violaceo, quasi da Campanula; le sue foglie, più strette, sono cigliate ai margini, e sparse di peli anche sulle pagine. In Italia è relativamente più diffusa dell’altra, soprattutto fra il Lazio e il Gargano, in Calabria e nelle grandi isole; invece la sua area di distribuzione è minore e nell’ambito del Mediterraneo, pur toccando la Grecia, gravita verso occidente fra l’Africa settentrionale, il Portogallo e la Spagna.

Per il resto, si tratta in entrambi i casi di specie erbacee perennanti, acauli, di odore da graveolente a fetido. Sotto le foglie disposte a rosetta, la lunga e articolata radice a fittone si infossa profondamente nel terreno.

Nessuna delle due specie à stata finora rinvenuta nel territorio bresciano. Francesco Calzolari (1522-1609) speziale e semplicista in Verona all’insegna della Campana d’Oro, nel suo libro dal titolo "Il viaggio di Monte Baldo della magnifica Città di Verona", stampato in Venezia dal prestigioso Valgrisi nel 1566, asserisce di avere ritrovato la Mandragora presso Torri sulla sponda orientale del lago di Garda. Ma dopo di lui nessuno l’ha più riveduta in quei luoghi, e con ciò abbiamo risposto alla prima domanda.

Quanto alla seconda, la storia è assai più lunga, e va esaminata sotto due aspetti: quello delle credenze popolari e degli usi terapeutici empirici, e quello delle effettive proprietà accertate dall’indagine clinica e farmacologica.

Per l’esame del primo dei due aspetti occorre risalire assai addietro nel tempo, perché della Mandragora si trova cenno già nella Bibbia sotto il nome giudaico di dudaim; anche se molto si è scritto attorno a questo termine attribuito nel tempo da diversi autori a specie ben differenti, i moderni concordano nel ritenere che proprio alla Mandragora fosse ricorsa Rachele per eccitare all’amore il frigido Giacobbe sposo tanto a lei quanto a sua sorella Lia (Genesi XXX, 14-17), sfruttando cioè le riconosciute proprietà afrodisiache della pianta.

Quanto alla conoscenza della sua azione narcotica, può valere l’aneddoto di cui narra in Strategematon libri IV I’agrimensore romano Sesto Giulio Frontino (40-103 d.C.): Annibale inviato dai Cartaginesi a sedare un ammutinamento, dopo un primo approccio finse di ritirarsi, lasciando però sul campo alcune botti di vino nel quale erano state infuse delle radici di Mandragora; e non ebbe molto da attendere per ritornare a catturare i ribelli senza colpo ferire, dato lo stato di profondo sopore in cui erano caduti per avere bevuto quel vino. Ma si può andare più indietro, perché già ai tempi del medico greco Ippocrate (460-377 a.C.) e per diversi secoli dopo di lui, se ne facevano moderati beveraggi da somministrare ai pazienti prima degli interventi chirurgici, anticipando così sia pure rudimentalmente l’uso del cloroformio come anestetico, introdotto solo nel 1847 dallo scozzese Sir Giacomo Simpson.

Circa le leggende, era logico che trovassero esca soprattutto negli oscuri periodi dell’era barbarica e del Medio Evo. Però il germe era stato gettato già dagli elleni col filosofo greco Teofrasto (312-287 a.C.) che nella sua Historia Plantarum, IX, 8, ad evitare i pericoli insiti nella raccolta delle radici di Mandragora, suggeriva di tracciare tre giri con la spada attorno alla pianta, e quindi di scavare tenendo il volto verso ponente, mentre un accompagnatore doveva danzargli intorno cantando senza interruzione le laudi alla filantropia. Più prudenti ancora secondo lo storico Flavio Giuseppe (37-100 d.C.) in De bello judaico, VII, 6, gli ebrei di una vallata della Palestina chiusa a nord dalla città di Machrus, dove cresce appunto questa "meravigliosa radice di color rosso fuoco, che la sera getta bagliori". Sradicarla è molto difficile – egli racconta – perché continua a infossarsi, e resiste finché non la si irrori di orina o sangue mestruale. Ma allo strappo finale può seguire la morte di chi lo operi, e appunto perciò, dopo avere lavorato di vanga all’intorno finché nella terra rimanga solo l’estremo pezzo di radice, alla parte scoperta si lega il collare di un cane, quindi il suo padrone si allontana e lo chiama. Cosi l’animale correndo estirpa la radice, ed è lui l’innocente vittima della Mandragora, che dopo tale cruento sacrificio perde ogni potere letale, mantenendo invece integro quello di scacciare dal corpo degli uomini i "maligni" che vi hanno posto sede causandone le infermità, appena la si avvicini al malato.

Questo metodo deve essere stato seguito a lungo se si vuole prestar fede a certi codici miniati del Medio Evo, che appunto si sono incaricati di tramandarci la raffigurazione dell’ingegnoso sistema.

Si aggiunse, più tardi, l’urlo della Mandragora quando viene divelta. Lo ascoltano i personaggi di Shakespeare in Romeo e Giulietta (e sta bene, dato che la tragedia ha per sfondo il territorio veronese ove la Mandragora è stata reperita anche in tempi recenti) e nell’Enrico VI, dove invece casca l’asino perché le tribolate vicende del demente re d’Inghilterra si svolgono assai più a nord dell’area mediterranea propria delle due specie.

Ciò che però aveva maggiormente colpito la fantasia, era l’aspetto in certo senso antropomorfico della radice (e Anthrophomorphos la chiama appunto Pitagora, 570-504 a.C.) che i ciarlatani si ingegnavano di esaltare mediante ben aggiustati colpi di coltello, sì da farvi ravvisare gli organi esteriori della riproduzione, talvolta mascolino e talaltra femmineo. Si ebbero così la Mandragora maschio e la femmina, col selettivo potere di far concepire a piacimento l’uno o l’altro sesso: è appunto su questa credenza che si basa l’intreccio de La Mandràgola di Niccolò Machiavelli (1469-1527), primo esempio di commedia moderna in dispregio della imitazione classica allora dominante, e impostata sulla base di una vivace situazione psicologica.

Tuttavia occorre riconoscere che di troppe delle pretese virtù avevano fatto giustizia gli stessi empirici. Già Dioscoride, che ebbe gran fama di medico negli eserciti imperiali di Nerone, nella sua celebre De Materia Medica sconfessa le pretese virtù di... fecondativo ad azione preselettiva della Mandragora, riconoscendo invece che la sua scorza macerata nel vino lenisce il dolore a chi deve sottoporsi "al fuoco o al taglio di qualche membro". Ma è anche possibile causa di gravi accidenti potendo la conseguente "lethargia" recare la morte – come scrisse quel grande del Rinascimento che fu Pier Andrea Mattioli – se non si interviene in tempo con appropriate cure, fra cui la curiosa e polivalente panacea denominata "theriaca". Quell’elettuario, cioè, la cui conoscenza si fa risalire a Mitridate Eupatono re del Ponto, e che ancora verso la fine del 1700 veniva preparata con gran pompa e "coram populo" in luoghi pubblici di varie città italiane, mediante l’impiego di non meno di cento ingredienti. Sotto forma di pillole antipestilenziali, questa "theriaca" è difatti ricordata da Lodovico Antonio Muratori nella sua opera Del governo della peste, tra i farmaci prescritti durante l’epidemia di Vienna al principio del XVIII secolo. Il che tuttavia non impediva di soccombere di tale morbo, a Trento nel 1577, proprio al Mattioli a cui non erano ignote le virtù della "theriaca": forse quella a sua disposizione era scaduta come capita anche per alcuni odierni medicinali, oppure non era stata preparata a dovere come talvolta accadeva per difetto di taluni ingredienti, ingenerando allora tremende beghe con ricorsi in giudizio addirittura dinnanzi all’autorità papale.

Di vero, in quest’accozzaglia di attribuzioni che addirittura vorrebbero identificare la Mandragora con la pianta antropogonica del Paradiso terrestre (e se ciò fosse, mangiati i suoi minuscoli "pomi" rossastri, Adamo sarebbe dovuto fuggire tormentato da insopportabile arsura), c’è che si tratta di pianta decisamente velenosa, che specialmente nella radice contiene un composto di alcaloidi tropinici detto "mandràgorina", ad azione simile a quella dell’atropina, cioè antispasmodica, anestetica e mitridatica. Ma le proprietà tossiche prevalgono sul potere terapeutico, e giustamente quindi l’odierna farmacopea la trascura, lasciandola in retaggio ai ciarlataneschi paludamenti della stregoneria zingaresca.