Una scena dei Demi di Eupoli
Alessandro Olivieri
Atti della Reale Accademia di Archeologia, Lettere e Belle
Arti
Napoli, n.s., vol. 11, pp. 99-110, 1930
[101] Cratino lamentando la mancanza di poeti valenti che fiorissero
in Atene a’ suoi tempi, aveva pensato, nella commedia Archilochi, di
evocare dall’Ade e portare sulla scena in gara vati famosi del passato; Aristofane
nel Gerytades aveva fatto discendere all’Averno una commissione di poeti,
per cercare e ricondurre alla luce i grandi vati scomparsi e nelle Rane finge
che un patito di Euripide, Dioniso stesso, scenda nell’Ade per condurre a rivedere
le stelle il poeta suo prediletto. Eupoli nei Demi (una specie dei nostri
Comuni), sconfortato per il decadimento di ogni istituzione, per l’avvilimento
dei sentimenti civili e guerreschi, per la mancanza assoluta di uomini capaci
di governare lo Stato, fa per poco rivivere quattro grandi trapassati, che nel
mondo avevano davvero ben meritato della patria: Solone, Milziade, Aristide,
Pericle. Questi soli, richiamati in terra, avrebbero potuto soccorrere i cittadini
coi loro consigli, ripristinare quelle virtù, che parevano addirittura bandite
da Atene.
Tra i frammenti dei Demi tornati alla luce parecchi anni
fa, pubblicati dal Lefebvre nella sua edizione seconda di Menandro,1
notevole è la scena seguente, che non mi sembra finora sufficientemente illustrata:
[102] Fr. III a. (versione in greco)
[103] [traduzione] B.... attualmente io sono puro, dacchè sono un uomo giusto.
A Di quello che hai da dire.
B Capitò un giorno sul mercato un forestiero, che aveva bevuto
il kykeón; infatti aveva ancora la barba piena di farina grossolanamente macinata,
umida. Per caso io noto questo particolare. E subito mi recai direttamente alla
casa del forestiero, e dissi: «Che facesti tu, mascalzone, tu, villanaccio?»
e imposi al forestiero di sborsarmi 100 stateri d’oro. Ché egli era ricco. Giacché
si rifiutava, gli imposi di dirmi che cosa avesse bevuto, quando era uscito
di casa. Ed allora ricevetti il mio oro. Se uno paga, può fare quello che mai
vuole.
A Per Zeus io ammiro, come grande è la tua giustizia!
……………………..
B.... e riscossi il denaro non a chiacchiere. Non sarà questa
mia condotta degna di gratitudine da parte dei morti?
A Perché tu non lasci che i morti siano morti?
B Ma io ne adduco testimoni; inoltre tratteremo la cosa in tribunale.
(Ad ogni modo) tu mi citassi, ora mi leghi e commetti ingiustizia.
[104] A Non sono io che ti ho legato, ma il forestiero che ha bevuto
il kykeón.
B Ma è giusto che io abbia a patire così?
A Va a domandano al sacerdote di Zeus.
B Schernisci pure, ma tu dovrai pure pagarmi tutto.
A In tale stato parli tu del pagare?
B Si per Zeus, io ti farò piangere anche pubblicamente.
A Anche questo tuo desiderio sarà stato pronunciato contro di
me falsamente (vanamente, cioè non si avvererà). Custoditelo e mettelo al ceppo,
ché egli da tempo meriti sì fatto trattamento.
Chi sono i due personaggi che parlano? Non è certo difficile identificare
quello che ha compiuto il ricatto a danno del forestiero, è un vile sicofante;
nell’interlocutore fu, bene a ragione, ravvisato il giusto per eccellenza,
Aristide. Il sicofante ha estorto il denaro, prendendo a pretesto che lo straniero
aveva bevuto il kykeón.
Nell’inno omerico a Demetra leggiamo che la dea, in cerca della
figlia, rapitale da Plutone, capita ad Eleusi e qui si fa introdurre nella casa
del re Celeo, per allevarvi il bambino Demofonte.
Ecco come il poeta narra l’ingresso di Demetra nel palazzo. Metaneira,
la regina, appena la vide:
"fu presa da riverenza, da venerazione e da paura che fa
impallidire e le cedette il suo seggiolone e l’invitava a sedersi. Ma
Demetra, portatrice delle stagioni, dagli splendidi doni, non voleva sedersi
sul seggiolone lucente, ma restava in silenzio, coi begli occhi abbassati,
fino a che Iambe, pratica e zelante, non le ebbe offerto una solida sedia, su
cui aveva gettato una pelle candida. Qui sedendo, teneva giù (innanzi al
volto) con le mani il velo, e lungo tempo restava senza parola, conturbata,
sulla sedia, e non si tratteneva affabilmente proprio con nessuno né a parole
né a fatti, ma senza sorriso, senza toccare cibo e bevanda, stava seduta,
[105]amareggiandosi pel desiderio della figlia cinta nel basso; fino a che Iambe,
pratica e zelante, coi suoi scherzi, facendo molte beffe, non ebbe volto la
veneranda, la santa, a sorridere, ridere, ed avere animo ilare. E Iambe anche
dopo piacque alla dea per il suo (buon) umore. Per Demetra Metaneira riempiva
e a lei porgeva un nappo di dolce vino, che ella ricusava, perché, diceva,
non esserle permesso bere vino rosso; ma le ordinava di darle da bere una
miscela di farina, acqua e trito puleggio. E Metaneira fatto il kykeón, lo
porgeva alla dea, come questa aveva ordinato. Ed avutolo, la molto veneranda
iniziò tale rito" (190—211).2
In altre fonti, Demetra beve il kykeón, non dopo scherzi
compiuti da Iambe, ma dopo azioni oscene, simboliche, di Baubo e di Iacco,3
che, ripetute o imitate dagli iniziati o misti, attuavano l’unione loro con
Demetra come sposi o, uscendo da lei come da una vulva, se ne ritenevano figli.
Certo il kykeón nei misteri di Eleusi era la bevanda rituale, sacramentale, con
cui gli iniziati il 21 di Boedromion a sera rompevano il digiuno impostosi.4
La miscela era del tutto corrispondente al carattere peculiare dei misteri
eleusini, agrario in origine; onde l’acqua e la farina, a cui aggiungevasi il
puleggio o menta, dall’odor penetrante, uno stimolante, digestivo,
carminativo. Se da qualche fonte può risultare che in realtà vi si mescolava
anche del vino,5 questo potè succedere solo più tardi, quando ai
riti eleusini furono associati i dionisiaci. Ma uno scolio a Platone6
avverte che vi si aggiungeva anche formaggio grattugiato; onde è necessario
ac[106]cogliere le due ultime notizie con molte riserve, potendo i nuovi ingredienti
derivare da composizioni della miscela, che, come vedremo, non hanno nulla a che
fare con la bevanda mistica di Eleusi.
Ora, è ben noto, che nel 415 a. C., mentre in Atene fervevano i
preparativi per la spedizione in Sicilia, una mattina di primavera,
probabilmente il primo del mese Thargelion (corrispondente all’undici di
Maggio) furono trovate mutilate quasi tutte le Erme, che ornavano le vie e le
piazze della città. Questo sacrilegio portò fra gli Ateniesi la massima
costernazione, e perché sembrava un triste presagio per l’imminente
spedizione e perché si temeva che fosse sintomo di una vasta congiura, tendente
a rovesciare la democrazia. Radunatisi più volte in pochi giorni il senato e il
popolo per scoprirne gli autori, non si venne sulle prime a capo di nulla, fino
a che, nominata una speciale commissione inquirente, promessi premi ai delatori
ed esortati i cittadini a rivelare anche sacrilegi di altro genere, di cui
avessero notizia, incominciarono le denunzie, prima contro profanatori dei
misteri eleusini, tra i quali si diceva esservi Alcibiade, poi contro i
mutilatori delle Erme. Furono, specialmente per il secondo fatto, operati
numerosi arresti, cittadini cospicui furono gettati in prigione; certo il
terrore di essere, come che sia, accusati dominava la città. È evidente che il
nostro sicofante, valendosi del fatto che il forestiero era uscito di casa con
la barba, in cui apparivano le tracce del kykeón, riuscì ad estorcergli il
denaro, sotto la grave minaccia di denunziarlo come profanatore dei misteri di
Eleusi. Il forestiero, come vedemmo, dapprima rifiuta di sborsare il denaro,
poi, preso certamente da paura, si arrende e paga. Possiamo subito dedurre che
la commedia dovette essere rappresentata dopo il fatto della mutilazione delle
Erme, non molto dopo il 415.
Il sicofante è stato citato da Aristide a comparire innanzi a
lui e vi compare legato. Alla protesta di essere stato legato per ordine del
giusto, questi ribatte che in realtà chi [107] lo ha fatto legare è il forestiero,
che ha subito il ricatto. È chiaro che il danneggiato ha denunciato il
delinquente ad Aristide.
E se il sicofante, con quella stessa aria spavalda, con cui nel Plutodifende,
pure innanzi ad un giusto, il proprio tenore di vita e si dichiara onesto,
protesta ora la propria innocenza, grida alto che si commette contro di lui
ingiustizia, e minaccia di ricorrere al tribunale ordinario, è pure chiaro che
il poeta vuole con ciò svelare la piaga, che affliggeva Atene nel campo dell’amministrazione
della giustizia. Chi procurava materia copiosa agli Ateniesi, smaniosi di
giudicare, per compiere tale ambito ufficio? Non erano forse i sicofanti? Nel Pluto
uno di essi si vanta di concorrere alla conservazione delle leggi esistenti
e non permettere che alcuno le trasgredisca. All’obbiezione dell’ uomo
giusto che lo stato pone giudici per questa bisogna, il sicofante chiede: e chi
accusa? L’uomo giusto risponde: chi vuole. E il sicofante alla sua volta:
quello io sono (913-918). È troppo evidente che il forestiero non avrebbe
presentato la sua denuncia al tribunale ordinario, perché l’effetto ne
sarebbe stato nullo, ed egli avrebbe passato guai non indifferenti, pericolo
grave; e si è indotto a dare querela, solo per l’istituzione di un tribunale
speciale presieduto dal giusto, quindi dal difensore più spassionato e severo
della moralità della religione, della giustizia; presieduto da un trapassato,
cioè spoglio da ogni passione e parzialità. Alla protesta del sicofante di
essere ad ogni modo trattato ingiustamente, Aristide lo rimette al giudizio del
sacerdote di Zeus. Weshalb der Sycophant höhnisch grade an den Zeuspriester
gewiesen wird, weiss ich nicht», scrive il Körte. Aristofane ci presenta il
sacerdote di Zeus, subito dopo Hermes, alla fine del Pluto. Il dio della
ricchezza ha riacquistato la vista nell’Asclepieo e per conseguenza nessuno
più sacrifica agli dei, onde Hermes ed il sacerdote si muoiono di fame. Ora,
mentre il poeta immagina che l’iddio sia assunto in servizio dai nuovi [108] ricchi,
ma subito adoperato per compiere un vile ufficio, quello di lavare trippe, al
sacerdote è riserbato ufficio più decoroso, quello di precedere Pluto nella
processione che ricondurrà la Ricchezza nell’opisthodonios del tempio di
Atena sull’Acropoli. Se in realtà il sicofante era convinto che il forestiero
avesse profanato i misteri di Eleusi, conforme alla religione, egli sarebbe
stato in dovere di denunciano. Conforme pure al sentimento di giustizia, che non
si diparte dal religioso, egli non avrebbe dovuto compiere il ricatto; conforme
al sentimento di ospitalità, di cui il maggior difensore è Zeus egli non
avrebbe dovuto far danno coscientemente al forestiero. Ecco perché, a mio
parere, il giusto rimette il delinquente al giudizio del sacerdote di
Zeus. Però i sicofanti, come cercavano le loro vittime tra i cittadini
facoltosi, così non risparmiavano i forestieri. Aristofane negli Uccelli ci
presenta uno di questi bricconi, che, chiede le ali per volare alle isole, dove
citerà gli stranieri e donde a volo si recherà ad Atene per l’istruzione del
processo. Nel frattempo, lo straniero, che si vale dei mezzi ordinari, non
presente al processo, sarà condannato in contumacia, mentre il delatore,
tornato alle isole, avrà confiscato i beni del denunciato (1410 sgg.). Non
credo quindi che le parole dell’austero Aristide relative al sacerdote di Zeus
siano pronunciate ironicamente, è piuttosto il sicofante che le
interpreta come scherno, alla stessa maniera che nel Pluto egli dà
valore di oltraggio e di scherno a quello che si obbietta contro la sua
riprovevole condotta.
Ma il forestiero poteva bene avere bevuto il kykeón, senza
intenzione di profanare i misteri di Eleusi. Simbolico è ancora il kykeón, che
si porgeva al giovinetto Ateniese vincitore nella gara delle corse in occasione
delle Oschoforie, festa in onore di Atena Skiras, e che conteneva vino, olio,
miele, cacio grattugiato. Simbolico sopra tutto, perché Atena, secondo la
tradizione, fu la prima ad introdurre l’olivo nell’Attica ed a lei è ad
ogni modo sacro questo albero. Simbolico è anche il kykeón bevuto dagli
Argonauti, secondo le [109] Argonautiche orfiche (323-330), nel sacrifizio da
loro offerto all’arrivo a Colchos e che si compone di acqua di mare, farina,
sangue di toro; simbolico sopratutto, perché Zagreus è tauromorfo. Ma Ecamede,
la concubina di Nestore, a questo ed a Macaone, che ferito è stato condotto dal
re di Filo nella sua tenda, porge un kykeón composto di vino di Pramno, di
formaggio di capra grattugiato e bianca farina. La bevanda disseta i due eroi
(Il. XI, 624, 638-642, cf. Platone, Ion 538 c). Circe, prima di
trasformare in porci i compagni di Ulisse, dà loro, e l’avrebbe dato anche ad
Ulisse, se Atena non avesse preservato l’eroe, un kykeón composto di cacio
grattugiato, farina, miele, vino di Pramno, a cui aggiunge sostanze venefiche,
che fanno dimenticare agli erranti interamente la terra patria (Od. X, 234-6,
290, 316-17). Così in un voto dell’Asclepieo di Epidauro era scolpito che una
matrigna aveva gettato nel kykeón delle sanguisughe, e l’aveva dato a bere ad
un suo figliastro.7 Teofrasto nei Caratteri (4°) cita come
esempio di rustichezza un tale, che si reca all’assemblea dopo aver bevuto il
kykeón e dalla bocca esala un odore di puleggio, che non edifica troppo il
vicino. Platone nella Repubblica (408b) esalta l’efficacia dei
medicinali nei feriti, che, prima di essere tali, abbiano condotto una vita
retta e temperata, anche se momentaneamente si trovino ad aver bevuto il kykeón.
Aristofane nella Pace (712) decanta l’uso del kykeón di puleggio nei
casi di indigestione di frutta. Areteo ritiene il kykeón causa di dissenteria.8
I medici danno in generale il nome di kykeon ad una mescolanza, di
consistenza intermedia fra liquido e sostanza densa.9 Dunque il
kykeón non aveva soltanto valore mistico, ma era anche semplicemente [110]una
pozione rinfrescante, un cordiale, un corroborante, un inebriante, un eccitante,
un riscaldante, un rimedio medicinale.
Era ad ogni modo una mescolanza ibrida, non omogenea. Luciano,10
allo svolgersi di fatti umani contemporanei e disparatissimi nel mondo, pensava
all’essenza del kykeon, come pure ad un coro, che non agisce all’unisono, ma
di cui ciascun consta canta per suo conto ed ha l’unico scopo di superare il
vicino per altezza di voce. Il fatto che esso era bevuto o doveva bersi quando
ancora la mescolanza trovavasi in movimento, per essere stata potentemente
agitata, ispirava alla mente di Eraclito uno de’ suoi efficaci e singolari
paragoni. L’universo è, solo in quanto diviene; il perpetuo divenire dell’essere
è come il kykeón, il quale si decompone o, come direbbe un chimico moderno, si
decanta, se non è agitato,11 cioè riceve la sua essenza unicamente
dal movimento. Così Luciano fa dire ad Eraclito che niente al mondo è
costante, che tutto si serra, in qualche modo, in un kykeón, cioè in un
quid instabile, che perde la sua essenza, ove sia lasciato in quiete.12
E Crisippo, sull’esempio eracliteo, paragonava al kykeón l’eternità del
movimento, che tutto rimescola.13
E’ dunque provato che il forestiero o chiunque poteva avere
bevuto il kykeón senza intenzione di profanare i misteri di Eleusi, e che il
comico intese di rappresentare in un breve episodio lo stato di sospetto e di
disagio in cui versavano cittadini e forestieri, dopo la mutilazione delle Erme,
e come nessuna fiducia più ispirasse la magistratura ordinaria, al servizio di
calunniatori e scrocconi.
Note
1) Le Caire 1911.
2) L’ultimo verso è corrotto, ma il senso deve essere come ho
tradotto.
3) Fr. orf. 52 (ed. Kern).
4) Cf. Clem. Aless. Protr. II, 21,2 p. 16, 18 sgg. (Stähl.).
5) Una glossa di Esichio dice che la mescolanza era formata di
vino, miele, acqua e farina.
6) P. 402, Bekk.
7) Dittenberger, Sylloge inscrip. graec., ed. 3°, N. 1168,
100 sgg.
8) 76, 14 ed. Hude.
9) Nell’ Odissea il kykeon è detto sitos. Cf. Eust. 870, 65.
10) Icarormenippo. 16-17.
11) Fr. 125 (B) Diels2.
12) Vit. auct. 14 Diels2 5 (C), p. 113.
13) Phaedr. Epie. De nat. deor., p. 19, Petersen.