La psilocibina e la psilocina

Marco Margnelli

in: Pierluigi Cornacchia et al., 1980
I funghi magici. Farmacologia, tossicologia e tecnologia dell'estasi chimica
Editiemme Edizioni, Milano, pp. 45-84


I principi attivi

L'alcaloide naturale che Hofmann isolò dai funghi fornitigli da Wasson era una molecola a struttura indolica, simile a quella dell'LSD-25, ciò che giustificava le sue proprietà allucinogene. Il nuovo composto venne chiamato psilocibina. L'acido lisergico e la psilocibina costituiscono i primi due esempi di indoli naturali con una sostituzione nella posizione 4 delle molecole.



FIGURA 4 - Numerazione delle posizioni della molecola dell'indolo


[45] Tre delle quattro posizioni libere nel nucleo indolico possono dare origine a composti ben studiati e di notevole interesse psicofarmacologico anche se per ragioni differenti fra loro. I 4 sostituiti, sono, come si è già detto, prodotti naturalmente nei funghi. I 5 sostituiti devono il loro interesse al fatto di annoverare tra loro uno dei più importanti neurotrasmettitori cerebrali, la 5 idrossitriptamina, meglio nota come serotonina.

I 6 sostituiti sono molecole molto studiate in quanto prodotte da una delle principali vie metaboliche attraverso cui l'organismo umano elimina i derivati alchilici delle triptamine allucinogene.

La manipolazione artificiale dei tre radicali alchilici della triptamina origina una serie di sostanze allucinogene artificiali che sono state ampiamente studiate (Tavola VII) sia come farmaci sperimentali sia come strumenti di lavoro a loro volta capaci di rivelare le funzioni fisiologiche della serotonina e i suoi meccanismi d'azione. Si tratta di una condotta abituale in farmacologia: si noti, in questo caso, il numero piuttosto notevole di derivati che sono stati studiati.



Figura 5 - Serotonina


Figura 6 - I tre radicali alchilici nella molecola della triptamina

[47] I funghi di Wasson, oltre alla psilocibina, contenevano anche una molecola simile (sostituita in posizione 4) che deriva da essa per defosforilazione a opera della fosfatasi alcalina e per idrossilazione in posizione 4, cui è stato dato il nome di psilocina.

In seguito, sono state identificate numerose specie di funghi contenenti uno o ambedue questi alcaloidi insieme con altre sostanze psicoattive ad azione allucinogena. I funghi che Wasson portò a Parigi, appartenevano al genere Psilocybe e alla specie mexicana. In seguito (vedi tavola del capitolo sui funghi magici nel mondo, in Europa e in Italia), sono state scoperte e descritte le proprietà allucinogene di altre specie del genere Psilocybe come la Psilocybe aztecorum, la Psilocybe caerulescens e la Psilocybe zapotecorum e altri generi come la Stropharia la cui specie più nota per le proprietà allucinogene è la cubensis.

Il genere Psilocybe è diffuso in tutto il mondo, compresa l'Italia, anche se Hofmann si è limitato a determinare il contenuto in psilocibina di tutti i funghi di questo genere esistenti in Messico e solo di qualcuno europeo.



Tavola VII - Composti allucinogeni sintetici ottenuti dalla triptamina

[48] Una specie del genere Psilocybe, la baeocystis contiene oltre alla psilocibina e alla psilocina altri due composti allucinogeni: la baeocistina e la norbaeocistina. Come risulta dalle tavole III, IV e V (pagg. 32, 33, 34) anche altri generi di funghi che crescono in tutto il mondo contengono psilocibina: i generi Conocybe, Copelandia e Panaeolus.

Il Panaeolus sphinctrinus, oltre alla psilocina e alla psilocibina contiene anche serotonina e 5-idrossitriptofano.

La quantità di psilocibina e psilocina presente nei diversi generi e specie è variabile. Come è noto, Hofmann oltre a identificare la psilocibina è stato anche in grado di sintetizzarla chimicamente. Ciò ha permesso studi sperimentali in condizioni ideali. Una dose da 4 a 8 milligrammi di psilocibina sintetica riproduce in intensità e durata l'effetto della ingestione di 2 grammi di funghi secchi, che corrisponde al peso di circa 30 esemplari freschi.

Anche se la psilocina è presente solo in tracce nella Psilocybe mexicana il suo potere psichedelico è simile a quello della psilocibina.

Il dosaggio della psilocibina sintetica usato a scopo sperimentale dai vari autori che ne hanno studiato gli effetti, varia da 5-10 milligrammi a 30 milligrammi.



Figura 7 - Psilocibina


Figura 8 - Psilocina

[49] Effetti di intensità costante (le dosi usate a scopo voluttuario dai consumatori) sono ottenute con dosi da 25 a 50 milligrammi. La durata degli effetti con dosi di questo tipo è di circa 6-8 ore.


L'esplorazione farmacologica

Tra i vari omologhi chimici della psilocina e della psilocibina sono stati studiati sperimentalmente gli N-N dietilati. Due sostanze note come CEY-19 e CZ-74 in dosi di 5-20 milligrammi (Leunder e Baer, 1965), producono esperienze del tutto simili a quelle della psilocibina, ma di minore durata. L'effetto massimo viene raggiunto in un'ora e scompare in due.

Tra i derivati 5-sostituiti dell'indolo, alcuni sembrano avere proprietà allucinogene. In realtà sono stati poco studiati. Il più noto è la bufotenina che, come si spiega anche al capitolo sulla chimica dell'Amanita muscaria, è presente in natura nella pelle dei rospi.

Su tale circostanza sono state fatte pittoresche illazioni, perché i rospi erano notoriamente uno degli ingredienti obbligati delle misture magiche delle streghe medioevali e rinascimentali. E' sembrato quindi ovvio immaginare come i filtri e le pozioni magiche dovessero parte del loro effetto a questo componente. In realtà anche dosi di 100 milligrammi di bufotenina per via orale sono prive di effetti nervosi centrali. Questa e altre osservazioni hanno messo in dubbio le proprietà allucinogene della bufotenina. La prima e unica segnalazione delle sue proprietà allucinogene fu fatta da Fabing e Hawkins in un lavoro del 1956 che per varie circostanze ebbe molta risonanza nel mondo farmacologico, ma da allora non è stato fatto nessun ulteriore studio.

In compenso una presa di 10 milligrammi della sostanza, inalata per via nasale, dà luogo a rinorrea e lacrimazione ma non induce effetti centrali. Anche prese di 40 milligrammi sono senza conseguenze. L'effetto parenterale è stato sperimentato solo su schizofrenici, nei quali ha prodotto soprattutto temibili effetti fisici, come una ipereccitazione [50] cardiovascolare, che ha sconsigliato il proseguimento degli esperimenti e suggerisce comunque a chi volesse provare la bufotenina a scopo voluttuario di non somministrarsela in vena. Tra gli altri derivati 5-sostituiti dell'indolo ha proprietà allucinogene la 5-metossi-N-N-dimetiltriptamina, il cui N-N-diisopropilato è anche attivo per via orale.

La 5-metossi-N-Ndimetiltriptamina ha goduto di una certa popolarità nei mondo dei biochimici, quando due ricercatori pubblicarono di averla trovata nelle urine di pazienti schizofrenici, mentre non si trova nelle urine delle persone sane. In questo caso, il reperto di una sostanza con provate attività allucinogene nelle urine degli psicotici, avrebbe potuto significare che il cervello di questi malati si fabbrica, per un errore metabolico, sostanze che normalmente non ci sono e che potrebbero causare le allucinazioni patologiche. La questione è stata molto dibattuta e non sembra aver avuto seguito. Va osservato che nel tentativo di provare la genesi biochimica delle psicosi, nelle urine degli schizofrenici è stato trovato di tutto.

La psilocina e la psilocibina, come altre sostanze allucinogene a struttura indolica, vengono escrete per via urinaria come derivati idrossilici in posizione 6.

La 6-idrossi-N-N-dimetiltriptamina è un composto che, almeno sugli animali, sembrava avere effetti allucinogeni anche più intensi delle sostanze d'origine.

La sperimentazione sull'uomo non ha dato conferma di questo fatto, anzi i dati divenuti disponibili dopo i primi esperimenti hanno dimostrato che la sostituzione chimica in posizione 6 dei derivati allucinogeni della triptamina toglie loro ogni proprietà psichedelica, tanto che è stato proposto l'uso della 6-idrossi-N-N-dietiltriptamina come "placebo attivo" negli esperimenti in cui vengono studiate le proprietà allucinogene di nuove sostanze.


Il viaggio ora per ora

L'effetto mentale della psilocibina, a somiglianza di quanto si verifica anche con le altre sostanze psichedeliche (e particolarmente con l'LSD e altri allucinogeni di tipo indolico), è preceduto e accompagnato da chiari e non sempre gradevoli effetti fisici. [51]

Durante la prima mezz'ora, uno dei segni più costanti che la sostanza è in azione è rappresentato dall'arrossamento del volto; possono poi comparire vertigini soggettive (il soggetto prova sensazioni di instabilità e movimento e li riferisce al proprio corpo e non agli oggetti dell'ambiente) e instabilità alla deambulazione.

Abbastanza di frequente compaiono nausea e dolori addominali, un senso di debolezza generale, dolori muscolari diffusi, fascicolazioni (contrazione casuale di porzioni di muscoli) e lievi tremori. Meno frequentemente il soggetto è ansioso, irrequieto e accusa una perdita di sensibilità alle labbra e alla lingua.

Entro 30-60 minuti compaiono i primi effetti mentali, principalmente visivi, mentre gli effetti fisici della prima mezz'ora si attenuano e vanno scomparendo. Col progredire dei tempo gli effetti mentali diventano preponderanti dirottando l'attenzione dal corpo alla mente. Il soggetto può tuttavia avvertire di essere disturbato da fenomeni fisici quali disturbi della coordinazione dei movimenti, sudorazione profusa, lacrimazione involontaria e tremolio della voce, che costituiscono il proseguimento degli effetti fisici della psilocibina.

Circa verso l'inizio della seconda ora dall'ingestione della sostanza comincia l'esperienza psichedelica vera e propria, contrassegnata, come si vedrà meglio in seguito, da allucinazioni visive vividamente colorate e percepite anche a occhi chiusi. Il soggetto è euforico, tende a elaborare con logica minuziosa qualunque stimolo sensitivo, associandolo a significati astratti; ha l'impressione che il suo cervello percepisca più sensazioni dall'esterno di quante non ne riceva normalmente e ha l'impressione che il tempo scorra più lentamente che d'ordinario o talvolta più veloce.

Durante la terza ora gli effetti cominciano ad attenuarsi e durante la quarta a svanire. In questa fase gli effetti fisici gradevoli o sgradevoli, appariscenti o sfumati che siano, sono scomparsi.

Tra le 4 e le 12 ore si ha il completo recupero della normalità. Durante il rientro può manifestarsi qualche disturbo, quale senso di fatica e di spossatezza e, soprattutto, abbastanza frequentemente, può comparire cefalea.

Tra i fenomeni fisici meno frequenti associati all'ingestione di psilocibina sono state segnalate parestesie, dispnea (difficoltà respiratoria), scomparsa dell'appetito e transitori desideri sessuali (Hollister et al., 1960). [52]


Come la prima sigaretta

I fenomeni fisici associati all'uso di psilocibina sono di scarsa importanza clinica, non solo perché perfettamente reversibili, ma anche perché tendono ad attenuarsi o non si manifestano più nelle esperienze successive alla prima. Essi tendono a manifestarsi in maggior numero quanto maggiore è la dose soglia per effetti mentali: sono poco avvertiti con l'LSD che agisce in dosi di microgrammi (milionesimi di grammo) mentre sono numerosi e fastidiosi con la mescalina, la cui dose soglia è nell'ordine delle centinaia di milligrammi. La psilocibina sta tra questi due estremi.

Il principio vale anche per una sola delle tre sostanze: aumentando le dosi in somministrazioni successive possono aumentare i disagi fisici. Per la psilocibina questo principio vale in senso particolare: come verrà meglio spiegato più avanti, la psilocibina (e altre molecole allucinogene a struttura indolica) dà una tolleranza immediata, il che significa che per qualche giorno qualunque dose rimane senza effetto. Quando la sensibilità alla sostanza si è ripristinata, l'impatto della stessa con l'organismo può essere equivalente a quello della prima volta che è stata presa: c'è pericolo di sovradosaggio e quindi di reazioni fisiche sgradevoli (Shulgin, 1970).

Cumulativamente gli effetti fisici hanno la stessa gravità delle manifestazioni che accompagnano il consumo della prima sigaretta: un insieme di tosse, nausea, vomito, dolori al torace e crampi allo stomaco che dissuaderebbero chiunque dal divenire un fumatore abituale se non si sapesse che questi disturbi scompaiono del tutto nei successivi incontri col tabacco.

Nella stessa situazione può venirsi a trovare soprattutto un neofita micofago, che affronterà l'esperienza col dubbio di essersi avvelenato con funghi che ha sbagliato a riconoscere e classificare e che, ai primi sintomi sgradevoli, può essere preso dal panico e precipitarsi in un pronto soccorso.

Sempre nell'ordine fisico sono alcuni effetti simpaticomimetici comuni all'LSD e alla psilocibina. Le due sostanze producono dilatazione della pupilla, aumentano la temperatura corporea, la frequenza cardiaca, la frequenza respiratoria e la pressione sistolica e diminuiscono la soglia dei riflessi tendinei, come per esempio il riflesso patellare (Isbell, 1959). [53]

Nell'insieme, l'effetto fisico degli allucinogeni indolici, ma soprattutto quello dell'LSD, è simile a quello di un modesto stress aspecifico (come per esempio l'esposizione al freddo o una veglia di una notte). L'organismo è come in stato di allarme, iperreattivo. Come in caso di stress aspecifico i globuli bianchi in circolo aumentano (leucocitosi), diminuiscono nella formula leucocitaria gli eosinofili, aumentano i tassi dei 17-chetosteroidi e dei 17-idrossicorticoidi plasmatici. Contemporaneamente diminuisce l'escrezione urinaria dei fosfati e aumentano gli acidi grassi liberi nel siero. L'impressione che tutto ciò sia accompagnato da un aumento dell'ACTH in circolo (ormone stimolante le ghiandole surrenali, che aumenta ed è tra gli elementi motori principali nelle sindromi da stress) è giustificata dalle prove sperimentali che la tiroide e le ghiandole sessuali, invece, diminuiscono la loro attività. La somministrazione preventiva di steroidi (quale il cortisone) blocca o diminuisce notevolmente gli effetti dell'LSD (Cohen, 1973).

Tutto ciò assume un particolare significato quando si considera che il meccanismo d'azione principale degli allucinogeni indolici consiste nell'inibizione dei neuroni serotoninergici del rafe.

Come si vedrà meglio in seguito, il sistema dei neuroni serotoninergici, di cui si conoscono ancora incompletamente le varie funzioni fisiologiche, sembra abbastanza importante nell'innescare meccanismi d'adattamento che interessano tutto l'organismo. Il blocco della trasmissione serotoninergica, sia mediante distruzione dei neuroni che fabbricano serotonina, sia mediante un blocco delle sinapsi che la utilizzano, induce negli animali da esperimento una situazione di ipersensibilità a tutti gli stimoli ambientali e di iperattività in praticamente tutte le situazioni comportamentali in cui viene a trovarsi.

Attraverso una funzione inibitoria generalizzata, il sistema serotoninergico potrebbe servire a modulare il comportamento e a mantenere le sue manifestazioni entro limiti fisici ragionevolmente ristretti, in modo che non si superi la soglia dello stress (Jacobs e Trulson, 1979).

In ogni caso, il dato grezzo che descrive la situazione di un animale in cui il sistema serotoninergico centrale è stato inattivato, spiega a sufficienza le osservazioni cliniche e il parallelo che ne consegue, che l'effetto somatico dell'LSD [54] (e quindi, seppure in minor misura, della psilocibina) è quello di indurre una situazione di stress aspecifico. La parentela chimica tra LSD e psilocibina è provata anche dalla dimostrazione che le due sostanze sviluppano tolleranza crociata. La tolleranza è quel fenomeno per cui dosi successive di una determinata sostanza producono effetti meno intensi della prima dose.

L'LSD e la psilocibina sviluppano una tolleranza precocissima verso se stesse: una dose di LSD anche maggiore della prima rimane senza effetti già due ore dopo la prima somministrazione (cioè mentre la prima dose sta ancora agendo). Lo stesso fenomeno si verifica con la psilocibina.

Lo sviluppo di tolleranza crociata significa che una dose di LSD annulla l'effetto di qualunque dose di psilocibina che venga assorbita in seguito, così come è vero l'inverso (Isbell et al., 1961).

Sia la tolleranza verso se stesse sia verso gli omologhi chimici sviluppata dall'LSD e dalla psilocibina, dura qualche giorno; in genere una settimana è sufficiente perché i neuroni serotoninergici ridiventino sensibili. Una conseguenza pratica di queste osservazioni è l'inutilità di autosomministrazioni troppo ravvicinate delle sostanze allucinogene di tipo indolico. Come è noto, l'LSD e tutte le sostanze allucinogene a molecola indolica non danno dipendenza fisica. Anzi, il fenomeno dell'intensa e precoce tolleranza limita l'uso ad autosomministrazioni episodiche.

Malgrado l'esperienza soggettiva di un aumento straordinario delle percezioni sensoriali sembra invece che la psilocibina e l'LSD aumentino le soglie sensitive. Esperimenti nei quali veniva studiato l'effetto delle due sostanze e della mescalina sulle soglie sensitive hanno dimostrato che la prontezza nel riconoscere un colore e la capacità di distinguere tra due toni dello stesso colore diminuiscono e che il tempo di reazione a stimoli visivi si allunga (Hollister e Hartman, 1961).

E' possibile che ciò sia dovuto all'effetto disturbante delle sinestesie e cioè a quel fenomeno (giudicato molto gradevole e interessante dai consumatori) per cui sotto l'effetto degli psichedelici una sensazione si trasforma in un'altra: un suono si trasforma in una cascata di colori, un sapore viene percepito come una musica e così via.

Tuttavia, è probabile che in effetti l'esperienza di uno straor[55]dinario aumento della sensibilità sia un vissuto puramente soggettivo piuttosto che conseguire a un reale aumento della ricezione di sensazioni da parte del cervello (Hartman e Hollister, 1963).


La psilocibina è un veleno?

La tossicità acuta della psilocibina è stata determinata solo su animali (Hartman e Hollister, 1963). Nel ratto la dose letale è maggiore di 25-30 mg/kg. Poco si sa sulla tossicità cronica. La tossicità acuta della psilocibina aumenta moltissimo se viene somministrata insieme a barbiturici, ciò che suggerisce di non usarli come sedativi in caso di cattivi viaggi e di non addizionare alla sostanza pura (per variegarne o aumentarne l'effetto) ipnotici del tipo barbiturico.

Se il dato sulla tossicità acuta è riportabile tale e quale all'uomo, un adulto di 70 chili di peso può assorbire 2 grammi di psilocibina in una sola volta, senza correre un rischio mortale.

Poiché un viaggio è assicurato con dosi dell'ordine della diecina di milligrammi esiste un considerevole margine di sicurezza. Del resto non sono mai stati segnalati incidenti o avvelenamenti da psilocibina pura che abbiano richiesto un intervento di pronto soccorso (forse perché la sostanza pura era fino a qualche anno fa disponibile solo per esperimenti scientifici e quindi maneggiata da persone abituate a lavorare con bilance di precisione). Invece avvelenamenti anche mortali da funghi allucinogeni freschi sono stati segnalati almeno due volte (Heim et al., 1966; Mc Cawley et al., 1962), una in Francia e una negli Usa.

L'identificazione dei funghi è assolutamente certa nel caso dell'intossicazione collettiva in Francia perché gli autori della segnalazione sono addirittura i riscopritori dei funghi psichedelici messicani Heim e Hofmann e anzi fu proprio questo episodio a spingerli allo studio delle specie allucinogene europee. Nel secondo caso, l'identificazione delle specie era dubbia e l'avvelenato era un bambino: sussiste quindi la possibilità che non avesse mangiato solo funghi della specie Psilocybe. D'altra parte il margine di sicurezza di 2 grammi per un adulto di 70 chili, in un bambino di 8-10 chili si riduce notevolmente. Malgrado ciò l'avvelenato [56] deve aver mangiato un numero enorme di funghi freschi, dato che per un viaggio di media intensità (tenuto conto della specie e dell'area geografica in cui il fungo è cresciuto) occorre ingerire anche 20-30 esemplari.

Un maggior flusso di notizie sulla tossicità acuta dei funghi freschi si ha da quando nei paesi di lingua inglese (soprattutto negli Stati Uniti) si è diffusa l'abitudine di coltivare in casa i funghi allucinogeni oppure di consumare quelli che crescono spontaneamente nei boschi, specie in Inghilterra. I coltivatori dispongono di manuali dettagliatissimi sia sulle tecniche di coltivazione vera e propria sia su come estrarre i principi attivi, sia dai miceli sia dalle piante adulte. In tal modo non esistono problemi di dosaggio quali invece incontra chi si approvvigiona direttamente nei boschi.

Anche in questo caso, tuttavia, non sembrano esserci particolari difficoltà: una volta identificata con sicurezza la specie che contiene i principi attivi, si tratta di fare qualche esperimento e in capo a due o tre prove la quantità di funghi necessaria per un viaggio viene stabilita con ottima approssimazione farmacologica. Questo è ciò che risulta dall'esperienza inglese, ove il consumo di funghi psichedelici nati e cresciuti in loco è praticato da almeno un quinquennio. Malgrado il discreto numero di consumatori, non è stato segnalato nella stampa medica inglese nessun caso di intossicazione acuta con sintomi di avvelenamento (si badi alla differenza tra intossicazione e avvelenamento!) tali da consigliare una prestazione di pronto soccorso o un ricovero ospedaliero.

Sono invece comparse segnalazioni di overdose, di cattivo viaggio o di supposte reazioni tipo flash-back. Nel primo caso, un giovane di 20 anni si presentò a una guardia psichiatrica del Regno Unito in preda a sintomi che i medici descrissero come similschizofrenici.

Si scoprì che aveva ingerito una dose di 50-60 esemplari freschi di Psilocybe semilanceata (la specie allucinogena più diffusa in Inghilterra). Risultò che insieme ad altri amici il giovane era un abituale consumatore di questi funghi e che normalmente ne mangiava una ventina, procurandosi viaggi piacevoli della durata di 6-8 ore. Il desiderio di un'esperienza più intensa, a contenuto mistico, lo indusse a triplicare la dose dopo aver digiunato e dormito poco per qualche giorno. Al momento del suo arrivo in pronto soccorso, il viaggiatore era in uno stato euforico e sognante; parlava [57] poco e continuava a salutare, a gesti, gli astanti. Una visita medica dimostrò una marcata midriasi (dilatazione delle pupille), un aumento dei riflessi osteotendinei (normalmente riscontrata durante viaggi con allucinogeni indolici), un'elevata frequenza cardiaca (circa 104 battiti al minuto), un notevole rossore del volto e un basso valore di pressione del sangue.

Dopo 24 ore, tale sintomatologia fisica persisteva inalterata quantitativamente e qualitativamente. In compenso l'intossicato era divenuto pauroso e aggressivo. Dopo 48 ore comparve uno stato di stupore e di eccitazione e il soggetto ripeteva continuamente le parole: "Due dita, due dita, due dita... ". La sintomatologia fisica però aveva cominciato a regredire. Dopo 72 ore comparve una sintomatologia catalettica, compreso un sintomo molto pittoresco della sindrome schizofrenica spontanea chiamato "flexibilitas cerea", consistente nel fatto che se si fa assumere alle membra del paziente una qualunque posizione questa viene mantenuta per lungo tempo, come se il paziente fosse una statua di cera. Circa nello stesso periodo comparvero episodi di agitazione e di paura. Verso la metà del quarto giorno (96 ore) cominciò la fase di recupero contrassegnato dall'impressione, comunicata ai medici dal viaggiatore stesso, che le cose e gli avvenimenti ricominciassero a tornare sotto il suo controllo. Nei giorni successivi il giovane ridivenne del tutto normale (allegro e affettuoso lo definiscono gli psichiatri che descrivono il caso) senza alcun sintomo psicopatologico specie di tipo schizofrenico. Venne dimesso dopo 10 giorni e ai successivi controlli fu trovato in perfette condizioni mentali.

Un caso di cattivo viaggio da paura sembra invece quello di un giovane di 27 anni che, "avendo letto in un libro" che diverse specie di funghi allucinogeni erano diffuse anche in Gran Bretagna, ne aveva identificati e raccolti nei boschi diversi esemplari. Tornato a casa li aveva bolliti e poi aveva bevuto l'acqua di bollitura. Dopo circa 2 ore e mezza si era presentato all'ospedale in preda a sintomi di "delirio acuto di tipo psicotico". Era agitato, pauroso e dichiarava di vedere uccelli coloratissimi volargli addosso e di percepire tutti i colori in modo estremamente vivido. All'esame fisico venne solo riscontrata una modesta dilatazione pupillare. La mattina successiva al ricovero, il soggetto era perfettamente normale fisicamente e psicologicamente. Prima di lasciare l'ospedale dichiarò di aver avuto [58] una esperienza molto sgradevole ("con la sensazione di essere stato vicino alla morte") e di non desiderare ripeterla (Hyde et al., 1978).

Non c'è dubbio che il primo sia un caso da overdose, ma, a parte le complicazioni psichiatriche, ciò non ha comportato grandi pericoli o danni di tipo fisico (paragonabili a un avvelenamento). Il secondo, invece, assomiglia ai cattivi viaggi da paura dei viaggiatori solitari alle prime armi. E' possibile che il viaggiatore abbia sbagliato la dose (non viene precisata la quantità di funghi consumata), e, anche in tal caso, non si può parlare di avvelenamento ma di intossicazione.

La letteratura psichiatrica, quella underground e quella psichedelica degli Anni Sessantacinque-Settanta, sono piene di descrizioni di cattivi viaggi causati dalle più svariate sostanze con sindromi schizofreniche acute, sindromi psicotiche, deliri allucinatori e così via.

Gli psichiatri descrivono per similitudine ciò che vedono e la terminologia tecnica evoca immagini terrificanti. Non molto diverse sarebbero le descrizioni dello stato mentale di un ubriaco all'ultimo stadio, specie da parte di uno psichiatra con scarsa dimestichezza con i consumatori di alcol. Che i casi riferiti qui sopra fossero dovuti all'ingestione di funghi "indigeni" non ci sono dubbi: gli autori delle memorie si sono fatti indicare dai pazienti e dai loro amici i funghi direttamente nei campi e dopo averne raccolti alcuni esemplari li hanno fatti identificare da esperti micologi dell'università di Manchester (nella cui provincia si sono svolti i fatti) che li hanno riconosciuti macro e microscopicamente come appartenenti al genere Psilocybe semilanceata.

Questa specie è molto comune in Gran Bretagna e si trova facilmente, in autunno, tra l'erba dei campi, nei parchi, nei prati e sui bordi delle strade. Cresce spesso in colonie così che è facile raccoglierne in gran numero in una sola volta. Il loro uso controllato comporta raramente incidenti e i cattivi viaggi possono essere facilmente interrotti o attenuati con la somministrazione di diazepam o di una fenotiazina. La tossicità cronica della psilocibina pura o del consumo dei funghi freschi non è stata molto studiata.

Del resto, vista la precocissima tolleranza che la psilocibina induce, questo studio può essere sembrato superfluo. Tuttavia, se assunzioni episodiche della sostanza sono prive di effetti mentali, potrebbero non essere innocue a livello fisico. [59]

L'unico studio in questo senso è consistito nella somministrazione continua per 21 giorni, a un volontario, di dosi quotidiane da 15 mg a 27 mg di psilocibina pura. Le ultime dosi venivano frazionate in tre somministrazioni in varie ore del giorno. Durante l'evoluzione dell'esperimento sono stati fatti continui controlli ematochimici (conta dei leucociti, degli eosinofili, dosaggio della emoglobina, azotemia, creatiminemia, dosaggio qualitativo e quantitativo delle proteine del sangue, colesterolemia, dosaggio della colinesterasi serica e dosaggio delle transaminasi) che non hanno subito modificazioni significative rispetto ai valori normali e di controllo. Anche l'elettroencefalogramma del volontario che si sottopose all'esperimento non mostrò alcuna alterazione (Hollister, 1961).

E' dubbio se a somiglianza di quanto è stato dimostrato per l'LSD, la psilocibina possa dare fenomeni di flash-back. Questi dovrebbero consistere in episodi di breve o brevissima durata durante i quali, in completa assenza della sostanza, il soggetto rivive l'esperienza o un suo frammento. L'unico caso che potrebbe far nascere questo dubbio è stato anche segnalato in Inghilterra e consegue il consumo di Psilocybe semilanceata.

Si trattava di un giovane di 24 anni che, in compagnia di amici, ne aveva ingerito una dose di 25 esemplari. Nei giorni successivi all'episodio, il giovane cominciò ad avere attacchi ricorrenti di panico che egli teneva sotto controllo con automedicazioni di diazepam. Alla fine si risolse a consultare uno psichiatra (Benjamin, 1979). E' probabile che invece che trattarsi di episodi di flash-back si sia trattato dell'induzione in fase clinicamente conclamala di disagi psichiatrici latenti.

Situazioni simili causate dall'LSD sono state segnalate più volte in passato. In tali casi, l'ingestione della sostanza ha agito come causa scatenante di uno stato morboso che probabilmente prima o poi si sarebbe rivelato nel futuro clinico dei soggetti. Dalla somma degli studi riassunti nelle pagine precedenti, la tossicità acuta di una dose psichedelica di psilocibina (esclusi gli effetti mentali) sembra inferiore a quella di una sigaretta. Quanto alla tossicità cronica, lo studio di Hollister è insufficiente per formulare paragoni. [60]


L'effetto sulla mente

Come per tutte le altre sostanze psichedeliche, è difficile dare una descrizione esauriente e standardizzata dell'effetto mentale della psilocibina. E' ormai risaputo che qualunque esperienza psichedelica è contrassegnata da effetti variabili in dipendenza di una serie notevole di fattori soggettivi e oggettivi. Tra i primi va ricordato, come essenziale, lo stato d'animo del soggetto alla partenza, perché esso verrà spesso amplificato e, nel caso che la sostanza venga sorbita in condizioni di ansia, paura o angoscia, ne potrà risultare un "cattivo viaggio".

Il contenuto dell'esperienza sarà in parte determinato da ciò che lo stesso consumatore si aspetta, dalla sua cultura, dal suo umore, dal suo carattere, dal suo equilibrio psichico, dal suo stato di salute, e così via.

Tra i fattori oggettivi è nota l'importanza che hanno l'ambiente in cui si svolge l'esperienza, le persone presenti, il dosaggio, l'eventuale associazione con alcol, con altre sostanze a effetto psichedelico, farmaci e così via.

Le ragioni di questa notevole variabilità risiedono nel fatto che molte sostanze allucinogene, tra cui la psilocibina e soprattutto l'LSD, abbassano o aboliscono il controllo dell'ego di modo che qualunque fattore ambientale o interiore può influire sulla psiche di chi è sotto l'effetto delle sostanze. Il viaggiatore è in uno stato ipocritico e ipersuggestionabile cosicché gli effetti mentali delle varie sostanze sono imprevedibili e spesso nello stesso soggetto due esperienze con la stessa sostanza possono essere molto diverse tra loro. Ciò complica notevolmente il problema di una descrizione degli effetti sostanza per sostanza: spesso è difficile dire quali siano le proprietà della sostanza e quali le proprietà della persona (Shulgin, 1970).

Ci sono buone ragioni per raggiungere una descrizione se non fedele almeno fedelmente approssimativa degli effetti sia degli allucinogeni indolici sia delle sostanze psichedeliche in generale.

Una prima ragione deriva dai tentativi d'uso terapeutico che ditali sostanze potrebbe essere fatto: è ovvio che usarle con scopi di cura impone una conoscenza minuziosa dei loro effetti.

Dopo il fallimento dei primi tentativi, causato non solo da ragioni scientifiche, ma da opposizioni morali, da paure so[61]ciali e da divieti d'altro ordine, l'interesse scientifico per le molecole psichedeliche e i loro effetti non si è assolutamente affievolito: si è semplicemente applicato ad altre finalità, per lo più nel campo della psicologia sperimentale, come lo studio dei meccanismi di genesi degli stati di coscienza, la psicologia degli stati di coscienza e, nel campo della farmacologia, la ricerca di derivati con azioni terapeutiche, ma privi di effetti collaterali allucinogeni o psicotomimetici.

Una terza ragione di notevole importanza per continuare lo studio delle molecole psichedeliche è quella di produrre manuali d'uso che mettano i consumatori al riparo dagli incidenti e li aiutino a usarle appropriatamente come coadiuvanti chimici all'amplificazione degli stati di coscienza o semplicemente come sostanze ricreative e voluttuarie.

La questione se esse siano effettivamente in grado di promuovere l'autoconoscenza, di favorire il nascere di una nuova epistemiologia o, semplicemente, di causare una linea di frattura nella morale della cultura occidentale, non si è esaurita con l'abiura di Timoty Leary.

La questione continuerà a rinascere e a ripresentarsi in modo prepotente finché esisteranno consumatori e .persone che pensano di avere il diritto di decidere per loro cosa è lecito consumare e cosa no.

Gli effetti mentali della psilocibina sono, come già detto più volte, simili, ma meno potenti, a quelli dell'LSD. Molte delle descrizioni che vengono raccolte in questo capitolo si riferiscono all'effetto dell'LSD e si suppongono traslabili alla psilocibina.

L'LSD è stato certamente studiato più a fondo della psilocibina: le dichiarazioni dei consumatori, i dati antropologici raccolti tra le popolazioni che ancora hanno istituzionalizzato l'uso dei funghi a scopi mistico-religiosi e medicali e, infine, la sperimentazione scientifica, giustificano questa traslazione.

Gli effetti mentali della psilocibina vengono distinti in percettivi, cognitivi e affettivi.

Le modificazioni della percezione sensoriale sono la conseguenza più vistosa e preponderante dell'esperienza psichedelica e sono comuni praticamente a tutte le sostanze. La distinzione tra sostanze in grado di promuovere solo la visione di forme colorate, campi di luce, caleidoscopi geometrici in movimento o la visione di scene intere di vita, è [62] fallita. Si può dire che la psilocibina tende a dare il secondo tipo di esperienza anche se non si può dire che sia una sua proprietà costante. Le modificazioni delle percezioni sensoriali che costituiscono buona parte dell'esperienza psichedelica sono di difficile descrizione, in quanto soggettive.

L'oggettivazione mediante scritti, dipinti o resoconti registrati è resa poco affidabile sia dall'incapacità dei soggetti di ragionare secondo gli schemi dello stato ordinario di coscienza, sia dal fatto che i tentativi stessi di oggettivare l'esperienza la possono modificare rendendola atipica.

Per quanto riguarda la psilocibina, non appena comincia l'effetto mentale (circa 30 minuti se la sostanza è assorbita per via orale) forme intensamente colorate cominciano a muoversi davanti agli occhi del viaggiatore. Dapprima esse si manifestano solo se chiude le palpebre ma, se persistono con gli occhi sia aperti sia chiusi, allora sono allucinazioni visive vere e proprie. A forme generiche si sostituiscono forme complesse e finalmente intere scene possono comparire e svolgersi come una proiezione interiore.

Talvolta gli oggetti sembrano emettere una loro propria luminosità e da essi sembra uscire un flusso di colori di consistenza collosa. Sono frequenti le sensazioni illusorie di movimento: una sedia, un tavolo, o le pareti stesse dell'ambiente circostante sembrano muoversi. Una macchia nel muro può sembrare un occhio. Una macchia di luce sul tavolo, un buco attraverso cui spiare l'immensa luminosità dell'infinito, i volti delle persone possono diventare universi visivi nei quali non è solo scritta la storia dei loro proprietari, ma è esemplifìcata, caso per caso, la fisionomia dei vizi spirituali, cosicché le pieghe della pelle, le rughe, gli angoli degli occhi, del naso e delle labbra diventano segni lampanti dell'invidia, dell'avidità, dell'amore, della sofferenza, come se un geniale Arcimboldi avesse assemblato i volti degli astanti per farne una lezione di psicosomatica della fisionomia.

Più che vere allucinazioni, sono frequenti le pseudoallucinazioni: esse sono percezioni erronee, che vengono avvertite come tali perché il soggetto mantiene la coscienza che esse siano dovute all'effetto della sostanza che sta agendo sul suo cervello e perciò vengono anche giudicate irreali.

Le allucinazioni vere sembrano legate al dosaggio e quindi intervenire solo con quantità relativamente alte di sostanza. [63] In tal caso la coscienza della loro irrealtà viene perduta e l'interpretazione del loro significato diventa essa stessa allucinatoria. Così concetti interiori vengono proiettati come percezioni che provengono dall'esterno e gli oggetti più comuni e insignificanti possono divenire simboli dell'intero significato dell'universo.

Si verifica quella che gli analisti chiamano una catessi completa tra l'io e l'oggetto: tutta l'energia mentale e affettiva viene riversata su quel singolo oggetto.

Anche la percezione attraverso il canale uditivo subisce le medesime distorsioni del canale visivo.

La musica viene "sentita" in un modo incredibilmente profondo. Così il suo aspetto semantico diviene talmente chiaro che il senso di ciò che l'autore voleva esprimere scrivendola viene percepito come attraverso un colloquio diretto.

I rumori dell'ambiente vengono avvertiti con un'intensità inusuale. Possono comparire illusioni uditive, cosicché un rumore qualunque, come può essere quello causato dalla caduta accidentale di un oggetto, può venir interpretato come un colpo d'arma da fuoco. Le allucinazioni uditive, però, anche ad alti dosaggi sono piuttosto rare. Ancora più di quelle visive.

Quando l'azione della sostanza è al picco, sono facili le sinestesie, un fenomeno neurofisiologico di notevole interesse che è stato solo incompletamente studiato. Le sinestesie consistono nell'incrociamento delle sensazioni: un colore viene percepito come musica e un suono viene avvertito come un profumo.

E' come se l'energia di uno stimolo sensitivo, invece che investire le strutture di ricezione proprie della sua modalità, venisse dirottata nelle strutture di ricezione di un altro senso. E' probabilmente proprio quello che si verifica (ed è questo ciò che rende neurofisiologicamente interessante il fenomeno) e tuttavia sarebbe molto utile ricostruire i particolari meccanismi in base ai quali una sensazione resta normalmente confinata entro ristretti canali neuronici, mentre ha la possibilità di essere ricevuta anche da altri circuiti. E' probabilmente questo fatto che ha indotto i primi esploratori della irrealtà psichedelica a parlare di espansione della mente. Qualunque siano le conseguenze psicologiche del fenomeno (senso di onnipotenza, di espansione delle possibilità mentali), le sinestesie sono un reale ampliamento neu[64]rofisiologico della percezione. Sarebbe molto interessante poter distinguere quanto nella loro genesi è mera conseguenza di un'azione chimica, e quanto è conseguente a una destrutturazione dei riflessi culturali, per i quali il flusso sensitivo viene percepito "anche" in base a programmi percettivi acquisiti con l'educazione. A differenza degli effetti visivi generici, le sinestesie non sono provocate da tutte le sostanze psichedeliche. Solo alcune di esse sono in grado di provocarle e, tra queste, la psilocibina e l'LSD.

Le allucinazioni tattili sono rare, e tuttavia è dimostrato che la psilocibina è in grado di modificare anche la percezione attraverso questo canale sensitivo.

Sembra che aumenti anche il volume delle sensazioni ricevute (Fisher, 1971) e che il loro significato venga intensificato: palpare un oggetto qualunque può diventare un'intensa esperienza sensuale.

Intensificazione delle sensazioni e interpretazione illusoria del loro significato, infine, sono le distorsioni che caratterizzano anche il funzionamento del senso del gusto e di quello dell'olfatto sotto l'effetto sia della psilocibina sia dell'LSD.


Tempo e spazio psichedelici

Una caratteristica che è di estremo interesse nelle esperienze con queste due sostanze (ma comune anche ad altre), è l'alterazione cui va incontro la stima soggettiva del tempo. In genere, durante l'esperienza, il tempo rallenta, ma esistono anche numerosi soggetti per i quali il tempo sembra scorrere più veloce.

Il senso del flusso temporale è legato intimamente al tempo di analisi delle sensazioni: quanto più il cervello si sofferma nell'interpretare una singola informazione sensitiva, tanto più grande sarà l'impressione che il tempo giri al rallentatore. Il senso del flusso temporale è anche legato a caratteristiche soggettive di valutazione del tempo preesistenti all'esperienza psichedelica: in questo senso gli individui possono essere divisi in massimizzatori e minimizzatori (quelli che arrivano in anticipo o in ritardo agli appuntamenti). L'appartenenza a una di queste due categorie può essere stabilita con opportuni test psicologici prima dell'esperienza e permette di prevedere quale sarà l'effetto della sostanza [65] relativamente alla valutazione soggettiva del trascorrere del tempo, caso per caso (Fisher, 1971).

La sensazione di un rallentamento del tempo è in genere molto gradevole per i viaggiatori: un viaggio di 4-6 ore può sembrare durato anni. Tuttavia, può risultare anche un'esperienza atroce se il viaggio è sgradevole. Ciò che è molto importante è che resterà il ricordo di questa dilatazione del tempo e tutta l'esperienza sarà ricordata anche come contrassegnata da una caratteristica e lunghissima durata.

Sotto l'effetto della psilocibina le funzioni mentali nel loro insieme sono profondamente alterate.

Il pensiero logico può facilmente trasformarsi in paralogico. La perdita delle funzioni critiche dell'ego non solo fa accettare come corretti qualunque pensiero e qualunque valutazione origini dentro la propria testa, ma fa valutare nello stesso modo i pensieri e le valutazioni altrui.

L'attività mentale è spesso dominata dall'idea di onnipotenza: è facile pensare di saper leggere il pensiero altrui, di saper trasmettere il proprio, di poter prevedere il futuro, di vedere l'aura che circonda i corpi, di saper guarire con l'imposizione delle mani e, talvolta, di poter volare, camminare sulle acque e così via.

Altrettanto autoconvincente soggettivamente è l'impressione di un aumento straordinario della propria abilità mentale: le idee sembrano spettacolarmente nuove, brillanti, creative. La creatività artistica sembra aumentare fino alla massima possibilità, ma non appena si cerca di fissare in qualche modo un pensiero o una visione, lo scrivere o il disegnare diventano penosamente lenti e inadeguati a oggettivare la veloce successione ideativa che si svolge nel cervello. Non c'è dubbio che sotto l'effetto della psilocibina e dell'LSD gli abituali schemi di pensiero perdono la loro validità.

I test psicologici eseguiti per dimostrarlo sono concordi (anche se è piuttosto difficile eseguirli). Così come è vero che sono illusorie le idee di un aumento della potenza creatrice e dell'acquisizione di poteri parapsicologici (Cavanna e Servadio, 1960 e 1964).

Se una sola di queste possibilità fosse risultata vera, le sostanze psichedeliche verrebbero vendute a chili nei supermercati, oppure sarebbero usate di nascosto da pochi furbi e sarebbero sparite, come soggetto di conversazione e di [66] speculazione morale dai trattati, dai libri e dai giornali. Tuttavia è probabile che i consumatori non cerchino in essi una reale espansione della propria mente, ma si accontentino dell'illusione che ciò accada. Nessuno sostiene che i sogni sono reali e tuttavia a tutti piace sognare.


Psilocibina, sogni ed estasi

Come nei sogni, durante un viaggio con psilocibina l'emotività è completamente disinibita. Da una sensazione di estasi, di perfetto benessere interiore e di armonia col creato, senza preavviso si può cadere nell'angoscia più tremenda. Questo passaggio non è frequente: i buoni viaggi caratterizzati da euforia e benessere sono fortunatamente più frequenti dei cattivi.

Poiché la mente sotto l'effetto della psilocibina è fortemente suggestionabile, per cambiare il tono di una cattiva esperienza basta l'intervento verbale di uno dei presenti. In caso di insuccesso, come si è già detto, possono essere utili il diazepam o le fenotiazine.

Quelle che vengono chiamate le funzioni dell'ego, sotto l'effetto della psilocibina vanno incontro a modificazioni sostanziali. All'inizio il repertorio individuale di autodifese interviene a contrastare gli effetti della sostanza, ma, a un certo punto, esso viene sopraffatto e superato. Ne può nascere il terrore di perdere il controllo di se stessi, così come un senso di gioia nel sentirsi liberati dalle inibizioni.

Sono frequenti grosse distorsioni dello schema corporeo: ci si può sentire nani o giganti. Una metà del proprio corpo può diventare all'improvviso più grande dell'altra, metà del volto può diventare completamente irriconoscibile allo specchio, una mano può diventare estranea come se appartenesse a un altro corpo.

Si può avere la sensazione di uno sdoppiamento o anche di un triplicamento della personalità, ma più spesso, nello stadio di massima intensità dell'esperienza, si può avere una completa depersonalizzazione con perdita dell'identità. Ciò si accompagna a un senso di fusione cosmica, di dissolvimento di se stessi nella luce, il che corrisponde sia alla de[67]scrizione che i mistici danno dell'esperienza estatica, sia ai sintomi delle psicosi schizofreniche.

Quando la perdita dell'identità viene vissuta come un evento terrificante, l'esperienza viene chiamata psicosi. Quando viene percepita come la fusione beatificata con l'universo, viene definita un'esperienza mistica. Questo opposto giudizio semantico dell'esperienza psichedelica è stato espresso in uno schema a bilanciere nel quale gli effetti di una sostanza psichedelica (in questo caso l'LSD) possono essere vissuti e giudicati dal viaggiatore in modi diametralmente opposti. Lo stesso giudizio può essere emesso da un osservatore esterno sebbene con minore legittimità: invece della propria esperienza egli si avvarrà di categorie della psicologia sperimentale che facilmente potranno essere categorie arbitrarie.

In ogni caso questo evento mentale è estremamente importante, anzi è centrale. E' infatti probabilmente la possibilità di sperimentare l'estasi mistica che attira in modo irresistibile i consumatori ed è anche la ragione che spinse Leary, Alpert e Metzner a fondare il Centro di addestramento psichedelico di Zihuatanejo.

Qualunque sia il giudizio che ciascuno di noi può dare dell'estasi, (psicosi a sfondo religioso, crisi isterica e così via) la letteratura agiografica e più ancora i ministri del culto la propagandarono come uno stato di privilegio che solo i migliori sperimentano. Uno stato di illuminazione che trasforma la psicologia e l'individualità di chi la prova.



Tavola VIII - Variazioni semantiche di un viaggio psichedelico (da Cohen, 1973)

Di fronte a questo mito, non stupisce che qualcuno creda e voglia sperimentare l'estasi. Solo un moralista può questio[68]nare sulla bontà di un'estasi naturale, procurata in anni di preghiere e di privazioni e l'illiceità di un'estasi chimica. La questione non è morale, ma tecnica: l'estasi è una regione mentale, cui è forse meglio arrivare dopo una opportuna preparazione durante la quale non solo si sia appreso con sufficiente chiarezza ciò che si troverà, ma anche come comportarsi, quali cose vedere e quali ricordi conservare.

Volarci direttamente può significare addirittura arrivarci senza saperla riconoscere e senza sapersene avvalere. E ciononostante, non è illusorio pensare che la frequenza continua di queste regioni della mente possa di per se stessa sfociare nella conoscenza, e nell'apprendimento dell'uso e dei vantaggi di gestire l'estasi.

L'esperienza psichedelica, proprio perché demolisce tutti gli schemi del comportamento ordinario, costituisce un'esperienza cognitiva. Su questa verità psicologica si basavano i tentativi di usare le sostanze psichedeliche a scopo terapeutico. Ed è parsa altrettanto valida a chi decide i finanziamenti della ricerca da far concedere considerevoli fondi a diversi gruppi di ricerca (quasi esclusivamente negli Stati Uniti), perché se ne esplorassero le possibilità terapeutiche.

Il fatto che un'esperienza psichedelica possa venire ricordata, può essere un vantaggio o un rischio secondo chi giudica. Può essere un vantaggio se, sfruttando l'abbassamento delle difese dell'ego e la suggestionabilità, si riesce a rievocare nella mente del paziente scene della sua vita affettiva passata e a suggerirgli interpretazioni catartiche.

Può essere giudicato uno svantaggio se contenuti puramente allucinatori vengono archiviati come esperienze di vita reale e divengono parte integrante della cultura di chi ha fatto l'esperienza. Per esempio, gli indiani messicani che usano i funghi a scopo mistico-religioso, tra l'altro, ritengono che i funghi diano la possibilità di parlare con i morti: ciò che viene detto e udito viene poi incorporato nella cultura ufficiale della tribù. Molti psichiatri ortodossi hanno identificato in questo comportamento una minaccia per la stabilità culturale non soltanto dei singoli consumatori, ma, di tutto il mondo occidentale. Il pericolo sarebbe concretamente reso evidente dai libri di Carlos Castaneda il cui potere di penetrazione, specie tra i giovani, si è rivelato notevolissimo. [69]

Tutto ciò ha qualche significato nell'ambiente culturale degli Stati Uniti, dove, fra l'altro, in tema di irrazionalismo religioso si deve far fronte a ben altre situazioni che non quelle create dalla diffusione delle sostanze psichedeliche. E' invece probabile che nel mondo cattolico la minaccia non esista del tutto, considerando il credito di cui ha goduto l'estasi (durante la quale è teologicamente ammesso il colloquio con dio, la visione di verità e la rivelazione di segreti trascendenti), considerando la fede nell'esistenza del diavolo e la fede nella possibilità che alcuni privilegiati possano stabilire contatti coi defunti. Immaginando una massiccia diffusione delle sostanze psichedeliche e lo sviluppo di un paramisticismo psichedelico in Europa, esso non avrebbe un'azione di disturbo culturale superiore a quella che ebbero i movimenti spiritici e spiritualisti degli inizi del secolo.


La psilocibina nel cervello

Il meccanismo d'azione della psilocina e della psilocibina è in gran parte sconosciuto, come lo è quello di tutti gli altri allucinogeni. E' pur vero che, a causa dell'attuale interesse per le neuroscienze, negli ultimi vent'anni è stato fatto un notevolissimo numero di lavori, sia di neuropsicofarmacologia sia di neurofisiologia, che hanno comunque fornito cognizioni essenziali. Tuttavia le spiegazioni e la comprensione di ciò che effettivamente fanno gli agenti allucinogeni si fermano là dove la stessa fisiologia non ha ancora potuto fornire spiegazioni compiute per quei meccanismi cerebrali le cui attività vengono modificate appunto dalle sostanze allucinogene. In altre parole non si può spiegare cosa faccia nel cervello un allucinogeno quando ancora non si sa cosa siano le allucinazioni.

Se tutto ciò è vero, è altrettanto vero l'inverso e cioè che gli stessi allucinogeni possono servire come strumenti di lavoro per studiare i meccanismi cerebrali. All'inizio di quella che si potrebbe chiamare l'era psichedelica, sembrò molto attraente e praticabile l'idea di usare gli allucinogeni sia per capire i meccanismi fisiopatogenetici delle malattie mentali, quanto per curarle. [70]

Si tratta, nella maggior parte, di ricerche che hanno mostrato grossi limiti, oppure di applicazioni terapeutiche che si sono arenate di fronte alla scarsa conoscenza delle stesse sostanze che si volevano usare. In questa prospettiva quanto si sa sui meccanismi d'azione della psilocina e della psilocibina non è molto più di quanto si sa sui meccanismi d'azione delle altre sostanze psichedeliche.

Qualche vantaggio deriva dalla somiglianza chimica tra la psilocina, la psilocibina e l'LSD (tutti e tre derivati indolici). L'LSD è una sostanza che per la sua potenza e per il fatto di essere stata scoperta nel 1943 ha ricevuto un'intensa e lunga attenzione scientifica. Ma già il fatto che l'LSD agisce in dosi di milionesimi di grammo (microgrammi) mentre la psilocibina agisce solo in dosi diecimila volte superiori rende il paragone infido. Si vedrà che esistono anche altre più importanti differenze nel meccanismo d'azione. Dal punto di vista farmacologico, in genere, i risultati degli studi diretti alla ricerca dei meccanismi d'azione si esprimono in termini di correlazione: correlazione tra la potenza d'azione e la struttura chimica, tra le proprietà fisiche e i gruppi funzionali, correlazioni tra le cinetiche della sostanza nel corpo e la loro distribuzione in organi e tessuti, e così via.

Una delle correlazioni più immediate nel caso della psilocibina e di altri allucinogeni di sintesi a struttura indolica è la loro rassomiglianza con la struttura chimica della serotonina e cioè con un neurotrasmettitore chimico (una sostanza che media il trasferimento dei segnali da un neurone all'altro).

Due altre classi di agenti psichedelici sono caratterizzate dalla loro somiglianza ad altrettanti trasmettitori chimici, la acetilcolina e l'adrenalina, ma dal punto di vista farmacologico ciò costituisce purtroppo ancora solo una direzione di lavoro molto promettente. Per la psicofisiologia e per la psichiatria invece queste correlazioni sono molto suggestive. La somministrazione controllata delle varie sostanze può infatti illuminare sul ruolo fisiologico che ciascun mediatore chimico svolge nella genesi degli stati di coscienza o degli schemi di comportamento. Malgrado le difficoltà nello standardizzare gli effetti dei vari agenti psichedelici alcuni quadri possono considerarsi costanti e legati a un solo tipo se non a un'unica sostanza, cosicché si possono descrivere a grandi [71]linee le sindromi legate all'assunzione delle varie sostanze come verrà meglio spiegato in seguito. Su questi fatti si basano le speranze di coloro che vorrebbero, attraverso apposite tecniche d'uso delle droghe psichedeliche, arrivare al controllo volontario e pianificato degli stati di coscienza.

Tutte le sostanze psichedeliche che sono imparentate con l'acetilcolina hanno la caratteristica di abolire la memoria dell'esperienza: buona o cattiva che sia, cessato l'effetto della sostanza, rimane solo un ricordo vago e indefinito sia dell'esperienza sia del suo contenuto (un ricordo puramente emotivo).

Le famiglie di sostanze in parentela chimica con l'adrenalina e con la serotonina, invece, hanno come regola fondamentale quella di non abolire la memoria di ciò che è avvenuto durante l'esperienza. Non solo vengono ricordate le visioni, ma resta anche memoria dell'interpretazione che ne è stata data durante il loro manifestarsi. Il ricordo di ciò che si è provato non solo rinforza il valore voluttuario di una sostanza, ma è fondamentale se la si vuole usare in tecniche d'ampliamento e controllo della coscienza. Quindi questa sarebbe una caratteristica molto positiva nell'orientare la scelta degli esploratori dilettanti o sperimentali verso sostanze non acetilcolino simili.

Le sostanze chimicamente simili alla mescalina, o del tipo anfetaminico, danno luogo a stati mentali in cui l'attenzione del soggetto è diretta verso l'esterno, verso gli oggetti che circondano il viaggiatore. Il canale sensitivo che viene acuito è quello visivo (raramente quello uditivo) e l'attività mentale viene orientata a stabilire connessioni e confronti tra gli oggetti del mondo esterno, visti e interpretati in modo allucinatorio, e il mondo interiore del soggetto. Al contrario, le sostanze imparentate con la serotonina danno luogo a situazioni autoanalitiche, durante le quali il soggetto punta l'attenzione entro se stesso e vede e interpreta avvenimenti interiori. Ciò spesso dà luogo a esperienze mistiche, a valutazioni autocritiche dei propri scopi e del proprio ruolo e a tentativi di comprendere se stessi in modi non convenzionali (Shulgin, 1970). Tuttavia questi schemi perdono di significato quando si tenta di collegarli a meccanismi d'azione farmacologica a livello molecolare. [72]


Funghi e follia

Molto più significativi sono gli esperimenti eseguiti per studiare i meccanismi d'azione neuropsichici.

Come si è già accennato, un forte stimolo a intensificare le ricerche sui meccanismi d'azione delle sostanze psichedeliche deriva dal contributo che essi possono dare alla comprensione dei meccanismi biochimici che caratterizzano le malattie mentali. A questo uso delle sostanze psichedeliche allude la parola "psicotomimetico" che letteralmente vuoi dire "che riproduce una sindrome psicotica". Psichedelico, allucinogeno e psicotomimetico, sono termini usati, in genere, indifferentemente. In realtà essi non solo indicano un preciso contesto socioculturale da cui derivano, ma contengono anche messaggi di altro tipo. Psichedelico, per esempio, è un neologismo inventato da Humphrey Osmond, uno dei pochi autentici esperti di amplificatori della coscienza, che lo coniò con la supervisione di Aldous Huxley: sia Osmond sia Huxley volevano includere nel nome allusioni al ruolo culturalmente positivo di tali sostanze, eliminando ogni significato morale o etico.

Psicotomimetico invece è un termine di conio misto farinacologico psichiatrico, che allude alla possibilità di riprodurre situazioni patologiche, mediante molecole allucinogene.

Il sospetto che sostanze chimicamente simili agli allucinogeni indolici possano avere un ruolo nelle genesi delle malattie mentali venne posto quando si constatò che nelle urine di pazienti schizofrenici in trattamento con inibitori della monoaminossidasi, compaiono quantità dosabili di dimetiltriptamina. La molecola era ampiamente nota, sotto la sigla DMT, come un potente allucinogeno di sintesi a struttura indolica. Anzi, in quanto chimicamente il più semplice dei derivati allucinogeni della triptamina, veniva considerato il capostipite della famiglia (Tanimukai et al., 1971).

Il ritrovamento del DMT nelle urine di schizofrenici sembrava dimostrare che i derivati allucinogeni della triptamina sono psicotomimetici ma anche aggiungeva una pietra a un edificio che da tempo è in via di edificazione: la biochimica delle malattie mentali.

A partire dalla seconda metà dell'Ottocento, come testimonia l'esempio di Moreau de Tour con l'hashish, un gran numero di psichiatri, alienisti e neuroscienziati ha studiato [73] le proprietà psicotomimetiche di qualunque sostanza psicoattiva (specie se allucinogena) venisse scoperta. Ma è solo dopo i grandissimi progressi della biochimica postbellica che la neurochimica della follia ha cominciato ad assumere lo spessore di una branca scientifica autonoma e, negli Anni Settanta, è stata inserita nelle appropriate prospettive storiche. Per dimostrare che una determinata molecola svolge un ruolo patogenetico in una qualunque forma clinica di psicopatia, bisogna, innanzitutto, dimostrare che il cervello (o anche un altro organo del corpo) è in grado di sintetizzarla. Poi occorre trovare le ragioni biochimiche per cui un composto ad azione tossica non viene prontamente inattivato dai sistemi biochimici che controllano il metabolismo delle molecole da cui il tossico deriva. Solo se il veleno si accumula può esplicare i suoi effetti patologici e ciò può verificarsi se la catena catabolica è bloccata in uno dei suoi anelli.

Nel caso del DMT autosintetizzato dal cervello schizofrenico è stato dimostrato che esistono enzimi metilanti capaci di sintetizzarlo a partire dalla serotonina sia nel sangue (Wyatt et al., 1973) sia nel cervello umani (Saavedra e Axelrod, 1972). A questo punto, dato che il DMT si ritrova intatto nelle urine dei malati, sembrava evidente che esistesse anche un blocco catabolico che impediva la rapida distruzione della molecola.

Per raccogliere prove di ciò, si provò a somministrare a un altro gruppo di pazienti schizofrenici del triptofano (un aminoacido essenziale che è il precursore chimico della serotonina) e della metionina (un donatore di metile): se davvero fosse esistito un guasto nella catena di reazioni chimiche attraverso cui il cervello può distruggere il DMT la somministrazione delle due sostanze avrebbe dovuto aumentare la produzione del tossico endogeno (il DMT) facendo peggiorare le condizioni cliniche dei pazienti. L'esperimento, se così si può dire, fu coronato da successo, e il ruolo etiopatogenetico del DMT endogeno in alcune sindromi psichiatriche sembrava dimostrato (Pollin et al., 1961).

Purtroppo poco più tardi ci si avvide che la via biochimica che opera le sintesi della serotonina è attiva anche su altre sostanze come la dopamina, la noradrenalina e l'adrenalina, il cui ruolo nella biochimica delle malattie mentali è in parte provato e in parte fortemente sospettato.

In altre parole, i promettenti risultati che dimostravano un legame tra allucinogeni endogeni psilocibino-simili o psiloci[74]bino-derivati e schizofrenia, dovettero essere messi da parte fino a che non fossero (o saranno) ben chiari i fondamenti biochimici non già della patologia ma addirittura della fisiologia mentale.

La storia delle proprietà psicotomimetiche della psilocibina ricalca un copione che si ripete fedelmente nel caso di tutte le molecole allucinogene: all'improvviso viene pubblicato un lavoro che dimostra stretti legami tra psicosi e l'ultima molecola di moda. In genere si tratta di pubblicazioni trionfalistiche, non sempre in buona fede, che a una genuina speranza di progresso scientifico associano velenose insinuazioni sulla nocività del drogarsi.

Dopo qualche tempo vengono pubblicati altri studi che precisano, smentiscono, mettono in dubbio o ridimensionano. Infine, ci si rende conto che la biochimica della follia è un terreno minato dove tutto è possibile.

Da una parte sarebbe utile e auspicabile che gli allucinogeni fossero veramente dei psicotomimetici, perché diverrebbero degli insostituibili strumenti di lavoro in patologia sperimentale, dall'altra nessuno dovrebbe azzardarsi a sostenere che gli allucinogeni sono psicotomimetici e cioè a suggerire che l'uso degli allucinogeni fa diventare matti, perché è un falso scientifico.

Per non parlare della candida contraddizione per cui la stessa molecola (a esempio l'LSD) pur essendo demonizzata da metà della stampa scientifica internazionale, nell'altra metà veniva studiata e usata come farmaco (Siva Sankar, 1975). Prima di studiare il ruolo che il DMT endogeno ha nel determinismo della schizofrenia, dunque, occorrerà conoscere bene la fisiologia della serotonina e i meccanismi d'azione della psilocibina.


Dove e come

Il punto di partenza ditali studi è l'ovvia idea che sostanze come la psilocina e la psilocibina agiscono sul sistema serotoninergico centrale. Questo, a sua volta, è formato da strutture principali consistenti in nuclei di cellule nervose che sintetizzano serotonina, localizzati nelle strutture grigie che circondano il sistema dell'acquedotto di Silvio, a livello del tronco cerebrale e del mesencefalo, noto anche come sistema dei nuclei del rafe. [75]

Il numero totale di neuroni che costituiscono il sistema non maggiore a 10.000-20.000 (almeno nel cervello del ratto), un numero modesto rispetto al numero totale di neuroni contenuti in un cervello. Ciò farebbe pensare a un ruolo secondario della serotonina: da quanto se ne sa oggi invece, il sistema centrale serotoninergico ha un ruolo non solo importantissimo ma anche estremamente articolato, potendo influire su processi mentali quali il sogno e le allucinazioni, quanto interferire nei meccanismi di trasmissione e controllo del dolore. Dai neuroni dei nuclei del rafe originano assoni che si distribuiscono diffusamente nel sistema nervoso centrale, anche a notevole distanza dal luogo d'origine. Per esempio, dai nuclei caudali del tronco originano assoni discendenti che percorrono il midollo spinale per tutta la sua lunghezza. Dai nuclei rostrali del tronco originano invece assoni diretti verso le strutture telencefaliche. Le più importanti sedi di terminazione di questi assoni sono il sistema visivo e parti del sistema limbico. Per chi ha familiarità con la neuroanatomia queste connessioni sono molto suggestive e non si può fare a meno di ricordare il contenuto emotivo e allucinatorio delle esperienze mentali indotte dalle sostanze psichedeliche a struttura indolica.

Il ruolo principale che la serotonina svolge nel cervello adulto sembra quindi quello di un mediatore o trasmettitore chimico. Serve cioè come sostanza messaggera per trasferire un segnale nervoso da un neurone all'altro. Il meccanismo di trasmissione neurochimico è uguale per tutte le sostanze mediatrici e consiste nella liberazione al punto di contatto tra un neurone trasmettitore e un altro neurone ricevente (sinapsi) di una quantità infinitesimale della sostanza mediatrice che, superato lo spazio tra terminazione sinaptica e membrana cellulare subsinaptica, interagisce con la struttura ricevente generandovi eccitazione o inibizione. Questo semplice schema deve essere visto moltiplicato per miliardi, dato che ogni neurone centrale riceve migliaia di sinapsi, utilizzanti diversi tipi di mediatori alcuni dei quali conosciuti, altri ancora da scoprire.

Nel 1943, quando venne scoperto l'LSD, i farmacologi conoscevano già da diversi anni l'esistenza di una sostanza nel siero (sero) fortemente attiva sul tono dei vasi sanguigni (tonina) e l'esistenza, nei tessuti dell'apparato digerente, di una sostanza che stimolava la peristalsi intestinale. La so[76]stanza responsabile dei due effetti era unica e venne isolata e identificata circa negli Anni Cinquanta: si trattava della 5-idrossitriptamina. In seguito si scoprì che quantità significative di serotonina sono contenute anche nel cervello e dopo aver sospettato che ciò significava un ruolo di mediatore chimico centrale della serotonina, lo si dimostrò e lo si studiò nei dettagli. La serotonina è una molecola piccola e relativamente semplice. La si può sintetizzare con facilità a partire dal triptofano, un aminoacido essenziale (e cioè uno di quegli aminoacidi che l'organismo non è in grado di fabbricare e che pertanto deve essere fornito quotidianamente, benché in quantità modeste, attraverso la dieta). Il triptofano contenuto negli alimenti una volta assorbito viene inserito in vari cicli biosintetici tra i quali quello della serotonina.

La storia della funzione della serotonina nel cervello non è naturalmente ancora stata scritta compiutamente e ci vorranno ancora molti anni perché lo si possa fare. Si è compreso tuttavia che esso è molto importante non solo nel cervello adulto ma addirittura in quello embrionario. Si sa, per esempio, che il sistema serotoninergico è il primo che giunge a maturazione nell'embrione, prima ancora che comincino la sinaptogenesi e la neurotrasmissione chimica (circa 33-45 ore dall'inizio dello sviluppo dell'embrione nel pollo). Ciò ha fatto pensare che la serotonina, prima ancora di diventare un trasmettitore chimico, agisce come stimolo chimico nell'orientare la migrazione dei neuroni (e quindi nell'organizzazione del cervello) e nello stimolare la loro differenziazione, crescita e maturazione.

Nel cervello, la serotonina viene sintetizzata nei neuroni serotoninergici e conservata nelle vescicole contenute nei bottoni sinaptici che caratterizzano appunto la terminazione delle vie serotoninergiche. Quando un impulso nervoso arriva nei bottoni, le vescicole si aprono, la serotonina attraversa la fessura sinaptica e si fissa sui recettori specifici che si trovano sulla minuscola porzione della membrana postsinaptica. La fissazione sui siti recettori corrisponde al compimento del processo di trasmissione sinaptica: la serotonina in eccesso (libera ancora nella fessura sinaptica) e quella fissata vengono immediatamente demolite dalla monoamino-ossidasi in modo che la sinapsi sia pronta a funzionare di nuovo. Il principale catabolita che deriva dalla distruzione della serotonina è l'acido 5-idrossiindolacetico (5-HIAA), una sostanza che [77] può essere rivelata e dosata sia nei tessuti sia in alcuni liquidi organici (urina e liquido cefalorachidiano).

Come si è detto sulla base di tali premesse neurobiochimiche fu ovvio immaginare che l'LSD e gli allucinogeni a molecola indolica dovessero la loro attività sui cervello alla somiglianza chimica con la serotonina (Gaddum e Hameed, 1954; Wooley e Shaw, 1954).

Il meccanismo d'azione proposto dai ricercatori che pensavano a una azione centrale serotoninomimetica dell'LSD era di blocco competitivo dei recettori. Ciò era ragionevole in base alla dimostrata azione competitiva dell'LSD sui recettori serotoninergici nei tessuti periferici. Tuttavia l'idea che l'effetto allucinogeno dell'LSD fosse dovuto alla sua capacità di bloccare i recettori serotoninergici si dimostrò inesatta non appena si scoprì che la somministrazione di bromo LSD (un derivato dell'LSD) non ha effetti allucinogeni. Il bromo LSD conserva l'altissima specificità per i recettori serotoninergici che caratterizza la sostanza da cui deriva ma, evidentemente, per indurre la sindrome mentale che consegue all'assunzione dell'LSD non basta bloccare i recettori serotoninergici (Cerletti e Rothlin, 1955; Whitaker e Seeman, 1978) ma bisogna pensare a meccanismi più complessi.

Inoltre, mentre la somministrazione di LSD aumenta nel ratto di circa il 24% il contenuto di serotonina cerebrale, la somministrazione di bromo LSD non modifica la concentrazione di serotonina (Freedman, 1961).

Evidentemente, benché a livello periferico i due composti si comportino in modo identico, la loro azione centrale è significativamente diversa. Un deciso passo avanti fu fatto quando si scoprì che l'LSD non solo aumenta il contenuto di serotonina nei nuclei del rafe ma induce anche una diminuzione del contenuto di acido idrossiindolacetico nelle urine (Rosencrans et al., 1967).

Ciò significa che l'LSD sopprime o riduce l'attività dei neuroni serotoninergici: la serotonina non utilizzata si accumula nei tessuti nervosi e, non venendo catabolizzata, le sue scorie nelle urine diminuiscono. Questa ipotesi è stata verificata in modo diretto con registrazioni microelettroniche da singoli neuroni dei nuclei del rafe, nel 1968.

Le tecniche di registrazione da singoli neuroni sono di uso corrente e diffuso nei laboratori di neurofisiologia di tutto il mondo; l'originalità della dimostrazione, quindi, non con[78]siste nel modo in cui è stata ottenuta quanto nella semplice circostanza di essere stata fatta. Con un microelettrodo (un ago di tungsteno dalla punta sottilissima) ci si avvicina a un neurone quanto basta per captarne l'attività elettrica. Essa consiste in segnali elettrici intermittenti che vengono chiamati potenziali d'azione o anche "spikes" (punte) in inglese. I neuroni dei nuclei del rafe, del cervello di un animale generalmente in anestesia, hanno una bassa attività spontanea nell'ordine di 1-2 "spikes" al secondo.

L'iniezione di una appropriata dose di LSD spegne completamente questa attività spontanea (Aghajanian et al., 1968). L'iniezione di bromo LSD è invece assai meno efficace. L'effetto è estremamente specifico: solo i neuroni serotoninergici sono sensibili all'azione dell'LSD e su vari altri tipi neuronali la sostanza non agisce del tutto.

Queste osservazioni hanno permesso una prima serie di ipotesi speculative sui meccanismi d'azione dell'LSD e quindi permettono qualche ipotesi anche su quelli della psilocibina. Poiché l'effetto nervoso centrale della serotonina è inibitorio, l'inibizione dei neuroni serotoninergici avrà come risultato netto la disinibizione dei neuroni bersaglio dei sistemi innervati dalle vie serotoninergiche.

In termini neurofisiologici disinibizione può significare varie cose: dall'aumento dell'attività spontanea, allo sblocco di un circuito di ritrasmissione, dall'entrata in attività di una struttura precedentemente silente, all'improvviso acquisto di significatività da parte di messaggi nervosi precedentemente ricevuti ma non decodificabili, e così via.

Occorre perciò una certa cautela nell'interpretare il significato che può avere, in termini di pensiero, coscienza e psiche, il fatto che l'LSD inibisce i neuroni serotoninergici. Tuttavia è innegabile che si può fare un suggestivo collegamento tra effetto inibitorio dell'LSD e disinibizione delle strutture che sono più densamente innervate dal sistema serotoninergico. Come si è accennato queste strutture sono implicate nei meccanismi di elaborazione visiva ed emotiva sicché ciò fornirebbe una buona base sperimentale per spiegare almeno gli effetti allucinogeni ed emotivi dell'LSD (Aghajanian et al., 1975).

Questa ipotesi non preclude la possibilità che l'LSD possa anche esercitare un effetto diretto su altri neuroni del cervello, inclusi i neuroni bersaglio del sistema serotoninergico. Essa è resa più verosimile dal fatto che anche altre sostanze [79] psichedeliche a struttura indolica come la psilocibina, la N,N dimetiltriptamina (DMT) e la 5-metossi-DMT inibiscono selettivamente i neuroni serotoninergici del rafe (Aghajanian et al., 1970).

Altre sostanze psichedeliche come il tetraidrocannabinolo (THC, il principio attivo della marihuana) o le anfetamine non hanno effetti sui neuroni serotoninergici. Quella che può essere chiamata l'ipotesi serotoninica del meccanismo d'azione dell'LSD e degli allucinogeni a struttura indolica ha finora retto bene alle ricerche successive alla sua formulazione. I pochi esperimenti sull'uomo (ovviamente incruenti, ma fortemente significativi in quanto l'uomo può riferire con fedeltà e accuratezza gli effetti che gli produce una certa sostanza) ideati per verificarla, hanno aggiunto elementi di conferma alla sua validità.

Infatti se contemporaneamente all'LSD si somministrano farmaci che diminuiscono la concentrazione di serotonina nel cervello, l'effetto di una dose di LSD è notevolmente maggiore, mentre la contemporanea somministrazione di farmaci che aumentano la serotonina nel cervello (per esempio la cloroimipramina) diminuiscono l'effetto della stessa dose di LSD (Trulson e Jacobs, 1976).

Le ricerche sugli animali hanno effettivamente fornito nozioni importanti. E tuttavia queste ricerche hanno il loro limite là dove non possono spiegare gli effetti psichici, mentali e percettivi che le varie sostanze inducono per la semplice ragione che gli animali non possono riferire a parole ciò che hanno provato.

E' un problema di ricerca farmacologica che sorge spesso e che non si limita alle sostanze psichedeliche. E' questa, fra l'altro, la ragione per cui gli etologi sono entrati nei laboratori di neurofarmacologia: valutare se una sostanza modifica il comportamento e in quale misura significa conoscere bene il comportamento abituale di un determinato animale.

Nel caso dell'LSD si è scoperto che la sostanza, somministrata in dosi di 50 microgrammi per chilo di peso, induce nel gatto un movimento stereotipato di scuotimento della zampa. Il movimento è specifico della razza felina e, normalmente, il gatto lo compie per scuotere via sostanze estranee, come un po' d'acqua, dalla zampa. Sotto l'effetto dell'LSD, il movimento viene compiuto a vuoto, senza che ce ne sia il bisogno, un numero di volte per ora che è proporzionale alla [80] dose di LSD ricevuta. Cinquanta microgrammi per chilo di peso danno luogo a circa 40 movimenti della zampa all'ora (Jacobs et al., 1977 b).

L'effetto viene indotto solo da sostanze allucinogene a struttura indolica, tra le quali la psilocibina (Jacobs et al., 1977 a). L'adozione di questo modello comportamentale ha permesso di ovviare in parte ai limiti della sperimentazione animale e di aggiungere nozioni molto importanti alle conoscenze sui meccanismi d'azione degli allucinogeni a molecola indolica. Innanzitutto la tolleranza precoce agli allucinogeni indolici è stata confermata anche nel gatto: se si somministrano dosi ripetute di LSD in giorni successivi, solo la prima ha effetto e le altre, anche se aumentate, sono inefficaci. Se, per esempio, il primo giorno si somministra una dose bassa, 10 microgrammi per chilo di peso, e il secondo se ne somministra una dose più alta di 50 microgrammi per chilo, la seconda dose è inefficace. Come si è già visto, questo fenomeno si chiama tolleranza e, nel caso dell'LSD, esso è straordinariamente precoce instaurandosi già dopo due ore dalla somministrazione della sostanza (mentre la prima dose sta ancora espletando il suo effetto!) (Trulson e Jacobs, 1977).

Per la verità il fenomeno era già stato segnalato nell'uomo, ma il fatto che si verifichi anche nel gatto non solo tranquillizza per quanto riguarda la trasferibilità dei dati sperimentali dall'animale all'uomo, ma dimostra anche che il modello sperimentale dello scuotimento della zampa è valido (Cholden et al., 1955).

L'LSD, dunque, blocca i recettori serotoninici in modo stabile per un certo periodo di tempo. Tra le conseguenze pratiche di questa osservazione c'è l'inutilità di autosomministrazioni troppo ravvicinate di LSD. La stessa tolleranza massiccia e precoce si sviluppa anche nei confronti della psilocina, anche se la psilocina, il DMT e la 5-MeO-DMT hanno un effetto meno potente dell'LSD.

Una dose piena di psilocina infatti induce solo 5-10 scuotimenti di zampa all'ora. Tuttavia, anche la psilocina è un potente inibitore della trasmissione serotoninica come fra l'altro dimostrano le prove di tolleranza crociata cui s'è già accennato.

Nel caso dell'LSD la semplice ipotesi serotoninica non è da sola in grado di spiegarne la notevole potenza (250 milionesimi di grammo costituiscono la dose per un viaggio di 6-8 ore) e il suo meccanismo d'azione deve essere più arti[81] colato. Per esempio attraverso l'interazione con altri neurotrasmettitori.

Gli studi in questa direzione hanno dimostrato che l'LSD può agire anche sui recettori dopaminici (e cioè sensibili alla DOPA, diidrossifenilalanina, un altro importante mediatore chimico cerebrale) mimandone l'attività (Von Hungen et al., 1974; Pieri et al., 1974).

La psilocina invece non ha nessun effetto sui neuroni dopaminergici (Trulson et al., 1977) e perciò si pensa che il blocco dei neuroni serotoninergici sia almeno sufficiente a indurre fenomeni allucinatori.

Ciò è dimostrato anche clinicamente dal fatto che se a un soggetto che sta sperimentando un "cattivo viaggio con LSD" si somministra una sostanza antidopaminica (per esempio della cloropromazina) egli registrerà una diminuzione d'intensità dell'esperienza, ma continuerà ad avere allucinazioni.

Lo studio dei meccanismi d'azione dell'LSD e delle sostanze allucinogene a molecola indolica ha suggerito un'importante teoria sul ruolo fisiologico del sistema serotoninergico dei neuroni del rafe.

Studiando l'attività spontanea di questi neuroni durante la veglia, lo stato di quiete rilassata, il sonno e il sonno paradosso (durante il quale si svolgono i sogni), si è visto che la loro frequenza di scarica (già bassa in condizioni di veglia) si riduce durante la quiete e il sonno privo di sogni e cessa del tutto durante il sonno con sogni.

Durante i sogni, i neuroni serotoninergici del rafe si comportano come sotto effetto di un allucinogeno indolico (Mc Ginty e Harper, 1976; Trulson e Jacobs, 1979).

C'era di che pensare che i sogni (e particolarmente quelli vividi), le allucinazioni indotte dalle sostanze a molecola indolica e certe allucinazioni psicopatologiche possano essere mediate, almeno in parte, da un evento neurochimico comune: l'inattivazione del sistema serotoninergico (Jacobs, 1978).

Tra le varie cognizioni sperimentali che possono aggiungere elementi di validità a questa ipotesi, c'è l'osservazione che la somministrazione cronica di inibitori della monoaminossidasi (e cioè di farmaci che, tra gli altri effetti, aumentano il contenuto di serotonina del cervello) sopprime quasi completamente il sonno REM.

Anche la clinica neurologica fornisce diversi elementi di rinforzo all'ipotesi che c'è un evento biochimico comune alla [82] base delle allucinazioni psichedeliche, dei sogni e delle allucinazioni che si verificano durante certe psicosi.

I malati che soffrono di un particolare disturbo, la narcolessia, hanno frequentemente episodi allucinatori a contenuto terrificante, detti anche allucinazioni ipnagogiche. La narcolessia è una malattia che consiste nel cadere ricorrentemente addormentati: in qualunque momento della giornata o della notte e qualunque cosa stiano facendo, i narcolettici possono invincibilmente addormentarsi. Le allucinazioni ipnagogiche possono manifestarsi sia poco prima degli attacchi narcolettici sia durante lo stato di veglia. In tal caso è come se i pazienti sognassero a occhi aperti. Anche in questa situazione, la somministrazione di sostanze che aumentano il livello della serotonina cerebrale sono efficaci nel ridurre o nel fare scomparire gli episodi allucinatori. Per contro, sembrerebbe che quanti più episodi allucinatori hanno durante la giornata gli schizofrenici, tanto minori sono gli episodi di REM durante il riposo notturno (un adulto normale ha circa 5-6 episodi REM per notte). La somministrazione di farmaci antiallucinatori in tali pazienti farebbe ricomparire gli episodi REM in proporzione inversa.

Dunque la somministrazione (o l'autosomministrazione) di sostanze allucinogene come l'LSD o la psilocina, sposta il quadro d'attività del sistema serotoninergico da quello che corrisponde allo stato di veglia a quello tipico del sonno attivo.

Anche se il sistema serotoninergico non è il solo implicato nella genesi dei tre diversi stati, è indubbio che c'è una stretta correlazione tra sogno e allucinazioni, almeno a livello di attività dei neuroni serotoninergici.

E questa correlazione è estremamente suggestiva: le sostanze allucinogene a molecola indolica attivano il sistema dei sogni mentre il cervello è sveglio: fanno sognare a occhi aperti. Sul piano della tecnologia di ampliamento degli stati di coscienza questa possibilità è indubbiamente fantastica, anzi può aprire la strada alle speculazioni più ambiziose e giustificare, almeno in teoria, il lavoro di coloro che hanno tentato di pianificare e sistematizzare questa possibilità.


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